True
2021-09-02
La Lamorgese si blinda ma l’assalto non c’è
Ansa
«A parole tutti leoni, poi nessuno fa nulla»: lo sfogo di Pino, uno dei partecipanti della chat di Telegram utilizzata dai no green pass e dai no vax per scambiarsi informazioni, è la sintesi del superflop delle manifestazioni di ieri contro il certificato verde. Sarà stato per l'annuncio di severi controlli da parte delle forze dell'ordine, sarà stato perché una cosa è scrivere insulti sullo smartphone e un'altra cosa, ben più impegnativa, è andare a manifestare in piazza, certo è che ieri, all'esterno delle stazioni ferroviarie che i pasdaran del no green pass avevano minacciato di bloccare, i manifestanti si contavano sulle dita di una mano. A Napoli solo due persone: Raffaele Bruno, segretario del Movimento idea sociale, e un accompagnatore, entrambi muniti di tricolore, si sono presentati all'esterno della stazione di Piazza Garibaldi.
Più o meno una ventina di persone a Milano, alla stazione di Porta Garibaldi, sostanzialmente invisibili poiché circondati da un nugolo di telecamere. Muniti di cartelli di protesta, i no green pass intorno alle 16 hanno tentato di entrare all'interno della stazione mostrando il biglietto e la carta d'identità, ma sono stati bloccati dagli uomini delle forze dell'ordine. A Torino un no green pass si è rifiutato di mostrare i documenti alla polizia e poi ha dato in escandescenze, prima di essere bloccato dagli agenti, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: anche qui, come a Roma, a Firenze, a Bologna e in tutte le altre città, le manifestazioni di protesta contro il certificato vaccinale sono state un insuccesso clamoroso.
La chat «Basta dittatura», luogo di ritrovo su Telegram di no green pass e no vax, con più di 41.000 iscritti, ieri pomeriggio è diventata incandescente per le lamentele dei partecipanti, delusi dall'insuccesso delle manifestazioni. Tra i commenti, riportati da Askanews, si sono susseguite considerazioni amareggiate: «Stazione Tiburtina deserta», «A Milano solo guardie e giornalisti», «Sono a Casalpusterlengo e siamo in due», «Sono a Modena, non c'è nessuno, che tristezza», «A Caserta non ho visto nessuno, peccato», «Bologna vuoto», «A Mestre siete in quattro gatti, fate ridere», «A Rimini nessuno», «A Padova 20 persone e 100 poliziotti», «Non c'è anima viva». Un po' più articolato il ragionamento di un altro utente, che ha attribuito l'insuccesso all'«imponente schieramento di forze di polizia» organizzato dal Viminale davanti alle stazioni ferroviarie. «Non verranno tollerate minacce e inviti a commettere reati utilizzando il Web», aveva avvertito l'altro ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e «non saranno ammesse illegalità in occasione delle iniziative di protesta nei pressi delle stazioni ferroviarie pubblicizzate sulla Rete». Alle parole, stavolta, la Lamorgese ha fatto seguire i fatti, dando disposizione di presidiare con nutriti gruppi di agenti le stazioni.
Stavolta, dicevamo: è impossibile infatti non notare che la titolare dell'Interno si è prodigata in avvertimenti e ordini trasmessi ai vertici delle forze dell'ordine, a livello centrale e territoriale, per garantire il rispetto dell'ordine pubblico pur sapendo bene, perché informata dall'intelligence e dalla Digos, che i no vax e i no green pass sono disorganizzati, non hanno strutture operative, sono per lo più padri di famiglia che protestano contro l'imposizione del certificato verde. La Lamorgese sapeva perfettamente che ieri davanti alle stazioni si sarebbero presentati in pochi e tutt'altro che agguerriti, poiché i casi di manifestazioni sfociate in scontri hanno avuto due caratteristiche: la concentrazione in un'unica piazza e la presenza tra i manifestanti di gruppi organizzati abituati agli scontri con le forze dell'ordine.
