2020-11-01
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Come scolari bocciati dal maestro, gli attuali leader, a cominciare da Elly Schlein, ringraziano il capo della Chiesa. L’unico che ricorda ai potenti, amici delle multinazionali, la portata devastante di questi nuovi strumenti.
Con l’Intelligenza artificiale è in gioco l’umanità dell’uomo. Dopo tante pubblicazioni a cavallo tra la banalità, il conformismo e l’ovvietà ci voleva Leone XIV per individuare con la lucidità di chi conosce le profondità dell’umano (mai dimenticare che è un agostiniano), ma conosce anche le potenzialità costruttrici e distruttrici della scienza e soprattutto delle sue applicazioni tecnico-informatiche (non dimenticare mai che questo Papa, prima che teologo, è laureato in matematica).
Il titolo dell’enciclica dice già tutto: Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale. Tutta l’enciclica è percorsa dal pensiero agostiniano ma ci piace in particolare sottolinearne quattro aspetti: l’amore e la passione per la verità che va cercata dentro l’essere umano, il valore e la dignità della persona umana - idea presente nei vari commenti di Agostino al Libro della Genesi -, la ricerca della giustizia, la fraternità universale sinonimo di pace e rifiuto della guerra. Nell’enciclica ci sono tre citazioni esplicite, e una implicita, tratte dalle opere dell’Ipponate. La prima dovrebbe essere nota a tutti i cattolici perché descrive l’essenza dell’essere umano e del suo desiderio e tormento per l’infinito: «Ci hai fatti, Signore, per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». (Confessioni, 1,1).
Perché è così importante questa citazione per affrontare un tema come quello dell’Intelligenza artificiale? Perché non è, e non sarà mai, possibile inserire la dimensione spirituale dell’uomo all’interno dell’Intelligenza artificiale: questo vorrebbe dire che nei robot c’è l’anima e l’anima dentro i robot non ci sarà mai. Non ci sarà mai la possibilità che un robot faccia quello che il cardinale beato John Henry Newman scelse come suo motto: «Cor ad cor loquitur», il cuore parla al cuore. Ormai con l’IA si possono creare «fidanzate» o «fidanzati» con cui dialogare; una volta fornite all’IA un po’ di informazioni su sé stessi, essa le elabora fino a intrattenere conversazioni alle quali molti si affidano per avere un uomo o una donna a cui parlare, attraverso cui fuggire alla propria solitudine.
Ho voluto fare questa esperienza spinto dalla trasmissione Fuori dal coro di Mario Giordano. È stata un’esperienza aberrante. Appena iniziata, la trovavo assurda, poi questa ironia si è trasformata in un’angoscia perché ho pensato a coloro che cascano in questa trappola costruita da uomini senza il senso dell’umanità, ma solo col senso del profitto. Un profitto basato su un mondo artificiale, entrati nel quale si viene risucchiati da una spirale che talora porta specie i più giovani alla dipendenza digitale fino alle estreme conseguenze.
Quel desiderio inappagabile, che solo Dio può appagare in modo totale, non può essere appagato neanche dal più profondo e sincero degli amori umani, neanche dalla sublimazione dell’arte, neanche dalla contemplazione delle bellezze della natura. Ecco perché la citazione del fondatore dell’Ordine cui appartiene Leone XIV coglie la sostanza del problema. Vi sono al mondo alcuni uomini molto potenti che posseggono questo strumento che può divenire devastante in quanto distruttore della vita reale a favore di una vita virtuale inesistente. Infatti, la vita spirituale esiste ma non si vede, mentre quella virtuale si vede ma non esiste.
Il pontefice, ex matematico statunitense, scrive cose che interpellano direttamente coloro che sono istituzionalmente responsabili della regolamentazione degli aspetti più importanti della vita, coloro che rivestono ruoli politici. Al paragrafo numero 105 dell’enciclica Leone XIV scrive: «Perché l’IA rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare a essi le scelte concrete. In molti casi, tuttavia, i processi interni che conducono a un risultato possono essere poco trasparenti, e ciò rende più difficile attribuire responsabilità, correggere gli errori. È qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano».
