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2020-05-29
Le scuole portano Giuseppi davanti al Tar
Giuseppe Conte (Ansa)
Hanno finalmente riaperto tutti: parrucchieri. Chi manca all'appello? Guardatevi intorno. Eccoli lì, sempre più pallidi e nevrastenici: i bambini. Le scuole, di ogni ordine e grado, rimangono chiuse fino a data da destinarsi.
Alle elementari, almeno, sono stati svogliatamente intrattenuti dalla didattica a distanza. Per i bambini sotto i sei anni, invece, il governo non ha profuso nemmeno gli usuali e confusi balbettii. Niente di niente. Se non il modesto bonus baby sitter. Ops! L'Inps, ancora ieri, spiegava laconico sul suo solito turbosito che «è impossibile fare domanda». E poi, ci sarebbero gli improbabili congedi parentali. Per carità, il governo s'è dimenticato di tutti. Ma soprattutto dei bambini. Estenuati dall'infruttuosa attesa, genitori, scuole e associazioni hanno presentato ieri al Tar del Lazio un ricorso contro l'ormai mitologico Dpcm del 10 maggio 2020, adottato «per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid». Ovvero lo stentoreo decreto con cui il nostro presidente del consiglio, Giuseppe Conte, sospende ad libitum le attività didattiche. In particolare, si chiede di annullare il comma che non consente la riapertura delle scuole d'infanzia. Mentre, allo stesso tempo, permette l'organizzazione dei centri estivi. La richiesta viene da genitori di tutta Italia. Ma tra i firmatari ci sono sono anche associazioni, tra cui il Comitato EduChiAmo di Confapi, la Confederazione italiana delle piccole e medie imprese. E blasonate paritarie, come il Canadian island di Firenze.
Insomma, il ricorso è fondato su un assioma diventato dubbio amletico: se i giallorossi hanno ritenuto sicuro far ripartire i centri estivi, perché non possono farlo nidi e materne? Che, tra l'altro, sono più attrezzati e sicuri di strutture spesso improvvisate. Già, perché? Mistero.
«Una discriminazione che appare non giustificata» scrivono gli avvocati Federico Freni ed Evaristo Maria Fabrizio, dello studio legale Quorum. Eppure gli asili sarebbero un sostanziale aiuto per i genitori, altro che micragnosi bonus o penalizzanti congedi. E non si tratterebbe di una riapertura di bandiera. L'anno scolastico, per loro, termina il prossimo 31 luglio. Per chi lavora, sarebbe l'agognata svolta dopo mesi di arduo ménage. Per i bambini, la ripresa di una controllata socialità con i vecchi compagni. E magari eviterebbe pure di richiamare in servizio effettivo e permanente i nonni. Quelli che restano più a rischio.
L'avvocato Freni, che segue la causa pro bono, spiega: «Anch'io ho due figlie: di tre e cinque anni. E so benissimo che sospendere scuole e servizi educativi ha avuto ricadute drammatiche su bambini e ragazzi. Hanno letteralmente perso tre mesi cruciali di vita. I più piccoli sono quelli a cui è andata peggio: non hanno avuto nemmeno lo sfogo della didattica a distanza».
E il futuro si annuncia ancor più tribolato. Lucia Azzolina, titolare dell'Istruzione, resta la più improbabile tra gli improbabili. La vaghezza regna sovrana. La scuola sembra l'ultimo problema dei giallorossi. Intanto in Francia l'omologo ministro dell'Istruzione, Jean-Michel Blanquer, annuncia: «Tutte le scuole verranno riaperte a partire dall'inizio della fase 2, vale a dire il 2 giugno prossimo». In Italia invece, piuttosto che focalizzarsi sugli scompensi sociali ed educativi, si continuano a confondere le acque: meglio dunque discettare a oltranza sui concorsi dei precari. Intanto, i bambini restano chiusi a casa. In attesa che passi la paura.
