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2021-04-23
Le Regioni fanno da sponda a Salvini. Fan delle serrate costretti a trattare
Matteo Salvini (Ansa)
Lo storytelling immaginato dagli anti-Salvini, diremmo dai «salvinofobi» in servizio permanente effettivo, era fin troppo chiaro: il leader leghista descritto come una specie di piromane, in una mano un fiammifero e nell'altra una tanica di benzina, pronto a destabilizzare e minacciare il governo. E tuttavia - ecco la «narrazione» che era stata preparata l'altra sera - un Salvini sostanzialmente isolato, laterale, non in grado di dar seguito alle sue richieste. Sono bastate poche ore per smontare questa versione delle cose. E non solo perché plurime rilevazioni attestano che una quota significativa dell'opinione pubblica italiana non apprezza le restrizioni e il coprifuoco, ma perché - a ben vedere - le stesse richieste di Salvini vengono dalle Regioni, che non si sono fatte ridurre al silenzio dalle decisioni del governo di trentasei ore fa. Il primo a farsi vivo, ieri sul Corriere, è stato Luca Zaia. Duro sul metodo: «Le linee guida sono state presentate all'unanimità dalle regioni, di destra e di sinistra».
E chiarissimo nel merito, in particolare sui rischi per il turismo: «Chi viene in Italia se sa che c'è il coprifuoco? E ancora: non ci sono certezze sulle quarantene e gli obblighi a carico dei turisti. Se il mondo pensa che qui sia tutto chiuso, andrà in Grecia». A rincarare la dose ha provveduto ieri il presidente della Conferenza delle regioni, Massimiliano Fedriga, che ha sollevato due temi distinti. Per un verso il coprifuoco (le regioni chiedevano lo slittamento alle 23, come minimo segno di attenzione per la ristorazione), e per altro verso la scuola, questione su cui il governo ha elevato la didattica in presenza al 70% (contro il 60% fissato nel precedente accordo con le regioni). E Fedriga ha reagito con nettezza: «Aver cambiato un accordo siglato con Conferenza delle regioni, Anci e Upi è un precedente molto grave che non credo ci sia mai stato. Gli accordi si possono cambiare ma riconvocando chi quegli accordi li ha presi. Si è incrinata la leale collaborazione tra stato e regioni». Anche a RadioRai Fedriga ha insistito: «Si rischia un cortocircuito tra le istituzioni in un momento in cui serve coerenza». E del resto, se il Cdm se l'è sentita di cambiare l'intesa con le regioni, non si capisce perché invece sia stato rigidissimo (tornando alle richieste di Salvini) nel non voler modificare l'accordo su orari e calendari ipotizzato la settimana prima in cabina di regia. A meno di ritenere che Draghi e i suoi consiglieri credano a uno sproposito giuridico e politico: e cioè che il Cdm sia un mero luogo di ratifica delle intese informali avvenute nella cabina di regia (che, istituzionalmente parlando, non si sa cosa sia e cosa rappresenti).
Sta di fatto che Fedriga ha riconvocato i suoi colleghi governatori, e tutti insieme hanno scritto a Draghi ribadendo le richieste (su coprifuoco e scuola) e chiedendo un nuovo incontro prima della pubblicazione del decreto. In termini politici, Fedriga si è anche detto convinto (il che appare ragionevole a molti osservatori) che «nelle prossime settimane ci possa essere una revisione di questo decreto». Anche per Emiliano, governatore dem della Puglia, il coprifuoco alle 22, a luglio, «è una cosa senza senso che rischia di distruggere il nostro turismo».
