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2021-04-23
Le Regioni fanno da sponda a Salvini. Fan delle serrate costretti a trattare
Matteo Salvini (Ansa)
Lo storytelling immaginato dagli anti-Salvini, diremmo dai «salvinofobi» in servizio permanente effettivo, era fin troppo chiaro: il leader leghista descritto come una specie di piromane, in una mano un fiammifero e nell'altra una tanica di benzina, pronto a destabilizzare e minacciare il governo. E tuttavia - ecco la «narrazione» che era stata preparata l'altra sera - un Salvini sostanzialmente isolato, laterale, non in grado di dar seguito alle sue richieste. Sono bastate poche ore per smontare questa versione delle cose. E non solo perché plurime rilevazioni attestano che una quota significativa dell'opinione pubblica italiana non apprezza le restrizioni e il coprifuoco, ma perché - a ben vedere - le stesse richieste di Salvini vengono dalle Regioni, che non si sono fatte ridurre al silenzio dalle decisioni del governo di trentasei ore fa. Il primo a farsi vivo, ieri sul Corriere, è stato Luca Zaia. Duro sul metodo: «Le linee guida sono state presentate all'unanimità dalle regioni, di destra e di sinistra».
E chiarissimo nel merito, in particolare sui rischi per il turismo: «Chi viene in Italia se sa che c'è il coprifuoco? E ancora: non ci sono certezze sulle quarantene e gli obblighi a carico dei turisti. Se il mondo pensa che qui sia tutto chiuso, andrà in Grecia». A rincarare la dose ha provveduto ieri il presidente della Conferenza delle regioni, Massimiliano Fedriga, che ha sollevato due temi distinti. Per un verso il coprifuoco (le regioni chiedevano lo slittamento alle 23, come minimo segno di attenzione per la ristorazione), e per altro verso la scuola, questione su cui il governo ha elevato la didattica in presenza al 70% (contro il 60% fissato nel precedente accordo con le regioni). E Fedriga ha reagito con nettezza: «Aver cambiato un accordo siglato con Conferenza delle regioni, Anci e Upi è un precedente molto grave che non credo ci sia mai stato. Gli accordi si possono cambiare ma riconvocando chi quegli accordi li ha presi. Si è incrinata la leale collaborazione tra stato e regioni». Anche a RadioRai Fedriga ha insistito: «Si rischia un cortocircuito tra le istituzioni in un momento in cui serve coerenza». E del resto, se il Cdm se l'è sentita di cambiare l'intesa con le regioni, non si capisce perché invece sia stato rigidissimo (tornando alle richieste di Salvini) nel non voler modificare l'accordo su orari e calendari ipotizzato la settimana prima in cabina di regia. A meno di ritenere che Draghi e i suoi consiglieri credano a uno sproposito giuridico e politico: e cioè che il Cdm sia un mero luogo di ratifica delle intese informali avvenute nella cabina di regia (che, istituzionalmente parlando, non si sa cosa sia e cosa rappresenti).
Sta di fatto che Fedriga ha riconvocato i suoi colleghi governatori, e tutti insieme hanno scritto a Draghi ribadendo le richieste (su coprifuoco e scuola) e chiedendo un nuovo incontro prima della pubblicazione del decreto. In termini politici, Fedriga si è anche detto convinto (il che appare ragionevole a molti osservatori) che «nelle prossime settimane ci possa essere una revisione di questo decreto». Anche per Emiliano, governatore dem della Puglia, il coprifuoco alle 22, a luglio, «è una cosa senza senso che rischia di distruggere il nostro turismo».