In queste poche righe il Papa indica alle istituzioni la strada da percorrere, ma indica, allo stesso tempo, l’inerzia che ha caratterizzato esse, fino a ora, con interventi mediocri, insufficienti, non all’altezza del fenomeno e soprattutto - ci dispiace molto scriverlo - compiacenti con le grandi multinazionali che dominano in modo incontrastato questo settore che incide nella vita interiore delle persone e nello sviluppo della loro personalità, cioè ciò che di più importante esiste al mondo. Infatti, al punto 106, il Papa specifica che «questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo».
C’è chi si è inventato l’«algoretica», cioè l’inserimento dell’etica all’interno dell’Intelligenza artificiale. Ma si sono è dimenticato che l’etica è frutto della conoscenza e della volontà che nascono dall’interiorità dell’uomo e che non potranno mai abitare nell’interiorità inesistente di un robot. Anche questo il Papa sottolinea con forza al punto 107. Il Papa paragona poi la logica dell’IA a quella della competizione armata che, scrive: «Oggi non è più militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri… Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano».
Cosa dire in più e cosa dire in modo più chiaro e penetrante? La politica nazionale e internazionale si è affrettata a elogiare quanto scritto dal Papa e ad applaudire all’enciclica. È come se uno scolaro applaudisse al professore che lo ha bocciato. Prendiamo Elly Schlein, che ieri ha vergato una nota per dire: «È un messaggio potentissimo quello che arriva oggi da papa Leone XIV con la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, messaggio reso ancora più forte dalla data scelta, il 135° anniversario della Rerum Novarum di papa Leone XIII, l’enciclica in difesa dei diritti dei lavoratori, fondamento della dottrina sociale della Chiesa». Rimanendo nei termini teologici, la politica su questo tema può solo pronunciare un convinto e non retorico: «Mea culpa, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa».
C’è un altro concetto agostiniano che ci spiega bene ciò che sta malvagiamente operando, in alcuni casi, l’Intelligenza artificiale: portare l’uomo fuori di sé per cercare in un mondo artificiale il suo sé. Agostino scrive: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità» (La vera religione, 39,72-73). Da buon matematico Leone XIV non manca di riportare tutte le funzioni positive che può avere l’Intelligenza artificiale, ma queste sono note, meno noto, e non affrontato, è invece il nocciolo dell’enciclica: le conseguenze sull’uomo dell’IA stessa.
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2026-05-26
Torre di Babele o città di Dio? La prima enciclica del Papa sfida il mondo nell’era dell’IA
Papa Leone XIV (Ansa)
Nella «Magnifica humanitas» Robert Francis Prevost ci indica che siamo a un bivio: difendere l’uomo o farci travolgere da una tecnica totalizzante come quella del racconto biblico.
O Babele o Neemia. Il Papa matematico cita Gandalf, ma non padre Benanti. È «pontefice», ma indica la necessità di ricostruire prima di tutto le mura della città distrutta «per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto». Robert Prevost firma la sua prima enciclica, l’annunciata Magnifica humanitas, di cui rivendica il peso politico nel 135° anniversario della Rerum novarum: «Quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, egli (Leone XIII, ndr) rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli».
Il testo - 255 paragrafi per circa 250.000 caratteri nella traduzione italiana, dunque medio-lungo - parte con un bivio apocalittico sull’Intelligenza artificiale. Una strada è quella della Torre biblica, il cui tentativo non è né malvagio né impossibile («toccare il cielo», «farsi un nome») ma tragico perché convinto della propria autosufficienza, in forza della quale la dignità delle persone è subordinata all’efficienza unificante della tecnica. È l’Intelligenza artificiale nella sua deriva possibile. A questo scenario Leone contrappone il contributo di Neemia, che contempla la devastazione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Egli non si affretta: digiuna, prega, parla col re, e solo dopo «convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire». Nessuna ripulsa dell’innovazione né fughe nel passato, ma senso del limite che funga da antidoto al pericolo ideologico del progresso senza limiti come «autoaffermazione illimitata».
