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2021-09-02
La Lamorgese si blinda ma l’assalto non c’è
Ansa
«A parole tutti leoni, poi nessuno fa nulla»: lo sfogo di Pino, uno dei partecipanti della chat di Telegram utilizzata dai no green pass e dai no vax per scambiarsi informazioni, è la sintesi del superflop delle manifestazioni di ieri contro il certificato verde. Sarà stato per l'annuncio di severi controlli da parte delle forze dell'ordine, sarà stato perché una cosa è scrivere insulti sullo smartphone e un'altra cosa, ben più impegnativa, è andare a manifestare in piazza, certo è che ieri, all'esterno delle stazioni ferroviarie che i pasdaran del no green pass avevano minacciato di bloccare, i manifestanti si contavano sulle dita di una mano. A Napoli solo due persone: Raffaele Bruno, segretario del Movimento idea sociale, e un accompagnatore, entrambi muniti di tricolore, si sono presentati all'esterno della stazione di Piazza Garibaldi.
Più o meno una ventina di persone a Milano, alla stazione di Porta Garibaldi, sostanzialmente invisibili poiché circondati da un nugolo di telecamere. Muniti di cartelli di protesta, i no green pass intorno alle 16 hanno tentato di entrare all'interno della stazione mostrando il biglietto e la carta d'identità, ma sono stati bloccati dagli uomini delle forze dell'ordine. A Torino un no green pass si è rifiutato di mostrare i documenti alla polizia e poi ha dato in escandescenze, prima di essere bloccato dagli agenti, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: anche qui, come a Roma, a Firenze, a Bologna e in tutte le altre città, le manifestazioni di protesta contro il certificato vaccinale sono state un insuccesso clamoroso.
La chat «Basta dittatura», luogo di ritrovo su Telegram di no green pass e no vax, con più di 41.000 iscritti, ieri pomeriggio è diventata incandescente per le lamentele dei partecipanti, delusi dall'insuccesso delle manifestazioni. Tra i commenti, riportati da Askanews, si sono susseguite considerazioni amareggiate: «Stazione Tiburtina deserta», «A Milano solo guardie e giornalisti», «Sono a Casalpusterlengo e siamo in due», «Sono a Modena, non c'è nessuno, che tristezza», «A Caserta non ho visto nessuno, peccato», «Bologna vuoto», «A Mestre siete in quattro gatti, fate ridere», «A Rimini nessuno», «A Padova 20 persone e 100 poliziotti», «Non c'è anima viva». Un po' più articolato il ragionamento di un altro utente, che ha attribuito l'insuccesso all'«imponente schieramento di forze di polizia» organizzato dal Viminale davanti alle stazioni ferroviarie. «Non verranno tollerate minacce e inviti a commettere reati utilizzando il Web», aveva avvertito l'altro ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e «non saranno ammesse illegalità in occasione delle iniziative di protesta nei pressi delle stazioni ferroviarie pubblicizzate sulla Rete». Alle parole, stavolta, la Lamorgese ha fatto seguire i fatti, dando disposizione di presidiare con nutriti gruppi di agenti le stazioni.
Stavolta, dicevamo: è impossibile infatti non notare che la titolare dell'Interno si è prodigata in avvertimenti e ordini trasmessi ai vertici delle forze dell'ordine, a livello centrale e territoriale, per garantire il rispetto dell'ordine pubblico pur sapendo bene, perché informata dall'intelligence e dalla Digos, che i no vax e i no green pass sono disorganizzati, non hanno strutture operative, sono per lo più padri di famiglia che protestano contro l'imposizione del certificato verde. La Lamorgese sapeva perfettamente che ieri davanti alle stazioni si sarebbero presentati in pochi e tutt'altro che agguerriti, poiché i casi di manifestazioni sfociate in scontri hanno avuto due caratteristiche: la concentrazione in un'unica piazza e la presenza tra i manifestanti di gruppi organizzati abituati agli scontri con le forze dell'ordine.
«Inventare un problema per far finta di risolverlo»: il vecchio motto dei notabili democristiani della prima Repubblica sembra adattarsi alla perfezione a questa gigantesca messinscena in due atti, con la diffusione di notizie allarmistiche alla vigilia delle manifestazioni di protesta, lo schieramento di forze dell'ordine sproporzionato rispetto al reale rischio di disordini, e infine gli osanna al ministro Lamorgese per aver fronteggiato a dovere la minaccia. Sugli spalti, gli stessi che preannunciavano disastri ridono per il flop, ma sembrano sotto sotto un po' delusi per lo scampato pericolo.
