True
2022-06-27
L'autonomia tradita
Arrivati al giro di boa, meglio affidarsi alla concretezza. L’autonomia non si può più rimandare. Le prime tre Regioni ad aver avviato il processo che porta al regionalismo differenziato - Veneto, Lombardia, Emilia Romagna - sanno di non poter perdere altro tempo. Dopo quasi cinque anni di attese (in mezzo un referendum, tre governi, una serie lunghissima di discussioni, tavoli e commissioni) tra i governatori del Nord si è fatta largo una convinzione: la legge quadro, cioè la cornice dentro cui inserire le intese tra lo Stato e le Regioni sulle materie da trasferire, deve arrivare in Consiglio dei ministri il prima possibile. O almeno non più tardi del prossimo autunno, quando tra i palazzi della politica si comincerà a discutere solo di legge di bilancio. E pazienza se qualche limatura al testo dovrà essere apportata, come pensa il presidente del Veneto Luca Zaia.
Da qualche parte si dovrà pur cominciare: «Facciamo il primo passo; se avesse seguito il criterio della perfezione, Cristoforo Colombo sarebbe ancora fermo a Palos», confida chi sta seguendo l’evoluzione del dossier per conto delle Regioni. «La fase decisiva non è quella delle pregiudiziali, ma la successiva», quando le intese dovranno essere esaminate, dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri e prima del definitivo passaggio in aula, dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali. Il pieno coinvolgimento del Parlamento è una delle materie di scontro tra gli autonomisti e chi predica cautela sulla strada che porta al regionalismo: in risposta a un’interrogazione sull’Autonomia differenziata, il ministro per il Sud, Mara Carfagna, l’ha posta come una delle condizioni «imprescindibili» per l’approvazione del disegno di legge. «Nel processo di approvazione dell’intesa preliminare tra lo Stato e le Regioni, il Parlamento è già adeguatamente coinvolto», ribatte Andrea Giovanardi, professore di diritto tributario all’università di Trento. «La Commissione competente esprime il suo parere su un accordo che, in ultima battuta, verrà approvato dalle Camere a maggioranza assoluta dei suoi componenti. L’errore, semmai, è pensare di poter emendare un testo su cui Stato e Regioni hanno raggiunto un’intesa: è come se due parti stipulassero un contratto e un terzo modificasse l’accordo concluso, indipendentemente dalla loro volontà. Siamo di fronte a un problema logico, prima ancora che giuridico».
Tra i nodi più ingarbugliati della riforma, ci sono i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), cioè gli standard minimi per le prestazioni e i servizi che lo Stato deve garantire su tutto il territorio nazionale, che le Regioni aspettano di conoscere da più di dieci anni. La bozza di legge messa a punto dal ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, li considera «una condizione necessaria» per il trasferimento di alcune funzioni, come la sanità, l’istruzione, l’assistenza e il trasporto pubblico locale.
Peccato che i primi a mettere in dubbio il vincolo dei Lep siano stati proprio gli esperti scelti dal ministero per fornire un parere sull’autonomia: nella relazione conclusiva consegnata alla Gelmini, il gruppo di lavoro presieduto dal professor Beniamino Caravita (recentemente scomparso) esclude la possibilità di subordinare l’attuazione del regionalismo differenziato alla preventiva definizione dei Lep. Restando inerte, infatti, lo Stato potrebbe rinviare indefinitamente ogni possibilità di accordo con le Regioni su alcune delle materie più importanti. «Siamo in una situazione ridicola e paradossale: chi avrebbe dovuto provvedere fa ricadere sulle Regioni la mancata definizione dei Lep, rischiando di impantanare tutto il processo», spiega alla Verità il professor Mario Bertolissi, costituzionalista e membro della Commissione veneta per l’autonomia.