«Inventare un problema per far finta di risolverlo»: il vecchio motto dei notabili democristiani della prima Repubblica sembra adattarsi alla perfezione a questa gigantesca messinscena in due atti, con la diffusione di notizie allarmistiche alla vigilia delle manifestazioni di protesta, lo schieramento di forze dell'ordine sproporzionato rispetto al reale rischio di disordini, e infine gli osanna al ministro Lamorgese per aver fronteggiato a dovere la minaccia. Sugli spalti, gli stessi che preannunciavano disastri ridono per il flop, ma sembrano sotto sotto un po' delusi per lo scampato pericolo.
Ad ogni modo, ci aspetteremmo dalla ineffabile Lamorgese la stessa solerzia nella lotta all'invasione di clandestini, al dilagare della criminalità nelle grandi città e nei centri più piccoli, alla occupazione abusiva di luoghi pubblici da parte di estremisti di sinistra, o all'organizzazione di rave party abusivi con migliaia di partecipanti, ma niente da fare: la titolare del Viminale su questi aspetti è evanescente, il suo agire impalpabile. Basterebbe la metà della metà degli sforzi messi in campo ieri per incidere positivamente sulla vita quotidiana degli italiani.
In ogni caso, la giornata delle proteste anti green pass va in archivio, per fortuna, senza incidenti. Difficile, a questo punto, ipotizzare qualche replica: il flop di ieri scoraggerà, probabilmente, iniziative analoghe nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La grande ordata barbarica annunciata dai media mainstream e dal ministro dell'Interno semplicemente non c'era: la Lamorgese può cantare vittoria, pur avendo giocato la partita senza che gli avversari scendessero in campo.
Operai della Whirlpool senza freni. Il vero caos scoppia in autostrada
Prima bloccano l'autostrada, quindi vengono ricevuti dal prefetto che alla fine s'impegna a intercedere per loro con il governo Draghi. Non avevano la mascherina, ma avranno sicuramente avuto tutti il green pass, gli operai della Whirlpool che ieri mattina hanno paralizzato il traffico all'imbocco della Napoli-Salerno. Una protesta azzeccata e molto ben tollerata dal Viminale proprio nel giorno in cui il ministro Lucia Lamorgese aveva blindato porti, aeroporti e stazioni per paura dei no vax. Singolare anche il doppiopesismo dei sindacati, lesti a sganciarsi da eventuali manifestazioni contro il green pass, ma ben contenti del blitz partenopeo contro la multinazionale Usa degli elettrodomestici.
Con tv e giornaloni che annunciavano da giorni un'apocalisse dell'ordine pubblico per la giornata di ieri, in cui sono entrate in vigore norme stringenti per impedire la libera circolazione sui mezzi pubblici a chi è privo del green pass, il vero contropiede al ministero dell'Interno lo piazzano i 400 lavoratori della fabbrica che la Whirlpool ha deciso di chiudere e che protestano da mesi. Intorno alle 11, dopo l'assemblea nello stabilimento di via Argine, un centinaio di operai, tutti evidentemente plurivaccinati, scavalca indisturbato il guardrail e si piazza in mezzo alle carreggiate al bivio di Ponticelli. Alcuni indossano la maglietta della Fiom-Cgil, mentre sventolano in autostrada anche le bandiere della Fim-Cisl. Traffico paralizzato per almeno mezz'ora, poi gli operai tolgono spontaneamente il blocco e manifestano lungo la Napoli-Salerno, incassando i clacson di solidarietà dei camionisti e qualche vaffa dagli automobilisti.
