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2021-04-23
Le Regioni fanno da sponda a Salvini. Fan delle serrate costretti a trattare
Matteo Salvini (Ansa)
Lo storytelling immaginato dagli anti-Salvini, diremmo dai «salvinofobi» in servizio permanente effettivo, era fin troppo chiaro: il leader leghista descritto come una specie di piromane, in una mano un fiammifero e nell'altra una tanica di benzina, pronto a destabilizzare e minacciare il governo. E tuttavia - ecco la «narrazione» che era stata preparata l'altra sera - un Salvini sostanzialmente isolato, laterale, non in grado di dar seguito alle sue richieste. Sono bastate poche ore per smontare questa versione delle cose. E non solo perché plurime rilevazioni attestano che una quota significativa dell'opinione pubblica italiana non apprezza le restrizioni e il coprifuoco, ma perché - a ben vedere - le stesse richieste di Salvini vengono dalle Regioni, che non si sono fatte ridurre al silenzio dalle decisioni del governo di trentasei ore fa. Il primo a farsi vivo, ieri sul Corriere, è stato Luca Zaia. Duro sul metodo: «Le linee guida sono state presentate all'unanimità dalle regioni, di destra e di sinistra».
E chiarissimo nel merito, in particolare sui rischi per il turismo: «Chi viene in Italia se sa che c'è il coprifuoco? E ancora: non ci sono certezze sulle quarantene e gli obblighi a carico dei turisti. Se il mondo pensa che qui sia tutto chiuso, andrà in Grecia». A rincarare la dose ha provveduto ieri il presidente della Conferenza delle regioni, Massimiliano Fedriga, che ha sollevato due temi distinti. Per un verso il coprifuoco (le regioni chiedevano lo slittamento alle 23, come minimo segno di attenzione per la ristorazione), e per altro verso la scuola, questione su cui il governo ha elevato la didattica in presenza al 70% (contro il 60% fissato nel precedente accordo con le regioni). E Fedriga ha reagito con nettezza: «Aver cambiato un accordo siglato con Conferenza delle regioni, Anci e Upi è un precedente molto grave che non credo ci sia mai stato. Gli accordi si possono cambiare ma riconvocando chi quegli accordi li ha presi. Si è incrinata la leale collaborazione tra stato e regioni». Anche a RadioRai Fedriga ha insistito: «Si rischia un cortocircuito tra le istituzioni in un momento in cui serve coerenza». E del resto, se il Cdm se l'è sentita di cambiare l'intesa con le regioni, non si capisce perché invece sia stato rigidissimo (tornando alle richieste di Salvini) nel non voler modificare l'accordo su orari e calendari ipotizzato la settimana prima in cabina di regia. A meno di ritenere che Draghi e i suoi consiglieri credano a uno sproposito giuridico e politico: e cioè che il Cdm sia un mero luogo di ratifica delle intese informali avvenute nella cabina di regia (che, istituzionalmente parlando, non si sa cosa sia e cosa rappresenti).
Sta di fatto che Fedriga ha riconvocato i suoi colleghi governatori, e tutti insieme hanno scritto a Draghi ribadendo le richieste (su coprifuoco e scuola) e chiedendo un nuovo incontro prima della pubblicazione del decreto. In termini politici, Fedriga si è anche detto convinto (il che appare ragionevole a molti osservatori) che «nelle prossime settimane ci possa essere una revisione di questo decreto». Anche per Emiliano, governatore dem della Puglia, il coprifuoco alle 22, a luglio, «è una cosa senza senso che rischia di distruggere il nostro turismo».