Pressato dall'iniziativa dei governatori, il governo ha accusato il colpo. Mariastella Gelmini, che destando notevole sconcerto aveva nei giorni scorsi difeso il coprifuoco alle 22 depotenziando la spinta del centrodestra per modificarlo, ieri a Telelombardia ha cercato di tendere la mano: «Il fatto che nel testo del decreto non sia stato riprogrammato il coprifuoco, non significa che durerà fino al 31 luglio. Questa è una lettura distorta del provvedimento». E ancora: «Sono assolutamente certa che presto il coprifuoco sarà solo un brutto ricordo. È lo stesso decreto a dirlo, precisando che il Cdm potrà intervenire nelle prossime settimane, con tagliandi periodici al dl, modificando sia le regole per le riaperture che gli orari del coprifuoco». Si tratta tuttavia di una toppa che non copre il buco. Se tutti sono convinti che la norma sul coprifuoco salterà o sarà modificata, l'impuntatura dell'altra sera - di tutta evidenza - è stata solo un modo per non darla vinta a Salvini. Ma è serio un governo che tiene sequestrati gli italiani per non dare partita vinta a uno dei partiti che lo sostiene? La Gelmini ha cercato di attenuare lo scontro pure sulla scuola: «Il presidente Draghi ha chiesto di fare uno sforzo ulteriore (ndr: rispetto al 60%). Nel decreto ci sarà scritto 70%: ma non metteremo a rischio nessuno. Se non sarà possibile assicurare queste quote, regioni ed enti locali potranno derogare». In serata fonti governative hanno ipotizzato il rientro in classe da lunedì di uno studente su due: «Regioni ed enti locali possono derogare al massimo al 50%, mai al di sotto». In mancanza di certezze, sembra di essere tornati ai metodi del Conte due: balletti di cifre, ipotesi, interpretazioni. Su questo tema, pensando al nuovo anno scolastico, si sono espressi anche i presidi, attraverso Antonello Giannelli, presidente della loro associazione «Se a settembre si vorrà tornare con tutti gli studenti, si dovrà abolire il limite del metro per il distanziamento». Resta tuttavia un mistero doloroso: considerando che la prima chiusura delle scuole è avvenuta a fine febbraio del 2020, possibile che14 mesi dopo si sia ancora al punto di partenza? Ah già, nel frattempo però il governo Conte si era occupato dei banchi a rotelle…
«Mi incateno contro il coprifuoco»
Dal coprifuoco all'ammazzacuoco ci corre un giro d'orologio. Tra le 22 e 23 passa il confine tra la vita e la morte per migliaia di imprese: dai bar ai parchi di divertimento, dagli alberghi ai teatri. Tutti contro il governo Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza che da queste categorie economiche è già stato ampiamente sfiduciato. E la tensione sale. Ci sono cuoche come Susanna Del Cipolla che cercano di ridere per non piangere e da Lucignano, borgo d'incanto dell'aretino, posta: «Neanche a Cenerentola è stata fatta una tale carognata: lei poteva tornare a mezzanotte». Su tutte le furie è una vera signora del teatro italiano, Lina Sastri: «Felice che i teatri possano riaprire? Ma come fanno a riaprire, con il coprifuoco? Chi lavora non può andare a vedere uno spettacolo nel pomeriggio e la sera non si farebbe in tempo a rientrare a casa, specie nelle grandi città; nelle arene, nei teatri antichi, negli spazi all'aperto, è difficile organizzare una recita con il sole che tramonta ben dopo le otto di sera». Le fa eco Gianmarco Mazzi, amministratore e direttore artistico dell'Arena di Verona: «Il coprifuoco alle 22 come stabilito dal governo è una sentenza di morte per il mondo dello spettacolo dal vivo . È una decisione illogica, abbiano allora il coraggio di dirci che le arene devono rimanere chiuse. Stavolta non rimarremo in silenzio. Se sarà necessario, io, il sindaco di Verona e magari anche Il Volo, ci incateneremo, come mi invitava a fare Dario Fo per far valere le proprie ragioni». Poi Mazzi avanza una proposta, condivisa da tutti i gestori dei teatri e anche dai ristoratori: «Il biglietto di un concerto, con data, nominativo, orario di inizio e di fine dell'evento valga come autocertificazione per tornare a casa». È la stessa proposta che avanza Paolo Bianchini, leader del Mio (Movimento imprese ospitalità di Federturismo) che ha animato le proteste dei ristornati