E mette in guardia: «Avremo altre epidemie, ma non dobbiamo vivere con la paura: questa variante Ebola, anche se per ora sta in Africa, va seguita con estrema attenzione». Capelli rossi, sorriso appena melanconico, minuta, carattere d’acciaio anche se - sussurra - «più di una volta ho pianto di fronte a storie di Hiv, quando hai fra le mani la vita di un bimbo e vorresti poter entrare nelle sue cellule e liberarlo dal male». Due figli piccoli - la teppa e il genietto -, un marito medico «altrimenti non mi sopporterebbe» e una scelta fatta da adolescente: sarò medico. E poi l’incontro con Carlo Urbani: il virologo che ha liberato il mondo dalla Sars (la sindrome respiratoria acuta) prevenendo una devastante epidemia e per farlo c’è morto. «Qui a Macerata, nelle Marche, non c’è studente di medicina o un medico che non senta parte dell’eredità del professor Urbani. Il suo piano pandemico era stato adottato nel 2003 dall’Oms, e studiare ciò che lui ha fatto e intuito è una fonte inesauribile. Forse è per questo che la virologia clinica è quella che mi affascina: la ricerca è fondamentale, ma la cura è la mia scelta».
Si pensava, passata l’emergenza Covid, di stare tranquilli e invece prima l’Hantavirus, ora l’Ebola: che succede?
«Precisiamo subito: il Covid è vivo e lotta insieme a noi. Lo abbiamo messo sotto controllo, non fa più paura, ma non si è dissolto. Però ci ha fatto anche un piacere: adesso siamo molto più pronti ad affrontare le emergenze. Abbiamo i kit, abbiamo diagnostiche più avanzate e gli ospedali - almeno è il caso di quello di Macerata, ma anche di quelli nel resto delle Marche -, sul fronte delle infezioni e delle virosi oggi sono molto capaci di rispondere. Quanto alle nuove emergenze, il quadro è da prendere in seria considerazione. Per quel che riguarda l’Hantavirus ci sono stati pochi casi segnalati. È molto più preoccupante in potenza l’allarme Ebola e non è un caso che l’Oms abbia subito attivato una procedura di stretta sorveglianza e abbia alzato al massimo il livello di rischio con valenza globale. È il gradino sotto la pandemia. A conferma di quanto dicevo il nostro Epicentro, che è la cabina di regia, per così dire, di noi infettivologi, ha subito diramato un vademecum. Geograficamente il rischio Ebola è molto lontano da noi, ma questo non deve farci abbassare la guardia per due ragioni. La prima è che la velocità di diffusione del virus è impressionante, la seconda è che viaggiamo tanto e le probabilità di contagio aumentano esponenzialmente».
Lei è molto decisa nel delimitare il rischio, precisa nell’illustrarlo e al tempo stesso cauta, ma le persone nel post Covid come si pongono? Sono più informate o spaventate?
«Le persone sono più spaventate. S’informano, chiedono, ma fanno fatica a capire la reale minaccia di questo o quel virus. Su Ebola siamo bombardati di richieste. Credo che derivi anche dal fatto che le persone in generale hanno più patologie perché sono più anziane e quindi si preoccupano di più. Ma anche i virus sono più aggressivi, perfino il Cmv (citomegalovirus, che è un herpes comunissimo, ndr) e la banale mononucleosi sembrano poter dare quadri con necessità di ricovero! L’abbiamo notato. E i batteri sono tutti o quasi multiresistenti. Colpa dei sanitari che usano in modo eccessivo e improprio gli antibiotici, degli agricoltori e allevatori che usano nel bestiame antibatterici misti a cibi e selezionano resistenze. I batteri sono intelligentissimi. Veloci nell’adattarsi e un passo sempre avanti anche nel superare le molecole più “nuove”. Ecco perché nel territorio e in ospedale nel primo accesso bisogna mantenersi bassi con antibiotici di largo spettro. Solo successivamente o in casi gravissimi (shock settico) lo specialista infettivologo si confronta con l’internista e si può alzare il tiro usando farmaci più potenti, ma con maggiore selezione di resistenza. E se il paziente sta meglio e non è più molto grave si deve andare a scalare».
Lei sembra parlare con i virus e i batteri. Che tipi sono?
