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2020-02-29
Lazzaretto Italia in mondovisione. Juve-Inter si gioca a porte chiuse
Ansa
Avendo compreso che compromettere l'immagine dell'Italia e sclerotizzarne il centro produttivo costerà economicamente e politicamente, il governicchio ha cambiato linea: si torna alla normalità, il Covid-19 è un'influenza appena più aggressiva, gli infetti non hanno quasi mai bisogno di ricovero e i malati stanno guarendo.
Ma il danno è fatto. E sarà difficile rimettere in moto, con un maquillage sulla conta dei contagi, la metà del Paese che s'è bloccata e l'altra metà che resta terrorizzata. È proprio la gestione dilettantesca dell'emergenza ad aver irritato Sergio Mattarella, che con il suo discorso di ieri sulle «paure irrazionali» ha censurato il caos provocato dall'imperizia di Giuseppe Conte. Tanto più che nonostante gli appelli e le veline antiallarmiste (cui i media ufficiali si sono tendenzialmente adeguati), proseguono i segnali contraddittori, che erodono ulteriormente la già compromessa fiducia dell'opinione pubblica e, comunque, non rendono proprio l'idea di una situazione normale.
L'aspetto più clamoroso riguarda il derby d'Italia, Juventus-Inter. Nei giorni scorsi s'era fatta largo l'ipotesi di rinviarlo a lunedì, aprendo tuttavia l'Allianz Stadium di Torino ai tifosi. Ma, alla fine, Regione, prefetti, sindaci e presidenti delle province piemontesi hanno convenuto di far giocare il match domani sera, a porte chiuse. Sarà uno scenario apocalittico: Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku daranno l'assedio alle reti in un silenzio tombale, rotto soltanto dalle imprecazioni degli allenatori. Il turno d'andata, lo scorso ottobre, era stato la partita più seguita della storia di Sky Italia: una media di 3,2 milioni di spettatori, con picchi sopra i 4 milioni. Considerando che la gara viene trasmessa in oltre 200 Paesi e che ora è una vera sfida scudetto, nel momento più critico per i bianconeri, non è assurdo supporre che a seguirla in tv, nel mondo, sarà un numero di appassionati vicino al miliardo di persone. Quasi un settimo della popolazione del globo vedrà uno stadio deserto, uno scenario postatomico tipo Ken il guerriero. Persino Cr7, intervistato da Sky, ha dovuto ammettere: «Sarà strano giocare senza tifo». Altro che normalità. Altro che l'amministrazione Appendino, che nel capoluogo sta assurdamente preparando la festa di fine epidemia. Se va tutto bene, perché lo Stadium sarà vuoto? Perché i supporter della Juve sono stati ammessi a Lione e non nella loro città?
Nel frattempo, proseguono le precauzioni nelle serie minori e negli altri sport. Non sono una vetrina planetaria, però in Lombardia le attività dilettantistiche sono lungi dall'agognata normalità: saranno riaperti impianti e palestre, ricominceranno le competizioni, ma resteranno senza pubblico. Non era tutto sotto controllo? In Sardegna, per dire, non è stato registrato alcun caso di coronavirus, eppure a Cagliari è stata rinviata la corsa femminile prevista per l'8 marzo. Al contempo, l'assessore regionale alla Sanità, Mario Nieddu, ha annunciato che è pronto un piano per «isolare» fino a 110.000 persone.
Non è soltanto lo sport a presentare uno scenario schizofrenico. L'altro capitolo dolente è quello delle scuole; e cosa c'è di più normale degli alunni che vanno a lezione?