a Roma: «Il coprifuoco è un'aberrazione considerando che il Comitato tecnico scientifico non si è affatto pronunciato per queste restrizioni. Bisogna trovare delle soluzioni o il comparto è morto: ad esempio facciamo sì che l'orario della ricevuta fiscale valga da lasciapassare». La ristorazione, i pubblici esercizi sono i più delusi e più colpiti. Il presidente della Fipe Confcommercio, la maggiore organizzazione di settore, Lino Enrico Stopani mette in mora il governo: «Il coprifuoco alle 22 addirittura fino al 31 luglio è scientificamente e socialmente incomprensibile e incoerente con le finalità che si propone: comprime orari e favorisce comportamenti disordinati e opposti. Le chiusure devono essere accompagnate da sostegni equi, come peraltro suggerito dalla stessa Banca d'Italia. Abbiamo già pagato con oltre 22.000 imprese chiuse nel 2020, la perdita di 250.000 posti di lavoro e ingentissimi danni economici». Sta andando in crisi tutta la filiera. La Coldiretti è tornata a chiedere sostegni anche per il comparto agricolo. Il vino, con le chiusure di questi mesi, ha perso dall'inizio dell'anno un altro miliardo di fatturato. Chi teme un danno a lento rilascio è il comparto turistico. Il vicepresidente vicario di Federalberghi, Nicola Ferruggio, dalla Sicilia nota: «Proporre una stagione estiva a mezzo regime ci pone battuti in partenza rispetto ad altre mete estive che garantiscono aperture no limits, come molte destinazioni nel Mediterraneo». Durissima la protesta dell'Associazione Parchi Permanenti Italiani. Il presidente Giuseppe Ira imputa a Mario Draghi un'inaccettabile disparità di trattamento: «Posticipare l'apertura al primo luglio non ha senso né è corroborata da prove scientifiche. I nostri parchi sono tutti all'aperto: riaprono i giardini pubblici, ma non noi; riaprono le piscine, ma non i parchi acquatici. Ci appelliamo anche al ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Nel 2020 il 20% dei parchi ha rinunciato all'apertura e si sono persi 10.000 posti di lavoro stagionali. Ora può darsi che non riapra più». C'è davvero un clima da coprifuoco.
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Appoggio trasversale alla Lega dai governatori, contrari al rientro alle 22. Michele Emiliano (Pd): «Turismo a rischio». Duro Massimiliano Fedriga sulla scuola: «Accordo cambiato senza dircelo. Incrinata la leale collaborazione con il governo».Il direttore dell'Arena di Verona: «Mantenere la restrizione è una condanna a morte». Esercenti, teatri e parchi tematici si appellano a Mario Draghi e Massimo Garavaglia per poter riaprire.Lo speciale contiene due articoli.Lo storytelling immaginato dagli anti-Salvini, diremmo dai «salvinofobi» in servizio permanente effettivo, era fin troppo chiaro: il leader leghista descritto come una specie di piromane, in una mano un fiammifero e nell'altra una tanica di benzina, pronto a destabilizzare e minacciare il governo. E tuttavia - ecco la «narrazione» che era stata preparata l'altra sera - un Salvini sostanzialmente isolato, laterale, non in grado di dar seguito alle sue richieste. Sono bastate poche ore per smontare questa versione delle cose. E non solo perché plurime rilevazioni attestano che una quota significativa dell'opinione pubblica italiana non apprezza le restrizioni e il coprifuoco, ma perché - a ben vedere - le stesse richieste di Salvini vengono dalle Regioni, che non si sono fatte ridurre al silenzio dalle decisioni del governo di trentasei ore fa. Il primo a farsi vivo, ieri sul Corriere, è stato Luca Zaia. Duro sul metodo: «Le linee guida sono state presentate all'unanimità dalle regioni, di destra e di sinistra». E chiarissimo nel merito, in particolare sui rischi per il turismo: «Chi viene in Italia se sa che c'è il coprifuoco? E ancora: non ci sono certezze sulle quarantene e gli obblighi a carico dei turisti. Se il mondo pensa che qui sia tutto chiuso, andrà in Grecia». A rincarare la dose ha provveduto ieri il presidente della Conferenza delle regioni, Massimiliano Fedriga, che ha sollevato due temi distinti. Per un verso il coprifuoco (le regioni chiedevano lo slittamento alle 23, come minimo segno di attenzione per la ristorazione), e per altro verso