Sul ricorso contro il Dpcm, il Tar laziale si pronuncerà entro la prima metà di giugno. I ricorrenti sperano che il tribunale amministrativo possa dare al governo precise indicazioni in vista del prossimo decreto, atteso il 14 giugno 2020, che sostituirà quello in vigore. Insomma, nuovi vincoli per la ripresa di nidi e materne. «Sarebbe anche una boccata d'ossigeno per gli asili» aggiunge Freni. «Sono micro imprese private che, da giugno, non avranno né credito d'imposta per l'affitto né cassa integrazione per i dipendenti. Molti hanno rinunciato alle rette o non riescono a riscuoterle. Tanti rischiano di fallire». L'incurante Giuseppi, nel «poderoso» decreto Rilancio, ha nel frattempo previsto 1,5 milioni per le scuole. Ma alle paritarie andranno solo bruscolini. E una su tre rischia di non arrivare a settembre. Con le statali che, già nel marasma, sarebbero pure costrette ad accogliere centinaia di migliaia di nuovi alunni.
Così l'esasperazione cresce. Alcuni protestano inferociti davanti a Montecitorio. Altri sono costretti a chiedere l'intervento della giustizia amministrativa. «È inaudito che non ci siano ancora garanzie sulle riaperture di nidi e scuole dell'infanzia» assalta la deputata leghista Alessandra Locatelli, ex ministro della Famiglia. «Un'incertezza che ha causato drammatiche ricadute sulla formazione e ulteriori diseguaglianze. In altri Paesi l'attenzione per i bambini è stata prioritaria. Invece, il governo italiano li ha totalmente dimenticati. Per non parlare dei disagi e i problemi della forzata permanenza in casa». Eppure Giuseppi e suoi continuano a sembrare degli impenitenti scapoloni, senza figli né famiglia. Meglio dare la priorità ai concorsi per i precari della scuola. Le elezioni potrebbero essere dietro l'angolo.
Niente tamponi ad alunni e docenti ma la responsabilità sarà solo loro
«La scuola ha bisogno di credibilità e autorevolezza. La credibilità è come la verginità, se si perde non si può più riacquistare». Così il senatore di Forza Italia Giuseppe Moles si è rivolto al ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina scatenando un putiferio durante il question time al Senato. Da mercoledì sotto scorta perché bersaglio di una valanga di insulti, soprattutto a sfondo sessuale, a causa dei ritardi nelle riaperture delle scuole, la titolare del Miur si è beccata anche la metafora bollata immediatamente come sessista dai deputati grillini. A fine mattinata, il vicepresidente dei senatori azzurri si è chiarito con la diretta interessata: «Ho spiegato al ministro che mi riferivo alla credibilità della scuola» ha raccontato Moles, «Il sessismo, il genere... Non c'entrano nulla. È il M5s che strumentalizza. Lei mi ha detto che ha capito. Caso chiuso». Scuole aperte a settembre, invece, in presenza, ma anche e soprattutto in piena sicurezza. Questo è l'obiettivo del Governo e del Ministero dell'Istruzione, ha ribadito la Azzolina, che ha ricevuto ieri dal Comitato tecnico-scientifico istituito per l'emergenza coronavirus il documento con le misure per il rientro a settembre. La precondizione per la presenza a scuola di studenti e di tutto il personale è, secondo gli esperti: la mascherina obbligatoria sopra i sei anni sempre, tranne che durante l'interrogazione, l'educazione fisica e il pasto; l'assenza di sintomatologia respiratoria o febbre superiore a 37.5°C anche nei tre giorni precedenti (all'ingresso della scuola non sarà rilevata la temperatura) e comunque chi ha febbre sopra a 37,5 dovrà restare a casa; non essere stati in quarantena o isolamento domiciliare negli ultimi 14 giorni; non essere stati a contatto con persone positive, per quanto di propria conoscenza, negli ultimi 14 giorni. Singolare questo punto: come si fa a saperlo se non si fanno tamponi o test sierologici?
