2020-11-01
Nel riquadro il modulo di adesione alla manifestazione Più libri più liberi (Ansa)
Anche Paper First, casa editrice del «Fatto», rinuncia a sottoscrivere il documento. E non andrà alla kermesse Travaglio: «Il fascismo pretendeva giuramenti. Una democrazia che usi lo stesso trattamento non è più tale»
Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione italiana editori, risponde rapidamente e sorridendo: «E certo!». Lo abbiamo colto alla sprovvista con la nostra telefonata, e gli abbiamo domandato a bruciapelo: «Ma quindi nonostante tutte le polemiche il patentino antifascista per accedere alla fiera Più libri più liberi è ancora in vigore?». La risposta è appunto quella: «E certo». Cipolletta ci dice anche che sull’argomento non vuole intervenire. E rispettiamo la sua volontà, anche perché gli riconosciamo di aver avuto in passato posizioni molto apprezzabili. Mesi fa, quando esplose il delirio perché alla fiera editoriale romana era presente la casa editrice di destra Passaggio al bosco, il presidente tenne il punto, e rifiutò di procedere a epurazioni.
E proprio perché l’ultima volta non è stato possibile censurare, ecco che a questo giro i responsabili della fiera si sono inventati il patentino. Secondo il vertice dell’Aie si tratta del modulo di adesione alla manifestazione, che è stato inviato a tutte le case editrici interessate. Il problema è che di quel modulo, rispetto alle passate edizioni, sono state cambiate alcune parti, e viene fatta esplicita richiesta di «riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana». Facile: o ti dichiari antifa o resti fuori. Quel passaggio è rimasto identico nonostante numerose voci - a partire da quella della presidente del Consiglio - ne abbiano fatto notare nelle scorse settimane il piglio liberticida e il gusto per la mordacchia.
Cipolletta non vuole commentare, ripete che sul tema, dopo la pioggia di critiche, è stata aperta una riflessione. Anche altri operatori dell’Aie confermano: stiamo riflettendo. E sarà pure. Ma viene da chiedersi: quanto dura questa riflessione? Quanto si devono arrovellare gli editori? Il sospetto è che sperassero nemmeno troppo segretamente che dalla faccenda non si parlasse più. In effetti, dopo qualche giorno di furibonda polemica, altre grane hanno preso il sopravvento, a partire dal polverone sollevato dalle parole di Michele Mari sul torpedone del Premio Strega. Ieri però a riaccendere il fuoco ci ha pensato Marco Travaglio sul Fatto quotidiano. Nell’editoriale di prima pagina ha raccontato che Paper First, la casa editrice legata al giornale, ha ricevuto il famigerato modulo di adesione. Cioè il patentino antifascista.
Travaglio, con gesto che riscuote tutto il nostro apprezzamento, ha fatto sapere che non firmerà. Nel modulo, scrive il direttore del Fatto, si richiede non solo la dichiarazione di antifascismo, ma si impone agli editori di «impegnarsi a rispettare tutte le disposizioni di legge e i regolamenti... inclusi quelli in materia di diritto d’autore, pubblica sicurezza, prevenzione incendi, igiene e sicurezza sul lavoro...». Non è solo un patentino antifascista, dunque, ma pure un patentino antincendio. Travaglio, dunque, non firma per «sacro rispetto del senso del ridicolo». E aggiunge: «Siccome nessuna norma impone a privati cittadini, come gli editori, di essere democratici e antifascisti (e meno male, sennò chi lo è per scelta spontanea verrebbe accomunato a chi finge di esserlo per farla franca), l’obbligo di firma per presentare libri non ha senso. A meno che non miri a discriminare chi non si riconosce nella democrazia e nella Costituzione, cosa del tutto legittima per chi non ricopre né cerca cariche pubbliche». Conclusione feroce: «Era il fascismo che pretendeva dichiarazioni e giuramenti per discriminare gli antifascisti. Una democrazia che usi lo stesso trattamento a chi non vi si riconosce non è più tale: è, appunto, una nuova forma di fascismo».