Pressato dall'iniziativa dei governatori, il governo ha accusato il colpo. Mariastella Gelmini, che destando notevole sconcerto aveva nei giorni scorsi difeso il coprifuoco alle 22 depotenziando la spinta del centrodestra per modificarlo, ieri a Telelombardia ha cercato di tendere la mano: «Il fatto che nel testo del decreto non sia stato riprogrammato il coprifuoco, non significa che durerà fino al 31 luglio. Questa è una lettura distorta del provvedimento». E ancora: «Sono assolutamente certa che presto il coprifuoco sarà solo un brutto ricordo. È lo stesso decreto a dirlo, precisando che il Cdm potrà intervenire nelle prossime settimane, con tagliandi periodici al dl, modificando sia le regole per le riaperture che gli orari del coprifuoco». Si tratta tuttavia di una toppa che non copre il buco. Se tutti sono convinti che la norma sul coprifuoco salterà o sarà modificata, l'impuntatura dell'altra sera - di tutta evidenza - è stata solo un modo per non darla vinta a Salvini. Ma è serio un governo che tiene sequestrati gli italiani per non dare partita vinta a uno dei partiti che lo sostiene? La Gelmini ha cercato di attenuare lo scontro pure sulla scuola: «Il presidente Draghi ha chiesto di fare uno sforzo ulteriore (ndr: rispetto al 60%). Nel decreto ci sarà scritto 70%: ma non metteremo a rischio nessuno. Se non sarà possibile assicurare queste quote, regioni ed enti locali potranno derogare». In serata fonti governative hanno ipotizzato il rientro in classe da lunedì di uno studente su due: «Regioni ed enti locali possono derogare al massimo al 50%, mai al di sotto». In mancanza di certezze, sembra di essere tornati ai metodi del Conte due: balletti di cifre, ipotesi, interpretazioni. Su questo tema, pensando al nuovo anno scolastico, si sono espressi anche i presidi, attraverso Antonello Giannelli, presidente della loro associazione «Se a settembre si vorrà tornare con tutti gli studenti, si dovrà abolire il limite del metro per il distanziamento». Resta tuttavia un mistero doloroso: considerando che la prima chiusura delle scuole è avvenuta a fine febbraio del 2020, possibile che14 mesi dopo si sia ancora al punto di partenza? Ah già, nel frattempo però il governo Conte si era occupato dei banchi a rotelle…
«Mi incateno contro il coprifuoco»
Dal coprifuoco all'ammazzacuoco ci corre un giro d'orologio. Tra le 22 e 23 passa il confine tra la vita e la morte per migliaia di imprese: dai bar ai parchi di divertimento, dagli alberghi ai teatri. Tutti contro il governo Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza che da queste categorie economiche è già stato ampiamente sfiduciato. E la tensione sale. Ci sono cuoche come Susanna Del Cipolla che cercano di ridere per non piangere e da Lucignano, borgo d'incanto dell'aretino, posta: «Neanche a Cenerentola è stata fatta una tale carognata: lei poteva tornare a mezzanotte». Su tutte le furie è una vera signora del teatro italiano, Lina Sastri: «Felice che i teatri possano riaprire? Ma come fanno a riaprire, con il coprifuoco? Chi lavora non può andare a vedere uno spettacolo nel pomeriggio e la sera non si farebbe in tempo a rientrare a casa, specie nelle grandi città; nelle arene, nei teatri antichi, negli spazi all'aperto, è difficile organizzare una recita con il sole che tramonta ben dopo le otto di sera». Le fa eco Gianmarco Mazzi, amministratore e direttore artistico dell'Arena di Verona: «Il coprifuoco alle 22 come stabilito dal governo è una sentenza di morte per il mondo dello spettacolo dal vivo . È una decisione illogica, abbiano allora il coraggio di dirci che le arene devono rimanere chiuse. Stavolta non rimarremo in silenzio. Se sarà necessario, io, il sindaco di Verona e magari anche Il Volo, ci incateneremo, come mi invitava a fare Dario Fo per far valere le proprie ragioni». Poi Mazzi avanza una proposta, condivisa da tutti i gestori dei teatri e anche dai ristoratori: «Il biglietto di un concerto, con data, nominativo, orario di inizio e di fine dell'evento valga come autocertificazione per tornare a casa». È la stessa proposta che avanza Paolo Bianchini, leader del Mio (Movimento imprese ospitalità di Federturismo) che ha animato le proteste