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2021-09-02
La Lamorgese si blinda ma l’assalto non c’è
Ansa
«A parole tutti leoni, poi nessuno fa nulla»: lo sfogo di Pino, uno dei partecipanti della chat di Telegram utilizzata dai no green pass e dai no vax per scambiarsi informazioni, è la sintesi del superflop delle manifestazioni di ieri contro il certificato verde. Sarà stato per l'annuncio di severi controlli da parte delle forze dell'ordine, sarà stato perché una cosa è scrivere insulti sullo smartphone e un'altra cosa, ben più impegnativa, è andare a manifestare in piazza, certo è che ieri, all'esterno delle stazioni ferroviarie che i pasdaran del no green pass avevano minacciato di bloccare, i manifestanti si contavano sulle dita di una mano. A Napoli solo due persone: Raffaele Bruno, segretario del Movimento idea sociale, e un accompagnatore, entrambi muniti di tricolore, si sono presentati all'esterno della stazione di Piazza Garibaldi.
Più o meno una ventina di persone a Milano, alla stazione di Porta Garibaldi, sostanzialmente invisibili poiché circondati da un nugolo di telecamere. Muniti di cartelli di protesta, i no green pass intorno alle 16 hanno tentato di entrare all'interno della stazione mostrando il biglietto e la carta d'identità, ma sono stati bloccati dagli uomini delle forze dell'ordine. A Torino un no green pass si è rifiutato di mostrare i documenti alla polizia e poi ha dato in escandescenze, prima di essere bloccato dagli agenti, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: anche qui, come a Roma, a Firenze, a Bologna e in tutte le altre città, le manifestazioni di protesta contro il certificato vaccinale sono state un insuccesso clamoroso.
La chat «Basta dittatura», luogo di ritrovo su Telegram di no green pass e no vax, con più di 41.000 iscritti, ieri pomeriggio è diventata incandescente per le lamentele dei partecipanti, delusi dall'insuccesso delle manifestazioni. Tra i commenti, riportati da Askanews, si sono susseguite considerazioni amareggiate: «Stazione Tiburtina deserta», «A Milano solo guardie e giornalisti», «Sono a Casalpusterlengo e siamo in due», «Sono a Modena, non c'è nessuno, che tristezza», «A Caserta non ho visto nessuno, peccato», «Bologna vuoto», «A Mestre siete in quattro gatti, fate ridere», «A Rimini nessuno», «A Padova 20 persone e 100 poliziotti», «Non c'è anima viva». Un po' più articolato il ragionamento di un altro utente, che ha attribuito l'insuccesso all'«imponente schieramento di forze di polizia» organizzato dal Viminale davanti alle stazioni ferroviarie. «Non verranno tollerate minacce e inviti a commettere reati utilizzando il Web», aveva avvertito l'altro ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e «non saranno ammesse illegalità in occasione delle iniziative di protesta nei pressi delle stazioni ferroviarie pubblicizzate sulla Rete». Alle parole, stavolta, la Lamorgese ha fatto seguire i fatti, dando disposizione di presidiare con nutriti gruppi di agenti le stazioni.
Stavolta, dicevamo: è impossibile infatti non notare che la titolare dell'Interno si è prodigata in avvertimenti e ordini trasmessi ai vertici delle forze dell'ordine, a livello centrale e territoriale, per garantire il rispetto dell'ordine pubblico pur sapendo bene, perché informata dall'intelligence e dalla Digos, che i no vax e i no green pass sono disorganizzati, non hanno strutture operative, sono per lo più padri di famiglia che protestano contro l'imposizione del certificato verde. La Lamorgese sapeva perfettamente che ieri davanti alle stazioni si sarebbero presentati in pochi e tutt'altro che agguerriti, poiché i casi di manifestazioni sfociate in scontri hanno avuto due caratteristiche: la concentrazione in un'unica piazza e la presenza tra i manifestanti di gruppi organizzati abituati agli scontri con le forze dell'ordine.