I primi due capitoli sono un’apparente parentesi con una funzione essenziale: nel fornire un compendio del fondamento e della storia della Dottrina sociale, ne ribadiscono i riferimenti, l’attualità e la pertinenza, arrivando a calarle nei problemi dello scenario attuale: bene comune, sussidiarietà, proprietà privata come diritto fondativo ma subordinato alla «destinazione universale dei beni» vanno calati nel contesto del dominio degli algoritmi.
Nel terzo capitolo si entra nel vivo, ripartendo dal bivio Babele/Gerusalemme. Con Romano Guardini, Prevost inquadra il dramma moderno di uomo «non educato al retto uso della potenza»: il progresso - mai neutro - «chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». E nell’IA si incontra un primo problema: la «scatola nera» di questa tecnologia è in parte inaccessibile. Le IA - scrive il Papa - «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non hanno una coscienza morale, non capiscono ciò che producono»: compiono un «adattamento statistico che può essere molto efficace ma non implica una crescita».
Nel testo non c’è mai una cesura netta tra la dimensione teologica e quella politica: anzi, lo sguardo fisso alle cose ultime arriva a una notevole capillarità pratica. Leone XIV indica tre aspetti decisivi da tenere presenti nell’uso personale degli strumenti di IA: «La facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Così come il testo è esigente in termini legislativi e politici: i paragrafi dal 102 al 111 illuminano il rischio che «lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione» vengano affidati a sistemi automatizzati occultando la responsabilità delle scelte. In Prevost lumeggia una lettura heideggeriana dei «dispositivi», capaci di far scomparire dall’orizzonte i «gesti politici». L’IA non è «moralmente neutra»: tema che non si risolve solo con la regolamentazione ma anzitutto con un’operazione da katechon: «rallentare». «Serve una politica più presente», spiega il Papa, contro la presunta deriva accelerazionista che giustifica e rende apparentemente inevitabile «la nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli». Da qui il «disarmo» dell’IA che si prenderà i titoli: non solo de-bellicizzare gli applicativi quanto «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare». Fa impressione che la principale voce laica sull’Intelligenza artificiale arrivi da un’autorità religiosa, ma è così: Leone «smonta» il racconto di uno sviluppo univocamente positivo e chiede arene pubbliche in cui l’IA sia «sottratta ai monopoli, discutibile, contestabile, abitabile, restituita alla pluralità delle culture umane».
La formulazione più riuscita è forse nell’affronto di transumano e postumano, dove affiora deciso l’agostinismo del Pontefice: «L’umano non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite». A una tecnologia che ne promette il superamento, Prevost propone l’«autentico “più che umano”: la grazia di Dio ricevuta in Cristo». Prima delle promesse della tecnica, la Chiesa rivendica di essere generata dalla più radicale ipotesi di compimento dell’uomo oltre sé stesso. Qui l’agostiniano cede per un istante al tomista: la trasformazione che nasce dal dono di Dio «supera la capacità della natura» (secondo le parole dell’Aquinate). «Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo» e «chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona». Poi torna il Santo d’Ippona, a scandire l’eterno gioco tra le due Città, quella di Dio e quella dell’uomo: «Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Il quarto capitolo è una critica implicita all’orizzonte liberale della modernità, in cui il pragmatismo dell’efficacia spegne la tensione verso la verità, e l’uomo si concepisce «solo autore di sé stesso» (Ratzinger). L’IA accade in questo orizzonte, cui occorre reagire sul fronte comportamentale, educativo, sociale, scolastico, pedagogico ma soprattutto lavorativo. L’eco con la Rerum novarum è esplicita, fino al rigetto della «mano invisibile» e alla richiesta, molto politica, di «trasparenza e responsabilità», perché «la persona non sia ridotta a profilo», la famiglia e l’impresa siano tutelate nell’opporsi al «controllo sociale» della profilazione predittiva. Ed ecco l’altro affondo heideggeriano: l’uomo come «oggetto manipolabile, risorsa da ottimizzare», poiché «ciò che conta è l’efficienza e non il rispetto della libertà e della dignità umana». C’è spazio per la richiesta di perdono a nome della Chiesa per non aver denunciato prima la piaga della schiavitù, poi Prevost attacca chi «possiede i dati sanitari di intere popolazioni e può modellare bisogni e mercati, decidendo a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni».
