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2020-02-29
Lazzaretto Italia in mondovisione. Juve-Inter si gioca a porte chiuse
Ansa
Avendo compreso che compromettere l'immagine dell'Italia e sclerotizzarne il centro produttivo costerà economicamente e politicamente, il governicchio ha cambiato linea: si torna alla normalità, il Covid-19 è un'influenza appena più aggressiva, gli infetti non hanno quasi mai bisogno di ricovero e i malati stanno guarendo.
Ma il danno è fatto. E sarà difficile rimettere in moto, con un maquillage sulla conta dei contagi, la metà del Paese che s'è bloccata e l'altra metà che resta terrorizzata. È proprio la gestione dilettantesca dell'emergenza ad aver irritato Sergio Mattarella, che con il suo discorso di ieri sulle «paure irrazionali» ha censurato il caos provocato dall'imperizia di Giuseppe Conte. Tanto più che nonostante gli appelli e le veline antiallarmiste (cui i media ufficiali si sono tendenzialmente adeguati), proseguono i segnali contraddittori, che erodono ulteriormente la già compromessa fiducia dell'opinione pubblica e, comunque, non rendono proprio l'idea di una situazione normale.
L'aspetto più clamoroso riguarda il derby d'Italia, Juventus-Inter. Nei giorni scorsi s'era fatta largo l'ipotesi di rinviarlo a lunedì, aprendo tuttavia l'Allianz Stadium di Torino ai tifosi. Ma, alla fine, Regione, prefetti, sindaci e presidenti delle province piemontesi hanno convenuto di far giocare il match domani sera, a porte chiuse. Sarà uno scenario apocalittico: Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku daranno l'assedio alle reti in un silenzio tombale, rotto soltanto dalle imprecazioni degli allenatori. Il turno d'andata, lo scorso ottobre, era stato la partita più seguita della storia di Sky Italia: una media di 3,2 milioni di spettatori, con picchi sopra i 4 milioni. Considerando che la gara viene trasmessa in oltre 200 Paesi e che ora è una vera sfida scudetto, nel momento più critico per i bianconeri, non è assurdo supporre che a seguirla in tv, nel mondo, sarà un numero di appassionati vicino al miliardo di persone. Quasi un settimo della popolazione del globo vedrà uno stadio deserto, uno scenario postatomico tipo Ken il guerriero. Persino Cr7, intervistato da Sky, ha dovuto ammettere: «Sarà strano giocare senza tifo». Altro che normalità. Altro che l'amministrazione Appendino, che nel capoluogo sta assurdamente preparando la festa di fine epidemia. Se va tutto bene, perché lo Stadium sarà vuoto? Perché i supporter della Juve sono stati ammessi a Lione e non nella loro città?
Nel frattempo, proseguono le precauzioni nelle serie minori e negli altri sport. Non sono una vetrina planetaria, però in Lombardia le attività dilettantistiche sono lungi dall'agognata normalità: saranno riaperti impianti e palestre, ricominceranno le competizioni, ma resteranno senza pubblico. Non era tutto sotto controllo? In Sardegna, per dire, non è stato registrato alcun caso di coronavirus, eppure a Cagliari è stata rinviata la corsa femminile prevista per l'8 marzo. Al contempo, l'assessore regionale alla Sanità, Mario Nieddu, ha annunciato che è pronto un piano per «isolare» fino a 110.000 persone.
Non è soltanto lo sport a presentare uno scenario schizofrenico. L'altro capitolo dolente è quello delle scuole; e cosa c'è di più normale degli alunni che vanno a lezione?