Pressato dall'iniziativa dei governatori, il governo ha accusato il colpo. Mariastella Gelmini, che destando notevole sconcerto aveva nei giorni scorsi difeso il coprifuoco alle 22 depotenziando la spinta del centrodestra per modificarlo, ieri a Telelombardia ha cercato di tendere la mano: «Il fatto che nel testo del decreto non sia stato riprogrammato il coprifuoco, non significa che durerà fino al 31 luglio. Questa è una lettura distorta del provvedimento». E ancora: «Sono assolutamente certa che presto il coprifuoco sarà solo un brutto ricordo. È lo stesso decreto a dirlo, precisando che il Cdm potrà intervenire nelle prossime settimane, con tagliandi periodici al dl, modificando sia le regole per le riaperture che gli orari del coprifuoco». Si tratta tuttavia di una toppa che non copre il buco. Se tutti sono convinti che la norma sul coprifuoco salterà o sarà modificata, l'impuntatura dell'altra sera - di tutta evidenza - è stata solo un modo per non darla vinta a Salvini. Ma è serio un governo che tiene sequestrati gli italiani per non dare partita vinta a uno dei partiti che lo sostiene? La Gelmini ha cercato di attenuare lo scontro pure sulla scuola: «Il presidente Draghi ha chiesto di fare uno sforzo ulteriore (ndr: rispetto al 60%). Nel decreto ci sarà scritto 70%: ma non metteremo a rischio nessuno. Se non sarà possibile assicurare queste quote, regioni ed enti locali potranno derogare». In serata fonti governative hanno ipotizzato il rientro in classe da lunedì di uno studente su due: «Regioni ed enti locali possono derogare al massimo al 50%, mai al di sotto». In mancanza di certezze, sembra di essere tornati ai metodi del Conte due: balletti di cifre, ipotesi, interpretazioni. Su questo tema, pensando al nuovo anno scolastico, si sono espressi anche i presidi, attraverso Antonello Giannelli, presidente della loro associazione «Se a settembre si vorrà tornare con tutti gli studenti, si dovrà abolire il limite del metro per il distanziamento». Resta tuttavia un mistero doloroso: considerando che la prima chiusura delle scuole è avvenuta a fine febbraio del 2020, possibile che14 mesi dopo si sia ancora al punto di partenza? Ah già, nel frattempo però il governo Conte si era occupato dei banchi a rotelle…
«Mi incateno contro il coprifuoco»
Dal coprifuoco all'ammazzacuoco ci corre un giro d'orologio. Tra le 22 e 23 passa il confine tra la vita e la morte per migliaia di imprese: dai bar ai parchi di divertimento, dagli alberghi ai teatri. Tutti contro il governo Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza che da queste categorie economiche è già stato ampiamente sfiduciato. E la tensione sale. Ci sono cuoche come Susanna Del Cipolla che cercano di ridere per non piangere e da Lucignano, borgo d'incanto dell'aretino, posta: «Neanche a Cenerentola è stata fatta una tale carognata: lei poteva tornare a mezzanotte». Su tutte le furie è una vera signora del teatro italiano, Lina Sastri: «Felice che i teatri possano riaprire? Ma come fanno a riaprire, con il coprifuoco? Chi lavora non può andare a vedere uno spettacolo nel pomeriggio e la sera non si farebbe in tempo a rientrare a casa, specie nelle grandi città; nelle arene, nei teatri antichi, negli spazi all'aperto, è difficile organizzare una recita con il sole che tramonta ben dopo le otto di sera». Le fa eco Gianmarco Mazzi, amministratore e direttore artistico dell'Arena di Verona: «Il coprifuoco alle 22 come stabilito dal governo è una sentenza di morte per il mondo dello spettacolo dal vivo . È una decisione illogica, abbiano allora il coraggio di dirci che le arene devono rimanere chiuse. Stavolta non rimarremo in silenzio. Se sarà necessario, io, il sindaco di Verona e magari anche Il Volo, ci incateneremo, come mi invitava a fare Dario Fo per far valere le proprie ragioni». Poi Mazzi avanza una proposta, condivisa da tutti i gestori dei teatri e anche dai ristoratori: «Il biglietto di un concerto, con data, nominativo, orario di inizio e di fine dell'evento valga come autocertificazione per tornare a casa». È la stessa proposta che avanza Paolo Bianchini, leader del Mio (Movimento imprese ospitalità di Federturismo) che ha animato le proteste dei ristornati