«Sono furbi. I batteri comunicano tra loro attraverso segnali chimici per monitorare la propria densità di popolazione. Quando raggiungono un certo numero coordinano comportamenti di gruppo, come l’attacco al sistema immunitario ospite o la formazione di biofilm per difendersi dagli antibiotici. Sono in grado di modificare il proprio comportamento e il proprio genoma per sopravvivere ad ambienti ostili. I virus hanno invece una intelligenza “evolutiva”. Pur essendo semplici parassiti intracellulari, i virus dimostrano una grande capacità di adattamento. Mutano rapidamente per sfuggire alle difese immunitarie e per infettare nuove cellule. Studi recenti, non ancora approfonditi, suggeriscono che anche i virus abbiano una sorta di vita sociale, cooperando e rivaleggiando all’interno dell’ospite, influenzando la loro forma fisica e la loro evoluzione».
Torniamo all’Hantavirus. È un pericolo reale? Si è detto che lo portano i topi, che viene dal contatto con le feci dei ratti. Ma chi ragionevolmente sta a contatto con i bisognini dei roditori? Piuttosto: è vero che non c’è un vaccino?
«Domanda complessa. Provo a rispondere. Sull’Hantavirus abbiamo informazioni di diversi casi in Cile, in Olanda, ma ciò che più conta è che stavolta - al contrario dei ritardi accumulati col Covid - c’è molta più attenzione sul monitoraggio e sull’informazione da dare alle persone. Quanto al vaccino si è detto che in nove mesi sarebbe stato pronto basandosi sull’esperienza fatta con gli anti Covid. E tuttavia si deve tenere conto che i batteri e i virus ad alta mortalità che non conosciamo mutano molto velocemente o che le diffusioni sono rapide. Bisogna perciò monitorare attentamente gli spostamenti di popolazione. Su Ebola si sta mettendo molta attenzione a questo aspetto, ma su Hantavirus ci sono stati dei buchi. È vero che è un virus che per ora non è mutato, ma ha un’alta mortalità».
Per l’Hantavirus si è detto che c’era un vaccino quasi pronto, ma che non è stato portato avanti perché non ha mercato. Dunque anche i virus hanno le quotazioni a Wall Street?
«Mettiamola così: la ricerca si indirizza dove più alte sono le probabilità che via sia necessità d’intervento. L’Hantavirus è un virus poco diffuso e dunque ci si concentra a sviluppare presidi là dove si sente maggiore emergenza. Nel caso di Ebola sappiamo molto, fin dal 2014 con l’epidemia in Sierra Leone. Sappiamo quali sono le cure e che bisogna essere tempestivi nell’isolamento, ma nel caso della variante che circola ora, la Bundibubugyo (in sigla Bdvbv), non abbiamo né vaccini né farmaci perché è rarissima. Sappiamo che i sintomi sono febbre, dolori muscolari, diarree, che l’incubazione può durare anche tre settimane e che la diffusione è rapidissima e che, sembrerà un paradosso, si diffonde più rapidamente tra i morti che tra i vivi. Si parla già di oltre 65 morti solo in Congo e oltre 500 infetti».
Ma in Europa e in Italia c’è un rischio reale?
«Astrattamente quando l’Oms ti dice che c’è un’emergenza globale il rischio c’è. Dagli ultimi aggiornamenti sappiamo però - è l’ultima valutazione fatta un paio di giorni fa dal Centro europeo di controllo sulle malattie - che il rischio in Europa è molto basso. I casi importati sarebbero comunque rapidamente individuati e isolati. L’allerta c’è ed è efficace».
Diamo un’occhiata al Covid: come stiamo messi? Ed è vero che Covid e Hantavirus sono entrambi scaturiti da zoonosi?
«Sul Covid abbiano ormai terapie e situazione totalmente sotto controllo. Quanto all’Hantavirus ha una serie di almeno venti varianti. È un virus a Rna, e dunque potenzialmente in grado di compiere mutazioni, vive in alcune specie di roditori, che ne costituiscono il reservoir. Cinque di queste mutazioni sono gravi: hanno tempo di incubazione molto lungo e da quel che sappiamo però non ci sono casi di trasmissione da uomo a uomo. Per quel che riguarda le zoonosi, è ovvio che il nostro modo di vivere, i viaggi continui, ma anche i cambiamenti climatici favoriscono questi salti di specie (il Covid quello è stato). E tuttavia con i nostri animali domestici la regola è: avere un’igiene corretta. Cioè lavarsi le mani dopo i contatti con gli animali, pulire le lettiere senza arrivare però a comportamenti ossessivi che isolano completamente l’uomo dai microbi naturali che anzi sono utili per sviluppare la tolleranza immunitaria».
Arbore cantava la vita è tutta un quiz: ma forse è tutta un virus?
«No la vita è bella, quanto ai virus ci sono: dobbiamo solo imparare a evitarli e curarli».