In attesa che lo Stato si decida a intervenire, nella bozza di legge quadro si è scelta la più classica delle mediazioni: Veneto e Lombardia avrebbero voluto inserire il criterio della spesa storica media pro capite italiana, una volta trascorsi tre anni dall’intesa senza un passo avanti sui Lep, ma si sono dovute accontentare della quota attuale di spesa storica a loro già oggi attribuita, che è inferiore, secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato, alla media italiana. «Il criterio dei costi storici è perverso: lo Stato rimborsa la Regione senza una valutazione di merito, ma sulla base di quanto è stato speso l’anno precedente», ricorda chi ha partecipato alla trattativa per conto di Regione Lombardia. Di fatto, significa premiare chi spende di più e peggio. «Al ministero dell’Economia», prosegue Bertolissi, «hanno fatto i conti e si sono accorti che superare il criterio dei costi storici significherebbe rimetterci dei soldi. E di trasferire fondi alle Regioni, a Roma, non hanno alcun interesse: per questo, preferiscono lasciare tutto com’è».
Contro le «repubblichette» e la «secessione dei ricchi», sono tornati a farsi sentire giuristi, accademici e sindacati, preoccupati dalla possibile accelerazione del percorso verso l’autonomia, che metterebbe in discussione - a loro dire - l’unità nazionale. «Chi più ha, più ottiene; chi meno ha, si frega», ha scritto l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Per impedire il regionalismo differenziato, circa 200 intellettuali hanno sottoscritto un disegno di legge costituzionale d’iniziativa popolare, con l’obiettivo di modificare la potestà legislativa delle Regioni e il rapporto tra periferia e Stato centrale. «Manutenzione straordinaria», la chiama il professor Massimo Villone, emerito di diritto costituzionale all’università Federico II di Napoli, tra i firmatari della proposta di legge. «Agli attacchi pieni di slogan e non argomentati siamo abituati», ragiona ancora il professor Giovanardi. «Eppure, al di là di quello che pensano Villone e gli altri, la formulazione dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione non lascia spazio a dubbi. Si può provare a cambiarlo, certamente, ma finché quell’articolo c’è deve essere attuato. Non si tratta di un atto eversivo, come ha ribadito il presidente Zaia: le iniziative regionali rispettano la nostra Costituzione, che non può essere utilizzata a sostegno di argomentazioni di parte solo quando fa comodo».
«Salvini doveva metterci la faccia. Ora siamo su un binario morto»
«Il terreno dell’autonomia differenziata è disseminato di trappole, c’è un’altissima probabilità che la questione settentrionale finisca su un binario morto». Nei Comitati per l’autonomia del Veneto c’è una certa delusione, l’incontro tra il ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, e i governatori del Nord non è bastato a far cambiare idea ai venetisti, convinti che la bozza di legge quadro sia una «riforma annacquata».
Paolo Franco, ex senatore leghista e responsabile dei Comitati per l’autonomia del Veneto, lei parla senza mezzi termini di «autonomia tradita», perché?
«La legge quadro, così come è scritta, è incostituzionale. L’articolo 116 della Costituzione prevede due fasi: l’intesa tra lo Stato e le Regioni e poi l’approvazione dell’accordo da parte delle Camere, a maggioranza assoluta dei componenti. La legge quadro cambia completamente il procedimento legislativo, rendendolo contorto e contraddittorio».
In quali punti?
«I passaggi iniziali sono più che raddoppiati: c’è la richiesta della Regione, il negoziato che produce lo schema di intesa preliminare, la discussione del testo nelle commissioni parlamentari, la trasmissione della legge alle Camere da parte del governo e infine la deliberazione».
Cosa non va in tutto ciò?
«Il testo di intesa che il governo trasmette alle Camere può cambiare in base al parere della Commissione parlamentare per le questioni regionali. Di fatto, potremmo ritrovarci con due testi: il primo sottoscritto dalle Regioni che chiedono l’autonomia e un secondo sul quale le Regioni non possono intervenire, né tantomeno firmare, perché il testo Gelmini non lo prevede. Un presidente di Regione che approva l’intesa preliminare potrebbe ritrovarsi con una intesa definitiva modificata, sulla quale non avrà alcun potere: si porta a casa ciò che la commissione e il governo avranno deciso di cambiare, punto».
Sulle materie principali - sanità, assistenza, istruzione e trasporto pubblico - la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (i famosi Lep) è la condizione necessaria per il trasferimento delle funzioni. Porre tale vincolo significa non voler trasferire affatto queste materie?
«Tra il 2010 e il 2013, sono stato vicepresidente della Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale e già allora si parlava dei Lep».
Perché non sono mai stati definiti?