Comunque, rispetto allo stato di salute la responsabilità sarà personale o dei genitori. Ingressi con scaglionamento di orario o rendendo disponibili tutte le vie di accesso dell'edificio scolastico. Poi il distanziamento interpersonale di almeno un metro, considerando anche lo spazio di movimento. Questa distanza andrà garantita nelle aule, con una conseguente riorganizzazione della disposizione interna, ad esempio, dei banchi, ma anche nei laboratori, in aula magna, nei teatri scolastici. Si passa a due metri per le attività svolte in palestra. Perciò Comuni e Province avranno più potere per snellire lavori di edilizia scolastica. Garantito anche il servizio mensa ma sempre garantendo il distanziamento attraverso la gestione degli spazi, dei turni di fruizione e, in forma residuale, anche attraverso l'eventuale fornitura del pasto in «lunch box» ovvero pranzo al sacco per il consumo in classe. Andranno limitati gli assembramenti nelle aree comuni. La presenza dei genitori nei locali della scuola dovrà essere ridotta al minimo. Prima della riapertura della scuola sarà prevista una pulizia approfondita di tutti gli spazi. Le pulizie, poi, dovranno essere effettuate quotidianamente. Saranno resi disponibili dispenser con prodotti igienizzanti in più punti della scuola (nel dl passato in Senato con la fiducia ci sono 39 milioni di euro per l'acquisto dei dispositivi di protezione individuali e per la pulizia dei locali). Una novità riguarda il giudizio delle scuole primarie: al posto dei voti in decimi ci sarà un giudizio descrittivo. Rispondendo al question time, posto proprio da Moles, la Azzolina aveva ribadito la presenza del decreto di quattro procedure concorsuali per oltre 61.000 posti, compreso il maxi concorso per i 32.000 precari con tre anni di docenza che si terrà durante l'anno scolastico 2020/2021.
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Genitori, associazioni e un gruppo di istituti privati e paritari si sono appellati al tribunale del Lazio contro il Dpcm di Conte che vieta di tornare sui banchi. L'avvocato Federico Freni: «I bambini hanno bisogno di ossigeno e molti asili rischiano il fallimento».Tra le nuove regole, obbligo di mascherina. Battuta su verginità al ministro, caos in Aula.Lo speciale contiene due articoliHanno finalmente riaperto tutti: parrucchieri. Chi manca all'appello? Guardatevi intorno. Eccoli lì, sempre più pallidi e nevrastenici: i bambini. Le scuole, di ogni ordine e grado, rimangono chiuse fino a data da destinarsi. Alle elementari, almeno, sono stati svogliatamente intrattenuti dalla didattica a distanza. Per i bambini sotto i sei anni, invece, il governo non ha profuso nemmeno gli usuali e confusi balbettii. Niente di niente. Se non il modesto bonus baby sitter. Ops! L'Inps, ancora ieri, spiegava laconico sul suo solito turbosito che «è impossibile fare domanda». E poi, ci sarebbero gli improbabili congedi parentali. Per carità, il governo s'è dimenticato di tutti. Ma soprattutto dei bambini. Estenuati dall'infruttuosa attesa, genitori, scuole e associazioni hanno presentato ieri al Tar del Lazio un ricorso contro l'ormai mitologico Dpcm del 10 maggio 2020, adottato «per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid». Ovvero lo stentoreo decreto con cui il nostro presidente del consiglio, Giuseppe Conte, sospende ad libitum le attività didattiche. In particolare, si chiede di annullare il comma che non consente la riapertura delle scuole d'infanzia. Mentre, allo stesso tempo, permette l'organizzazione dei centri estivi. La richiesta viene da genitori di tutta Italia. Ma tra i firmatari ci sono sono anche associazioni, tra cui il Comitato EduChiAmo di Confapi, la Confederazione italiana delle piccole e medie imprese. E blasonate paritarie, come il Canadian island di Firenze. Insomma, il ricorso è fondato su un assioma diventato dubbio amletico: se i giallorossi hanno ritenuto sicuro far ripartire i centri estivi, perché non possono farlo nidi e materne? Che, tra l'altro, sono più attrezzati e sicuri di strutture spesso improvvisate. Già, perché? Mistero. «Una discriminazione che appare non giustificata» scrivono gli avvocati Federico Freni ed Evaristo Maria Fabrizio, dello studio legale Quorum. Eppure gli asili sarebbero un sostanziale aiuto per i genitori, altro che micragnosi bonus o penalizzanti congedi. E non si tratterebbe di una riapertura di