«Inventare un problema per far finta di risolverlo»: il vecchio motto dei notabili democristiani della prima Repubblica sembra adattarsi alla perfezione a questa gigantesca messinscena in due atti, con la diffusione di notizie allarmistiche alla vigilia delle manifestazioni di protesta, lo schieramento di forze dell'ordine sproporzionato rispetto al reale rischio di disordini, e infine gli osanna al ministro Lamorgese per aver fronteggiato a dovere la minaccia. Sugli spalti, gli stessi che preannunciavano disastri ridono per il flop, ma sembrano sotto sotto un po' delusi per lo scampato pericolo.
Ad ogni modo, ci aspetteremmo dalla ineffabile Lamorgese la stessa solerzia nella lotta all'invasione di clandestini, al dilagare della criminalità nelle grandi città e nei centri più piccoli, alla occupazione abusiva di luoghi pubblici da parte di estremisti di sinistra, o all'organizzazione di rave party abusivi con migliaia di partecipanti, ma niente da fare: la titolare del Viminale su questi aspetti è evanescente, il suo agire impalpabile. Basterebbe la metà della metà degli sforzi messi in campo ieri per incidere positivamente sulla vita quotidiana degli italiani.
In ogni caso, la giornata delle proteste anti green pass va in archivio, per fortuna, senza incidenti. Difficile, a questo punto, ipotizzare qualche replica: il flop di ieri scoraggerà, probabilmente, iniziative analoghe nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La grande ordata barbarica annunciata dai media mainstream e dal ministro dell'Interno semplicemente non c'era: la Lamorgese può cantare vittoria, pur avendo giocato la partita senza che gli avversari scendessero in campo.
Operai della Whirlpool senza freni. Il vero caos scoppia in autostrada
Prima bloccano l'autostrada, quindi vengono ricevuti dal prefetto che alla fine s'impegna a intercedere per loro con il governo Draghi. Non avevano la mascherina, ma avranno sicuramente avuto tutti il green pass, gli operai della Whirlpool che ieri mattina hanno paralizzato il traffico all'imbocco della Napoli-Salerno. Una protesta azzeccata e molto ben tollerata dal Viminale proprio nel giorno in cui il ministro Lucia Lamorgese aveva blindato porti, aeroporti e stazioni per paura dei no vax. Singolare anche il doppiopesismo dei sindacati, lesti a sganciarsi da eventuali manifestazioni contro il green pass, ma ben contenti del blitz partenopeo contro la multinazionale Usa degli elettrodomestici.
Con tv e giornaloni che annunciavano da giorni un'apocalisse dell'ordine pubblico per la giornata di ieri, in cui sono entrate in vigore norme stringenti per impedire la libera circolazione sui mezzi pubblici a chi è privo del green pass, il vero contropiede al ministero dell'Interno lo piazzano i 400 lavoratori della fabbrica che la Whirlpool ha deciso di chiudere e che protestano da mesi. Intorno alle 11, dopo l'assemblea nello stabilimento di via Argine, un centinaio di operai, tutti evidentemente plurivaccinati, scavalca indisturbato il guardrail e si piazza in mezzo alle carreggiate al bivio di Ponticelli. Alcuni indossano la maglietta della Fiom-Cgil, mentre sventolano in autostrada anche le bandiere della Fim-Cisl. Traffico paralizzato per almeno mezz'ora, poi gli operai tolgono spontaneamente il blocco e manifestano lungo la Napoli-Salerno, incassando i clacson di solidarietà dei camionisti e qualche vaffa dagli automobilisti.
La manifestazione ovviamente era illegale, ma un risultato è stato ottenuto. Il prefetto di Napoli, Marco Valentini, ha accettato di incontrare i rappresentanti sindacali nel primo pomeriggio, ha ascoltato le preoccupazioni dei lavoratori e si è impegnato a scrivere una lettera ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti, per chiedere un incontro a Roma. Lo stesso prefetto di Napoli, in una nota, «esprime vicinanza ai lavoratori». Sicuramente non a quelli che poche ore prima si sono piazzati in mezzo all'A1.
Dopo il blocco del traffico, anche i sindacati hanno chiesto un nuovo incontro al governo. «Chiediamo con urgenza una convocazione sia del tavolo al ministero dello Sviluppo economico che al ministero del Lavoro per far ritirare la procedura di licenziamento», hanno scritto il segretario della Uilm Campania, Antonio Accurso, e il segretario Fim-Cisl di Napoli, Biagio Trapani. «Continueremo a lottare finché non verrà riaperta la fabbrica», ha aggiunto Rosario Rappa, leader della Fiom-Cgil Napoli.