«La definizione dei Lep metterebbe in difficoltà alcune Regioni, che per i settori più importanti preferiscono continuare a spendere in base al criterio delle spesa storica. Se per oltre 10 anni nessuno ha mai messo mano ai Lep, è perché non c’è la volontà politica di farlo. Non mi stupisce che abbiano voluto inserire questa trappola nella legge quadro, significa impedire la concessione delle materie».
«Le modalità di finanziamento delle funzioni conferite devono essere individuate anche tra i tributi propri della Regione», si legge nella bozza di legge quadro. La convince questa disposizione?
«La legge sul federalismo fiscale del 2009 dice che, nel momento in cui si attribuiscono maggiori competenze alle Regioni, viene lasciata una compartecipazione corrispondente al costo sostenuto a livello periferico. La legge quadro invece parla anche di riserva di imposta e tributi propri: ciò vuol dire che lo Stato non darà indietro 100, ma magari 80. Il resto sono tributi propri, ma ciò non è scritto nella legge sul federalismo fiscale».
Lei ha scritto che «la Lega, il partito alfiere del progetto, ha abdicato ai propri principi originari».
«Non è da ieri o dal mese scorso che Matteo Salvini ha abbandonato la questione settentrionale. Il progetto dell’autonomia è rimasto orfano almeno dall’inizio della legislatura. Non imponendo l’attuazione dell’autonomia differenziata, Salvini ha commesso un grave errore: per le sue mire personali, siamo finiti nella mani di chi spera che il regionalismo non abbia mai luogo».
Ritiene che le incertezze sul regionalismo abbiano influito sul voto delle amministrative?
«È evidente. E non perché la Lega di Salvini è diventata un partito nazionale, ma perché oggi è un partito centralista: ragionano solamente in base alle funzioni dello Stato centralista, per questo al nord sono stati puniti».
Come giudica il lavoro dei governatori?
«Mi infastidisce il gioco di rimessa che stanno portando avanti. C’è una specie di paura, di giustificazione nelle loro parole. Sembra che si vergognino di questa battaglia».
La legge quadro sarà anche imperfetta, ma tra i governatori si è fatta largo una convinzione: da qualche parte si dovrà pur partire.
«Noto un certo imbarazzo tra i governatori: sanno benissimo che la legge quadro è una tomba per l’autonomia differenziata. Sono consapevoli del fatto che se non portano a casa nulla faranno fatica a ripresentarsi agli elettori nella prossima legislatura. Quindi dicono “turiamoci il naso e portiamo a casa questa schifezza”, ma io questa schifezza non la accetto. Ci sono dei punti che devono essere modificati e resi aderenti a quanto previsto dalla Costituzione».
«La legge va approvata in fretta. Dopo non si può tornare indietro»
Nella trattativa politica sull’autonomia differenziata, tutte le mosse vanno pesate: ci sono posizioni da limare, compromessi da accettare. Ogni parola rischia di sollevare un polverone: «Molti aspetti di questa vicenda sono stati usati ad arte per buttare la palla in tribuna», racconta alla Verità Stefano Bruno Galli, Assessore all’Autonomia e alla Cultura di Regione Lombardia. Il percorso verso il regionalismo differenziato è ancora lungo, ma qualche punto fermo si comincia a intravedere: «Una volta approvata la legge quadro, non ci sono più alibi».
Assessore, il tema del contendere è proprio la legge quadro: i più intransigenti in Veneto non la vedono proprio di buon occhio.
«Quella messa a punto dal ministro Gelmini è sostanzialmente una legge procedurale, che colma una lacuna emersa nelle trattative del 2018, primo governo Conte. Dalla riforma del Titolo V della Costituzione (2001) a oggi, l’articolo 116 è rimasto di fatto inattuato: le Regioni possono chiedere al governo di iniziare un percorso per ottenere maggiore autonomia politica e amministrativa, ma nessuno ha mai spiegato come fare. Per 20 anni si è brancolato nel buio».
Insomma, meglio una legge imperfetta che nessuna legge?
«Si poteva anche fare a meno di questa legge quadro. Però, se è volontà esplicita del ministro procedere in questa direzione, si faccia presto e con minori danni possibili per le Regioni sedute al tavolo della trattativa».
Che tipo di danni intravede?