A esclusione delle zone rosse, la pressione per riportare tutti in aula è forte. Su questo si sono esposte in prima persona sia la titolare del Miur, Lucia Azzolina, sia il viceministro, Anna Ascani. Nondimeno, l'orientamento non è univoco. Il Nord Est è orientato per la riapertura. La Lombardia, invece, vuole prorogare l'ordinanza per un'altra settimana, inclusa la chiusura delle scuole. La Liguria decide domani. Nelle Marche, invece, prosegue il braccio di ferro con Roma. Il governatore, Luca Ceriscioli, non molla: dopo l'annullamento della prima ordinanza da parte del Tar, ne ha siglata un'altra, tenendo fino a oggi i ragazzi a casa. Frattanto, il suo esecutivo regionale polemizza aspramente con il compagno di partito, il ministro pd delle Autonomie, Francesco Boccia. A Roseto degli Abruzzi, dove era risultato positivo solo un uomo brianzolo, in villeggiatura con la famiglia, subito isolata, gli istituti d'istruzione sono stati interdetti agli studenti sino a oggi. A suggerire tanta prudenza è anche il timore delle Procure: basti pensare all'amara sorte dei medici di Codogno, praticamente «denunciati» dal premier. È facile invocare il ritorno alla normalità; è ancor più facile immaginare cosa scatenerebbe il contagio di un minore, a scuole regolarmente funzionanti. E così a Messina, a 1.000 chilometri dai focolai del Nord, il sindaco terrà elementari, medie e licei sbarrati fino a martedì.
La città simbolo della reazione al panico da virus dovrebbe essere Milano. Ma anche lì, al netto degli spot di Beppe Sala e sebbene si prepari a riaprire il Duomo, su cinema, teatri e musei è arrivata la frenata del ministro, Dario Franceschini: «Non si può passare dal chiudere tutto a voler riaprire tutto». E i ristoratori sono talmente disperati, da aver provato a rassicurare la clientela annunciando pulizie straordinarie nei locali.
Dagli esperti, d'altro canto, non arrivano rassicurazioni che giustifichino un allentamento delle precauzioni. L'Oms ha innalzato il livello dell'allerta globale. Massimo Galli, del Sacco, ha sentenziato: «Quest'epidemia non sarà rapidamente risolta». Durerà più Conte o il coronavirus?
E i cronisti si scordano di Bonaccini
Mentre i laboratori di tutto il mondo cercano di trovare un vaccino per il coronavirus, in Emilia Romagna, molto più modestamente, sembrano aver trovato il siero contro le rotture di scatole.
In un'emergenza in cui i presidenti delle Regioni sono in prima linea, nel bene o nel male, tra la mascherina di Attilio Fontana, i dilemmi calcistici di Alberto Cirio e il protagonismo muscolare del sin qui misconosciuto Luca Ceriscioli, Stefano Bonaccini sembra scomparso dai radar. Parla poco, e non è detto che sia un male, ma sembra anche poco interrogato dai media. Quasi che l'emergenza non riguardasse la sua regione. Eppure, numeri alla mano, non è così. La mappa dei contagi regione per regione aggiornata a ieri sera, infatti, vedeva la Lombardia nella situazione nettamente più critica, con ben 531 infetti sul suo territorio. Il secondo focolaio, come sappiamo, si è innescato in Veneto, dove ieri si contavano 151 casi. L'Emilia Romagna, però, è terza, con ben 145 tamponi positivi tra i suoi abitanti. La quarta regione per numero di casi, la Liguria, appare in una situazione nettamente migliore, con «soli» 19 cittadini infetti. In tutte le altre regioni, i casi sono pochissimi. Il Piemonte, per dire, è spesso al centro delle cronache, eppure al momento si è fermato a 11 contagi. Certamente la coincidenza che vuole la partita più attesa dell'anno capitare a Torino proprio nel pieno dell'epidemia ha contribuito ad accendere i riflettori, ma, in generale, una certa sproporzione nel trattamento mediatico appare evidente.