Più che una nuova forma di fascismo a noi sembra di vedere una vecchia forma di comunismo, ma in fondo si tratta di sottigliezze. Il punto, semmai, è capire come sia possibile che non siano ancora stati presi provvedimenti. Giorgia Meloni è intervenuta due settimane fa circa sulla questione. Da allora alcuni editori coraggiosi, per primo Manuel Grillo di Settecolori, hanno dichiarato pubblicamente che non avrebbero firmato il modulo considerandolo assurdo e discriminatorio. Fior di intellettuali si sono espressi con vigore contro il patentino. Massimo Cacciari ha fatto sapere che non avrebbe più pubblicato per Adelphi se l’editore avesse approvato il modulo. Luciano Canfora ha demolito le tentazioni censorie degli organizzatori della fiera. Giuseppe Iannaccone, vertice del Centro per il libro e la lettura che finanzia con svariate decine di migliaia di euro la fiera ha detto al nostro giornale che se il patentino rimanesse forse si dovrebbe valutare un miglior impiego di quei fondi.
Eppure nulla si è davvero mosso. Giova ricordare che Più libri più liberi, rassegna organizzata dalla Associazione italiana editori, prende fondi pubblici dal ministero della Cultura tramite il suddetto Centro per il libro e la lettura, ma percepisce denaro anche dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e dalla Camera di Commercio di Roma. Domandiamo: il Comune di Roma approva il patentino? La Camera di commercio lo gradisce? Soprattutto: il ministero non dovrebbe esprimersi con chiarezza e determinazione? Forse qualche parola del ministro della Cultura sarebbe opportuna, e spingerebbe gli editori a ragionare più rapidamente. La riflessione l’hanno aperta, come no. Ma sarebbe anche ora di chiuderla, e alla svelta. Quel patentino è un insulto alla libertà e all’intelligenza, e che venga pagato con il nostro denaro è una ingiustizia a cui va posto rimedio prima di subito.
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Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
Salta il riassetto familiare, tegola che segue il ridimensionamento di Delfin nel risiko.
Chissà che cosa aveva previsto per Leonardo Maria Del Vecchio l’oroscopo di giugno di Paolo Fox. Difficilmente però gli avrebbe indicato che le sue ambizioni di diventare l’arbitro della finanza italiana sarebbero naufragate in poco più di venti giorni.
Prima l’intervento di Carlo Messina e Carlo Cimbri, rispettivamente a capo di Intesa e di Unipol, che gli hanno tolto centralità nel sistema bancario con l’Opas su Mps. Ora la madre e i fratelli che hanno bloccato il riassetto di Delfin, la holding di famiglia che doveva essere il trampolino di lancio di Leonardo Maria nell’alta finanza. Gli resta la presenza nei giornali. Poca cosa per le sue aspirazioni. Il riassetto di Delfin resta, infatti, impigliato nella tela dei suoi stessi equilibri.
La riunione del consiglio d’amministrazione della holding lussemburghese ha infatti fatto scattare lo stop che pesa più di una semplice frenata tecnica: è il segnale che il progetto di ricomposizione dell’eredità Del Vecchio, a quattro anni dalla scomparsa del fondatore, è ancora lontano da una sintesi condivisa. La proposta di Leonardo Maria di rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola e chiudere la lunga stagione dei contenziosi si è arenata proprio sul punto più sensibile: le condizioni legate al prestito da 11 miliardi necessario a finanziare il riassetto. Operazione non semplice: si trattava di dare un prestito alla cassaforte personale di Leonardo che, a sua volta, controllava una finanziaria. Un doppio salto mortale.
Non a caso il nodo della lettera di patronage richiesta alle banche ha fatto da detonatore. Il board di Delfin ha scelto di non firmare, spezzando di fatto l’architettura del cosiddetto «backstop» che avrebbe dovuto blindare l’operazione ed evitare qualsiasi ingresso esterno nel capitale della cassaforte da oltre 40 miliardi di patrimonio. Dentro c’è Essilux, e le partecipazioni in Generali, Unicredit, Mps e Covivio. Una struttura pensata per tenere tutto chiuso dentro il perimetro familiare. Dentro la stanza dei bottoni la frattura è stata netta: favorevoli il presidente Francesco Milleri e il notaio di famiglia Mario Notari, contrari l’amministratore delegato Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Una spaccatura che non è solo tecnica, ma politica nel senso pieno del termine: riguarda la governance, la fiducia e soprattutto la sostenibilità del maxi prestito da 11 miliardi.