A esclusione delle zone rosse, la pressione per riportare tutti in aula è forte. Su questo si sono esposte in prima persona sia la titolare del Miur, Lucia Azzolina, sia il viceministro, Anna Ascani. Nondimeno, l'orientamento non è univoco. Il Nord Est è orientato per la riapertura. La Lombardia, invece, vuole prorogare l'ordinanza per un'altra settimana, inclusa la chiusura delle scuole. La Liguria decide domani. Nelle Marche, invece, prosegue il braccio di ferro con Roma. Il governatore, Luca Ceriscioli, non molla: dopo l'annullamento della prima ordinanza da parte del Tar, ne ha siglata un'altra, tenendo fino a oggi i ragazzi a casa. Frattanto, il suo esecutivo regionale polemizza aspramente con il compagno di partito, il ministro pd delle Autonomie, Francesco Boccia. A Roseto degli Abruzzi, dove era risultato positivo solo un uomo brianzolo, in villeggiatura con la famiglia, subito isolata, gli istituti d'istruzione sono stati interdetti agli studenti sino a oggi. A suggerire tanta prudenza è anche il timore delle Procure: basti pensare all'amara sorte dei medici di Codogno, praticamente «denunciati» dal premier. È facile invocare il ritorno alla normalità; è ancor più facile immaginare cosa scatenerebbe il contagio di un minore, a scuole regolarmente funzionanti. E così a Messina, a 1.000 chilometri dai focolai del Nord, il sindaco terrà elementari, medie e licei sbarrati fino a martedì.
La città simbolo della reazione al panico da virus dovrebbe essere Milano. Ma anche lì, al netto degli spot di Beppe Sala e sebbene si prepari a riaprire il Duomo, su cinema, teatri e musei è arrivata la frenata del ministro, Dario Franceschini: «Non si può passare dal chiudere tutto a voler riaprire tutto». E i ristoratori sono talmente disperati, da aver provato a rassicurare la clientela annunciando pulizie straordinarie nei locali.
Dagli esperti, d'altro canto, non arrivano rassicurazioni che giustifichino un allentamento delle precauzioni. L'Oms ha innalzato il livello dell'allerta globale. Massimo Galli, del Sacco, ha sentenziato: «Quest'epidemia non sarà rapidamente risolta». Durerà più Conte o il coronavirus?
E i cronisti si scordano di Bonaccini
Mentre i laboratori di tutto il mondo cercano di trovare un vaccino per il coronavirus, in Emilia Romagna, molto più modestamente, sembrano aver trovato il siero contro le rotture di scatole.
In un'emergenza in cui i presidenti delle Regioni sono in prima linea, nel bene o nel male, tra la mascherina di Attilio Fontana, i dilemmi calcistici di Alberto Cirio e il protagonismo muscolare del sin qui misconosciuto Luca Ceriscioli, Stefano Bonaccini sembra scomparso dai radar. Parla poco, e non è detto che sia un male, ma sembra anche poco interrogato dai media. Quasi che l'emergenza non riguardasse la sua regione. Eppure, numeri alla mano, non è così. La mappa dei contagi regione per regione aggiornata a ieri sera, infatti, vedeva la Lombardia nella situazione nettamente più critica, con ben 531 infetti sul suo territorio. Il secondo focolaio, come sappiamo, si è innescato in Veneto, dove ieri si contavano 151 casi. L'Emilia Romagna, però, è terza, con ben 145 tamponi positivi tra i suoi abitanti. La quarta regione per numero di casi, la Liguria, appare in una situazione nettamente migliore, con «soli» 19 cittadini infetti. In tutte le altre regioni, i casi sono pochissimi. Il Piemonte, per dire, è spesso al centro delle cronache, eppure al momento si è fermato a 11 contagi. Certamente la coincidenza che vuole la partita più attesa dell'anno capitare a Torino proprio nel pieno dell'epidemia ha contribuito ad accendere i riflettori, ma, in generale, una certa sproporzione nel trattamento mediatico appare evidente.
