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2021-09-02
La Lamorgese si blinda ma l’assalto non c’è
Ansa
«A parole tutti leoni, poi nessuno fa nulla»: lo sfogo di Pino, uno dei partecipanti della chat di Telegram utilizzata dai no green pass e dai no vax per scambiarsi informazioni, è la sintesi del superflop delle manifestazioni di ieri contro il certificato verde. Sarà stato per l'annuncio di severi controlli da parte delle forze dell'ordine, sarà stato perché una cosa è scrivere insulti sullo smartphone e un'altra cosa, ben più impegnativa, è andare a manifestare in piazza, certo è che ieri, all'esterno delle stazioni ferroviarie che i pasdaran del no green pass avevano minacciato di bloccare, i manifestanti si contavano sulle dita di una mano. A Napoli solo due persone: Raffaele Bruno, segretario del Movimento idea sociale, e un accompagnatore, entrambi muniti di tricolore, si sono presentati all'esterno della stazione di Piazza Garibaldi.
Più o meno una ventina di persone a Milano, alla stazione di Porta Garibaldi, sostanzialmente invisibili poiché circondati da un nugolo di telecamere. Muniti di cartelli di protesta, i no green pass intorno alle 16 hanno tentato di entrare all'interno della stazione mostrando il biglietto e la carta d'identità, ma sono stati bloccati dagli uomini delle forze dell'ordine. A Torino un no green pass si è rifiutato di mostrare i documenti alla polizia e poi ha dato in escandescenze, prima di essere bloccato dagli agenti, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: anche qui, come a Roma, a Firenze, a Bologna e in tutte le altre città, le manifestazioni di protesta contro il certificato vaccinale sono state un insuccesso clamoroso.
La chat «Basta dittatura», luogo di ritrovo su Telegram di no green pass e no vax, con più di 41.000 iscritti, ieri pomeriggio è diventata incandescente per le lamentele dei partecipanti, delusi dall'insuccesso delle manifestazioni. Tra i commenti, riportati da Askanews, si sono susseguite considerazioni amareggiate: «Stazione Tiburtina deserta», «A Milano solo guardie e giornalisti», «Sono a Casalpusterlengo e siamo in due», «Sono a Modena, non c'è nessuno, che tristezza», «A Caserta non ho visto nessuno, peccato», «Bologna vuoto», «A Mestre siete in quattro gatti, fate ridere», «A Rimini nessuno», «A Padova 20 persone e 100 poliziotti», «Non c'è anima viva». Un po' più articolato il ragionamento di un altro utente, che ha attribuito l'insuccesso all'«imponente schieramento di forze di polizia» organizzato dal Viminale davanti alle stazioni ferroviarie. «Non verranno tollerate minacce e inviti a commettere reati utilizzando il Web», aveva avvertito l'altro ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e «non saranno ammesse illegalità in occasione delle iniziative di protesta nei pressi delle stazioni ferroviarie pubblicizzate sulla Rete». Alle parole, stavolta, la Lamorgese ha fatto seguire i fatti, dando disposizione di presidiare con nutriti gruppi di agenti le stazioni.
Stavolta, dicevamo: è impossibile infatti non notare che la titolare dell'Interno si è prodigata in avvertimenti e ordini trasmessi ai vertici delle forze dell'ordine, a livello centrale e territoriale, per garantire il rispetto dell'ordine pubblico pur sapendo bene, perché informata dall'intelligence e dalla Digos, che i no vax e i no green pass sono disorganizzati, non hanno strutture operative, sono per lo più padri di famiglia che protestano contro l'imposizione del certificato verde. La Lamorgese sapeva perfettamente che ieri davanti alle stazioni si sarebbero presentati in pochi e tutt'altro che agguerriti, poiché i casi di manifestazioni sfociate in scontri hanno avuto due caratteristiche: la concentrazione in un'unica piazza e la presenza tra i manifestanti di gruppi organizzati abituati agli scontri con le forze dell'ordine.
«Inventare un problema per far finta di risolverlo»: il vecchio motto dei notabili democristiani della prima Repubblica sembra adattarsi alla perfezione a questa gigantesca messinscena in due atti, con la diffusione di notizie allarmistiche alla vigilia delle manifestazioni di protesta, lo schieramento di forze dell'ordine sproporzionato rispetto al reale rischio di disordini, e infine gli osanna al ministro Lamorgese per aver fronteggiato a dovere la minaccia. Sugli spalti, gli stessi che preannunciavano disastri ridono per il flop, ma sembrano sotto sotto un po' delusi per lo scampato pericolo.