Ad ogni modo, ci aspetteremmo dalla ineffabile Lamorgese la stessa solerzia nella lotta all'invasione di clandestini, al dilagare della criminalità nelle grandi città e nei centri più piccoli, alla occupazione abusiva di luoghi pubblici da parte di estremisti di sinistra, o all'organizzazione di rave party abusivi con migliaia di partecipanti, ma niente da fare: la titolare del Viminale su questi aspetti è evanescente, il suo agire impalpabile. Basterebbe la metà della metà degli sforzi messi in campo ieri per incidere positivamente sulla vita quotidiana degli italiani.
In ogni caso, la giornata delle proteste anti green pass va in archivio, per fortuna, senza incidenti. Difficile, a questo punto, ipotizzare qualche replica: il flop di ieri scoraggerà, probabilmente, iniziative analoghe nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La grande ordata barbarica annunciata dai media mainstream e dal ministro dell'Interno semplicemente non c'era: la Lamorgese può cantare vittoria, pur avendo giocato la partita senza che gli avversari scendessero in campo.
Operai della Whirlpool senza freni. Il vero caos scoppia in autostrada
Prima bloccano l'autostrada, quindi vengono ricevuti dal prefetto che alla fine s'impegna a intercedere per loro con il governo Draghi. Non avevano la mascherina, ma avranno sicuramente avuto tutti il green pass, gli operai della Whirlpool che ieri mattina hanno paralizzato il traffico all'imbocco della Napoli-Salerno. Una protesta azzeccata e molto ben tollerata dal Viminale proprio nel giorno in cui il ministro Lucia Lamorgese aveva blindato porti, aeroporti e stazioni per paura dei no vax. Singolare anche il doppiopesismo dei sindacati, lesti a sganciarsi da eventuali manifestazioni contro il green pass, ma ben contenti del blitz partenopeo contro la multinazionale Usa degli elettrodomestici.
Con tv e giornaloni che annunciavano da giorni un'apocalisse dell'ordine pubblico per la giornata di ieri, in cui sono entrate in vigore norme stringenti per impedire la libera circolazione sui mezzi pubblici a chi è privo del green pass, il vero contropiede al ministero dell'Interno lo piazzano i 400 lavoratori della fabbrica che la Whirlpool ha deciso di chiudere e che protestano da mesi. Intorno alle 11, dopo l'assemblea nello stabilimento di via Argine, un centinaio di operai, tutti evidentemente plurivaccinati, scavalca indisturbato il guardrail e si piazza in mezzo alle carreggiate al bivio di Ponticelli. Alcuni indossano la maglietta della Fiom-Cgil, mentre sventolano in autostrada anche le bandiere della Fim-Cisl. Traffico paralizzato per almeno mezz'ora, poi gli operai tolgono spontaneamente il blocco e manifestano lungo la Napoli-Salerno, incassando i clacson di solidarietà dei camionisti e qualche vaffa dagli automobilisti.
La manifestazione ovviamente era illegale, ma un risultato è stato ottenuto. Il prefetto di Napoli, Marco Valentini, ha accettato di incontrare i rappresentanti sindacali nel primo pomeriggio, ha ascoltato le preoccupazioni dei lavoratori e si è impegnato a scrivere una lettera ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti, per chiedere un incontro a Roma. Lo stesso prefetto di Napoli, in una nota, «esprime vicinanza ai lavoratori». Sicuramente non a quelli che poche ore prima si sono piazzati in mezzo all'A1.
Dopo il blocco del traffico, anche i sindacati hanno chiesto un nuovo incontro al governo. «Chiediamo con urgenza una convocazione sia del tavolo al ministero dello Sviluppo economico che al ministero del Lavoro per far ritirare la procedura di licenziamento», hanno scritto il segretario della Uilm Campania, Antonio Accurso, e il segretario Fim-Cisl di Napoli, Biagio Trapani. «Continueremo a lottare finché non verrà riaperta la fabbrica», ha aggiunto Rosario Rappa, leader della Fiom-Cgil Napoli.
Il giorno prima, le confederazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil si erano invece dissociate da i no vax che minacciavano il blocco dei treni: «Non avranno il nostro sostegno, auspichiamo un doveroso ripensamento». La preoccupazione dei sindacati, in questo caso, era che il blocco dei treni si ripercuotesse sui tanti lavoratori pendolari. E nel comunicato congiunto aggiungevano: «Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale, infatti è soggetto alle regole di legge sui servizi minimi, affinché lo sciopero non leda il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini». Invece, nessun problema per quanto è avvenuto a Napoli ieri mattina. Devono aver avuto notizia che a quell'ora, all'altezza dello svincolo di Ponticelli, viaggiavano solo vacanzieri e possidenti vari.