la scuola, questione su cui il governo ha elevato la didattica in presenza al 70% (contro il 60% fissato nel precedente accordo con le regioni). E Fedriga ha reagito con nettezza: «Aver cambiato un accordo siglato con Conferenza delle regioni, Anci e Upi è un precedente molto grave che non credo ci sia mai stato. Gli accordi si possono cambiare ma riconvocando chi quegli accordi li ha presi. Si è incrinata la leale collaborazione tra stato e regioni». Anche a RadioRai Fedriga ha insistito: «Si rischia un cortocircuito tra le istituzioni in un momento in cui serve coerenza». E del resto, se il Cdm se l'è sentita di cambiare l'intesa con le regioni, non si capisce perché invece sia stato rigidissimo (tornando alle richieste di Salvini) nel non voler modificare l'accordo su orari e calendari ipotizzato la settimana prima in cabina di regia. A meno di ritenere che Draghi e i suoi consiglieri credano a uno sproposito giuridico e politico: e cioè che il Cdm sia un mero luogo di ratifica delle intese informali avvenute nella cabina di regia (che, istituzionalmente parlando, non si sa cosa sia e cosa rappresenti). Sta di fatto che Fedriga ha riconvocato i suoi colleghi governatori, e tutti insieme hanno scritto a Draghi ribadendo le richieste (su coprifuoco e scuola) e chiedendo un nuovo incontro prima della pubblicazione del decreto. In termini politici, Fedriga si è anche detto convinto (il che appare ragionevole a molti osservatori) che «nelle prossime settimane ci possa essere una revisione di questo decreto». Anche per Emiliano, governatore dem della Puglia, il coprifuoco alle 22, a luglio, «è una cosa senza senso che rischia di distruggere il nostro turismo». Pressato dall'iniziativa dei governatori, il governo ha accusato il colpo. Mariastella Gelmini, che destando notevole sconcerto aveva nei giorni scorsi difeso il coprifuoco alle 22 depotenziando la spinta del centrodestra per modificarlo, ieri a Telelombardia ha cercato di tendere la mano: «Il fatto che nel testo del decreto non sia stato riprogrammato il coprifuoco, non significa che durerà fino al 31 luglio. Questa è una lettura distorta del provvedimento». E ancora: «Sono assolutamente certa che presto il coprifuoco sarà solo un brutto ricordo. È lo stesso decreto a dirlo, precisando che il Cdm potrà intervenire nelle prossime settimane, con tagliandi periodici al dl, modificando sia le regole per le riaperture che gli orari del coprifuoco». Si tratta tuttavia di una toppa che non copre il buco. Se tutti sono convinti che la norma sul coprifuoco salterà o sarà modificata, l'impuntatura dell'altra sera - di tutta evidenza - è stata solo un modo per non darla vinta a Salvini. Ma è serio un governo che tiene sequestrati gli italiani per non dare partita vinta a uno dei partiti che lo sostiene? La Gelmini ha cercato di attenuare lo scontro pure sulla scuola: «Il presidente Draghi ha chiesto di fare uno sforzo ulteriore (ndr: rispetto al 60%). Nel decreto ci sarà scritto 70%: ma non metteremo a rischio nessuno. Se non sarà possibile assicurare queste quote, regioni ed enti locali potranno derogare». In serata fonti governative hanno ipotizzato il rientro in classe da lunedì di uno studente su due: «Regioni ed enti locali possono derogare al massimo al 50%, mai al di sotto». In mancanza di certezze, sembra di essere tornati ai metodi del Conte due: balletti di cifre, ipotesi, interpretazioni. Su questo tema, pensando al nuovo anno scolastico, si sono espressi anche i presidi, attraverso Antonello Giannelli, presidente della loro associazione «Se a settembre si vorrà tornare con tutti gli studenti, si dovrà abolire il limite del metro per il distanziamento». Resta tuttavia un mistero doloroso: considerando che la prima chiusura delle scuole è avvenuta a fine febbraio del 2020, possibile che14 mesi dopo si sia ancora al punto di partenza? Ah già, nel frattempo però il governo Conte si era occupato dei banchi a rotelle…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-regioni-fanno-da-sponda-a-salvini-fan-delle-serrate-costretti-a-trattare-2652728616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mi-incateno-contro-il-coprifuoco" data-post-id="2652728616" data-published-at="1619116976" data-use-pagination="False"> «Mi