La conseguenza è immediata: senza quel perno finanziario, il riassetto si allontana e si complica anche l’ipotesi di una chiusura ordinata dei rapporti tra gli eredi. Sul tavolo resta l’alternativa: sarebbe Delfin che liquida direttamente i suoi azionisti. Un’operazione da almeno 20 miliardi, difficilmente digeribile anche per una macchina finanziaria come Delfin, pur ricca di dividendi e linee di credito non utilizzate. Così il risiko si ribalta: da disegno di semplificazione a puzzle. Con un paradosso che aleggia sullo sfondo: la possibilità che il meccanismo si inceppi fino a riaprire scenari estremi, come quello della liquidazione di Delfin. Ipotesi lontana, quasi teorica. Così il risiko familiare assume una dinamica da partita a scacchi: ogni mossa moltiplica le variabili. Con il paradosso che la soluzione «ordinata» diventa, per definizione, la più difficile da mettere in sicurezza. Per ora, dunque, il riassetto resta in stand-by. Così come le ambizioni di Leonardo Maria.
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2026-06-27
Roma invasa da 25.000 Vespa: il più grande raduno della storia per gli 80 anni dell'icona italiana
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Partecipanti da 67 Paesi per quello che è stato il più grande raduno mai organizzato. Migliaia di persone hanno seguito la sfilata tra Colosseo e Fori Imperiali. La festa prosegue fino a domani al Vespa Village del Foro Italico.
L'articolo contiene una fotogallery.
Una lunga scia di scooter ha attraversato il centro della Capitale trasformando Roma in un museo a cielo aperto dedicato alla Vespa. Circa 25.000 esemplari, arrivati da 67 Paesi, hanno preso parte alla grande parata organizzata per celebrare gli 80 anni del marchio nato nel 1946, dando vita a quello che viene definito il più grande raduno mai realizzato.
Il momento più atteso della manifestazione Vespa Roma 2026 – 80 Years of an Icon è andato in scena nella mattinata di sabato. A dare il via al corteo è stato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, mentre in testa alla sfilata hanno sfilato i presidenti dei Vespa Club dei 67 Paesi rappresentati. Il percorso ha preso il via dalle Terme di Caracalla per poi attraversare alcuni dei luoghi simbolo della città: il Colosseo, Piazza Venezia, l'Altare della Patria e i Fori Imperiali.
Lungo il tragitto migliaia di persone si sono fermate ad applaudire, fotografare e riprendere il passaggio delle Vespa. Alla parata hanno partecipato modelli di ogni epoca, ripercorrendo ottant'anni di storia del celebre scooter italiano. Dai rarissimi esemplari della Vespa 98 del 1946 alle «faro basso» degli anni Cinquanta, passando per le VBB degli anni Sessanta, fino a modelli diventati simbolo come ET3, GTR, Rally e la PX. Presenti anche le più recenti Primavera e Gts, molte delle quali arrivate a Roma dopo lunghi viaggi percorsi su strada dai loro proprietari.
Le celebrazioni proseguiranno fino a domani al Vespa Village, allestito al Foro Italico. L'area ospita eventi aperti al pubblico, intrattenimento musicale con Radio Deejay, una mostra fotografica, una selezione di Vespa storiche provenienti dal Museo Piaggio, l'esposizione della gamma attuale e uno spazio dedicato alle collezioni realizzate per l'80° anniversario del marchio.
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Pierluigi Paracchi (Imagoeconomica)
Lunedì la resa dei conti: i soci storici sfidano Paracchi sul voto maggiorato, il cambio dell’oggetto sociale e l’acquisizione di Atc. Decisivi gli equilibri con San Raffaele e Cdp. Sullo sfondo la causa di Milano, la vertenza con Enea Tech e il paracadute al presidente.
Dalla cura del cancro alla vendita di armi. È questa la parabola di Genenta Science, società nata nel 2014 per sviluppare una terapia genica contro il glioblastoma, tra i tumori più aggressivi del cervello, e oggi impegnata nella costruzione di un gruppo attivo nella difesa, nell’aerospazio e nella sicurezza.
Il 29 giugno gli azionisti dovranno scegliere il nuovo consiglio di amministrazione e decidere se completare questa trasformazione. Alla lista guidata dal presidente Pierluigi Paracchi si contrappone quella di un gruppo di soci storici, che propone Riccardo Palmisano e contesta il voto maggiorato, il cambio dell’oggetto sociale e le operazioni realizzate nel settore militare. L’assemblea dovrà votare anche il cambio di denominazione in Saentra Forge e una delega quinquennale per raccogliere fino a 300 milioni di euro attraverso aumenti di capitale o obbligazioni convertibili, con la possibilità di emettere fino a 120 milioni di nuove azioni.