a Roma: «Il coprifuoco è un'aberrazione considerando che il Comitato tecnico scientifico non si è affatto pronunciato per queste restrizioni. Bisogna trovare delle soluzioni o il comparto è morto: ad esempio facciamo sì che l'orario della ricevuta fiscale valga da lasciapassare». La ristorazione, i pubblici esercizi sono i più delusi e più colpiti. Il presidente della Fipe Confcommercio, la maggiore organizzazione di settore, Lino Enrico Stopani mette in mora il governo: «Il coprifuoco alle 22 addirittura fino al 31 luglio è scientificamente e socialmente incomprensibile e incoerente con le finalità che si propone: comprime orari e favorisce comportamenti disordinati e opposti. Le chiusure devono essere accompagnate da sostegni equi, come peraltro suggerito dalla stessa Banca d'Italia. Abbiamo già pagato con oltre 22.000 imprese chiuse nel 2020, la perdita di 250.000 posti di lavoro e ingentissimi danni economici». Sta andando in crisi tutta la filiera. La Coldiretti è tornata a chiedere sostegni anche per il comparto agricolo. Il vino, con le chiusure di questi mesi, ha perso dall'inizio dell'anno un altro miliardo di fatturato. Chi teme un danno a lento rilascio è il comparto turistico. Il vicepresidente vicario di Federalberghi, Nicola Ferruggio, dalla Sicilia nota: «Proporre una stagione estiva a mezzo regime ci pone battuti in partenza rispetto ad altre mete estive che garantiscono aperture no limits, come molte destinazioni nel Mediterraneo». Durissima la protesta dell'Associazione Parchi Permanenti Italiani. Il presidente Giuseppe Ira imputa a Mario Draghi un'inaccettabile disparità di trattamento: «Posticipare l'apertura al primo luglio non ha senso né è corroborata da prove scientifiche. I nostri parchi sono tutti all'aperto: riaprono i giardini pubblici, ma non noi; riaprono le piscine, ma non i parchi acquatici. Ci appelliamo anche al ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Nel 2020 il 20% dei parchi ha rinunciato all'apertura e si sono persi 10.000 posti di lavoro stagionali. Ora può darsi che non riapra più». C'è davvero un clima da coprifuoco.
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Appoggio trasversale alla Lega dai governatori, contrari al rientro alle 22. Michele Emiliano (Pd): «Turismo a rischio». Duro Massimiliano Fedriga sulla scuola: «Accordo cambiato senza dircelo. Incrinata la leale collaborazione con il governo».Il direttore dell'Arena di Verona: «Mantenere la restrizione è una condanna a morte». Esercenti, teatri e parchi tematici si appellano a Mario Draghi e Massimo Garavaglia per poter riaprire.Lo speciale contiene due articoli.Lo storytelling immaginato dagli anti-Salvini, diremmo dai «salvinofobi» in servizio permanente effettivo, era fin troppo chiaro: il leader leghista descritto come una specie di piromane, in una mano un fiammifero e nell'altra una tanica di benzina, pronto a destabilizzare e minacciare il governo. E tuttavia - ecco la «narrazione» che era stata preparata l'altra sera - un Salvini sostanzialmente isolato, laterale, non in grado di dar seguito alle sue richieste. Sono bastate poche ore per smontare questa versione delle cose. E non solo perché plurime rilevazioni attestano che una quota significativa dell'opinione pubblica italiana non apprezza le restrizioni e il coprifuoco, ma perché - a ben vedere - le stesse richieste di Salvini vengono dalle Regioni, che non si sono fatte ridurre al silenzio dalle decisioni del governo di trentasei ore fa. Il primo a farsi vivo, ieri sul Corriere, è stato Luca Zaia. Duro sul metodo: «Le linee guida sono state presentate all'unanimità dalle regioni, di destra e di sinistra». E chiarissimo nel merito, in particolare sui rischi per il turismo: «Chi viene in Italia se sa che c'è il coprifuoco? E ancora: non ci sono certezze sulle quarantene e gli obblighi a carico dei turisti. Se il mondo pensa che qui sia tutto chiuso, andrà in Grecia». A rincarare la dose ha provveduto ieri il presidente della Conferenza delle regioni, Massimiliano Fedriga, che ha sollevato due temi distinti. Per un verso il coprifuoco (le regioni chiedevano lo slittamento alle 23, come minimo segno di attenzione per la ristorazione), e per altro verso