«Temo che al governo possano sorgere delle frizioni, che potrebbero riversarsi nel passaggio parlamentare».
Il ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, la forzista Mara Carfagna, pone alcune questioni imprescindibili per l’approvazione del Disegno di legge: fondo perequativo, l’abbandono della spesa storica e, soprattutto, la definizione dei LEP, che per i venetisti renderebbe impossibile l’autonomia nelle materie fondamentali.
«Più rapidamente si approva questa legge, meglio è. È chiaro che devono esserci dei compromessi».
Altrimenti non verrebbe neanche approvata.
«Esatto. Una volta che viene approvata la legge quadro, non si torna più indietro. Ciò vale per il governo e per il Parlamento. Come Regione Lombardia, i nostri compiti li abbiamo fatti e siamo pronti a mettere le carte sul tavolo. Si proceda alla svelta, perché ogni volta che si fanno dei passi in avanti si alza la crociata, per lo più una battaglia di retroguardia, dei vari intellettuali, pronti a strumentalizzare i dati e i concetti per buttare fango sull’autonomia».
La chiamano «secessione dei ricchi», è così?
«Niente affatto. Questa è una riforma che non crea danni. Semmai, consentirà alle Regioni con un sistema produttivo avanzato e una capacità fiscale forte di sviluppare ulteriormente queste attitudini e aumentare le risorse da redistribuire con il resto del Paese. La partita dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione si spiega con due parole».
Quali?
«Efficienza e responsabilità. Se una Regione chiede di avere maggiori margini di autonomia, deve dimostrare la propria efficienza. Qualsiasi forma di servizio, erogato dalla Lombardia, dal Veneto, dall’Emilia Romagna o dal Piemonte, deve costare meno e garantire una maggiore qualità, nell’interesse di tutti i cittadini. Stiamo parlando di un elemento di innovazione per il sistema istituzionale di questo Paese, per dimostrare finalmente di essere più moderni, agili e meno incancreniti. Dobbiamo renderci conto che questo Paese, dal 1970 a oggi, ha perseguito quello che tecnicamente si chiama regionalismo ordinario dell’uniformità, che ha come obiettivo la garanzia di uguali diritti e tutele per tutti i cittadini della Repubblica».
Cosa c’è di male in questo?
«Assolutamente nulla, si stratta di uno scopo nobilissimo e fondamentale. Tuttavia, è stato proprio il regionalismo ordinario dell’uniformità a rivelare le differenze di rendimento istituzionale. Se in Lombardia esiste il turismo sanitario, significa che i diritti di welfare che può garantire la nostra Regione sono nettamente superiori rispetto a quelli di altre Regioni, dalle quali proviene chi si fa curare. Se i sistemi di welfare di quelle Regioni non migliorano in termini di qualità, efficienza e riduzione degli sprechi, il Paese andrà sempre peggio».
Secondo l’ex presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, l’economista Giuseppe Pisauro, rischiamo di ritrovarci con «20 Regioni a statuto speciale».
«Non è così. Il regionalismo differenziato esiste già nelle Regioni a Statuto speciale. I margini di autonomia del Friuli Venezia Giulia, l’ultima Regione tra quelle a Statuto speciale, sono nettamente inferiori rispetto a quelle della Sicilia. La specialità si differenzia in base agli aspetti fiscali, alle competenze legislative e amministrative riconosciute e risiede negli Statuti di autonomia delle cinque Regioni. Il 116 comma 3, invece, ha l’obiettivo di applicare il principio dei differenti margini di autonomia anche alle altre Regioni. Le 15 Regioni ordinarie non diventeranno mai a Statuto speciale, dal punto di vista teorico è una stupidaggine».