La manifestazione ovviamente era illegale, ma un risultato è stato ottenuto. Il prefetto di Napoli, Marco Valentini, ha accettato di incontrare i rappresentanti sindacali nel primo pomeriggio, ha ascoltato le preoccupazioni dei lavoratori e si è impegnato a scrivere una lettera ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti, per chiedere un incontro a Roma. Lo stesso prefetto di Napoli, in una nota, «esprime vicinanza ai lavoratori». Sicuramente non a quelli che poche ore prima si sono piazzati in mezzo all'A1.
Dopo il blocco del traffico, anche i sindacati hanno chiesto un nuovo incontro al governo. «Chiediamo con urgenza una convocazione sia del tavolo al ministero dello Sviluppo economico che al ministero del Lavoro per far ritirare la procedura di licenziamento», hanno scritto il segretario della Uilm Campania, Antonio Accurso, e il segretario Fim-Cisl di Napoli, Biagio Trapani. «Continueremo a lottare finché non verrà riaperta la fabbrica», ha aggiunto Rosario Rappa, leader della Fiom-Cgil Napoli.
Il giorno prima, le confederazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil si erano invece dissociate da i no vax che minacciavano il blocco dei treni: «Non avranno il nostro sostegno, auspichiamo un doveroso ripensamento». La preoccupazione dei sindacati, in questo caso, era che il blocco dei treni si ripercuotesse sui tanti lavoratori pendolari. E nel comunicato congiunto aggiungevano: «Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale, infatti è soggetto alle regole di legge sui servizi minimi, affinché lo sciopero non leda il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini». Invece, nessun problema per quanto è avvenuto a Napoli ieri mattina. Devono aver avuto notizia che a quell'ora, all'altezza dello svincolo di Ponticelli, viaggiavano solo vacanzieri e possidenti vari.
Continua a leggereRiduci
Stazioni militarizzate in tutta Italia per il falso allarme del blitz anti green pass. Un'inutile prova di forza del Viminale, passivo sul fronte dell'immigrazione e umiliato dal rave party abusivo di quest'estate. Delusione sulla chat di chi si oppone al certificato.Traffico paralizzato sulla Napoli-Salerno dagli operai della Whirlpool. Eppure dai sindacati nessuna condanna.Lo speciale contiene due articoli.«A parole tutti leoni, poi nessuno fa nulla»: lo sfogo di Pino, uno dei partecipanti della chat di Telegram utilizzata dai no green pass e dai no vax per scambiarsi informazioni, è la sintesi del superflop delle manifestazioni di ieri contro il certificato verde. Sarà stato per l'annuncio di severi controlli da parte delle forze dell'ordine, sarà stato perché una cosa è scrivere insulti sullo smartphone e un'altra cosa, ben più impegnativa, è andare a manifestare in piazza, certo è che ieri, all'esterno delle stazioni ferroviarie che i pasdaran del no green pass avevano minacciato di bloccare, i manifestanti si contavano sulle dita di una mano. A Napoli solo due persone: Raffaele Bruno, segretario del Movimento idea sociale, e un accompagnatore, entrambi muniti di tricolore, si sono presentati all'esterno della stazione di Piazza Garibaldi. Più o meno una ventina di persone a Milano, alla stazione di Porta Garibaldi, sostanzialmente invisibili poiché circondati da un nugolo di telecamere. Muniti di cartelli di protesta, i no green pass intorno alle 16 hanno tentato di entrare all'interno della stazione mostrando il biglietto e la carta d'identità, ma sono stati bloccati dagli uomini delle forze dell'ordine. A Torino un no green pass si è rifiutato di mostrare i documenti alla polizia e poi ha dato in escandescenze, prima di essere bloccato dagli agenti, davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: anche qui, come a Roma, a Firenze, a Bologna e in tutte le altre città, le manifestazioni di protesta contro il certificato vaccinale sono state un insuccesso clamoroso. La chat «Basta dittatura», luogo di ritrovo su Telegram di