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Stazioni militarizzate in tutta Italia per il falso allarme del blitz anti green pass. Un'inutile prova di forza del Viminale, passivo sul fronte dell'immigrazione e umiliato dal rave party abusivo di quest'estate. Delusione sulla chat di chi si oppone al certificato.Traffico paralizzato sulla Napoli-Salerno dagli operai della Whirlpool. Eppure dai sindacati nessuna condanna.Lo speciale contiene due articoli.«A parole tutti leoni, poi nessuno fa nulla»: lo sfogo di Pino, uno dei partecipanti della chat di Telegram utilizzata dai no green pass e dai no vax per scambiarsi informazioni, è la sintesi del superflop delle manifestazioni di ieri contro il certificato verde. Sarà stato per l'annuncio di severi controlli da parte delle forze dell'ordine, sarà stato perché una cosa è scrivere insulti sullo smartphone e un'altra cosa, ben più impegnativa, è andare a manifestare in piazza, certo è che ieri, all'esterno delle stazioni ferroviarie che i pasdaran del no green pass avevano minacciato di bloccare, i manifestanti si contavano sulle dita di una mano. A Napoli solo due persone: Raffaele Bruno, segretario del Movimento idea sociale, e un accompagnatore, entrambi muniti di tricolore, si sono presentati all'esterno della stazione di Piazza Garibaldi. Più o meno una ventina di persone a Milano, alla stazione di Porta Garibaldi, sostanzialmente invisibili poiché circondati da un nugolo di telecamere. Muniti di cartelli di protesta, i no green pass intorno alle 16 hanno tentato di entrare all'interno della stazione mostrando il biglietto e la carta d'identità, ma sono stati bloccati dagli uomini delle forze dell'ordine. A Torino un no green pass si è rifiutato di mostrare i documenti alla polizia e poi ha dato in escandescenze, prima di essere bloccato dagli agenti, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: anche qui, come a Roma, a Firenze, a Bologna e in tutte le altre città, le manifestazioni di protesta contro il certificato vaccinale sono state un insuccesso clamoroso. La chat «Basta dittatura», luogo di ritrovo su Telegram di no green pass e no vax, con più di 41.000 iscritti, ieri pomeriggio è diventata incandescente per le lamentele dei partecipanti, delusi dall'insuccesso delle manifestazioni. Tra i commenti, riportati da Askanews, si sono susseguite considerazioni amareggiate: «Stazione Tiburtina deserta», «A Milano solo guardie e giornalisti», «Sono a Casalpusterlengo e siamo in due», «Sono a Modena, non c'è nessuno, che tristezza», «A Caserta non ho visto nessuno, peccato», «Bologna vuoto», «A Mestre siete in quattro gatti, fate ridere», «A Rimini nessuno», «A Padova 20 persone e 100 poliziotti», «Non c'è anima viva». Un po' più articolato il ragionamento di un altro utente, che ha attribuito l'insuccesso all'«imponente schieramento di forze di polizia» organizzato dal Viminale davanti alle stazioni ferroviarie. «Non verranno tollerate minacce e inviti a commettere reati utilizzando il Web», aveva avvertito l'altro ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e «non saranno ammesse illegalità in occasione delle iniziative di protesta nei pressi delle stazioni ferroviarie pubblicizzate sulla Rete». Alle parole, stavolta, la Lamorgese ha fatto seguire i fatti, dando disposizione di presidiare con nutriti gruppi di agenti le stazioni. Stavolta, dicevamo: è impossibile infatti non notare che la titolare dell'Interno si è prodigata in avvertimenti e ordini trasmessi ai vertici delle forze dell'ordine, a livello centrale e territoriale, per garantire il rispetto dell'ordine pubblico pur sapendo bene, perché informata dall'intelligence e dalla Digos, che i no vax e i no green pass sono disorganizzati, non hanno strutture operative, sono per lo più padri di famiglia che protestano contro l'imposizione del certificato verde. La Lamorgese sapeva perfettamente che ieri davanti alle stazioni si sarebbero presentati in pochi e tutt'altro che agguerriti, poiché i casi di manifestazioni sfociate in scontri hanno avuto due caratteristiche: la concentrazione in un'unica piazza e la presenza tra i manifestanti di gruppi organizzati abituati agli scontri con le forze dell'ordine. «Inventare un problema per far finta di risolverlo»: il vecchio motto dei notabili democristiani della prima Repubblica sembra adattarsi alla perfezione a questa gigantesca messinscena in due atti, con la diffusione