Continua a leggereRiduci
Cinque anni fa in Lombardia e Veneto un plebiscito approvò i referendum. Si unì anche l’Emilia Romagna. Ora la legislatura è agli sgoccioli. E i ministri di centrodestra non riescono a dare una risposta seria alle richieste dei cittadini.«Salvini doveva metterci la faccia. Ora siamo su un binario morto». Paolo Franco, l'ex senatore leghista responsabile dei Comitati veneti: «Il progetto è rimasto lettera morta già dal governo Conte 1. Il testo presentato dalla Gelmini è annacquato e incostituzionale. C’è imbarazzo tra i governatori».«La legge va approvata in fretta. Dopo non si può tornare indietro». L’assessore lombardo Stefano Bruno Galli: «Chiediamo poteri simili agli enti locali con Statuto speciale».Lo speciale comprende tre articoli. Arrivati al giro di boa, meglio affidarsi alla concretezza. L’autonomia non si può più rimandare. Le prime tre Regioni ad aver avviato il processo che porta al regionalismo differenziato - Veneto, Lombardia, Emilia Romagna - sanno di non poter perdere altro tempo. Dopo quasi cinque anni di attese (in mezzo un referendum, tre governi, una serie lunghissima di discussioni, tavoli e commissioni) tra i governatori del Nord si è fatta largo una convinzione: la legge quadro, cioè la cornice dentro cui inserire le intese tra lo Stato e le Regioni sulle materie da trasferire, deve arrivare in Consiglio dei ministri il prima possibile. O almeno non più tardi del prossimo autunno, quando tra i palazzi della politica si comincerà a discutere solo di legge di bilancio. E pazienza se qualche limatura al testo dovrà essere apportata, come pensa il presidente del Veneto Luca Zaia.Da qualche parte si dovrà pur cominciare: «Facciamo il primo passo; se avesse seguito il criterio della perfezione, Cristoforo Colombo sarebbe ancora fermo a Palos», confida chi sta seguendo l’evoluzione del dossier per conto delle Regioni. «La fase decisiva non è quella delle pregiudiziali, ma la successiva», quando le intese dovranno essere esaminate, dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri e prima del definitivo passaggio in aula, dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali. Il pieno coinvolgimento del Parlamento è una delle materie di scontro tra gli autonomisti e chi predica cautela sulla strada che porta al regionalismo: in risposta a un’interrogazione sull’Autonomia differenziata, il ministro per il Sud, Mara Carfagna, l’ha posta come una delle condizioni «imprescindibili» per l’approvazione del disegno di legge. «Nel processo di approvazione dell’intesa preliminare tra lo Stato e le Regioni, il Parlamento è già adeguatamente coinvolto», ribatte Andrea Giovanardi, professore di diritto tributario all’università di Trento. «La Commissione competente esprime il suo parere su un accordo che, in ultima battuta, verrà approvato dalle Camere a maggioranza assoluta dei suoi componenti. L’errore, semmai, è pensare di poter emendare un testo su cui Stato e Regioni hanno raggiunto un’intesa: è come se due parti stipulassero un contratto e un terzo modificasse l’accordo concluso, indipendentemente dalla loro volontà. Siamo di fronte a un problema logico, prima ancora che giuridico». Tra i nodi più ingarbugliati della riforma, ci sono i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), cioè gli standard minimi per le prestazioni e i servizi che lo Stato deve garantire su tutto il territorio nazionale, che le Regioni aspettano di conoscere da più di dieci anni. La bozza di legge messa a punto dal ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, li considera «una condizione necessaria» per il trasferimento di alcune funzioni, come la sanità, l’istruzione, l’assistenza e il trasporto pubblico locale. Peccato che i primi a mettere in dubbio il vincolo dei Lep siano stati proprio gli esperti scelti dal ministero per fornire un parere sull’autonomia: nella relazione conclusiva consegnata alla Gelmini, il gruppo di lavoro presieduto dal professor Beniamino Caravita (recentemente scomparso) esclude la possibilità di subordinare l’attuazione del regionalismo differenziato alla preventiva definizione dei Lep. Restando inerte, infatti, lo Stato potrebbe rinviare indefinitamente ogni possibilità di accordo con le Regioni su alcune delle materie più importanti. «Siamo in una situazione ridicola e paradossale: chi avrebbe dovuto provvedere fa ricadere sulle Regioni la mancata definizione dei Lep, rischiando di impantanare tutto il processo», spiega alla Verità il professor Mario Bertolissi, costituzionalista