Non c'è nessuna selva di microfoni ad attendere Bonaccini a ogni sua uscita, e questo è un fatto. Va detto che la sua giunta è entrata ufficialmente in funzione solo ieri, quando l'assemblea legislativa regionale si è insediata. Ma per un presidente che è stato riconfermato alla guida della Regione e che viene da un precedente mandato, la scusa del «dateci tempo» non sta in piedi. Né, del resto, il tempo da dare è poi così tanto. Può anche darsi, ovviamente, che il basso profilo mediatico di Bonaccini sia una precisa scelta politica, una sorta di riedizione della strategia elettorale rivelatasi vincente: far parlare gli altri e pascersi nel ruolo del buon amministratore, l'uomo del fare mai sopra le righe.
Il protagonismo dei presidenti di Regione, tuttavia, non ha a che fare solo con lo show del blabla politico. Ci sono anche risposte da dare ai cittadini in un momento delicato. Risposte che, dai giornalisti, vengono chieste di continuo a Luca Zaia, per esempio, ma molto meno a un governatore che si trova a dover affrontare una situazione analoga. Stare nell'occhio del ciclone, del resto, comporta una visibilità che non sempre è positiva, poiché aumenta la percezione che il territorio governato dal tal presidente sia in una situazione più critica di altri.
Ieri, comunque, dopo la cerimonia di insediamento, Bonaccini ha incontrato i sindaci della regione per fare il punto della situazione. Intervistato a Circo Massimo, su Radio Capital, ha dichiarato: «Il governo non ha proceduto male, anche considerando che c'è stata un'escalation di casi in poche ore. Adesso c'è bisogno che intervenga con misure che diano uno shock all'economia. È la parte più rilevante, anche perché si sta affrontando bene la fase medico-sanitaria». Secondo Bonaccini, «abbiamo bisogno di tornare alla vita normale senza dare segnali contraddittori, e c'è bisogno di un confronto con il governo».
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Naufraga il tentativo di salvare l'immagine del Belpaese compromessa dalle scelte scellerate del governo. Il match di Torino con lo stadio vuoto è lo spot globale delle nostre contraddizioni. Caos anche sulle scuole.L'Emilia Romagna è la terza Regione italiana più colpita, ma se ne parla pochissimo. Complici i media amici, il governatore dem è riuscito a defilarsi dal tritacarne politico.Lo speciale contiene due articoli.Avendo compreso che compromettere l'immagine dell'Italia e sclerotizzarne il centro produttivo costerà economicamente e politicamente, il governicchio ha cambiato linea: si torna alla normalità, il Covid-19 è un'influenza appena più aggressiva, gli infetti non hanno quasi mai bisogno di ricovero e i malati stanno guarendo. Ma il danno è fatto. E sarà difficile rimettere in moto, con un maquillage sulla conta dei contagi, la metà del Paese che s'è bloccata e l'altra metà che resta terrorizzata. È proprio la gestione dilettantesca dell'emergenza ad aver irritato Sergio Mattarella, che con il suo discorso di ieri sulle «paure irrazionali» ha censurato il caos provocato dall'imperizia di Giuseppe Conte. Tanto più che nonostante gli appelli e le veline antiallarmiste (cui i media ufficiali si sono tendenzialmente adeguati), proseguono i segnali contraddittori, che erodono ulteriormente la già compromessa fiducia dell'opinione pubblica e, comunque, non rendono proprio l'idea di una situazione normale.L'aspetto più clamoroso riguarda il derby d'Italia, Juventus-Inter. Nei giorni scorsi s'era fatta largo l'ipotesi di rinviarlo a lunedì, aprendo tuttavia l'Allianz Stadium di Torino ai tifosi. Ma, alla fine, Regione, prefetti, sindaci e presidenti delle province piemontesi hanno convenuto di far giocare il match domani sera, a porte chiuse. Sarà uno scenario apocalittico: Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku daranno l'assedio alle reti in un silenzio