bandiera. L'anno scolastico, per loro, termina il prossimo 31 luglio. Per chi lavora, sarebbe l'agognata svolta dopo mesi di arduo ménage. Per i bambini, la ripresa di una controllata socialità con i vecchi compagni. E magari eviterebbe pure di richiamare in servizio effettivo e permanente i nonni. Quelli che restano più a rischio.L'avvocato Freni, che segue la causa pro bono, spiega: «Anch'io ho due figlie: di tre e cinque anni. E so benissimo che sospendere scuole e servizi educativi ha avuto ricadute drammatiche su bambini e ragazzi. Hanno letteralmente perso tre mesi cruciali di vita. I più piccoli sono quelli a cui è andata peggio: non hanno avuto nemmeno lo sfogo della didattica a distanza». E il futuro si annuncia ancor più tribolato. Lucia Azzolina, titolare dell'Istruzione, resta la più improbabile tra gli improbabili. La vaghezza regna sovrana. La scuola sembra l'ultimo problema dei giallorossi. Intanto in Francia l'omologo ministro dell'Istruzione, Jean-Michel Blanquer, annuncia: «Tutte le scuole verranno riaperte a partire dall'inizio della fase 2, vale a dire il 2 giugno prossimo». In Italia invece, piuttosto che focalizzarsi sugli scompensi sociali ed educativi, si continuano a confondere le acque: meglio dunque discettare a oltranza sui concorsi dei precari. Intanto, i bambini restano chiusi a casa. In attesa che passi la paura. Sul ricorso contro il Dpcm, il Tar laziale si pronuncerà entro la prima metà di giugno. I ricorrenti sperano che il tribunale amministrativo possa dare al governo precise indicazioni in vista del prossimo decreto, atteso il 14 giugno 2020, che sostituirà quello in vigore. Insomma, nuovi vincoli per la ripresa di nidi e materne. «Sarebbe anche una boccata d'ossigeno per gli asili» aggiunge Freni. «Sono micro imprese private che, da giugno, non avranno né credito d'imposta per l'affitto né cassa integrazione per i dipendenti. Molti hanno rinunciato alle rette o non riescono a riscuoterle. Tanti rischiano di fallire». L'incurante Giuseppi, nel «poderoso» decreto Rilancio, ha nel frattempo previsto 1,5 milioni per le scuole. Ma alle paritarie andranno solo bruscolini. E una su tre rischia di non arrivare a settembre. Con le statali che, già nel marasma, sarebbero pure costrette ad accogliere centinaia di migliaia di nuovi alunni. Così l'esasperazione cresce. Alcuni protestano inferociti davanti a Montecitorio. Altri sono costretti a chiedere l'intervento della giustizia amministrativa. «È inaudito che non ci siano ancora garanzie sulle riaperture di nidi e scuole dell'infanzia» assalta la deputata leghista Alessandra Locatelli, ex ministro della Famiglia. «Un'incertezza che ha causato drammatiche ricadute sulla formazione e ulteriori diseguaglianze. In altri Paesi l'attenzione per i bambini è stata prioritaria. Invece, il governo italiano li ha totalmente dimenticati. Per non parlare dei disagi e i problemi della forzata permanenza in casa». Eppure Giuseppi e suoi continuano a sembrare degli impenitenti scapoloni, senza figli né famiglia. Meglio dare la priorità ai concorsi per i precari della scuola. 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Da mercoledì sotto scorta perché bersaglio di una valanga di insulti, soprattutto a sfondo sessuale, a causa dei ritardi nelle riaperture delle scuole, la titolare del Miur si è beccata anche la metafora bollata immediatamente come sessista dai deputati grillini. A fine mattinata, il vicepresidente dei senatori azzurri si è chiarito con la diretta interessata: «Ho spiegato al ministro che mi riferivo alla credibilità della scuola» ha raccontato Moles, «Il sessismo, il genere... Non c'entrano nulla. È il M5s che strumentalizza. Lei mi ha detto che ha capito. Caso chiuso». Scuole aperte a settembre, invece, in presenza, ma anche e soprattutto in piena sicurezza. Questo è l'obiettivo del Governo e del Ministero dell'Istruzione, ha ribadito la Azzolina, che ha ricevuto ieri dal Comitato tecnico-scientifico istituito per l'emergenza coronavirus il documento con le misure per il rientro a settembre. La precondizione per la presenza a scuola di studenti e di tutto il personale è, secondo gli esperti: la mascherina obbligatoria sopra i sei anni sempre, tranne che durante l'interrogazione, l'educazione fisica e il pasto; l'assenza di sintomatologia respiratoria o febbre superiore a 37.5°C anche nei tre giorni precedenti (all'ingresso della