e membro della Commissione veneta per l’autonomia. In attesa che lo Stato si decida a intervenire, nella bozza di legge quadro si è scelta la più classica delle mediazioni: Veneto e Lombardia avrebbero voluto inserire il criterio della spesa storica media pro capite italiana, una volta trascorsi tre anni dall’intesa senza un passo avanti sui Lep, ma si sono dovute accontentare della quota attuale di spesa storica a loro già oggi attribuita, che è inferiore, secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato, alla media italiana. «Il criterio dei costi storici è perverso: lo Stato rimborsa la Regione senza una valutazione di merito, ma sulla base di quanto è stato speso l’anno precedente», ricorda chi ha partecipato alla trattativa per conto di Regione Lombardia. Di fatto, significa premiare chi spende di più e peggio. «Al ministero dell’Economia», prosegue Bertolissi, «hanno fatto i conti e si sono accorti che superare il criterio dei costi storici significherebbe rimetterci dei soldi. E di trasferire fondi alle Regioni, a Roma, non hanno alcun interesse: per questo, preferiscono lasciare tutto com’è». Contro le «repubblichette» e la «secessione dei ricchi», sono tornati a farsi sentire giuristi, accademici e sindacati, preoccupati dalla possibile accelerazione del percorso verso l’autonomia, che metterebbe in discussione - a loro dire - l’unità nazionale. «Chi più ha, più ottiene; chi meno ha, si frega», ha scritto l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Per impedire il regionalismo differenziato, circa 200 intellettuali hanno sottoscritto un disegno di legge costituzionale d’iniziativa popolare, con l’obiettivo di modificare la potestà legislativa delle Regioni e il rapporto tra periferia e Stato centrale. «Manutenzione straordinaria», la chiama il professor Massimo Villone, emerito di diritto costituzionale all’università Federico II di Napoli, tra i firmatari della proposta di legge. «Agli attacchi pieni di slogan e non argomentati siamo abituati», ragiona ancora il professor Giovanardi. «Eppure, al di là di quello che pensano Villone e gli altri, la formulazione dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione non lascia spazio a dubbi. Si può provare a cambiarlo, certamente, ma finché quell’articolo c’è deve essere attuato. Non si tratta di un atto eversivo, come ha ribadito il presidente Zaia: le iniziative regionali rispettano la nostra Costituzione, che non può essere utilizzata a sostegno di argomentazioni di parte solo quando fa comodo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lautonomia-tradita-2657565586.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="salvini-doveva-metterci-la-faccia-ora-siamo-su-un-binario-morto" data-post-id="2657565586" data-published-at="1656283949" data-use-pagination="False"> «Salvini doveva metterci la faccia. Ora siamo su un binario morto» «Il terreno dell’autonomia differenziata è disseminato di trappole, c’è un’altissima probabilità che la questione settentrionale finisca su un binario morto». Nei Comitati per l’autonomia del Veneto c’è una certa delusione, l’incontro tra il ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, e i governatori del Nord non è bastato a far cambiare idea ai venetisti, convinti che la bozza di legge quadro sia una «riforma annacquata». Paolo Franco, ex senatore leghista e responsabile dei Comitati per l’autonomia del Veneto, lei parla senza mezzi termini di «autonomia tradita», perché? «La legge quadro, così come è scritta, è incostituzionale. L’articolo 116 della Costituzione prevede due fasi: l’intesa tra lo Stato e le Regioni e poi l’approvazione dell’accordo da parte delle Camere, a maggioranza assoluta dei componenti. La legge quadro cambia completamente il procedimento legislativo, rendendolo contorto e contraddittorio». In quali punti? «I passaggi iniziali sono più che raddoppiati: c’è la richiesta della Regione, il negoziato che produce lo schema di intesa preliminare, la discussione del testo nelle commissioni parlamentari, la trasmissione della legge alle Camere da parte del governo e infine la deliberazione». Cosa non va in tutto ciò? «Il testo di intesa che il governo trasmette alle Camere può cambiare in base al parere della Commissione parlamentare per le questioni regionali. Di fatto, potremmo ritrovarci con due testi: il primo sottoscritto dalle Regioni che chiedono l’autonomia e un secondo sul quale le Regioni non possono intervenire, né tantomeno firmare, perché il testo Gelmini non lo