Più alto e spirituale l’ultimo capitolo: Babele e Neemia si spostano sul piano teologico, lasciando il posto alla «cultura della potenza» e a quella dell’amore. Il Papa ribadisce - a JD Vance saranno fischiate le orecchie - il «superamento della dottrina della guerra giusta, ferma restando la legittima difesa». A maggior ragione con le armi legate all’IA, e in una scena «resa ancora più instabile da gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali», ribadisce che «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», e che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», dissolvendo «nella macchina» responsabilità e colpe. Leone sfiora la categoria del «falso realismo politico», sintesi tra «nichilismo e pragmatismo», contrappondendogli un «sano realismo» che contrasti quell’«idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, finisce per abitare una realtà costruita a misura della proprie convinzioni». Per spiegare come il destino dell’uomo e del mondo sia aperto alla conversione, il Papa sceglie Gandalf, di cui riporta questa citazione tratta dal terzo volume del capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La conclusione è l’inno del Magnificat che rimette al centro del villaggio l’Incarnazione, via autentica alle pulsioni distorte del trans e postumano. La Madonna, conscia di avere in grembo il Redentore, esulta: «Nulla», nota Prevost, «è cambiato attorno a lei, eppure tutto è cambiato dentro di lei». Questo è lo sguardo che il Papa chiede al mondo nel tempo dell’IA.
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Piazza Affari raggiunge il massimo storico dal 2000 a quota 50.220 punti. Nel 2022 la sinistra vaticinava un Paese in declino.
Segnatevi questa data: 25 maggio 2026. La Borsa tocca a 50.220 punti. Nuovo record. Superati i 50.109 punti che l’indice di Piazza Affari registrò nel marzo 2000. Sì, avete letto bene: duemila. Ci sono voluti 26 anni e due mesi per andare oltre quei livelli. E il massimo storico viene raggiunto con un governo di centrodestra, che punta pure al record di durata (a settembre).
Tra fine inverno e inizio primavera del 2000 a Palazzo Chigi c’era il primo premier post comunista: Massimo D’Alema. Ora la prima presidente post missina. Ai mercati piacciono gli estremi? In realtà la politica conta fino a un certo punto in Borsa. Conta se è stabile, certo, ma soprattutto se non rompe le scatole al mercato e agli investitori. Perché in realtà a chi compra titoli piacciono altre cose: gli utili, i dividendi e la liquidità, specie se a costi (tassi) bassi. E a Milano ora è pieno di azioni che pagano belle cedole, con profitti record e buone prospettive. Tipo le banche, ma anche Eni o Enel. E pure le utilities. O Ferrari, per dirne una.
La politica conta e non conta, ma a rileggere certe frasi pre-elezioni Politiche del 2022, quelle che hanno portato Giorgia Meloni a diventare il primo presidente del Consiglio donna, viene da ridere per non piangere. «Se vince la destra sarà a rischio la libertà. Ci sono tentativi di interferenza russa. La destra al governo porterà l’Italia in braccio a Putin e Orbàn», diceva Luigi Di Maio. Lorenzo Guerini (Pd) parlava invece di «rischio default per l’Italia con la destra al governo». Stesso pensiero di Enrico Letta: «La destra al governo ci porterà alla bancarotta». Romano Prodi tremava: con la destra «al governo conti in pericolo». Altra perla, targata Piero Fassino: «Se vince la destra sovranista e populista, l’Italia verrà isolata in Europa e nel mondo». Invece il 25 settembre il centrodestra vince, E da quel giorno l’indice dei principali 40 titoli di Piazza Affari è passato da 21.000 punti circa a 52.200 punti. Un rialzo di quasi il 140%. Senza contare i dividendi pagati dalle società quotate ai loro azionisti, grandi e piccoli. E la «bancarotta»? E il «default»? E «l’isolamento» internazionale? C’è da ridere per non piangere anche perché queste cassandrate finite male erano uscite da esponenti di uno schieramento che la Borsa non l’aveva tirata su. Anzi... Quando arrivò Mario Monti al governo si toccò il minimo storico intorno ai 12.000 punti. Altro che salvatore della patria... e poi con Renzi, Gentiloni, Conte e pure Draghi, non avevamo rivisto i massimi. Si era tornati in zona 20.000, ma i 50.000 sembravano irraggiungibili. Un miraggio. Il Dax di Francoforte invece aveva recuperato e oltrepassato i record già oltre 10 anni fa. E poi Parigi, Londra. Non parliamo di Wall Street. Come mai allora la nostra Borsa ci ha messo una vita per superare se stessa?