Ad ogni modo, ci aspetteremmo dalla ineffabile Lamorgese la stessa solerzia nella lotta all'invasione di clandestini, al dilagare della criminalità nelle grandi città e nei centri più piccoli, alla occupazione abusiva di luoghi pubblici da parte di estremisti di sinistra, o all'organizzazione di rave party abusivi con migliaia di partecipanti, ma niente da fare: la titolare del Viminale su questi aspetti è evanescente, il suo agire impalpabile. Basterebbe la metà della metà degli sforzi messi in campo ieri per incidere positivamente sulla vita quotidiana degli italiani.
In ogni caso, la giornata delle proteste anti green pass va in archivio, per fortuna, senza incidenti. Difficile, a questo punto, ipotizzare qualche replica: il flop di ieri scoraggerà, probabilmente, iniziative analoghe nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La grande ordata barbarica annunciata dai media mainstream e dal ministro dell'Interno semplicemente non c'era: la Lamorgese può cantare vittoria, pur avendo giocato la partita senza che gli avversari scendessero in campo.
Operai della Whirlpool senza freni. Il vero caos scoppia in autostrada
Prima bloccano l'autostrada, quindi vengono ricevuti dal prefetto che alla fine s'impegna a intercedere per loro con il governo Draghi. Non avevano la mascherina, ma avranno sicuramente avuto tutti il green pass, gli operai della Whirlpool che ieri mattina hanno paralizzato il traffico all'imbocco della Napoli-Salerno. Una protesta azzeccata e molto ben tollerata dal Viminale proprio nel giorno in cui il ministro Lucia Lamorgese aveva blindato porti, aeroporti e stazioni per paura dei no vax. Singolare anche il doppiopesismo dei sindacati, lesti a sganciarsi da eventuali manifestazioni contro il green pass, ma ben contenti del blitz partenopeo contro la multinazionale Usa degli elettrodomestici.
Con tv e giornaloni che annunciavano da giorni un'apocalisse dell'ordine pubblico per la giornata di ieri, in cui sono entrate in vigore norme stringenti per impedire la libera circolazione sui mezzi pubblici a chi è privo del green pass, il vero contropiede al ministero dell'Interno lo piazzano i 400 lavoratori della fabbrica che la Whirlpool ha deciso di chiudere e che protestano da mesi. Intorno alle 11, dopo l'assemblea nello stabilimento di via Argine, un centinaio di operai, tutti evidentemente plurivaccinati, scavalca indisturbato il guardrail e si piazza in mezzo alle carreggiate al bivio di Ponticelli. Alcuni indossano la maglietta della Fiom-Cgil, mentre sventolano in autostrada anche le bandiere della Fim-Cisl. Traffico paralizzato per almeno mezz'ora, poi gli operai tolgono spontaneamente il blocco e manifestano lungo la Napoli-Salerno, incassando i clacson di solidarietà dei camionisti e qualche vaffa dagli automobilisti.
La manifestazione ovviamente era illegale, ma un risultato è stato ottenuto. Il prefetto di Napoli, Marco Valentini, ha accettato di incontrare i rappresentanti sindacali nel primo pomeriggio, ha ascoltato le preoccupazioni dei lavoratori e si è impegnato a scrivere una lettera ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti, per chiedere un incontro a Roma. Lo stesso prefetto di Napoli, in una nota, «esprime vicinanza ai lavoratori». Sicuramente non a quelli che poche ore prima si sono piazzati in mezzo all'A1.
Dopo il blocco del traffico, anche i sindacati hanno chiesto un nuovo incontro al governo. «Chiediamo con urgenza una convocazione sia del tavolo al ministero dello Sviluppo economico che al ministero del Lavoro per far ritirare la procedura di licenziamento», hanno scritto il segretario della Uilm Campania, Antonio Accurso, e il segretario Fim-Cisl di Napoli, Biagio Trapani. «Continueremo a lottare finché non verrà riaperta la fabbrica», ha aggiunto Rosario Rappa, leader della Fiom-Cgil Napoli.
Il giorno prima, le confederazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil si erano invece dissociate da i no vax che minacciavano il blocco dei treni: «Non avranno il nostro sostegno, auspichiamo un doveroso ripensamento». La preoccupazione dei sindacati, in questo caso, era che il blocco dei treni si ripercuotesse sui tanti lavoratori pendolari. E nel comunicato congiunto aggiungevano: «Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale, infatti è soggetto alle regole di legge sui servizi minimi, affinché lo sciopero non leda il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini». Invece, nessun problema per quanto è avvenuto a Napoli ieri mattina. Devono aver avuto notizia che a quell'ora, all'altezza dello svincolo di Ponticelli, viaggiavano solo vacanzieri e possidenti vari.