prevede. Un presidente di Regione che approva l’intesa preliminare potrebbe ritrovarsi con una intesa definitiva modificata, sulla quale non avrà alcun potere: si porta a casa ciò che la commissione e il governo avranno deciso di cambiare, punto». Sulle materie principali - sanità, assistenza, istruzione e trasporto pubblico - la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (i famosi Lep) è la condizione necessaria per il trasferimento delle funzioni. Porre tale vincolo significa non voler trasferire affatto queste materie? «Tra il 2010 e il 2013, sono stato vicepresidente della Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale e già allora si parlava dei Lep». Perché non sono mai stati definiti? «La definizione dei Lep metterebbe in difficoltà alcune Regioni, che per i settori più importanti preferiscono continuare a spendere in base al criterio delle spesa storica. Se per oltre 10 anni nessuno ha mai messo mano ai Lep, è perché non c’è la volontà politica di farlo. Non mi stupisce che abbiano voluto inserire questa trappola nella legge quadro, significa impedire la concessione delle materie». «Le modalità di finanziamento delle funzioni conferite devono essere individuate anche tra i tributi propri della Regione», si legge nella bozza di legge quadro. La convince questa disposizione? «La legge sul federalismo fiscale del 2009 dice che, nel momento in cui si attribuiscono maggiori competenze alle Regioni, viene lasciata una compartecipazione corrispondente al costo sostenuto a livello periferico. La legge quadro invece parla anche di riserva di imposta e tributi propri: ciò vuol dire che lo Stato non darà indietro 100, ma magari 80. Il resto sono tributi propri, ma ciò non è scritto nella legge sul federalismo fiscale». Lei ha scritto che «la Lega, il partito alfiere del progetto, ha abdicato ai propri principi originari». «Non è da ieri o dal mese scorso che Matteo Salvini ha abbandonato la questione settentrionale. Il progetto dell’autonomia è rimasto orfano almeno dall’inizio della legislatura. Non imponendo l’attuazione dell’autonomia differenziata, Salvini ha commesso un grave errore: per le sue mire personali, siamo finiti nella mani di chi spera che il regionalismo non abbia mai luogo». Ritiene che le incertezze sul regionalismo abbiano influito sul voto delle amministrative? «È evidente. E non perché la Lega di Salvini è diventata un partito nazionale, ma perché oggi è un partito centralista: ragionano solamente in base alle funzioni dello Stato centralista, per questo al nord sono stati puniti». Come giudica il lavoro dei governatori? «Mi infastidisce il gioco di rimessa che stanno portando avanti. C’è una specie di paura, di giustificazione nelle loro parole. Sembra che si vergognino di questa battaglia». La legge quadro sarà anche imperfetta, ma tra i governatori si è fatta largo una convinzione: da qualche parte si dovrà pur partire. «Noto un certo imbarazzo tra i governatori: sanno benissimo che la legge quadro è una tomba per l’autonomia differenziata. Sono consapevoli del fatto che se non portano a casa nulla faranno fatica a ripresentarsi agli elettori nella prossima legislatura. Quindi dicono “turiamoci il naso e portiamo a casa questa schifezza”, ma io questa schifezza non la accetto. Ci sono dei punti che devono essere modificati e resi aderenti a quanto previsto dalla Costituzione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lautonomia-tradita-2657565586.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-legge-va-approvata-in-fretta-dopo-non-si-puo-tornare-indietro" data-post-id="2657565586" data-published-at="1656283949" data-use-pagination="False"> «La legge va approvata in fretta. Dopo non si può tornare indietro» Nella trattativa politica sull’autonomia differenziata, tutte le mosse vanno pesate: ci sono posizioni da limare, compromessi da accettare. Ogni parola rischia di sollevare un polverone: «Molti aspetti di questa vicenda sono stati usati ad arte per buttare la palla in tribuna», racconta alla Verità Stefano Bruno Galli, Assessore all’Autonomia e alla Cultura di Regione Lombardia. Il percorso verso il regionalismo differenziato è ancora lungo, ma qualche punto fermo si comincia a intravedere: «Una volta approvata la legge quadro, non ci sono più alibi». Assessore, il tema del contendere è proprio la legge quadro: i più intransigenti in Veneto non la vedono proprio di buon occhio. «Quella messa a punto dal ministro Gelmini è sostanzialmente una legge procedurale, che colma una lacuna emersa