Il giorno prima, le confederazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil si erano invece dissociate da i no vax che minacciavano il blocco dei treni: «Non avranno il nostro sostegno, auspichiamo un doveroso ripensamento». La preoccupazione dei sindacati, in questo caso, era che il blocco dei treni si ripercuotesse sui tanti lavoratori pendolari. E nel comunicato congiunto aggiungevano: «Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale, infatti è soggetto alle regole di legge sui servizi minimi, affinché lo sciopero non leda il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini». Invece, nessun problema per quanto è avvenuto a Napoli ieri mattina. Devono aver avuto notizia che a quell'ora, all'altezza dello svincolo di Ponticelli, viaggiavano solo vacanzieri e possidenti vari.
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Stazioni militarizzate in tutta Italia per il falso allarme del blitz anti green pass. Un'inutile prova di forza del Viminale, passivo sul fronte dell'immigrazione e umiliato dal rave party abusivo di quest'estate. Delusione sulla chat di chi si oppone al certificato.Traffico paralizzato sulla Napoli-Salerno dagli operai della Whirlpool. Eppure dai sindacati nessuna condanna.Lo speciale contiene due articoli.«A parole tutti leoni, poi nessuno fa nulla»: lo sfogo di Pino, uno dei partecipanti della chat di Telegram utilizzata dai no green pass e dai no vax per scambiarsi informazioni, è la sintesi del superflop delle manifestazioni di ieri contro il certificato verde. Sarà stato per l'annuncio di severi controlli da parte delle forze dell'ordine, sarà stato perché una cosa è scrivere insulti sullo smartphone e un'altra cosa, ben più impegnativa, è andare a manifestare in piazza, certo è che ieri, all'esterno delle stazioni ferroviarie che i pasdaran del no green pass avevano minacciato di bloccare, i manifestanti si contavano sulle dita di una mano. A Napoli solo due persone: Raffaele Bruno, segretario del Movimento idea sociale, e un accompagnatore, entrambi muniti di tricolore, si sono presentati all'esterno della stazione di Piazza Garibaldi. Più o meno una ventina di persone a Milano, alla stazione di Porta Garibaldi, sostanzialmente invisibili poiché circondati da un nugolo di telecamere. Muniti di cartelli di protesta, i no green pass intorno alle 16 hanno tentato di entrare all'interno della stazione mostrando il biglietto e la carta d'identità, ma sono stati bloccati dagli uomini delle forze dell'ordine. A Torino un no green pass si è rifiutato di mostrare i documenti alla polizia e poi ha dato in escandescenze, prima di essere bloccato dagli agenti, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: anche qui, come a Roma, a Firenze, a Bologna e in tutte le altre città, le manifestazioni di protesta contro il certificato vaccinale sono state un insuccesso clamoroso. La chat «Basta dittatura», luogo di ritrovo su Telegram di no green pass e no vax, con più di 41.000 iscritti, ieri pomeriggio è diventata incandescente per le lamentele dei partecipanti, delusi dall'insuccesso delle manifestazioni. Tra i commenti, riportati da Askanews, si sono susseguite considerazioni amareggiate: «Stazione Tiburtina deserta», «A Milano solo guardie e giornalisti», «Sono a Casalpusterlengo e siamo in due», «Sono a Modena, non c'è nessuno, che tristezza», «A Caserta non ho visto nessuno, peccato», «Bologna vuoto», «A Mestre siete in quattro gatti, fate ridere», «A Rimini nessuno», «A Padova 20 persone e 100 poliziotti», «Non c'è anima viva». Un po' più articolato il ragionamento di un altro utente, che ha attribuito l'insuccesso all'«imponente schieramento di forze di polizia» organizzato dal Viminale davanti alle stazioni ferroviarie. «Non verranno tollerate minacce e inviti a commettere reati utilizzando il Web», aveva avvertito l'altro ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e «non saranno ammesse illegalità in occasione delle iniziative di protesta nei pressi delle stazioni ferroviarie pubblicizzate sulla Rete». Alle parole, stavolta, la Lamorgese ha fatto seguire i fatti, dando disposizione di presidiare con nutriti gruppi di agenti