Innanzitutto va detto che 26 anni fa la geografia dei titoli più forti era completamente diversa: dominavano i Tmt - tecnologia, media e telecomunicazioni. Telecom e Tim, all’epoca, regnavano con una capitalizzazione complessiva sui 150 miliardi. Vi ricordate l’Opa di Telecom su Seat Pagine Gialle per poi fondere Seat con Tin.it? Dopo crollò tutto, in scia al ko del Nasdaq. Valutazioni troppo alte rispetto agli utili. Solo che da quel falò di migliaia di miliardi in America nacquero i colossi di adesso: Amazon, Apple, Microsoft, per dirle alcuni. Interpreti della vera new economy. Noi, Italia ed Europa, siamo invece rimasti indietro. I big delle tlc tricolori sono state poi spolpate e svendute. Ciò nonostante, governo Berlusconi, Piazza Affari tentò la rimonta verso il record. Purtroppo arrivarono il crac Lehman Brothers e il taroccamento dei conti pubblici greci che dimostrò la pochezza del sistema eurocentrico. Crisi finanziarie che portarono a un decennio di tassi bassi, o negativi, che notoriamente non fanno guadagnare le banche, grandi protagoniste del Ftse Mib. Poi il Covid, la guerra, il mega rialzo dei tassi americani ed europei. Fino al momento Liz Truss, la premier britannica che voleva tagliare le tasse facendo debito impegnando ulteriormente i già deboli conti pubblici del Regno Unito. Durò poco, pochissimo. Fu spazzata via dalle vendite sui titoli di stato della Corona. Era inizio autunno 2022. E Giorgia Meloni capì che non si scherza con i mercati: troppo indebitati, i governi, per sfidarli. Memore anche dei colpi di spread contro il governo Berlusconi. E allora le nuove parole d’ordine: stabilità e serietà sui conti.
Se a questo ci mettiamo che dal settembre 2022 i tassi hanno iniziato a scendere e la recessione, spesso annunciata, in realtà non s’è mai vista, ecco spiegato il rally della Borsa. Durerà? Due le condizioni: liquidità e crescita (anche poca) del Pil. Basta vedere quello che accade in Giappone: il record del 1990 a oltre 40.000 punti è stato riacciuffato solo un paio di anni fa. Ora siamo a 65.000 punti. Occhio però: va bene la liquidità per evitare la recessione, ma prima o poi i debiti si pagano...
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Giorgia Meloni (Ansa)
Donzelli (Fdi): «Il messaggio degli elettori è arrivato: avanti così». E i 5 stelle ammettono: «Luci e ombre».
Nonostante l’attenzione mediatica tutta negativa delle ultime settimane, Venezia conferma la guida al centrodestra. Vince Simone Venturini al primo turno, un trionfo che si tramuta in un innesto di fiducia che ci voleva dopo il risultato del referendum. Dieci anni da assessore e braccio destro dell’uscente Luigi Brugnaro.