Non c'è nessuna selva di microfoni ad attendere Bonaccini a ogni sua uscita, e questo è un fatto. Va detto che la sua giunta è entrata ufficialmente in funzione solo ieri, quando l'assemblea legislativa regionale si è insediata. Ma per un presidente che è stato riconfermato alla guida della Regione e che viene da un precedente mandato, la scusa del «dateci tempo» non sta in piedi. Né, del resto, il tempo da dare è poi così tanto. Può anche darsi, ovviamente, che il basso profilo mediatico di Bonaccini sia una precisa scelta politica, una sorta di riedizione della strategia elettorale rivelatasi vincente: far parlare gli altri e pascersi nel ruolo del buon amministratore, l'uomo del fare mai sopra le righe.
Il protagonismo dei presidenti di Regione, tuttavia, non ha a che fare solo con lo show del blabla politico. Ci sono anche risposte da dare ai cittadini in un momento delicato. Risposte che, dai giornalisti, vengono chieste di continuo a Luca Zaia, per esempio, ma molto meno a un governatore che si trova a dover affrontare una situazione analoga. Stare nell'occhio del ciclone, del resto, comporta una visibilità che non sempre è positiva, poiché aumenta la percezione che il territorio governato dal tal presidente sia in una situazione più critica di altri.
Ieri, comunque, dopo la cerimonia di insediamento, Bonaccini ha incontrato i sindaci della regione per fare il punto della situazione. Intervistato a Circo Massimo, su Radio Capital, ha dichiarato: «Il governo non ha proceduto male, anche considerando che c'è stata un'escalation di casi in poche ore. Adesso c'è bisogno che intervenga con misure che diano uno shock all'economia. È la parte più rilevante, anche perché si sta affrontando bene la fase medico-sanitaria». Secondo Bonaccini, «abbiamo bisogno di tornare alla vita normale senza dare segnali contraddittori, e c'è bisogno di un confronto con il governo».
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Naufraga il tentativo di salvare l'immagine del Belpaese compromessa dalle scelte scellerate del governo. Il match di Torino con lo stadio vuoto è lo spot globale delle nostre contraddizioni. Caos anche sulle scuole.L'Emilia Romagna è la terza Regione italiana più colpita, ma se ne parla pochissimo. Complici i media amici, il governatore dem è riuscito a defilarsi dal tritacarne politico.Lo speciale contiene due articoli.Avendo compreso che compromettere l'immagine dell'Italia e sclerotizzarne il centro produttivo costerà economicamente e politicamente, il governicchio ha cambiato linea: si torna alla normalità, il Covid-19 è un'influenza appena più aggressiva, gli infetti non hanno quasi mai bisogno di ricovero e i malati stanno guarendo. Ma il danno è fatto. E sarà difficile rimettere in moto, con un maquillage sulla conta dei contagi, la metà del Paese che s'è bloccata e l'altra metà che resta terrorizzata. È proprio la gestione dilettantesca dell'emergenza ad aver irritato Sergio Mattarella, che con il suo discorso di ieri sulle «paure irrazionali» ha censurato il caos provocato dall'imperizia di Giuseppe Conte. Tanto più che nonostante gli appelli e le veline antiallarmiste (cui i media ufficiali si sono tendenzialmente adeguati), proseguono i segnali contraddittori, che erodono ulteriormente la già compromessa fiducia dell'opinione pubblica e, comunque, non rendono proprio l'idea di una situazione normale.L'aspetto più clamoroso riguarda il derby d'Italia, Juventus-Inter. Nei giorni scorsi s'era fatta largo l'ipotesi di rinviarlo a lunedì, aprendo tuttavia l'Allianz Stadium di Torino ai tifosi. Ma, alla fine, Regione, prefetti, sindaci e presidenti delle province piemontesi hanno convenuto di far giocare il match domani sera, a porte chiuse. Sarà uno scenario apocalittico: Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku daranno l'assedio alle reti in un silenzio tombale, rotto