incateno contro il coprifuoco» Dal coprifuoco all'ammazzacuoco ci corre un giro d'orologio. Tra le 22 e 23 passa il confine tra la vita e la morte per migliaia di imprese: dai bar ai parchi di divertimento, dagli alberghi ai teatri. Tutti contro il governo Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza che da queste categorie economiche è già stato ampiamente sfiduciato. E la tensione sale. Ci sono cuoche come Susanna Del Cipolla che cercano di ridere per non piangere e da Lucignano, borgo d'incanto dell'aretino, posta: «Neanche a Cenerentola è stata fatta una tale carognata: lei poteva tornare a mezzanotte». Su tutte le furie è una vera signora del teatro italiano, Lina Sastri: «Felice che i teatri possano riaprire? Ma come fanno a riaprire, con il coprifuoco? Chi lavora non può andare a vedere uno spettacolo nel pomeriggio e la sera non si farebbe in tempo a rientrare a casa, specie nelle grandi città; nelle arene, nei teatri antichi, negli spazi all'aperto, è difficile organizzare una recita con il sole che tramonta ben dopo le otto di sera». Le fa eco Gianmarco Mazzi, amministratore e direttore artistico dell'Arena di Verona: «Il coprifuoco alle 22 come stabilito dal governo è una sentenza di morte per il mondo dello spettacolo dal vivo . È una decisione illogica, abbiano allora il coraggio di dirci che le arene devono rimanere chiuse. Stavolta non rimarremo in silenzio. Se sarà necessario, io, il sindaco di Verona e magari anche Il Volo, ci incateneremo, come mi invitava a fare Dario Fo per far valere le proprie ragioni». Poi Mazzi avanza una proposta, condivisa da tutti i gestori dei teatri e anche dai ristoratori: «Il biglietto di un concerto, con data, nominativo, orario di inizio e di fine dell'evento valga come autocertificazione per tornare a casa». È la stessa proposta che avanza Paolo Bianchini, leader del Mio (Movimento imprese ospitalità di Federturismo) che ha animato le proteste dei ristornati a Roma: «Il coprifuoco è un'aberrazione considerando che il Comitato tecnico scientifico non si è affatto pronunciato per queste restrizioni. Bisogna trovare delle soluzioni o il comparto è morto: ad esempio facciamo sì che l'orario della ricevuta fiscale valga da lasciapassare». La ristorazione, i pubblici esercizi sono i più delusi e più colpiti. Il presidente della Fipe Confcommercio, la maggiore organizzazione di settore, Lino Enrico Stopani mette in mora il governo: «Il coprifuoco alle 22 addirittura fino al 31 luglio è scientificamente e socialmente incomprensibile e incoerente con le finalità che si propone: comprime orari e favorisce comportamenti disordinati e opposti. Le chiusure devono essere accompagnate da sostegni equi, come peraltro suggerito dalla stessa Banca d'Italia. Abbiamo già pagato con oltre 22.000 imprese chiuse nel 2020, la perdita di 250.000 posti di lavoro e ingentissimi danni economici». Sta andando in crisi tutta la filiera. La Coldiretti è tornata a chiedere sostegni anche per il comparto agricolo. Il vino, con le chiusure di questi mesi, ha perso dall'inizio dell'anno un altro miliardo di fatturato. Chi teme un danno a lento rilascio è il comparto turistico. Il vicepresidente vicario di Federalberghi, Nicola Ferruggio, dalla Sicilia nota: «Proporre una stagione estiva a mezzo regime ci pone battuti in partenza rispetto ad altre mete estive che garantiscono aperture no limits, come molte destinazioni nel Mediterraneo». Durissima la protesta dell'Associazione Parchi Permanenti Italiani. Il presidente Giuseppe Ira imputa a Mario Draghi un'inaccettabile disparità di trattamento: «Posticipare l'apertura al primo luglio non ha senso né è corroborata da prove scientifiche. I nostri parchi sono tutti all'aperto: riaprono i giardini pubblici, ma non noi; riaprono le piscine, ma non i parchi acquatici. Ci appelliamo anche al ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Nel 2020 il 20% dei parchi ha rinunciato all'apertura e si sono persi 10.000 posti di lavoro stagionali. Ora può darsi che non riapra più». C'è davvero un clima da coprifuoco.
I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
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