no green pass e no vax, con più di 41.000 iscritti, ieri pomeriggio è diventata incandescente per le lamentele dei partecipanti, delusi dall'insuccesso delle manifestazioni. Tra i commenti, riportati da Askanews, si sono susseguite considerazioni amareggiate: «Stazione Tiburtina deserta», «A Milano solo guardie e giornalisti», «Sono a Casalpusterlengo e siamo in due», «Sono a Modena, non c'è nessuno, che tristezza», «A Caserta non ho visto nessuno, peccato», «Bologna vuoto», «A Mestre siete in quattro gatti, fate ridere», «A Rimini nessuno», «A Padova 20 persone e 100 poliziotti», «Non c'è anima viva». Un po' più articolato il ragionamento di un altro utente, che ha attribuito l'insuccesso all'«imponente schieramento di forze di polizia» organizzato dal Viminale davanti alle stazioni ferroviarie. «Non verranno tollerate minacce e inviti a commettere reati utilizzando il Web», aveva avvertito l'altro ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e «non saranno ammesse illegalità in occasione delle iniziative di protesta nei pressi delle stazioni ferroviarie pubblicizzate sulla Rete». Alle parole, stavolta, la Lamorgese ha fatto seguire i fatti, dando disposizione di presidiare con nutriti gruppi di agenti le stazioni. Stavolta, dicevamo: è impossibile infatti non notare che la titolare dell'Interno si è prodigata in avvertimenti e ordini trasmessi ai vertici delle forze dell'ordine, a livello centrale e territoriale, per garantire il rispetto dell'ordine pubblico pur sapendo bene, perché informata dall'intelligence e dalla Digos, che i no vax e i no green pass sono disorganizzati, non hanno strutture operative, sono per lo più padri di famiglia che protestano contro l'imposizione del certificato verde. La Lamorgese sapeva perfettamente che ieri davanti alle stazioni si sarebbero presentati in pochi e tutt'altro che agguerriti, poiché i casi di manifestazioni sfociate in scontri hanno avuto due caratteristiche: la concentrazione in un'unica piazza e la presenza tra i manifestanti di gruppi organizzati abituati agli scontri con le forze dell'ordine. «Inventare un problema per far finta di risolverlo»: il vecchio motto dei notabili democristiani della prima Repubblica sembra adattarsi alla perfezione a questa gigantesca messinscena in due atti, con la diffusione di notizie allarmistiche alla vigilia delle manifestazioni di protesta, lo schieramento di forze dell'ordine sproporzionato rispetto al reale rischio di disordini, e infine gli osanna al ministro Lamorgese per aver fronteggiato a dovere la minaccia. Sugli spalti, gli stessi che preannunciavano disastri ridono per il flop, ma sembrano sotto sotto un po' delusi per lo scampato pericolo. Ad ogni modo, ci aspetteremmo dalla ineffabile Lamorgese la stessa solerzia nella lotta all'invasione di clandestini, al dilagare della criminalità nelle grandi città e nei centri più piccoli, alla occupazione abusiva di luoghi pubblici da parte di estremisti di sinistra, o all'organizzazione di rave party abusivi con migliaia di partecipanti, ma niente da fare: la titolare del Viminale su questi aspetti è evanescente, il suo agire impalpabile. Basterebbe la metà della metà degli sforzi messi in campo ieri per incidere positivamente sulla vita quotidiana degli italiani. In ogni caso, la giornata delle proteste anti green pass va in archivio, per fortuna, senza incidenti. Difficile, a questo punto, ipotizzare qualche replica: il flop di ieri scoraggerà, probabilmente, iniziative analoghe nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La grande ordata barbarica annunciata dai media mainstream e dal ministro dell'Interno semplicemente non c'era: la Lamorgese può cantare vittoria, pur avendo giocato la partita senza che gli avversari scendessero in campo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lamorgese-blinda-assalto-non-ce-2654872118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="operai-della-whirlpool-senza-freni-il-vero-caos-scoppia-in-autostrada" data-post-id="2654872118" data-published-at="1630557671" data-use-pagination="False"> Operai