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Stazioni militarizzate in tutta Italia per il falso allarme del blitz anti green pass. Un'inutile prova di forza del Viminale, passivo sul fronte dell'immigrazione e umiliato dal rave party abusivo di quest'estate. Delusione sulla chat di chi si oppone al certificato.Traffico paralizzato sulla Napoli-Salerno dagli operai della Whirlpool. Eppure dai sindacati nessuna condanna.Lo speciale contiene due articoli.«A parole tutti leoni, poi nessuno fa nulla»: lo sfogo di Pino, uno dei partecipanti della chat di Telegram utilizzata dai no green pass e dai no vax per scambiarsi informazioni, è la sintesi del superflop delle manifestazioni di ieri contro il certificato verde. Sarà stato per l'annuncio di severi controlli da parte delle forze dell'ordine, sarà stato perché una cosa è scrivere insulti sullo smartphone e un'altra cosa, ben più impegnativa, è andare a manifestare in piazza, certo è che ieri, all'esterno delle stazioni ferroviarie che i pasdaran del no green pass avevano minacciato di bloccare, i manifestanti si contavano sulle dita di una mano. A Napoli solo due persone: Raffaele Bruno, segretario del Movimento idea sociale, e un accompagnatore, entrambi muniti di tricolore, si sono presentati all'esterno della stazione di Piazza Garibaldi. Più o meno una ventina di persone a Milano, alla stazione di Porta Garibaldi, sostanzialmente invisibili poiché circondati da un nugolo di telecamere. Muniti di cartelli di protesta, i no green pass intorno alle 16 hanno tentato di entrare all'interno della stazione mostrando il biglietto e la carta d'identità, ma sono stati bloccati dagli uomini delle forze dell'ordine. A Torino un no green pass si è rifiutato di mostrare i documenti alla polizia e poi ha dato in escandescenze, prima di essere bloccato dagli agenti, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: anche qui, come a Roma, a Firenze, a Bologna e in tutte le altre città, le manifestazioni di protesta contro il certificato vaccinale sono state un insuccesso clamoroso. La chat «Basta dittatura», luogo di ritrovo su Telegram di no green pass e no vax, con più di 41.000 iscritti, ieri pomeriggio è diventata incandescente per le lamentele dei partecipanti, delusi dall'insuccesso delle manifestazioni. Tra i commenti, riportati da Askanews, si sono susseguite considerazioni amareggiate: «Stazione Tiburtina deserta», «A Milano solo guardie e giornalisti», «Sono a Casalpusterlengo e siamo in due», «Sono a Modena, non c'è nessuno, che tristezza», «A Caserta non ho visto nessuno, peccato», «Bologna vuoto», «A Mestre siete in quattro gatti, fate ridere», «A Rimini nessuno», «A Padova 20 persone e 100 poliziotti», «Non c'è anima viva». Un po' più articolato il ragionamento di un altro utente, che ha attribuito l'insuccesso all'«imponente schieramento di forze di polizia» organizzato dal Viminale davanti alle stazioni ferroviarie. «Non verranno tollerate minacce e inviti a commettere reati utilizzando il Web», aveva avvertito l'altro ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e «non saranno ammesse illegalità in occasione delle iniziative di protesta nei pressi delle stazioni ferroviarie pubblicizzate sulla Rete». Alle parole, stavolta, la Lamorgese ha fatto seguire i fatti, dando disposizione di presidiare con nutriti gruppi di agenti le stazioni. Stavolta, dicevamo: è impossibile infatti non notare che la titolare dell'Interno si è prodigata in avvertimenti e ordini trasmessi ai vertici delle forze dell'ordine, a livello centrale e territoriale, per garantire il rispetto dell'ordine pubblico pur sapendo bene, perché informata dall'intelligence e dalla Digos, che i no vax e i no green pass sono disorganizzati, non hanno strutture operative, sono per lo più padri di famiglia che protestano contro l'imposizione del certificato verde. La Lamorgese sapeva perfettamente che ieri davanti alle stazioni si sarebbero presentati in pochi e tutt'altro che agguerriti, poiché i casi di manifestazioni sfociate in scontri hanno avuto due caratteristiche: la concentrazione in un'unica piazza e la presenza tra i manifestanti di gruppi organizzati abituati agli scontri con le forze dell'ordine. «Inventare un problema per far finta di risolverlo»: il vecchio motto dei notabili democristiani della prima Repubblica sembra adattarsi alla perfezione a questa gigantesca messinscena in due atti, con la diffusione di notizie allarmistiche alla vigilia delle manifestazioni di protesta, lo schieramento di forze dell'ordine sproporzionato rispetto al reale rischio di disordini, e infine gli osanna al ministro Lamorgese per aver fronteggiato a dovere la minaccia. Sugli spalti, gli stessi che preannunciavano disastri ridono per il flop, ma sembrano sotto sotto un po' delusi per lo scampato pericolo. Ad ogni modo, ci aspetteremmo dalla ineffabile Lamorgese la stessa solerzia nella lotta all'invasione di clandestini, al