tombale, rotto soltanto dalle imprecazioni degli allenatori. Il turno d'andata, lo scorso ottobre, era stato la partita più seguita della storia di Sky Italia: una media di 3,2 milioni di spettatori, con picchi sopra i 4 milioni. Considerando che la gara viene trasmessa in oltre 200 Paesi e che ora è una vera sfida scudetto, nel momento più critico per i bianconeri, non è assurdo supporre che a seguirla in tv, nel mondo, sarà un numero di appassionati vicino al miliardo di persone. Quasi un settimo della popolazione del globo vedrà uno stadio deserto, uno scenario postatomico tipo Ken il guerriero. Persino Cr7, intervistato da Sky, ha dovuto ammettere: «Sarà strano giocare senza tifo». Altro che normalità. Altro che l'amministrazione Appendino, che nel capoluogo sta assurdamente preparando la festa di fine epidemia. Se va tutto bene, perché lo Stadium sarà vuoto? Perché i supporter della Juve sono stati ammessi a Lione e non nella loro città?Nel frattempo, proseguono le precauzioni nelle serie minori e negli altri sport. Non sono una vetrina planetaria, però in Lombardia le attività dilettantistiche sono lungi dall'agognata normalità: saranno riaperti impianti e palestre, ricominceranno le competizioni, ma resteranno senza pubblico. Non era tutto sotto controllo? In Sardegna, per dire, non è stato registrato alcun caso di coronavirus, eppure a Cagliari è stata rinviata la corsa femminile prevista per l'8 marzo. Al contempo, l'assessore regionale alla Sanità, Mario Nieddu, ha annunciato che è pronto un piano per «isolare» fino a 110.000 persone.Non è soltanto lo sport a presentare uno scenario schizofrenico. L'altro capitolo dolente è quello delle scuole; e cosa c'è di più normale degli alunni che vanno a lezione? A esclusione delle zone rosse, la pressione per riportare tutti in aula è forte. Su questo si sono esposte in prima persona sia la titolare del Miur, Lucia Azzolina, sia il viceministro, Anna Ascani. Nondimeno, l'orientamento non è univoco. Il Nord Est è orientato per la riapertura. La Lombardia, invece, vuole prorogare l'ordinanza per un'altra settimana, inclusa la chiusura delle scuole. La Liguria decide domani. Nelle Marche, invece, prosegue il braccio di ferro con Roma. Il governatore, Luca Ceriscioli, non molla: dopo l'annullamento della prima ordinanza da parte del Tar, ne ha siglata un'altra, tenendo fino a oggi i ragazzi a casa. Frattanto, il suo esecutivo regionale polemizza aspramente con il compagno di partito, il ministro pd delle Autonomie, Francesco Boccia. A Roseto degli Abruzzi, dove era risultato positivo solo un uomo brianzolo, in villeggiatura con la famiglia, subito isolata, gli istituti d'istruzione sono stati interdetti agli studenti sino a oggi. A suggerire tanta prudenza è anche il timore delle Procure: basti pensare all'amara sorte dei medici di Codogno, praticamente «denunciati» dal premier. È facile invocare il ritorno alla normalità; è ancor più facile immaginare cosa scatenerebbe il contagio di un minore, a scuole regolarmente funzionanti. E così a Messina, a 1.000 chilometri dai focolai del Nord, il sindaco terrà elementari, medie e licei sbarrati fino a martedì.La città simbolo della reazione al panico da virus dovrebbe essere Milano. Ma anche lì, al netto degli spot di Beppe Sala e sebbene si prepari a riaprire il Duomo, su cinema, teatri e musei è arrivata la frenata del ministro, Dario Franceschini: «Non si può passare dal chiudere tutto a voler riaprire tutto». E i ristoratori sono talmente disperati, da aver provato a rassicurare la clientela annunciando pulizie straordinarie nei locali. Dagli esperti, d'altro canto, non arrivano rassicurazioni che giustifichino un allentamento delle precauzioni. L'Oms ha innalzato il livello dell'allerta globale. Massimo Galli, del Sacco, ha sentenziato: «Quest'epidemia non sarà rapidamente risolta». Durerà più Conte o il coronavirus?