Genenta è nata intorno alla ricerca del professor Luigi Naldini e dell’Ospedale San Raffaele. Il progetto principale, Temferon, utilizza cellule staminali geneticamente modificate per trasportare interferone all’interno del microambiente tumorale. Dopo il glioblastoma, la piattaforma è stata estesa al carcinoma renale metastatico.
Nel 2021 la società si è quotata al Nasdaq a 11,50 dollari per azione, con Cdp Venture Capital tra gli investitori. Il San Raffaele è rimasto centrale sia sul piano scientifico sia su quello societario. Possiede poco più dell’8% del capitale, ma grazie al voto maggiorato dispone di circa un quinto dei diritti di voto.
Il passaggio decisivo avviene nel maggio 2024, quando Genenta introduce, su proposta di Paracchi, un sistema che attribuisce fino a dieci voti alle azioni possedute da lungo tempo. Il regolamento consente di considerare anche gli anni di possesso precedenti all’iscrizione nell’elenco speciale.
In questo modo Paracchi, pur detenendo una quota economica inferiore al 10%, arriva a controllare oltre la metà dei voti esistenti nell’assemblea del 29 ottobre 2025. In quella sede viene modificato l’oggetto sociale, estendendolo ai settori sottoposti alla normativa Golden Power, compresi difesa, aerospazio e cyber security. La maggioranza degli investitori, tuttavia, detiene Ads negoziate al Nasdaq. Per ottenere la maggiorazione, questi titoli devono essere trasformati in azioni ordinarie italiane, rinunciando alla loro diretta negoziabilità sul mercato americano.
La nuova strategia si intreccia con Fondazione Praexidia, presieduta da Paracchi e attiva nella difesa, nello spazio, nella sicurezza e nelle tecnologie dual use. Un accordo sottoscritto nel gennaio 2026 tra Paracchi, Praexidia e Genenta indicava che il presidente, grazie ai diritti maggiorati, controllava circa il 49% dei voti ed era in grado di incidere sulla nomina della maggioranza del consiglio.
Il 18 marzo alcuni soci hanno impugnato davanti al Tribunale di Milano sia la delibera sul voto maggiorato sia quella sul cambio dell’oggetto sociale, presentando anche richieste cautelari. La causa è ancora pendente e l’assemblea si terrà mentre la validità di queste modifiche resta sottoposta al vaglio del tribunale.
Il 4 maggio undici azionisti hanno inoltre formalizzato il proprio coordinamento alla Sec. Il gruppo deteneva circa il 23% del capitale e, grazie al voto maggiorato, oltre il 31% dei diritti di voto.
Nel frattempo altri soci si sono iscritti nell’elenco speciale, facendo salire il totale dei voti da circa 46 a oltre 92 milioni. Paracchi ha conservato gli stessi 22,7 milioni di voti, ma il suo peso è sceso da oltre il 54 a circa il 24,5%.
In questo contesto, con un azionariato spaccato in due, l’assemblea straordinaria convocata per il 25 marzo, che avrebbe dovuto approvare il cambio di nome in Saentra Forge, è stata revocata soltanto due giorni prima della data prevista.
Il principale investimento del nuovo corso è Atc Srl (Armi Tattiche Custom), produttrice di fucili tattici e sistemi per forze speciali. Dopo avere acquistato a gennaio il 19,5% per 1,275 milioni di euro, Genenta, nonostante la causa ancora pendente, ha modificato l’accordo che prevedeva l’acquisto di un ulteriore 31,5% di Atc e ha invece rilevato il restante 80,5% attraverso l’emissione di 24,6 milioni di nuove azioni a 0,39 euro ciascuna. I tre soci di Atc, Marco Spiga, Mattia Berardinetti e Gioacchino Specchi, arrivano così a detenere poco più della metà del capitale economico di Genenta. Resta decisivo, ma sembra facile capire quale lista sosterranno il 29 giugno.
Sul fronte finanziario pesa il contenzioso con Enea Tech. Genenta aveva ottenuto un prestito convertibile fino a 20 milioni di euro per Temferon, di cui 7,5 milioni già versati.
L’esito dell’assemblea dipenderà anche da San Raffaele e Cdp. Naldini si è schierato con i soci contestatori, ma l’ospedale, titolare delle licenze su Temferon e di circa un quinto dei voti, non ha preso posizione. Anche Cdp non ha ancora chiarito come intenda votare. Proprio due giorni fa Paracchi ha comunicato alla Sec che il 19 giugno ha stipulato a suo favore un bel paracadute di 12 mensilità più bonus. Sarà un segno di debolezza?
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