le stazioni. Stavolta, dicevamo: è impossibile infatti non notare che la titolare dell'Interno si è prodigata in avvertimenti e ordini trasmessi ai vertici delle forze dell'ordine, a livello centrale e territoriale, per garantire il rispetto dell'ordine pubblico pur sapendo bene, perché informata dall'intelligence e dalla Digos, che i no vax e i no green pass sono disorganizzati, non hanno strutture operative, sono per lo più padri di famiglia che protestano contro l'imposizione del certificato verde. La Lamorgese sapeva perfettamente che ieri davanti alle stazioni si sarebbero presentati in pochi e tutt'altro che agguerriti, poiché i casi di manifestazioni sfociate in scontri hanno avuto due caratteristiche: la concentrazione in un'unica piazza e la presenza tra i manifestanti di gruppi organizzati abituati agli scontri con le forze dell'ordine. «Inventare un problema per far finta di risolverlo»: il vecchio motto dei notabili democristiani della prima Repubblica sembra adattarsi alla perfezione a questa gigantesca messinscena in due atti, con la diffusione di notizie allarmistiche alla vigilia delle manifestazioni di protesta, lo schieramento di forze dell'ordine sproporzionato rispetto al reale rischio di disordini, e infine gli osanna al ministro Lamorgese per aver fronteggiato a dovere la minaccia. Sugli spalti, gli stessi che preannunciavano disastri ridono per il flop, ma sembrano sotto sotto un po' delusi per lo scampato pericolo. Ad ogni modo, ci aspetteremmo dalla ineffabile Lamorgese la stessa solerzia nella lotta all'invasione di clandestini, al dilagare della criminalità nelle grandi città e nei centri più piccoli, alla occupazione abusiva di luoghi pubblici da parte di estremisti di sinistra, o all'organizzazione di rave party abusivi con migliaia di partecipanti, ma niente da fare: la titolare del Viminale su questi aspetti è evanescente, il suo agire impalpabile. Basterebbe la metà della metà degli sforzi messi in campo ieri per incidere positivamente sulla vita quotidiana degli italiani. In ogni caso, la giornata delle proteste anti green pass va in archivio, per fortuna, senza incidenti. Difficile, a questo punto, ipotizzare qualche replica: il flop di ieri scoraggerà, probabilmente, iniziative analoghe nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La grande ordata barbarica annunciata dai media mainstream e dal ministro dell'Interno semplicemente non c'era: la Lamorgese può cantare vittoria, pur avendo giocato la partita senza che gli avversari scendessero in campo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lamorgese-blinda-assalto-non-ce-2654872118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="operai-della-whirlpool-senza-freni-il-vero-caos-scoppia-in-autostrada" data-post-id="2654872118" data-published-at="1630557671" data-use-pagination="False"> Operai della Whirlpool senza freni. Il vero caos scoppia in autostrada Prima bloccano l'autostrada, quindi vengono ricevuti dal prefetto che alla fine s'impegna a intercedere per loro con il governo Draghi. 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Intorno alle 11, dopo l'assemblea nello stabilimento di via Argine, un centinaio di operai, tutti evidentemente plurivaccinati, scavalca indisturbato il guardrail e si piazza in mezzo alle carreggiate al bivio di Ponticelli. Alcuni indossano la maglietta della Fiom-Cgil, mentre sventolano in autostrada anche le bandiere della Fim-Cisl. Traffico paralizzato per almeno mezz'ora, poi gli operai tolgono spontaneamente il blocco e manifestano lungo la Napoli-Salerno, incassando i clacson di solidarietà dei camionisti e qualche vaffa dagli automobilisti. La manifestazione ovviamente era illegale, ma un risultato è stato ottenuto. Il prefetto di Napoli, Marco Valentini, ha accettato di incontrare i rappresentanti sindacali nel primo pomeriggio, ha ascoltato le preoccupazioni dei lavoratori e si è impegnato a scrivere una lettera ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti, per chiedere un incontro a Roma. Lo stesso prefetto di Napoli, in una nota, «esprime vicinanza ai lavoratori». Sicuramente non a quelli che poche ore prima si sono piazzati