La dimostrazione che i dibattiti nazionali calati sul territorio sui cittadini non hanno alcuna presa. La prima reazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni la raccoglie il senatore e coordinatore in Veneto di Fratelli d’Italia, Raffaele Speranzon, che di fronte al comitato elettorale ai giornalisti mostra un messaggio inviato dal premier: «Sarebbe un miracolo mondiale», con riferimento al passaggio al primo turno del centrodestra a Venezia. Più tardi sui social Meloni scrive: «E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani». Lo scrive a margine degli auguri inviati «ai sindaci eletti in questa tornata amministrativa».
«Per come era stata raccontata la situazione in questa città e le percentuali che erano attribuite ai vari candidati sindaco la possibilità per il centrodestra di vincere al primo turno era esclusa da ogni ipotesi ma noi ci abbiamo creduto» ha spiegato Speranzon, e sulla sinistra: «Non credevamo che fosse così indietro il candidato del centrosinistra... Forse, e non è una battuta, la presenza in città contemporanea o quasi di Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni e Renzi non ha giovato al candidato del centrosinistra».
«Chi sperava in un risultato diverso avrà forse modo di stupirsi, noi invece abbiamo ben chiaro che una sinistra sfascista, ideologizzata e produttrice seriale di fake news non ce la farà mai. Insomma, si portano sfiga da soli», è la stoccata del vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. «Si infrangono sogni della sinistra» per Giovanni Donzelli deputato di Fdi che poi punzecchia la segretaria dem Elly Schlein: «Prendo atto che la Schlein aveva dichiarato: da Venezia arriverà un messaggio per Giorgia Meloni. Il messaggio è arrivato, andiamo avanti così. Perché mi sembra che il messaggio sia arrivato con chiarezza».
Critico il capo della segreteria nazionale di Azione Osvaldo Napoli: «L’impressione però è che Schlein, Conte e gli altri esponenti del centrosinistra hanno sbagliato a politicizzare il voto di Venezia recandosi sulla laguna in campagna elettorale, con ciò esponendosi al rischio di una sconfitta politica evitabile, indotto dalla vittoria del No al referendum, abbia spinto più del centrodestra per politicizzare il voto amministrativo con ciò esponendosi a una sconfitta del tutto evitabile. La varietà delle alleanze e la presenza massiccia di liste civiche rendono quanto meno temeraria ogni valutazione che volesse proiettare il dato locale sul piano nazionale».
Per Maurizio Gasparri, responsabile nazionale enti locali di Forza Italia, «nel 99% dei casi il centrodestra si è presentato unito. A Venezia c’è stata una buona amministrazione che qualcuno voleva liquidare, pensando che le elezioni si decidessero in base ad altre dinamiche, ma alla fine a scegliere sono sempre gli elettori». Gasparri sostiene che l’errore della sinistra sia stato credere che «dopo la vicenda referendaria si sarebbe figurato uno scenario differente, ma i risultati stanno raccontando altro. Io resto cauto e inviterei anche i miei avversari alla prudenza. Le partite sono tante, i risultati richiedono tempo e spesso c’è la tendenza a leggere tutto in chiave politica nazionale. Prima di proclamarsi vincitori bisogna fare i conti con la realtà».
Sulla difensiva Francesco Boccia, senatore del Partito democratico: «In Veneto non è mai semplice. Non è che diciamo che le elezioni politiche cambieranno corso. Il quadro politico nazionale non cambia». Igor Taruffi, braccio destro di Schlein, commenta così: «Noi continuiamo a ritenere che la partita per le elezioni politiche del prossimo anno sia aperta, lo abbiamo detto dopo le regionali, lo abbiamo detto dopo il referendum, lo continuiamo a dire oggi. Da questo punto di vista non è cambiato nulla. I conti dovremo farli alla fine».
Per Italia Viva commenta Maria Elena Boschi. «Non c’è stata la spallata del centrodestra. Queste amministrative raccontano una realtà molto articolata in cui i risultati dei partiti della maggioranza mostrano numeri ben lontani dai trionfalismi di queste ore».
Giuseppe Conte? Non pervenuto. Parla Paola Taverna, vicepresidente vicario del M5s: «Questa tornata elettorale offre risultati in chiaroscuro: alcuni risultati ci rallegrano altri non ci soddisfano».
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