di notizie allarmistiche alla vigilia delle manifestazioni di protesta, lo schieramento di forze dell'ordine sproporzionato rispetto al reale rischio di disordini, e infine gli osanna al ministro Lamorgese per aver fronteggiato a dovere la minaccia. Sugli spalti, gli stessi che preannunciavano disastri ridono per il flop, ma sembrano sotto sotto un po' delusi per lo scampato pericolo. Ad ogni modo, ci aspetteremmo dalla ineffabile Lamorgese la stessa solerzia nella lotta all'invasione di clandestini, al dilagare della criminalità nelle grandi città e nei centri più piccoli, alla occupazione abusiva di luoghi pubblici da parte di estremisti di sinistra, o all'organizzazione di rave party abusivi con migliaia di partecipanti, ma niente da fare: la titolare del Viminale su questi aspetti è evanescente, il suo agire impalpabile. Basterebbe la metà della metà degli sforzi messi in campo ieri per incidere positivamente sulla vita quotidiana degli italiani. In ogni caso, la giornata delle proteste anti green pass va in archivio, per fortuna, senza incidenti. Difficile, a questo punto, ipotizzare qualche replica: il flop di ieri scoraggerà, probabilmente, iniziative analoghe nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La grande ordata barbarica annunciata dai media mainstream e dal ministro dell'Interno semplicemente non c'era: la Lamorgese può cantare vittoria, pur avendo giocato la partita senza che gli avversari scendessero in campo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lamorgese-blinda-assalto-non-ce-2654872118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="operai-della-whirlpool-senza-freni-il-vero-caos-scoppia-in-autostrada" data-post-id="2654872118" data-published-at="1630557671" data-use-pagination="False"> Operai della Whirlpool senza freni. Il vero caos scoppia in autostrada Prima bloccano l'autostrada, quindi vengono ricevuti dal prefetto che alla fine s'impegna a intercedere per loro con il governo Draghi. 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Intorno alle 11, dopo l'assemblea nello stabilimento di via Argine, un centinaio di operai, tutti evidentemente plurivaccinati, scavalca indisturbato il guardrail e si piazza in mezzo alle carreggiate al bivio di Ponticelli. Alcuni indossano la maglietta della Fiom-Cgil, mentre sventolano in autostrada anche le bandiere della Fim-Cisl. Traffico paralizzato per almeno mezz'ora, poi gli operai tolgono spontaneamente il blocco e manifestano lungo la Napoli-Salerno, incassando i clacson di solidarietà dei camionisti e qualche vaffa dagli automobilisti. La manifestazione ovviamente era illegale, ma un risultato è stato ottenuto. Il prefetto di Napoli, Marco Valentini, ha accettato di incontrare i rappresentanti sindacali nel primo pomeriggio, ha ascoltato le preoccupazioni dei lavoratori e si è impegnato a scrivere una lettera ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti, per chiedere un incontro a Roma. Lo stesso prefetto di Napoli, in una nota, «esprime vicinanza ai lavoratori». Sicuramente non a quelli che poche ore prima si sono piazzati in mezzo all'A1. Dopo il blocco del traffico, anche i sindacati hanno chiesto un nuovo incontro al governo. «Chiediamo con urgenza una convocazione sia del tavolo al ministero dello Sviluppo economico che al ministero del Lavoro per far ritirare la procedura di licenziamento», hanno scritto il segretario della Uilm Campania, Antonio Accurso, e il segretario Fim-Cisl di Napoli, Biagio Trapani. «Continueremo a lottare finché non verrà riaperta la fabbrica», ha aggiunto Rosario Rappa, leader della Fiom-Cgil Napoli. Il giorno prima, le confederazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil si erano invece dissociate da i no vax che minacciavano il blocco dei treni: «Non avranno il nostro sostegno, auspichiamo un doveroso ripensamento». La preoccupazione dei sindacati, in questo caso, era che il blocco dei treni si ripercuotesse sui tanti lavoratori pendolari. E nel comunicato congiunto aggiungevano: «Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale, infatti è soggetto alle regole di legge sui servizi minimi, affinché lo sciopero non leda il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini». Invece, nessun problema per quanto è avvenuto a Napoli ieri mattina. Devono aver avuto notizia che a quell'ora, all'altezza dello svincolo di Ponticelli, viaggiavano solo vacanzieri e possidenti vari.