in mezzo all'A1. Dopo il blocco del traffico, anche i sindacati hanno chiesto un nuovo incontro al governo. «Chiediamo con urgenza una convocazione sia del tavolo al ministero dello Sviluppo economico che al ministero del Lavoro per far ritirare la procedura di licenziamento», hanno scritto il segretario della Uilm Campania, Antonio Accurso, e il segretario Fim-Cisl di Napoli, Biagio Trapani. «Continueremo a lottare finché non verrà riaperta la fabbrica», ha aggiunto Rosario Rappa, leader della Fiom-Cgil Napoli. Il giorno prima, le confederazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil si erano invece dissociate da i no vax che minacciavano il blocco dei treni: «Non avranno il nostro sostegno, auspichiamo un doveroso ripensamento». La preoccupazione dei sindacati, in questo caso, era che il blocco dei treni si ripercuotesse sui tanti lavoratori pendolari. E nel comunicato congiunto aggiungevano: «Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale, infatti è soggetto alle regole di legge sui servizi minimi, affinché lo sciopero non leda il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini». Invece, nessun problema per quanto è avvenuto a Napoli ieri mattina. Devono aver avuto notizia che a quell'ora, all'altezza dello svincolo di Ponticelli, viaggiavano solo vacanzieri e possidenti vari.
La manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran a Milano (Getty Images). Nel riquadro a sinistra Aysan Ahmadi, in quello a destra Hana Namdari.
Le testimonianze di Aysan Ahmadi e Hana Namdari raccontano una protesta diffusa contro il regime degli ayatollah, tra repressione, blackout informativi e migliaia di vittime. Dalla diaspora l’appoggio a Reza Pahlavi, indicato come figura di riferimento per il futuro dell’Iran, e l’appello a un intervento internazionale.
Mentre in Iran le proteste contro il regime degli ayatollah non accennano a fermarsi e in migliaia restano nelle strade e nelle piazze nel tentativo di abbattere la Repubblica Islamica, la diaspora rimane molto attiva e organizza manifestazioni in tutto il mondo. Anche in Italia, sia a Roma che a Milano, gli iraniani hanno manifestato contro gli ayatollah e soprattutto in appoggio a fratelli, sorelle, figli e amici che rischiano la vita nel loro Paese.
Aysan Ahmadi è un’attivista che vive nel nostro Paese e una donna decisa. «Siamo in piazza per cacciare dall’Iran Ali Khamenei, le situazione è molto peggiore di quello che si dice perché con il blocco di internet arriva soltanto l’1% dei crimini del regime. Le nostre fonti parlano di almeno 12000 morti, senza contare il numero degli arrestati che potrebbe essere doppio o triplo. Dopo l’appello del Principe Reza Pahlavi sono scesi tutti in strada a protestare, perché lui è una figura cha da fiducia per il futuro dell’Iran. Quando ci saremo liberati sarà necessario un referendum per decidere se vogliamo la monarchia o la repubblica, ma adesso l’importante è cacciare il regime». Le proteste sono dilagate in tutto il paese mediorientale e sono iniziate per la difficile situazione economica. «L’economia in difficoltà è stata soltanto la scusa per far partire la rivolta verso questo governo che uccide la nostra gente. Da Teheran, la mia città natale, mi dicono che ci sono miliziani che parlano arabo e che sparano sui manifestanti. Tutta la nazione è in rivolta anche i centri più tradizionalisti come Mashad o Qom e non è vero che il movimento non ha un leader: il suo nome è Reza Pahlavi e gli slogan scanditi per strada sono Lunga Vita allo Shah e Questa è l’ultima battaglia e Pahlavi tornerà!” La polizia sta inviando messaggi alle famiglie perché convincano i figli a restare a casa ed anche agli iraniani all’estero arrivano messaggi simili. «Ai padri e alle madri scrivono che se i figli non restano a casa verranno uccisi, mentre a noi ha scritto l’ambasciata per convincerci a calmare i parenti. L’Australia ha già espulso l’ambasciatore dell’Iran e adesso mi aspetto che l’Europa faccia lo stesso. Oltre il 90% della popolazione è in rivolta e le foto della contro manifestazioni del regime sono fatte con l’intelligenza artificiale e si vede benissimo che sono dei falsi».