dei ristornati a Roma: «Il coprifuoco è un'aberrazione considerando che il Comitato tecnico scientifico non si è affatto pronunciato per queste restrizioni. Bisogna trovare delle soluzioni o il comparto è morto: ad esempio facciamo sì che l'orario della ricevuta fiscale valga da lasciapassare». La ristorazione, i pubblici esercizi sono i più delusi e più colpiti. Il presidente della Fipe Confcommercio, la maggiore organizzazione di settore, Lino Enrico Stopani mette in mora il governo: «Il coprifuoco alle 22 addirittura fino al 31 luglio è scientificamente e socialmente incomprensibile e incoerente con le finalità che si propone: comprime orari e favorisce comportamenti disordinati e opposti. Le chiusure devono essere accompagnate da sostegni equi, come peraltro suggerito dalla stessa Banca d'Italia. Abbiamo già pagato con oltre 22.000 imprese chiuse nel 2020, la perdita di 250.000 posti di lavoro e ingentissimi danni economici». Sta andando in crisi tutta la filiera. La Coldiretti è tornata a chiedere sostegni anche per il comparto agricolo. Il vino, con le chiusure di questi mesi, ha perso dall'inizio dell'anno un altro miliardo di fatturato. Chi teme un danno a lento rilascio è il comparto turistico. Il vicepresidente vicario di Federalberghi, Nicola Ferruggio, dalla Sicilia nota: «Proporre una stagione estiva a mezzo regime ci pone battuti in partenza rispetto ad altre mete estive che garantiscono aperture no limits, come molte destinazioni nel Mediterraneo». Durissima la protesta dell'Associazione Parchi Permanenti Italiani. Il presidente Giuseppe Ira imputa a Mario Draghi un'inaccettabile disparità di trattamento: «Posticipare l'apertura al primo luglio non ha senso né è corroborata da prove scientifiche. I nostri parchi sono tutti all'aperto: riaprono i giardini pubblici, ma non noi; riaprono le piscine, ma non i parchi acquatici. Ci appelliamo anche al ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Nel 2020 il 20% dei parchi ha rinunciato all'apertura e si sono persi 10.000 posti di lavoro stagionali. Ora può darsi che non riapra più». C'è davvero un clima da coprifuoco.
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Appoggio trasversale alla Lega dai governatori, contrari al rientro alle 22. Michele Emiliano (Pd): «Turismo a rischio». Duro Massimiliano Fedriga sulla scuola: «Accordo cambiato senza dircelo. Incrinata la leale collaborazione con il governo».Il direttore dell'Arena di Verona: «Mantenere la restrizione è una condanna a morte». Esercenti, teatri e parchi tematici si appellano a Mario Draghi e Massimo Garavaglia per poter riaprire.Lo speciale contiene due articoli.Lo storytelling immaginato dagli anti-Salvini, diremmo dai «salvinofobi» in servizio permanente effettivo, era fin troppo chiaro: il leader leghista descritto come una specie di piromane, in una mano un fiammifero e nell'altra una tanica di benzina, pronto a destabilizzare e minacciare il governo. E tuttavia - ecco la «narrazione» che era stata preparata l'altra sera - un Salvini sostanzialmente isolato, laterale, non in grado di dar seguito alle sue richieste. Sono bastate poche ore per smontare questa versione delle cose. E non solo perché plurime rilevazioni attestano che una quota significativa dell'opinione pubblica italiana non apprezza le restrizioni e il coprifuoco, ma perché - a ben vedere - le stesse richieste di Salvini vengono dalle Regioni, che non si sono fatte ridurre al silenzio dalle decisioni del governo di trentasei ore fa. Il primo a farsi vivo, ieri sul Corriere, è stato Luca Zaia. Duro sul metodo: «Le linee guida sono state presentate all'unanimità dalle regioni, di destra e di sinistra». E chiarissimo nel merito, in particolare sui rischi per il turismo: «Chi viene in Italia se sa che c'è il coprifuoco? E ancora: non ci sono certezze sulle quarantene e gli obblighi a carico dei turisti. Se il mondo pensa che qui sia tutto chiuso, andrà in Grecia». A rincarare la dose ha provveduto ieri il presidente della Conferenza delle regioni, Massimiliano Fedriga, che ha sollevato due temi distinti. Per un verso il coprifuoco (le regioni chiedevano lo slittamento alle 23, come minimo segno di attenzione per la