della Whirlpool senza freni. Il vero caos scoppia in autostrada Prima bloccano l'autostrada, quindi vengono ricevuti dal prefetto che alla fine s'impegna a intercedere per loro con il governo Draghi. Non avevano la mascherina, ma avranno sicuramente avuto tutti il green pass, gli operai della Whirlpool che ieri mattina hanno paralizzato il traffico all'imbocco della Napoli-Salerno. Una protesta azzeccata e molto ben tollerata dal Viminale proprio nel giorno in cui il ministro Lucia Lamorgese aveva blindato porti, aeroporti e stazioni per paura dei no vax. Singolare anche il doppiopesismo dei sindacati, lesti a sganciarsi da eventuali manifestazioni contro il green pass, ma ben contenti del blitz partenopeo contro la multinazionale Usa degli elettrodomestici. Con tv e giornaloni che annunciavano da giorni un'apocalisse dell'ordine pubblico per la giornata di ieri, in cui sono entrate in vigore norme stringenti per impedire la libera circolazione sui mezzi pubblici a chi è privo del green pass, il vero contropiede al ministero dell'Interno lo piazzano i 400 lavoratori della fabbrica che la Whirlpool ha deciso di chiudere e che protestano da mesi. Intorno alle 11, dopo l'assemblea nello stabilimento di via Argine, un centinaio di operai, tutti evidentemente plurivaccinati, scavalca indisturbato il guardrail e si piazza in mezzo alle carreggiate al bivio di Ponticelli. Alcuni indossano la maglietta della Fiom-Cgil, mentre sventolano in autostrada anche le bandiere della Fim-Cisl. Traffico paralizzato per almeno mezz'ora, poi gli operai tolgono spontaneamente il blocco e manifestano lungo la Napoli-Salerno, incassando i clacson di solidarietà dei camionisti e qualche vaffa dagli automobilisti. La manifestazione ovviamente era illegale, ma un risultato è stato ottenuto. Il prefetto di Napoli, Marco Valentini, ha accettato di incontrare i rappresentanti sindacali nel primo pomeriggio, ha ascoltato le preoccupazioni dei lavoratori e si è impegnato a scrivere una lettera ai ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti, per chiedere un incontro a Roma. Lo stesso prefetto di Napoli, in una nota, «esprime vicinanza ai lavoratori». Sicuramente non a quelli che poche ore prima si sono piazzati in mezzo all'A1. Dopo il blocco del traffico, anche i sindacati hanno chiesto un nuovo incontro al governo. «Chiediamo con urgenza una convocazione sia del tavolo al ministero dello Sviluppo economico che al ministero del Lavoro per far ritirare la procedura di licenziamento», hanno scritto il segretario della Uilm Campania, Antonio Accurso, e il segretario Fim-Cisl di Napoli, Biagio Trapani. «Continueremo a lottare finché non verrà riaperta la fabbrica», ha aggiunto Rosario Rappa, leader della Fiom-Cgil Napoli. Il giorno prima, le confederazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil si erano invece dissociate da i no vax che minacciavano il blocco dei treni: «Non avranno il nostro sostegno, auspichiamo un doveroso ripensamento». La preoccupazione dei sindacati, in questo caso, era che il blocco dei treni si ripercuotesse sui tanti lavoratori pendolari. E nel comunicato congiunto aggiungevano: «Il trasporto ferroviario è un servizio pubblico essenziale, infatti è soggetto alle regole di legge sui servizi minimi, affinché lo sciopero non leda il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini». Invece, nessun problema per quanto è avvenuto a Napoli ieri mattina. Devono aver avuto notizia che a quell'ora, all'altezza dello svincolo di Ponticelli, viaggiavano solo vacanzieri e possidenti vari.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
Continua a leggereRiduci
La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
Continua a leggereRiduci
Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
Continua a leggereRiduci