nelle trattative del 2018, primo governo Conte. Dalla riforma del Titolo V della Costituzione (2001) a oggi, l’articolo 116 è rimasto di fatto inattuato: le Regioni possono chiedere al governo di iniziare un percorso per ottenere maggiore autonomia politica e amministrativa, ma nessuno ha mai spiegato come fare. Per 20 anni si è brancolato nel buio». Insomma, meglio una legge imperfetta che nessuna legge? «Si poteva anche fare a meno di questa legge quadro. Però, se è volontà esplicita del ministro procedere in questa direzione, si faccia presto e con minori danni possibili per le Regioni sedute al tavolo della trattativa». Che tipo di danni intravede? «Temo che al governo possano sorgere delle frizioni, che potrebbero riversarsi nel passaggio parlamentare». Il ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, la forzista Mara Carfagna, pone alcune questioni imprescindibili per l’approvazione del Disegno di legge: fondo perequativo, l’abbandono della spesa storica e, soprattutto, la definizione dei LEP, che per i venetisti renderebbe impossibile l’autonomia nelle materie fondamentali. «Più rapidamente si approva questa legge, meglio è. È chiaro che devono esserci dei compromessi». Altrimenti non verrebbe neanche approvata. «Esatto. Una volta che viene approvata la legge quadro, non si torna più indietro. Ciò vale per il governo e per il Parlamento. Come Regione Lombardia, i nostri compiti li abbiamo fatti e siamo pronti a mettere le carte sul tavolo. Si proceda alla svelta, perché ogni volta che si fanno dei passi in avanti si alza la crociata, per lo più una battaglia di retroguardia, dei vari intellettuali, pronti a strumentalizzare i dati e i concetti per buttare fango sull’autonomia». La chiamano «secessione dei ricchi», è così? «Niente affatto. Questa è una riforma che non crea danni. Semmai, consentirà alle Regioni con un sistema produttivo avanzato e una capacità fiscale forte di sviluppare ulteriormente queste attitudini e aumentare le risorse da redistribuire con il resto del Paese. La partita dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione si spiega con due parole». Quali? «Efficienza e responsabilità. Se una Regione chiede di avere maggiori margini di autonomia, deve dimostrare la propria efficienza. Qualsiasi forma di servizio, erogato dalla Lombardia, dal Veneto, dall’Emilia Romagna o dal Piemonte, deve costare meno e garantire una maggiore qualità, nell’interesse di tutti i cittadini. Stiamo parlando di un elemento di innovazione per il sistema istituzionale di questo Paese, per dimostrare finalmente di essere più moderni, agili e meno incancreniti. Dobbiamo renderci conto che questo Paese, dal 1970 a oggi, ha perseguito quello che tecnicamente si chiama regionalismo ordinario dell’uniformità, che ha come obiettivo la garanzia di uguali diritti e tutele per tutti i cittadini della Repubblica». Cosa c’è di male in questo? «Assolutamente nulla, si stratta di uno scopo nobilissimo e fondamentale. Tuttavia, è stato proprio il regionalismo ordinario dell’uniformità a rivelare le differenze di rendimento istituzionale. Se in Lombardia esiste il turismo sanitario, significa che i diritti di welfare che può garantire la nostra Regione sono nettamente superiori rispetto a quelli di altre Regioni, dalle quali proviene chi si fa curare. Se i sistemi di welfare di quelle Regioni non migliorano in termini di qualità, efficienza e riduzione degli sprechi, il Paese andrà sempre peggio». Secondo l’ex presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, l’economista Giuseppe Pisauro, rischiamo di ritrovarci con «20 Regioni a statuto speciale». «Non è così. Il regionalismo differenziato esiste già nelle Regioni a Statuto speciale. I margini di autonomia del Friuli Venezia Giulia, l’ultima Regione tra quelle a Statuto speciale, sono nettamente inferiori rispetto a quelle della Sicilia. La specialità si differenzia in base agli aspetti fiscali, alle competenze legislative e amministrative riconosciute e risiede negli Statuti di autonomia delle cinque Regioni. Il 116 comma 3, invece, ha l’obiettivo di applicare il principio dei differenti margini di autonomia anche alle altre Regioni. Le 15 Regioni ordinarie non diventeranno mai a Statuto speciale, dal punto di vista teorico è una stupidaggine».
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
Continua a leggereRiduci
Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
Continua a leggereRiduci
Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
Continua a leggereRiduci