
Mentre proseguono le manifestazioni antigovernative in Iran, la tensione in Medio Oriente continua a salire. Ieri, un funzionario di Teheran ha affermato che, in caso di atto bellico da parte di Washington contro la Repubblica islamica, le basi statunitensi in Arabia Saudita, Emirati arabi e Turchia «saranno attaccate». Gli stessi pasdaran hanno minacciato una risposta «decisa». È in questo clima che, sempre ieri, gli americani e i britannici hanno ritirato una parte del loro personale di stanza nella base aerea di Al Udeid, in Qatar. «Date le persistenti tensioni regionali, la missione statunitense in Arabia Saudita ha consigliato al proprio personale di esercitare maggiore cautela e limitare i viaggi non essenziali verso qualsiasi installazione militare nella regione. Raccomandiamo ai cittadini americani nel Regno di fare lo stesso», ha inoltre dichiarato l’ambasciata statunitense a Riad. La stessa Farnesina ha invitato i nostri connazionali in Iran a lasciare il Paese. Mentre il G7 si è detto pronto a varare nuove sanzioni contro Teheran.
E così, mentre l’attivista iraniana e premio Nobel per la pace Shirin Ebadi sta auspicando che Washington conduca «azioni altamente mirate» contro Ali Khamenei, la domanda è se, come e quando gli Usa decideranno di colpire militarmente la Repubblica islamica. Secondo il New York Times, i vertici del Pentagono hanno presentato a Donald Trump un’ampia gamma di obiettivi bellici in Iran, tra cui i siti nucleari e quelli per la realizzazione dei missili balistici. Del resto, martedì, il presidente americano aveva reso noto di non avere intenzione di incontrare dei funzionari di Teheran a meno che non avessero cessato la loro sanguinosa repressione delle proteste. «L’aiuto sta arrivando», aveva aggiunto sibillinamente Trump, portando a pensare che un attacco militare americano potesse essere imminente. Inoltre, nella serata di lunedì, il presidente americano aveva anche annunciato dei dazi secondari a Teheran. Tutto questo mentre, nel pomeriggio italiano di ieri, un funzionario europeo, parlando con Reuters, ha definito l’attacco americano come «probabile», aggiungendo che potrebbe addirittura aver luogo nell’arco delle «prossime 24 ore». D’altronde, sempre ieri, da Teheran hanno fatto sapere che i contatti tra l’inviato statunitense, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sono attualmente sospesi: i due si erano sentiti nel fine settimana e, all’epoca, era stata ventilata l’ipotesi, per ora naufragata, di organizzare un incontro diplomatico.
Tuttavia attenzione: per quanto oggettivamente probabile, un attacco americano imminente non è ancora del tutto certo. Nella serata di martedì, Nbc News ha infatti riferito che sia lo Stato ebraico che i Paesi arabi starebbero suggerendo all’amministrazione Trump di attendere prima di ricorrere all’opzione bellica contro l’Iran. Stando alla testata, i funzionari israeliani e arabi riterrebbero che sarebbe meglio aspettare un ulteriore indebolimento del regime khomeinista. A questo si aggiunga il dibattito in corso all’interno della stessa amministrazione Trump e, più in generale, del mondo repubblicano d’Oltreatlantico. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il vicepresidente americano, JD Vance, starebbe cercando di convincere l’inquilino della Casa Bianca a tentare la via diplomatica prima di condurre un’eventuale azione militare contro gli ayatollah. Di parere opposto è invece il senatore repubblicano, Lindsey Graham, che, domenica, ha invocato la linea dura, esortando il presidente americano a «uccidere» la leadership del governo di Teheran.
Governo al cui fianco continua a schierarsi il Cremlino. Ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha reso noto che, al netto delle pressioni di Washington, Mosca continuerà a rafforzare i suoi legami bilaterali con la Repubblica islamica. Per la Russia si tratta di una questione delicata. La caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024 ha infatti ridotto l’influenza del Cremlino sullo scacchiere mediorientale. Se adesso dovesse crollare anche il regime di Khamenei, i russi rischierebbero di perdere ancora più terreno nella regione. D’altronde, anche la determinazione dei proxy iraniani comincia a scricchiolare. Ieri, Hezbollah ha escluso di colpire gli Usa e Israele a meno che l’eventuale attacco alla Repubblica islamica non metta in pericolo la sua stessa esistenza.
E così, mentre aumentano le tensioni sull’Iran, procede il piano di pace per Gaza. Ieri, l’Egitto ha annunciato che «è stato raggiunto un consenso sulla composizione» del comitato tecnico che dovrebbe governare la Striscia. Il via al nuovo organismo è stato salutato positivamente sia da Hamas che dall’Anp. «Accogliamo con favore il sostegno della presidenza palestinese allo storico piano di pace in 20 punti del presidente Trump», ha commentato, a sua volta, il Dipartimento di Stato americano. Poco dopo, Witkoff ha ufficialmente annunciato l’inizio della fase due del piano di pace, sottolineando che gli «gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi». In questo quadro, un funzionario americano ha riferito che la crisi iraniana offre una «grande opportunità» per disarmare la stessa Hamas, che di Teheran è uno storico proxy.






