- Nell’intervista a «Repubblica» degli Agnelli, il sindacalista incolpa il manager per il crollo della produzione dell’ex Fiat.
- Secondo un gruppo di investitori sono stati manipolati i conti di Stellantis per aiutare il titolo. Intanto con i dazi crollano del 45% le vendite di auto elettriche cinesi nell’Ue.
Lo speciale contiene due articoli.
Va bene che Maurizio Landini ha rilasciato un’intervista su Repubblica, giornale della real casa Agnelli, ma qualcosina sulla casa automobilistica ex italiana, ora francese poteva ben dirla. Suvvia non era mica nel salotto degli Elkann, Jaki o Joki che sia, anche Landini è pur sempre un sindacalista e in quell’azienda chi ci lavora – sempre meno – si chiamano ancora operai.
Quando Landini rilascia un’intervista ha l’abitudine di ridisegnare l’Italia. Come quando uno che non ha le idee chiare al termine degli studi universitari vorrebbe chiedere una tesi dal titolo «Cenni sull’universo». Ecco, leggendo le interviste di Landini si ha un po’ l’impressione che stia svolgendo quella tesi. Ma fin qui, uno se la canta e se la suona come vuole e, quindi, se ai suoi associati (e sui meccanismi, praticamente automatici, di adesione al sindacato ci sarebbe da fare un discorso lungo, che abbiamo fatto insieme a Belpietro in altre occasioni e in altri tempi, e sui quali non è cambiato nulla) va bene così se lo tengano.
Il discorso da fare è un altro, poi tornerò sulla questione Elkann-Exor-Fiat-Stellantis. Negli ultimi vent’anni i salari, in Italia, come è noto, sono aumentati meno che in tutti gli altri Paesi europei. Non deve rimproverarsi nulla il sindacato? Non rientra nelle sue funzioni principali la salvaguardia dei redditi, cioè proprio dei salari, e quindi del potere d’acquisto delle famiglie? Dov’erano i sindacati in questi anni? Di cosa si occupavano? Hanno fatto politica, questa è la verità (tra l’altro con una capacità di incidere sulla realtà sempre più bassa) e si sono scordati di fare il loro mestiere. Tra l’altro, praticamente, si occupano, oltre che di pensionati, in modo esclusivo di lavoratori dipendenti, quindi proprio di quegli stipendi che sono fermi al palo. È come se un istruttore di nuoto, alla fine del corso, portasse i suoi allievi a fare una nuotata in mare aperto e affogassero tutti. Ecco il sindacato in Italia è stato un po’ così, e Landini che è lì da sempre è uno dei responsabili di tutto questo. Bravi a parlare, a organizzare manifestazioni di piazza, a intervenire su ogni argomento dello scibile umano, ma poi, alla resa dei conti sono vent’anni almeno che nelle trattative hanno ottenuto le briciole. Landini dovrebbe proporre un Giubileo per i sindacalisti al fine di chiedere perdono del peccato mortale di aver fatto di tutto escluso quello che dovevano: occuparsi dei salari.
E arriviamo alla Fiat che non è più italiana ma francese e anche qui il capitolo sarebbe lungo. Tre sono le amenità del segretario del più grande sindacato italiano.
La prima è che attribuisce a Marchionne, senza dirlo esplicitamente, l’errore di non aver puntato sull’elettrico che, infatti, in tutta Europa vede uno stop se non una retromarcia e una sempre più diffusa disillusione sul suo futuro salvifico. Landini dovrebbe far mettere una mezzo busto, almeno di gesso, raffigurante proprio Sergio Marchionne, per aver salvato dal disastro proprio quel casino che ormai era la Fiat e che se fosse stato per gli Agnelli-Elkann oggi sarebbe rimasto solo un cumulo di macerie e avrebbe causato un numero indefinito di disoccupati. Ebbene tutto questo si chiama Marchionne, né sindacato, né la famiglia.
La seconda è addirittura esilarante e consiste nell’affermazione che Landini fa, nel tinello di casa Elkann, a proposito del fatto che l’aumento dell’Irpef è frutto del rinnovo dei contratti da loro promosso che ha consentito la crescita di nove miliardi del gettito Irpef. Tutto merito loro: la crescita dell’occupazione non c’entra. Ma, chissà su quali libri ha studiato economia il segretario della Cgil.
La terza, invece, si cimenta nella scoperta che l’acqua è bagnata. Arriva addirittura a affermare che i soldi a pioggia nel settore automobilistico non servono, salvo non aver aperto bocca quando quei soldi per decenni sono finiti nelle casse della Fiat sul groppone degli italiani. Anche lì il sindacato dov’era? Di che si occupava? Non se n’era accorto? Ora si accorge che sono aumentate le ore di cassa integrazione nel settore dell’automotive, si sono ridotti i volumi prodotti e sono aumentati gli utili di Stellantis, posseduta parzialmente dalla Exor, della quale John Elkann è a capo, a sua volta posseduta dalla Giovanni Agnelli Bv, la cassaforte di famiglia. Senza citare Elkann che, ormai, come sa chiunque, dell’automotive italiano se ne fotte bellamente occupandosi dei soldi di Stellantis e, ogni tanto, facendo qualche dichiarazione sugli impegni futuri della famiglia di sapore, a dir poco, farisaico. No Elkann non si tocca, se ci sono delle colpe risalgono a Marchionne. Ci vuol proprio una bella faccia a fare delle affermazioni ridicole e insultanti la memoria di chi la Fiat ha salvato. Landini in comune con Marchionne, del quale non è neanche l’ombra, porta il maglione blu, forse di cashmere entrambi. Per il resto li separa l’abisso di uno che ha salvato un’impresa e di un altro che delle imprese ne parla senza ottenere una mazza.
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