la scuola, questione su cui il governo ha elevato la didattica in presenza al 70% (contro il 60% fissato nel precedente accordo con le regioni). E Fedriga ha reagito con nettezza: «Aver cambiato un accordo siglato con Conferenza delle regioni, Anci e Upi è un precedente molto grave che non credo ci sia mai stato. Gli accordi si possono cambiare ma riconvocando chi quegli accordi li ha presi. Si è incrinata la leale collaborazione tra stato e regioni». Anche a RadioRai Fedriga ha insistito: «Si rischia un cortocircuito tra le istituzioni in un momento in cui serve coerenza». E del resto, se il Cdm se l'è sentita di cambiare l'intesa con le regioni, non si capisce perché invece sia stato rigidissimo (tornando alle richieste di Salvini) nel non voler modificare l'accordo su orari e calendari ipotizzato la settimana prima in cabina di regia. A meno di ritenere che Draghi e i suoi consiglieri credano a uno sproposito giuridico e politico: e cioè che il Cdm sia un mero luogo di ratifica delle intese informali avvenute nella cabina di regia (che, istituzionalmente parlando, non si sa cosa sia e cosa rappresenti). Sta di fatto che Fedriga ha riconvocato i suoi colleghi governatori, e tutti insieme hanno scritto a Draghi ribadendo le richieste (su coprifuoco e scuola) e chiedendo un nuovo incontro prima della pubblicazione del decreto. In termini politici, Fedriga si è anche detto convinto (il che appare ragionevole a molti osservatori) che «nelle prossime settimane ci possa essere una revisione di questo decreto». Anche per Emiliano, governatore dem della Puglia, il coprifuoco alle 22, a luglio, «è una cosa senza senso che rischia di distruggere il nostro turismo». Pressato dall'iniziativa dei governatori, il governo ha accusato il colpo. Mariastella Gelmini, che destando notevole sconcerto aveva nei giorni scorsi difeso il coprifuoco alle 22 depotenziando la spinta del centrodestra per modificarlo, ieri a Telelombardia ha cercato di tendere la mano: «Il fatto che nel testo del decreto non sia stato riprogrammato il coprifuoco, non significa che durerà fino al 31 luglio. Questa è una lettura distorta del provvedimento». E ancora: «Sono assolutamente certa che presto il coprifuoco sarà solo un brutto ricordo. È lo stesso decreto a dirlo, precisando che il Cdm potrà intervenire nelle prossime settimane, con tagliandi periodici al dl, modificando sia le regole per le riaperture che gli orari del coprifuoco». Si tratta tuttavia di una toppa che non copre il buco. Se tutti sono convinti che la norma sul coprifuoco salterà o sarà modificata, l'impuntatura dell'altra sera - di tutta evidenza - è stata solo un modo per non darla vinta a Salvini. Ma è serio un governo che tiene sequestrati gli italiani per non dare partita vinta a uno dei partiti che lo sostiene? La Gelmini ha cercato di attenuare lo scontro pure sulla scuola: «Il presidente Draghi ha chiesto di fare uno sforzo ulteriore (ndr: rispetto al 60%). Nel decreto ci sarà scritto 70%: ma non metteremo a rischio nessuno. Se non sarà possibile assicurare queste quote, regioni ed enti locali potranno derogare». In serata fonti governative hanno ipotizzato il rientro in classe da lunedì di uno studente su due: «Regioni ed enti locali possono derogare al massimo al 50%, mai al di sotto». In mancanza di certezze, sembra di essere tornati ai metodi del Conte due: balletti di cifre, ipotesi, interpretazioni. Su questo tema, pensando al nuovo anno scolastico, si sono espressi anche i presidi, attraverso Antonello Giannelli, presidente della loro associazione «Se a settembre si vorrà tornare con tutti gli studenti, si dovrà abolire il limite del metro per il distanziamento». Resta tuttavia un mistero doloroso: considerando che la prima chiusura delle scuole è avvenuta a fine febbraio del 2020, possibile che14 mesi dopo si sia ancora al punto di partenza? Ah già, nel frattempo però il governo Conte si era occupato dei banchi a rotelle…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-regioni-fanno-da-sponda-a-salvini-fan-delle-serrate-costretti-a-trattare-2652728616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mi-incateno-contro-il-coprifuoco" data-post-id="2652728616" data-published-at="1619116976" data-use-pagination="False"> «Mi