Trump nei panni di Gesù nell'immagine postata su Truth (Ansa)
E non perché noi abbiamo perso il senso dell’umorismo, ma perché a un certo punto, ci sia consentito dirlo con sfumatura nazional-populista, anche basta. Non ci sono mai piaciuti i discorsi pregiudizialmente ostili a The Donald, e anzi per l’uomo abbiamo nutrito inizialmente una certa simpatia. Dopo tutto aveva cominciato piuttosto bene, picconando il woke e presentandosi come il presidente della pace. Certo, non ha risolto il conflitto ucraino in 24 ore come promesso, ma che quella fosse una esagerazione da comizio lo sapeva perfino lui: l’importante era offrire segnali distensivi sulla Russia. Abbiamo tollerato certe sue uscite di pessimo gusto come i video propagandistici su Gaza trasformata in una sorta di nuova Dubai perché poco dopo si era prodigato per ottenere una sottospecie di tregua al massacro (un rallentamento dei bombardamenti era meglio che niente). Abbiamo perfino compreso la ratio dei dazi, per quanto rischiassero di mettere in difficoltà l’economia europea, perché in fondo il gioco sporco della Germania sulle esportazioni era noto e negli anni aveva danneggiato pure noi. E comunque le politiche green europee erano decisamente peggio delle gabelle americane. Abbiamo portato pazienza sull’attacco al Venezuela. Maduro non piaceva a nessuno, e in quel caso l’uso della forza era circoscritto, la strategia era piuttosto chiara e gli obiettivi sono stati velocemente raggiunti. Poi però è arrivato l’attacco all’Iran. E avrà pure qualche ragione, come sostengono certi strenui difensori di Washington, ma ogni tanto bisognerebbe anche ricordarsi che gli alleati vanno trattati con rispetto. Un rispetto per lo meno uguale a quello che gli Usa riservano a Israele. Invece Trump si è imbarcato in una impresa che i suoi più lungimiranti collaboratori gli avevano presentato come complessa e preferibilmente evitabile. Lo ha fatto a nostro danno, senza offrire nulla in cambio e senza un orizzonte chiaro. Sarà anche vero che lo scopo è colpire la Cina, ma se a farne le spese devono essere gli europei, beh allora anche no, grazie. E saranno brutti e cattivi gli ayatollah, come no. Però, di nuovo, occorre avere un po’ di rispetto. Dichiarare che «un’intera civiltà morirà stanotte» non è retorica bellica, è una aberrazione che dovrebbe suscitare vergogna, se non altro perché rende l’Occidente (o presunto tale) esattamente uguale ai nemici che dice di voler combattere in nome della libertà. In ogni caso, non si è trattato solo dell’Iran, ma pure del Libano. È stata lasciata mano libera a Benjamin Netanyahu, dalla cui brama di annientamento sinceramente non vorremmo essere né contagiati né sfiorati. Il Trump che si voleva presidente della pace è morto, sepolto sotto le bombe israeliane e sotto le stupidaggini proferite da certi consiglieri in fase di eccitazione militare. Adesso tocca al Papa. Il quale, con tutta evidenza, fa infuriare Donald perché non è controllabile e a differenza dei rappresentanti delle Chiese di Stato può agire senza condizionamenti politici. Trump, in escalation mistica, prima si finge Spirito santo sostenendo di averlo fatto eleggere. Poi si tramuta in Martin Lutero e lo copre di insulti perché osa parlare di pace. Infine si paragona a Cristo e si fabbrica da solo sui social ritratti da venerare. Non sappiamo se qualche svalvolato pastore evangelico o qualche bellicoso protestante-sionista abbia convinto il presidente di essere un nuovo Messia. Di certo nelle sue azioni si legge una buona dose di esaltazione apocalittica, emerge l’antico vizio dei puritani che si credevano i soli illuminati da Dio, investiti dalla missione sacra di redimere il mondo. Ma poco importa: Trump dovrebbe sapere che chi si crede il Messia ritornato, di solito, non fa una bella fine, e il più delle volte porta alla rovina un bel po’ di innocenti. Si, lo ammettiamo: Donald ci è stato simpatico, tempo fa. Ma adesso (non da oggi) ci suscita un solo commento: anche basta.
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