scuola non sarà rilevata la temperatura) e comunque chi ha febbre sopra a 37,5 dovrà restare a casa; non essere stati in quarantena o isolamento domiciliare negli ultimi 14 giorni; non essere stati a contatto con persone positive, per quanto di propria conoscenza, negli ultimi 14 giorni. Singolare questo punto: come si fa a saperlo se non si fanno tamponi o test sierologici? Comunque, rispetto allo stato di salute la responsabilità sarà personale o dei genitori. Ingressi con scaglionamento di orario o rendendo disponibili tutte le vie di accesso dell'edificio scolastico. Poi il distanziamento interpersonale di almeno un metro, considerando anche lo spazio di movimento. Questa distanza andrà garantita nelle aule, con una conseguente riorganizzazione della disposizione interna, ad esempio, dei banchi, ma anche nei laboratori, in aula magna, nei teatri scolastici. Si passa a due metri per le attività svolte in palestra. Perciò Comuni e Province avranno più potere per snellire lavori di edilizia scolastica. Garantito anche il servizio mensa ma sempre garantendo il distanziamento attraverso la gestione degli spazi, dei turni di fruizione e, in forma residuale, anche attraverso l'eventuale fornitura del pasto in «lunch box» ovvero pranzo al sacco per il consumo in classe. Andranno limitati gli assembramenti nelle aree comuni. La presenza dei genitori nei locali della scuola dovrà essere ridotta al minimo. Prima della riapertura della scuola sarà prevista una pulizia approfondita di tutti gli spazi. Le pulizie, poi, dovranno essere effettuate quotidianamente. Saranno resi disponibili dispenser con prodotti igienizzanti in più punti della scuola (nel dl passato in Senato con la fiducia ci sono 39 milioni di euro per l'acquisto dei dispositivi di protezione individuali e per la pulizia dei locali). Una novità riguarda il giudizio delle scuole primarie: al posto dei voti in decimi ci sarà un giudizio descrittivo. Rispondendo al question time, posto proprio da Moles, la Azzolina aveva ribadito la presenza del decreto di quattro procedure concorsuali per oltre 61.000 posti, compreso il maxi concorso per i 32.000 precari con tre anni di docenza che si terrà durante l'anno scolastico 2020/2021.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 gennaio con Carlo Cambi
Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Alla fine l’audizione in commissione Covid dell’ex prefetto ed ex servitore dello Stato Giulio Cazzella, nonostante fosse stata fortemente voluta dai membri dell’opposizione Pd e M5S, si è ritorta loro contro. Nella prima ora e mezza Cazzella ha esposto la sua versione dei fatti, versione ovviamente di parte visto che l’ex prefetto è stato consulente di Invitalia ai tempi in cui Domenico Arcuri era ad dell’ente, poi della struttura commissariale ai tempi della pandemia e infine del collegio difensivo di Arcuri (a imprecisato titolo, dato che non è avvocato, ndr) nel processo penale per la maxicommessa di mascherine, risultate pure non a norma, quindi pericolose per la salute pubblica. Cazzella non ha risparmiato critiche alla deposizione del maggiore della guardia di finanza Eugenio Marmorale, che lo scorso 20 ottobre in commissione aveva riassunto i risultati delle indagini sulla maxicommessa di mascherine appaltata al consorzio cinese Wenzhou-Luokai e costata ai contribuenti 1 miliardo e 251 milioni di euro. Ma poi, nelle successive quattro ore, l’ex prefetto, incalzato dai deputati e senatori di Fratelli d’Italia, ha dovuto confermare quello che Fdi non esita a definire «un fatto scioccante»: la struttura commissariale non effettuò alcun controllo preliminare sul consorzio cinese Wenzhou-Luokai e gli concesse oltre un miliardo di euro di fatto «sulla parola». Né più né meno di quanto già sottolineato da Marmorale, che aveva raccontato nei dettagli il modus operandi dell’armata Brancaleone che aveva concesso a un consorzio ufficialmente sconosciuto, e in affidamento diretto (dunque senza alcun bando pubblico) l’appalto più rilevante della storia. A questo proposito, durante l’audizione Cazzella, che continuava a parlare di «bandi», ha dovuto smettere di utilizzare questo termine quando il senatore Lisei, presidente della commissione Covid, gli ha ricordato che quei soldi non sono stati concessi dopo regolare procedura d’appalto ma soltanto dopo affidi diretti, a discrezione della struttura commissariale.
