«Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Con queste parole, qualche giorno fa, don Giovanni Gatto, sacerdote cinquantunenne di una frazione dell’Aquila ma originario di Montebelluna, nel Trevigiano, ha annunciato al Papa e al vescovo del capoluogo abruzzese la sua decisione di abbandonare la tonaca. Forse non è a lui direttamente che ha risposto, ieri, Leone, in una lettera al Presbiterio dell’arcidiocesi di Madrid. E magari, nemmeno ad Alberto Ravagnani, il don influencer, noto per i suoi dibattiti social con Fedez, il quale, alla vigilia della pubblicazione del suo libro, ha dismesso la talare, citando dubbi sulla dottrina e sul celibato. Però, le parole che Robert Francis Prevost ha indirizzato ai «figli» in Spagna aiutano a raddrizzare la barra, dopo le sbandate che fanno il gioco della crociata laicista.
«Nessuno», ha scritto il pontefice, parlando di chi ha preso i voti, «dovrebbe sentirsi esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistete insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e debilita la missione!».
Il Papa è stato chiaro: «Non si tratta», ha ammonito, «di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». È in questa prospettiva che, anche secondo Leone XIV, va difeso il celibato, insieme ai requisiti della povertà e dell’obbedienza: «Non come negazione della vita, ma come la forma concreta che permette al sacerdote di appartenere interamente a Dio senza smettere di camminare tra gli uomini». «Stando nel mondo, ma senza essere del mondo», come prescrive il Vangelo. Perché - qualcuno avrebbe dovuto segnarselo - «il sacerdote non vive per esibirsi, ma neppure per nascondersi». «Tutta la sua vita», ha osservato Prevost, «è chiamata a rimandare a Dio e ad accompagnare il passaggio verso il Mistero, senza usurparne il posto». Il prete indica e, nel farlo, si mostra; e però vuole che l’attenzione del fedele sia poi rivolta alla realtà più grande che egli presenta. Rimane sulla «soglia»: sta in mezzo agli altri, in quanto segno del trascendente.
Sono, in fondo, argomenti analoghi a quelli del famoso testo di Benedetto XVI che, diffuso quale prefazione al libro del cardinale Robert Sarah, crearono un piccolo scandalo editoriale in Vaticano: all’inizio del 2020, le tesi di Joseph Ratzinger furono interpretate come una reprimenda teologica a Francesco, al tempo in cui l’argentino valutava di allentare la regola del celibato, almeno in alcuni casi limite, tipo il contesto amazzonico. L’idea del pontefice emerito, invece, era che il celibato servisse al sacerdote per dedicarsi totalmente a Dio e alla Chiesa, ma che fosse pure un segno escatologico: una sorta di anticipazione del Regno dei Cieli, dove - avvertì Gesù - «non si prende né moglie né marito». La crisi delle vocazioni, secondo Ratzinger, non si risolveva con una riforma di tipo burocratico-amministrativo; non dipendeva da ragioni funzionali, bensì da una questione di fede. È la vera fede che va restaurata; è inutile ammorbidire i principi per correre dietro alle mode e alle pressioni del pensiero unico nichilista.
In effetti, anche nella lettera del Santo Padre al Presbiterio madrileno c’è una diagnosi delle tendenze antireligiose dell’epoca, non nuova nel magistero di Leone. «In molti ambienti», ha osservato così il Papa, «constatiamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e la tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola a partire da ideologie o categorie parziali e insufficienti. In tale contesto, la fede corre il rischio di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si rafforzano forme di convivenza che prescindono da ogni riferimento trascendente». A completare il quadro contribuisce «la progressiva scomparsa di riferimenti comuni», che ha complicato «la trasmissione del messaggio cristiano»: «Il Vangelo», ha notato Prevost, «non si confronta solo con l’indifferenza, ma anche con un orizzonte culturale diverso, in cui le parole non significano più lo stesso».
Ma quella del pontefice non è fatalistica rassegnazione. Anzi, Leone vede che, «nel cuore di non poche persone, specialmente dei giovani, sta nascendo oggi un’inquietudine di nuova», scaturita dal tradimento delle promesse fondate sull’«assolutizzazione del benessere», sulla «libertà svincolata dalla verità», sul «progresso materiale». Ed è questa apertura a «una ricerca più onesta e autentica», questa sete di senso, in definitiva, ad aprire spazi a un incontro con Cristo che deve essere mediato dal sacerdote. Per l’uomo di Dio, quello attuale «non è tempo di ripiegamento né di rassegnazione, ma di presenza fedele e di disponibilità generosa». Purché, per dirla con San Paolo, si decida di combattere la «buona battaglia». Che non è quella per farsi applaudire dai media progressisti, o per strappare qualche like in più. Gesù non ragiona per algoritmi.