soltanto dalle imprecazioni degli allenatori. Il turno d'andata, lo scorso ottobre, era stato la partita più seguita della storia di Sky Italia: una media di 3,2 milioni di spettatori, con picchi sopra i 4 milioni. Considerando che la gara viene trasmessa in oltre 200 Paesi e che ora è una vera sfida scudetto, nel momento più critico per i bianconeri, non è assurdo supporre che a seguirla in tv, nel mondo, sarà un numero di appassionati vicino al miliardo di persone. Quasi un settimo della popolazione del globo vedrà uno stadio deserto, uno scenario postatomico tipo Ken il guerriero. Persino Cr7, intervistato da Sky, ha dovuto ammettere: «Sarà strano giocare senza tifo». Altro che normalità. Altro che l'amministrazione Appendino, che nel capoluogo sta assurdamente preparando la festa di fine epidemia. Se va tutto bene, perché lo Stadium sarà vuoto? Perché i supporter della Juve sono stati ammessi a Lione e non nella loro città?Nel frattempo, proseguono le precauzioni nelle serie minori e negli altri sport. Non sono una vetrina planetaria, però in Lombardia le attività dilettantistiche sono lungi dall'agognata normalità: saranno riaperti impianti e palestre, ricominceranno le competizioni, ma resteranno senza pubblico. Non era tutto sotto controllo? In Sardegna, per dire, non è stato registrato alcun caso di coronavirus, eppure a Cagliari è stata rinviata la corsa femminile prevista per l'8 marzo. Al contempo, l'assessore regionale alla Sanità, Mario Nieddu, ha annunciato che è pronto un piano per «isolare» fino a 110.000 persone.Non è soltanto lo sport a presentare uno scenario schizofrenico. L'altro capitolo dolente è quello delle scuole; e cosa c'è di più normale degli alunni che vanno a lezione? A esclusione delle zone rosse, la pressione per riportare tutti in aula è forte. Su questo si sono esposte in prima persona sia la titolare del Miur, Lucia Azzolina, sia il viceministro, Anna Ascani. Nondimeno, l'orientamento non è univoco. Il Nord Est è orientato per la riapertura. La Lombardia, invece, vuole prorogare l'ordinanza per un'altra settimana, inclusa la chiusura delle scuole. La Liguria decide domani. Nelle Marche, invece, prosegue il braccio di ferro con Roma. Il governatore, Luca Ceriscioli, non molla: dopo l'annullamento della prima ordinanza da parte del Tar, ne ha siglata un'altra, tenendo fino a oggi i ragazzi a casa. Frattanto, il suo esecutivo regionale polemizza aspramente con il compagno di partito, il ministro pd delle Autonomie, Francesco Boccia. A Roseto degli Abruzzi, dove era risultato positivo solo un uomo brianzolo, in villeggiatura con la famiglia, subito isolata, gli istituti d'istruzione sono stati interdetti agli studenti sino a oggi. A suggerire tanta prudenza è anche il timore delle Procure: basti pensare all'amara sorte dei medici di Codogno, praticamente «denunciati» dal premier. È facile invocare il ritorno alla normalità; è ancor più facile immaginare cosa scatenerebbe il contagio di un minore, a scuole regolarmente funzionanti. E così a Messina, a 1.000 chilometri dai focolai del Nord, il sindaco terrà elementari, medie e licei sbarrati fino a martedì.La città simbolo della reazione al panico da virus dovrebbe essere Milano. Ma anche lì, al netto degli spot di Beppe Sala e sebbene si prepari a riaprire il Duomo, su cinema, teatri e musei è arrivata la frenata del ministro, Dario Franceschini: «Non si può passare dal chiudere tutto a voler riaprire tutto». E i ristoratori sono talmente disperati, da aver provato a rassicurare la clientela annunciando pulizie straordinarie nei locali. Dagli esperti, d'altro canto, non arrivano rassicurazioni che giustifichino un allentamento delle precauzioni. L'Oms ha innalzato il livello dell'allerta globale. Massimo Galli, del Sacco, ha sentenziato: «Quest'epidemia non sarà rapidamente risolta». Durerà più Conte o il coronavirus?