Giacomo Amadori e François De Tonquédec avevano anticipato sulla Verità già nel lontano febbraio 2021 i fatti di cui si è tornato a parlare. Le audizioni in commissione Covid di Marmorale prima e di Cazzella poi confermano tutto: la centralità dei «rapporti consolidati» tra l’ex giornalista della Rai e lobbista Mario Benotti (deceduto nel 2023) e Arcuri ha fatto da sfondo alla maxi commessa. È stata una mail del mediatore Andrea Vincenzo Tommasi, imprenditore milanese, ad Arcuri a svelare come un consorzio cinese ufficialmente sconosciuto abbia potuto aggiudicarsi il mega appalto da 1,2 miliardi di euro passando sopra a centinaia di aziende, già allora quantificate in circa 550, che nei soli mesi tra marzo e maggio 2020 avevano presentato le proprie offerte di forniture di mascherine, rifiutate a favore dei cinesi (una fra tutte, quella dell’italiana Jc Electronics).
Nell’audizione, Cazzella è stato talmente pressato dalle domande dei commissari di area governativa che ha dovuto ammettere la verità. È stata la senatrice Alice Buonguerrieri a chiedere insistentemente chi sceglieva i fornitori, visto che c’erano affidamenti diretti, come venivano valutati e come è stato scelto quello cinese. Cazzella, sfinito, ha dovuto confermare l’inizialmente contestata versione di Marmorale (duramente attaccato - all’epoca della sua audizione - dai commissari dell’opposizione, che avevamo perfino preteso di secretare parte della sua audizione). Wenzhou-Luokai è entrata in struttura commissariale perché Benotti ha chiamato Arcuri e gli ha presentato Tommasi, ha spiegato l’ex prefetto. Ma visto che è emerso che questo consorzio era stato appena costituito e con siti fasulli copiati da altri, «che controlli avete fatto?», ha ribadito Buonguerrieri. Cazzella ha dovuto ammettere: «Nessuno». Quindi, scandalo nello scandalo, nessuno ha fatto verifiche preventive sul consorzio cinese, che è stato intermediato da un altro, sulla carta, «emerito sconosciuto», presentato da Benotti. Il quale per inciso si è ritagliato, insieme con Tommasi, una maxi provvigione: i due lobbisti sono diventati di fatto fornitori di Dpi grazie alla conoscenza diretta di Arcuri e dei suoi fedelissimi, che Benotti poteva vantare dal 2014. Lo stesso ex giornalista della Rai in alcune chat fa riferimento a Stefano Beghi, l’avvocato che avrebbe dovuto far transitare da Hong Kong quasi 50 milioni di euro di provvigioni.
Ciliegina sulla torta, il disperato tentativo di Cazzella di far passare la maxicommessa di mascherine fasulle come un «affarone»: secondo l’ex prefetto, infatti, il prezzo di acquisto dei Dpi forniti dal consorzio cinese Wenzhou-Luokai era più conveniente rispetto a quello di altre aziende come l’italiana Jc Electronics, la cui commessa per la fornitura di mascherine durante la pandemia fu revocata per una decisione della struttura commissariale di Arcuri, atto che il Tribunale di Roma ha dichiarato illegittimo. È stato il presidente Lisei a far notare all’ex prefetto che per forza di cose la commessa cinese potesse costare di meno, dato che c’erano delle transazioni in nero.
«Si è creata una catena d’affari che maneggiava soldi pubblici durante la pandemia sulla testa dei cittadini che intanto combattevano contro il virus. Fatti sconcertanti, sui quali in commissione Covid continueremo a fare chiarezza», promette Fratelli d’Italia.
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