dilagare della criminalità nelle grandi città e nei centri più piccoli, alla occupazione abusiva di luoghi pubblici da parte di estremisti di sinistra, o all'organizzazione di rave party abusivi con migliaia di partecipanti, ma niente da fare: la titolare del Viminale su questi aspetti è evanescente, il suo agire impalpabile. Basterebbe la metà della metà degli sforzi messi in campo ieri per incidere positivamente sulla vita quotidiana degli italiani. In ogni caso, la giornata delle proteste anti green pass va in archivio, per fortuna, senza incidenti. Difficile, a questo punto, ipotizzare qualche replica: il flop di ieri scoraggerà, probabilmente, iniziative analoghe nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La grande ordata barbarica annunciata dai media mainstream e dal ministro dell'Interno semplicemente non c'era: la Lamorgese può cantare vittoria, pur avendo giocato la partita senza che gli avversari scendessero in campo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lamorgese-blinda-assalto-non-ce-2654872118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="operai-della-whirlpool-senza-freni-il-vero-caos-scoppia-in-autostrada" data-post-id="2654872118" data-published-at="1630557671" data-use-pagination="False"> Operai della Whirlpool senza freni. Il vero caos scoppia in autostrada Prima bloccano l'autostrada, quindi vengono ricevuti dal prefetto che alla fine s'impegna a intercedere per loro con il governo Draghi. Non avevano la mascherina, ma avranno sicuramente avuto tutti il green pass, gli operai della Whirlpool che ieri mattina hanno paralizzato il traffico all'imbocco della Napoli-Salerno. Una protesta azzeccata e molto ben tollerata dal Viminale proprio nel giorno in cui il ministro Lucia Lamorgese aveva blindato porti, aeroporti e stazioni per paura dei no vax. Singolare anche il doppiopesismo dei sindacati, lesti a sganciarsi da eventuali manifestazioni contro il green pass, ma ben contenti del blitz partenopeo contro la multinazionale Usa degli elettrodomestici. Con tv e giornaloni che annunciavano da giorni un'apocalisse dell'ordine pubblico per la giornata di ieri, in cui sono entrate in vigore norme stringenti per impedire la libera circolazione sui mezzi pubblici a chi è privo del green pass, il vero contropiede al ministero dell'Interno lo piazzano i 400 lavoratori della fabbrica che la Whirlpool ha deciso di chiudere e che protestano da mesi. Intorno alle 11, dopo l'assemblea nello stabilimento di via Argine, un centinaio di operai, tutti evidentemente plurivaccinati, scavalca indisturbato il guardrail e si piazza in mezzo alle carreggiate al bivio di Ponticelli. Alcuni indossano la maglietta della Fiom-Cgil, mentre sventolano in autostrada anche le bandiere della Fim-Cisl. Traffico paralizzato per almeno mezz'ora, poi gli operai tolgono spontaneamente il blocco e manifestano lungo la Napoli-Salerno, incassando i clacson di solidarietà dei camionisti e qualche vaffa dagli automobilisti. La manifestazione ovviamente era illegale, ma un risultato è stato ottenuto. Il prefetto di Napoli, Marco Valentini, ha accettato di incontrare i rappresentanti sindacali nel primo pomeriggio, ha ascoltato le preoccupazioni dei lavoratori e si è impegnato a scrivere una lettera ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti, per chiedere un incontro a Roma. Lo stesso prefetto di Napoli, in una nota, «esprime vicinanza ai lavoratori». Sicuramente non a quelli che poche ore prima si sono piazzati in mezzo all'A1. Dopo il blocco del traffico, anche i sindacati hanno chiesto un nuovo incontro al governo. «Chiediamo con urgenza una convocazione sia del tavolo al ministero dello Sviluppo economico che al ministero del Lavoro per far ritirare la procedura di licenziamento», hanno scritto il segretario della Uilm Campania, Antonio Accurso, e il segretario Fim-Cisl di Napoli, Biagio Trapani. «Continueremo a lottare finché non verrà riaperta la fabbrica», ha aggiunto Rosario Rappa, leader della Fiom-Cgil Napoli. Il giorno prima, le confederazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil si erano invece dissociate da i no vax che minacciavano il blocco dei treni: «Non avranno il nostro sostegno, auspichiamo un doveroso ripensamento». La preoccupazione dei sindacati, in questo caso, era che il blocco dei treni si ripercuotesse sui tanti lavoratori pendolari. E nel comunicato congiunto aggiungevano: «Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale, infatti è soggetto alle regole di legge sui servizi minimi, affinché lo sciopero non leda il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini». Invece, nessun problema per quanto è avvenuto a Napoli ieri mattina. Devono aver avuto notizia che a quell'ora, all'altezza dello svincolo di Ponticelli, viaggiavano solo vacanzieri e possidenti vari.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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