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lazzaretto-italia-in-mondovisione-juve-inter-si-gioca-a-porte-chiuse-2645337756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-i-cronisti-si-scordano-di-bonaccini" data-post-id="2645337756" data-published-at="1779759047" data-use-pagination="False"> E i cronisti si scordano di Bonaccini Mentre i laboratori di tutto il mondo cercano di trovare un vaccino per il coronavirus, in Emilia Romagna, molto più modestamente, sembrano aver trovato il siero contro le rotture di scatole. In un'emergenza in cui i presidenti delle Regioni sono in prima linea, nel bene o nel male, tra la mascherina di Attilio Fontana, i dilemmi calcistici di Alberto Cirio e il protagonismo muscolare del sin qui misconosciuto Luca Ceriscioli, Stefano Bonaccini sembra scomparso dai radar. Parla poco, e non è detto che sia un male, ma sembra anche poco interrogato dai media. Quasi che l'emergenza non riguardasse la sua regione. Eppure, numeri alla mano, non è così. La mappa dei contagi regione per regione aggiornata a ieri sera, infatti, vedeva la Lombardia nella situazione nettamente più critica, con ben 531 infetti sul suo territorio. Il secondo focolaio, come sappiamo, si è innescato in Veneto, dove ieri si contavano 151 casi. L'Emilia Romagna, però, è terza, con ben 145 tamponi positivi tra i suoi abitanti. La quarta regione per numero di casi, la Liguria, appare in una situazione nettamente migliore, con «soli» 19 cittadini infetti. In tutte le altre regioni, i casi sono pochissimi. Il Piemonte, per dire, è spesso al centro delle cronache, eppure al momento si è fermato a 11 contagi. Certamente la coincidenza che vuole la partita più attesa dell'anno capitare a Torino proprio nel pieno dell'epidemia ha contribuito ad accendere i riflettori, ma, in generale, una certa sproporzione nel trattamento mediatico appare evidente. Non c'è nessuna selva di microfoni ad attendere Bonaccini a ogni sua uscita, e questo è un fatto. Va detto che la sua giunta è entrata ufficialmente in funzione solo ieri, quando l'assemblea legislativa regionale si è insediata. Ma per un presidente che è stato riconfermato alla guida della Regione e che viene da un precedente mandato, la scusa del «dateci tempo» non sta in piedi. Né, del resto, il tempo da dare è poi così tanto. Può anche darsi, ovviamente, che il basso profilo mediatico di Bonaccini sia una precisa scelta politica, una sorta di riedizione della strategia elettorale rivelatasi vincente: far parlare gli altri e pascersi nel ruolo del buon amministratore, l'uomo del fare mai sopra le righe. Il protagonismo dei presidenti di Regione, tuttavia, non ha a che fare solo con lo show del blabla politico. Ci sono anche risposte da dare ai cittadini in un momento delicato. Risposte che, dai giornalisti, vengono chieste di continuo a Luca Zaia, per esempio, ma molto meno a un governatore che si trova a dover affrontare una situazione analoga. Stare nell'occhio del ciclone, del resto, comporta una visibilità che non sempre è positiva, poiché aumenta la percezione che il territorio governato dal tal presidente sia in una situazione più critica di altri. Ieri, comunque, dopo la cerimonia di insediamento, Bonaccini ha incontrato i sindaci della regione per fare il punto della situazione. Intervistato a Circo Massimo, su Radio Capital, ha dichiarato: «Il governo non ha proceduto male, anche considerando che c'è stata un'escalation di casi in poche ore. Adesso c'è bisogno che intervenga con misure che diano uno shock all'economia. È la parte più rilevante, anche perché si sta affrontando bene la fase medico-sanitaria». Secondo Bonaccini, «abbiamo bisogno di tornare alla vita normale senza dare segnali contraddittori, e c'è bisogno di un confronto con il governo».
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.