Aysan Ahmadi ha le idee molto chiare per il futuro della sua patria. «Qualche politico coinvolto con gli ayatollah proverà a riciclarsi come riformista, ma non vogliamo avere niente a che fare con loro. Nemmeno i Mujahedin-e Khalq sono affidabili, sono come la Repubblica Islamica, fingono di essere oppositori e sono stati una delle causa del crollo della monarchia dello Shah. Io sono favorevole all’intervento militare degli Stati Uniti perché il nostro popolo è disarmato e non ha modo di difendersi». Hana Namdari è una giornalista ed oppositrice del regime che non può rientrare nel suo paese. «Il dissenso nel mio paese va avanti da 40 anni, il popolo iraniano si è sollevato più volte contro il regime, questa volta, il messaggio è chiaro: la popolazione chiede una trasformazione radicale. Non è vero che i movimenti del passato sono scomparsi, hanno continuato ad esistere, anche se il mondo ha chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla voce del popolo iraniano. Se la comunità internazionale avesse sostenuto il popolo iraniano, forse non saremmo giunti a una situazione così drammatica. Tutti i movimenti hanno sempre avuto delle figure di riferimento, anche se il regime ha cercato, con grande crudeltà e strategie mirate, di dividere la popolazione lungo linee etniche, religiose e politiche. Questa volta, ciò che distingue questo movimento è proprio la chiarezza dell’obiettivo: il cambiamento radicale del paese. Molti cittadini invocano il ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah, auspicando una nuova era. In questo senso, possiamo dire che oggi il popolo ha un leader riconosciuto». Anche Hana Namdari vede nel figlio dell’ultimo Shah una figura chiave per il nuovo Iran. «Oggi si fa la storia in Iran, ma non sappiamo nemmeno il numero delle vittime, fonti attendibili parlano di un range tra i 20.000 e i 25.000, ma non avremo mai dati certi. Ogni singola vita merita rispetto e giustizia e ogni perdita è un richiamo alla nostra coscienza».
Per quanto riguarda l’intervento diretto degli Stati Uniti Hana Namdari ribadisce che il popolo iraniano non va più lasciato da solo a combattere. «In molti citano l’esempio dell’Afganistan o dell’Iraq, ma a Teheran la situazione è diversa. Queste decisioni richiedono tempo e riflessione, ma la storia ci insegna che se il popolo iraniano viene lasciato solo, il regime può resistere e quindi un intervento delle autorità internazionali può essere determinante. Se gli Stati Uniti e Israele avessero continuato a indebolire il regime, forse avremmo già visto la sua caduta. Purtroppo, oggi la popolazione iraniana è ostaggio degli ayatollah e quindi l’intervento esterno potrebbe rivelarsi necessario». Nemmeno la Namdari vede positivamente il coinvolgimento dei Mujahedin-e Khalq. «Come donna iraniana vedo che la loro leader Maryam Rajavi porta il velo e si presenta in modo tradizionale. Questo contrasta con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha visto le donne iraniane rimuovere il velo come atto di disobbedienza civile. Mi chiedo come i Mujahedin-e Khalq possano effettivamente rappresentare il popolo iraniano e non credo che abbiano un posto nel cuore del popolo iraniano. Ripeto che l’unica figura di riferimento rimane il principe Reza Pahlavi, perché vediamo in lui un simbolo della continuità della vera identità iraniana, che per secoli è stata messa in discussione dall’arrivo dell’Islam e dall’invasione araba. Oggi molti invocano il suo ritorno, vedendolo come il simbolo di un’identità persiana perduta. Questo ci fa pensare che, così come abbiamo vissuto un rinascimento culturale tra il 1925 e il 1979, anche oggi, con la guida di una figura come il principe Reza Pahlavi, potremmo essere vicini a un nuovo rinascimento iraniano persiano».
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