incateno contro il coprifuoco» Dal coprifuoco all'ammazzacuoco ci corre un giro d'orologio. Tra le 22 e 23 passa il confine tra la vita e la morte per migliaia di imprese: dai bar ai parchi di divertimento, dagli alberghi ai teatri. Tutti contro il governo Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza che da queste categorie economiche è già stato ampiamente sfiduciato. E la tensione sale. Ci sono cuoche come Susanna Del Cipolla che cercano di ridere per non piangere e da Lucignano, borgo d'incanto dell'aretino, posta: «Neanche a Cenerentola è stata fatta una tale carognata: lei poteva tornare a mezzanotte». Su tutte le furie è una vera signora del teatro italiano, Lina Sastri: «Felice che i teatri possano riaprire? Ma come fanno a riaprire, con il coprifuoco? Chi lavora non può andare a vedere uno spettacolo nel pomeriggio e la sera non si farebbe in tempo a rientrare a casa, specie nelle grandi città; nelle arene, nei teatri antichi, negli spazi all'aperto, è difficile organizzare una recita con il sole che tramonta ben dopo le otto di sera». Le fa eco Gianmarco Mazzi, amministratore e direttore artistico dell'Arena di Verona: «Il coprifuoco alle 22 come stabilito dal governo è una sentenza di morte per il mondo dello spettacolo dal vivo . È una decisione illogica, abbiano allora il coraggio di dirci che le arene devono rimanere chiuse. Stavolta non rimarremo in silenzio. Se sarà necessario, io, il sindaco di Verona e magari anche Il Volo, ci incateneremo, come mi invitava a fare Dario Fo per far valere le proprie ragioni». Poi Mazzi avanza una proposta, condivisa da tutti i gestori dei teatri e anche dai ristoratori: «Il biglietto di un concerto, con data, nominativo, orario di inizio e di fine dell'evento valga come autocertificazione per tornare a casa». È la stessa proposta che avanza Paolo Bianchini, leader del Mio (Movimento imprese ospitalità di Federturismo) che ha animato le proteste dei ristornati a Roma: «Il coprifuoco è un'aberrazione considerando che il Comitato tecnico scientifico non si è affatto pronunciato per queste restrizioni. Bisogna trovare delle soluzioni o il comparto è morto: ad esempio facciamo sì che l'orario della ricevuta fiscale valga da lasciapassare». La ristorazione, i pubblici esercizi sono i più delusi e più colpiti. Il presidente della Fipe Confcommercio, la maggiore organizzazione di settore, Lino Enrico Stopani mette in mora il governo: «Il coprifuoco alle 22 addirittura fino al 31 luglio è scientificamente e socialmente incomprensibile e incoerente con le finalità che si propone: comprime orari e favorisce comportamenti disordinati e opposti. Le chiusure devono essere accompagnate da sostegni equi, come peraltro suggerito dalla stessa Banca d'Italia. Abbiamo già pagato con oltre 22.000 imprese chiuse nel 2020, la perdita di 250.000 posti di lavoro e ingentissimi danni economici». Sta andando in crisi tutta la filiera. La Coldiretti è tornata a chiedere sostegni anche per il comparto agricolo. Il vino, con le chiusure di questi mesi, ha perso dall'inizio dell'anno un altro miliardo di fatturato. Chi teme un danno a lento rilascio è il comparto turistico. Il vicepresidente vicario di Federalberghi, Nicola Ferruggio, dalla Sicilia nota: «Proporre una stagione estiva a mezzo regime ci pone battuti in partenza rispetto ad altre mete estive che garantiscono aperture no limits, come molte destinazioni nel Mediterraneo». Durissima la protesta dell'Associazione Parchi Permanenti Italiani. Il presidente Giuseppe Ira imputa a Mario Draghi un'inaccettabile disparità di trattamento: «Posticipare l'apertura al primo luglio non ha senso né è corroborata da prove scientifiche. I nostri parchi sono tutti all'aperto: riaprono i giardini pubblici, ma non noi; riaprono le piscine, ma non i parchi acquatici. Ci appelliamo anche al ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Nel 2020 il 20% dei parchi ha rinunciato all'apertura e si sono persi 10.000 posti di lavoro stagionali. Ora può darsi che non riapra più». C'è davvero un clima da coprifuoco.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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