
È amato da Laura Pausini che ha indossato suoi abiti per concerti e video. E anche Federica Panicucci ha voluto i suoi capi negli show televisivi che la vedevano protagonista. Lo ha scelto per il matrimonio Michelle Hunziker e Marta Fascina per la celebrazione del suo amore con Silvio Berlusconi. Antonio Riva, famoso stilista, ha la mano facile quando deve disegnare abiti da sposa o da gran sera. Non un caso, quindi, che vesta certi personaggi. «Sono delle ragazze semplici, easy, che si lasciano molto consigliare. Le vip vere sono così», racconta alla Verità il couturier.
Ultima fatica, la collezione «Princess garden» (24 abiti da sposa e 10 da sera) presentata con una gettonatissima sfilata in uno dei più importanti palazzi storici milanesi.
«Sono originario del lago di Como, per me un luogo di grande ispirazione e in particolare per questa collezione ho trovato spunti nei vari giardini del lago, fonte inesauribile di idee. Villa Carlotta, in particolare, è un luogo che amo tantissimo»
Le donne hanno ancora voglia dell’abito da sposa importante?
«Senza dubbio. Lo vedo in atelier dove arrivano ragazze con look particolari ma poi chiedono un abito da sposa tradizionale, il sogno è ancora quello dell’abito bianco e un ritorno a certi capi dalla foggia di un tempo. Amo molto il mikado, tessuto per eccellenza per gli abiti da sposa, che mi consente di fare costruzioni particolari. Bianco dominante».
Ma non solo abiti per il sì.
«È una capsule da sera che ho sempre fatto. Questa volta abbiamo scelto colori pastello più adatti per la cerimonia e il nero per la sera. Si è tornati a certi abiti su misura, in esclusiva, un ritorno alla sartorialità. Dopo il covid c’è stata una grande ripresa di feste ed eventi».
Dove si acquistano i suoi capi?
«Nei due atelier di Roma e Milano, abbiamo tolto la distribuzione italiana perché gestiamo noi direttamente il mercato interno. Per noi, i mercati di riferimento sono il Giappone e la Corea e una parte negli Stati Uniti. Siamo già presenti a New York, Chicago e Dallas, ma sogno di aprire il primo negozio diretto. Prima della pandemia, andavo in Giappone quattro volte l’anno, sfilavamo anche lì. Oggi vorrei riprendere a farlo».
Il Giappone non è un paese facile da conquistare.
«Le giapponesi amano il nostro stile, il nostro su misura curato quasi fosse un rito. Sono stato molto fortunato perché sono un grande appassionato di cultura locale. Fin dall’inizio, ho proposto fiocchi che potevano ricordare gli obi dei kimono».
Oggi, in generale, c’è grande attenzione alla sostenibilità. È un tema di cui tiene conto anche lei?
«Assolutamente sì. La nuova azienda di Garlate, vicino a Lecco, ha rispettato tutti i canoni di sostenibilità dal riciclo dell’aria interna, all’uso di certi materiali da costruzione. Qui si trova la nostra filiera tessile dove facciamo tutto noi. Abbiamo setifici comaschi che fanno tessuti certificati in esclusiva. La produzione è quindi totalmente made in Italy a chilometro zero. Un plus importante soprattutto per i mercati asiatici. Quando mandiamo gli abiti in Giappone ci sono controlli maniacali. Ogni abito viene controllato, perfino il filo. Vengono messi sotto una sorta di tac per certificarne la produzione».
Quante ore di lavoro richiede un suo abito?
«Dipende dal modello. Alcuni possono essere realizzati in una giornata, altri richiedono più giorni di lavorazione. Non è solo una questione di ricami ma anche di costruzione. Ci sono parti fatte a mano che necessitano passaggi di sartoria. Mi piacciono gli effetti tridimensionali che devono essere plasmati a mano».
Ci sono giovani che si dedicano a questo lavoro? Tutti gli stilisti lamentano la mancanza di manodopera.
«Devo dire che sono fortunato perché ho un team di ragazze, ormai una cinquantina, innamorate di quello che fanno al quale si dedicano con grande entusiasmo. Capisco non sia facile soprattutto per un prodotto come il mio con il quale devi entrare in sintonia. Devi unire manualità a senso estetico perché un fiocco deve essere fatto in un certo modo e basta un millimetro per cambiare tutta la proporzione».
Dove trovate le persone?
«Abbiamo collegamenti con le scuole che ci mandano regolarmente per degli stage diverse ragazze che formano un gruppo di lavoro molto affiatato. Ho un solo ragazzo che fa sartoria».
Si vedono spose particolarmente sexy, entrano in chiesa con abiti trasparenti e molto scollati, lei che ne pensa?
«Non sono d’accordo. L’abito della sposa deve avere delle connotazioni particolari soprattutto se si sceglie di sposarsi in chiesa. Il nude look sulla sposa lo trovo inadeguato».
E il colore?
«Bianco con al massimo una declinazione al cipria. Non amo spose colorate».
Tendenze?
«Lungo e sta tornando lo strascico con il velo. Dopo il covid si è tornati prepotentemente verso la tradizione».
Qual è l’abito che preferisce?
«Quello in mikado, amo meno il pizzo ma propongo abiti in pizzo prezioso. Con la chiusura pandemica si erano accumulati i matrimoni che non venivano celebrati. Prima del covid avevano scelto vestiti basici e poi sono tornate cambiando completamente le scelte e orientandosi verso abiti pazzeschi. Se quel giorno non sei una regina, che giorno è?».