ristorazione), e per altro verso la scuola, questione su cui il governo ha elevato la didattica in presenza al 70% (contro il 60% fissato nel precedente accordo con le regioni). E Fedriga ha reagito con nettezza: «Aver cambiato un accordo siglato con Conferenza delle regioni, Anci e Upi è un precedente molto grave che non credo ci sia mai stato. Gli accordi si possono cambiare ma riconvocando chi quegli accordi li ha presi. Si è incrinata la leale collaborazione tra stato e regioni». Anche a RadioRai Fedriga ha insistito: «Si rischia un cortocircuito tra le istituzioni in un momento in cui serve coerenza». E del resto, se il Cdm se l'è sentita di cambiare l'intesa con le regioni, non si capisce perché invece sia stato rigidissimo (tornando alle richieste di Salvini) nel non voler modificare l'accordo su orari e calendari ipotizzato la settimana prima in cabina di regia. A meno di ritenere che Draghi e i suoi consiglieri credano a uno sproposito giuridico e politico: e cioè che il Cdm sia un mero luogo di ratifica delle intese informali avvenute nella cabina di regia (che, istituzionalmente parlando, non si sa cosa sia e cosa rappresenti). Sta di fatto che Fedriga ha riconvocato i suoi colleghi governatori, e tutti insieme hanno scritto a Draghi ribadendo le richieste (su coprifuoco e scuola) e chiedendo un nuovo incontro prima della pubblicazione del decreto. In termini politici, Fedriga si è anche detto convinto (il che appare ragionevole a molti osservatori) che «nelle prossime settimane ci possa essere una revisione di questo decreto». Anche per Emiliano, governatore dem della Puglia, il coprifuoco alle 22, a luglio, «è una cosa senza senso che rischia di distruggere il nostro turismo». Pressato dall'iniziativa dei governatori, il governo ha accusato il colpo. Mariastella Gelmini, che destando notevole sconcerto aveva nei giorni scorsi difeso il coprifuoco alle 22 depotenziando la spinta del centrodestra per modificarlo, ieri a Telelombardia ha cercato di tendere la mano: «Il fatto che nel testo del decreto non sia stato riprogrammato il coprifuoco, non significa che durerà fino al 31 luglio. Questa è una lettura distorta del provvedimento». E ancora: «Sono assolutamente certa che presto il coprifuoco sarà solo un brutto ricordo. È lo stesso decreto a dirlo, precisando che il Cdm potrà intervenire nelle prossime settimane, con tagliandi periodici al dl, modificando sia le regole per le riaperture che gli orari del coprifuoco». Si tratta tuttavia di una toppa che non copre il buco. Se tutti sono convinti che la norma sul coprifuoco salterà o sarà modificata, l'impuntatura dell'altra sera - di tutta evidenza - è stata solo un modo per non darla vinta a Salvini. Ma è serio un governo che tiene sequestrati gli italiani per non dare partita vinta a uno dei partiti che lo sostiene? La Gelmini ha cercato di attenuare lo scontro pure sulla scuola: «Il presidente Draghi ha chiesto di fare uno sforzo ulteriore (ndr: rispetto al 60%). Nel decreto ci sarà scritto 70%: ma non metteremo a rischio nessuno. Se non sarà possibile assicurare queste quote, regioni ed enti locali potranno derogare». In serata fonti governative hanno ipotizzato il rientro in classe da lunedì di uno studente su due: «Regioni ed enti locali possono derogare al massimo al 50%, mai al di sotto». In mancanza di certezze, sembra di essere tornati ai metodi del Conte due: balletti di cifre, ipotesi, interpretazioni. Su questo tema, pensando al nuovo anno scolastico, si sono espressi anche i presidi, attraverso Antonello Giannelli, presidente della loro associazione «Se a settembre si vorrà tornare con tutti gli studenti, si dovrà abolire il limite del metro per il distanziamento». Resta tuttavia un mistero doloroso: considerando che la prima chiusura delle scuole è avvenuta a fine febbraio del 2020, possibile che14 mesi dopo si sia ancora al punto di partenza? Ah già, nel frattempo però il governo Conte si era occupato dei banchi a rotelle…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-regioni-fanno-da-sponda-a-salvini-fan-delle-serrate-costretti-a-trattare-2652728616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mi-incateno-contro-il-coprifuoco" data-post-id="2652728616" data-published-at="1619116976" data-use-pagination="False"> «Mi