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lazzaretto-italia-in-mondovisione-juve-inter-si-gioca-a-porte-chiuse-2645337756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-i-cronisti-si-scordano-di-bonaccini" data-post-id="2645337756" data-published-at="1774137639" data-use-pagination="False"> E i cronisti si scordano di Bonaccini Mentre i laboratori di tutto il mondo cercano di trovare un vaccino per il coronavirus, in Emilia Romagna, molto più modestamente, sembrano aver trovato il siero contro le rotture di scatole. In un'emergenza in cui i presidenti delle Regioni sono in prima linea, nel bene o nel male, tra la mascherina di Attilio Fontana, i dilemmi calcistici di Alberto Cirio e il protagonismo muscolare del sin qui misconosciuto Luca Ceriscioli, Stefano Bonaccini sembra scomparso dai radar. Parla poco, e non è detto che sia un male, ma sembra anche poco interrogato dai media. Quasi che l'emergenza non riguardasse la sua regione. Eppure, numeri alla mano, non è così. La mappa dei contagi regione per regione aggiornata a ieri sera, infatti, vedeva la Lombardia nella situazione nettamente più critica, con ben 531 infetti sul suo territorio. Il secondo focolaio, come sappiamo, si è innescato in Veneto, dove ieri si contavano 151 casi. L'Emilia Romagna, però, è terza, con ben 145 tamponi positivi tra i suoi abitanti. La quarta regione per numero di casi, la Liguria, appare in una situazione nettamente migliore, con «soli» 19 cittadini infetti. In tutte le altre regioni, i casi sono pochissimi. Il Piemonte, per dire, è spesso al centro delle cronache, eppure al momento si è fermato a 11 contagi. Certamente la coincidenza che vuole la partita più attesa dell'anno capitare a Torino proprio nel pieno dell'epidemia ha contribuito ad accendere i riflettori, ma, in generale, una certa sproporzione nel trattamento mediatico appare evidente. Non c'è nessuna selva di microfoni ad attendere Bonaccini a ogni sua uscita, e questo è un fatto. Va detto che la sua giunta è entrata ufficialmente in funzione solo ieri, quando l'assemblea legislativa regionale si è insediata. Ma per un presidente che è stato riconfermato alla guida della Regione e che viene da un precedente mandato, la scusa del «dateci tempo» non sta in piedi. Né, del resto, il tempo da dare è poi così tanto. Può anche darsi, ovviamente, che il basso profilo mediatico di Bonaccini sia una precisa scelta politica, una sorta di riedizione della strategia elettorale rivelatasi vincente: far parlare gli altri e pascersi nel ruolo del buon amministratore, l'uomo del fare mai sopra le righe. Il protagonismo dei presidenti di Regione, tuttavia, non ha a che fare solo con lo show del blabla politico. Ci sono anche risposte da dare ai cittadini in un momento delicato. Risposte che, dai giornalisti, vengono chieste di continuo a Luca Zaia, per esempio, ma molto meno a un governatore che si trova a dover affrontare una situazione analoga. Stare nell'occhio del ciclone, del resto, comporta una visibilità che non sempre è positiva, poiché aumenta la percezione che il territorio governato dal tal presidente sia in una situazione più critica di altri. Ieri, comunque, dopo la cerimonia di insediamento, Bonaccini ha incontrato i sindaci della regione per fare il punto della situazione. Intervistato a Circo Massimo, su Radio Capital, ha dichiarato: «Il governo non ha proceduto male, anche considerando che c'è stata un'escalation di casi in poche ore. Adesso c'è bisogno che intervenga con misure che diano uno shock all'economia. È la parte più rilevante, anche perché si sta affrontando bene la fase medico-sanitaria». Secondo Bonaccini, «abbiamo bisogno di tornare alla vita normale senza dare segnali contraddittori, e c'è bisogno di un confronto con il governo».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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