incateno contro il coprifuoco» Dal coprifuoco all'ammazzacuoco ci corre un giro d'orologio. Tra le 22 e 23 passa il confine tra la vita e la morte per migliaia di imprese: dai bar ai parchi di divertimento, dagli alberghi ai teatri. Tutti contro il governo Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza che da queste categorie economiche è già stato ampiamente sfiduciato. E la tensione sale. Ci sono cuoche come Susanna Del Cipolla che cercano di ridere per non piangere e da Lucignano, borgo d'incanto dell'aretino, posta: «Neanche a Cenerentola è stata fatta una tale carognata: lei poteva tornare a mezzanotte». Su tutte le furie è una vera signora del teatro italiano, Lina Sastri: «Felice che i teatri possano riaprire? Ma come fanno a riaprire, con il coprifuoco? Chi lavora non può andare a vedere uno spettacolo nel pomeriggio e la sera non si farebbe in tempo a rientrare a casa, specie nelle grandi città; nelle arene, nei teatri antichi, negli spazi all'aperto, è difficile organizzare una recita con il sole che tramonta ben dopo le otto di sera». Le fa eco Gianmarco Mazzi, amministratore e direttore artistico dell'Arena di Verona: «Il coprifuoco alle 22 come stabilito dal governo è una sentenza di morte per il mondo dello spettacolo dal vivo . È una decisione illogica, abbiano allora il coraggio di dirci che le arene devono rimanere chiuse. Stavolta non rimarremo in silenzio. Se sarà necessario, io, il sindaco di Verona e magari anche Il Volo, ci incateneremo, come mi invitava a fare Dario Fo per far valere le proprie ragioni». Poi Mazzi avanza una proposta, condivisa da tutti i gestori dei teatri e anche dai ristoratori: «Il biglietto di un concerto, con data, nominativo, orario di inizio e di fine dell'evento valga come autocertificazione per tornare a casa». È la stessa proposta che avanza Paolo Bianchini, leader del Mio (Movimento imprese ospitalità di Federturismo) che ha animato le proteste dei ristornati a Roma: «Il coprifuoco è un'aberrazione considerando che il Comitato tecnico scientifico non si è affatto pronunciato per queste restrizioni. Bisogna trovare delle soluzioni o il comparto è morto: ad esempio facciamo sì che l'orario della ricevuta fiscale valga da lasciapassare». La ristorazione, i pubblici esercizi sono i più delusi e più colpiti. Il presidente della Fipe Confcommercio, la maggiore organizzazione di settore, Lino Enrico Stopani mette in mora il governo: «Il coprifuoco alle 22 addirittura fino al 31 luglio è scientificamente e socialmente incomprensibile e incoerente con le finalità che si propone: comprime orari e favorisce comportamenti disordinati e opposti. Le chiusure devono essere accompagnate da sostegni equi, come peraltro suggerito dalla stessa Banca d'Italia. Abbiamo già pagato con oltre 22.000 imprese chiuse nel 2020, la perdita di 250.000 posti di lavoro e ingentissimi danni economici». Sta andando in crisi tutta la filiera. La Coldiretti è tornata a chiedere sostegni anche per il comparto agricolo. Il vino, con le chiusure di questi mesi, ha perso dall'inizio dell'anno un altro miliardo di fatturato. Chi teme un danno a lento rilascio è il comparto turistico. Il vicepresidente vicario di Federalberghi, Nicola Ferruggio, dalla Sicilia nota: «Proporre una stagione estiva a mezzo regime ci pone battuti in partenza rispetto ad altre mete estive che garantiscono aperture no limits, come molte destinazioni nel Mediterraneo». Durissima la protesta dell'Associazione Parchi Permanenti Italiani. Il presidente Giuseppe Ira imputa a Mario Draghi un'inaccettabile disparità di trattamento: «Posticipare l'apertura al primo luglio non ha senso né è corroborata da prove scientifiche. I nostri parchi sono tutti all'aperto: riaprono i giardini pubblici, ma non noi; riaprono le piscine, ma non i parchi acquatici. Ci appelliamo anche al ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Nel 2020 il 20% dei parchi ha rinunciato all'apertura e si sono persi 10.000 posti di lavoro stagionali. Ora può darsi che non riapra più». C'è davvero un clima da coprifuoco.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.