2025-03-26
Nel kit di sopravvivenza Ue spunta il contante: «le carte di credito non valgono più nulla»
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Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
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I militari del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno rintracciato i preziosi documenti messi in vendita da un privato riguardanti l'incontro del 22 aprile 1944 al castello di Klessheim presso Salisburgo. Ritrovate anche lettere di Mussolini a D'Annunzio.
Il 23 febbraio 2026 nel corso di una cerimonia nella sede dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino hanno restituito cinque fogli manoscritti di Benito Mussolini, appunti relativi all’incontro avvenuto con Adolf Hitler il 22 aprile 1944 a Salisburgo nel castello di Klessheim.
Presenti all’evento il Direttore Generale Archivi del Mic, presso cui i documenti verranno custoditi per garantirne lo studio e la valorizzazione, e la Soprintendente Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e la Valle d’Aosta.
Le indagini del Nucleo Tpc di Torino, coordinate dalla Procura della Repubblica del capoluogo, sono scaturite dai costanti controlli del mercato antiquario e dalla continua collaborazione con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e la Valle d’Aosta che aveva segnalato la presenza delle lettere olografe, poste in vendita all’incanto presso una nota casa d’aste torinese e per le quali era stato contestualmente chiesto il rilascio di un attestato di libera circolazione - autorizzazione necessaria per la vendita e l’esportazione all’estero –all'ufficio Esportazione della Soprintendenza di Torino.
Dai primi accertamenti effettuati è emerso che i fogli manoscritti contenevano appunti la cui grafia appariva attribuibile a Benito Mussolini, così come il contrassegno in calce all’ultimo foglio del monogramma «M», utilizzato dallo stesso Duce. L’attività investigativa, che ha portato all’immediato sequestro dei documenti, si è svolta lungo due direttrici. Da una parte la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e Valle d’Aosta, che ha sottolineato come gli appunti contengano argomenti di particolare importanza storica. Nello specifico, un elenco dettagliato di vari argomenti, ordinatamente divisi in tre grandi temi: «Forze armate», «Politica», «Economia e lavoro». Fogli senza data, ma dal contenuto che corrisponde in molti punti con gli argomenti trattati da Mussolini e dal suo ristretto gruppo di collaboratori durante l’incontro con Adolf Hitler, avvenuto presso il castello di Klessheim (Salisburgo), il 22 aprile 1944. I fogli possono dunque essere identificati, quasi certamente, come gli appunti preparati da Mussolini in vista dell’incontro con Hitler, verosimilmente gli stessi usati durante la conferenza. Gli esami tecnici effettuati dai Carabinieri Ris di Parma che, comparando lo scritto con altri documenti ricondotti con assoluta certezza alla mano di Benito Mussolini, hanno confermato numerose analogie del tratto e quindi l’assoluta autenticità degli stessi. Inoltre, ulteriore riscontro sulla natura dei documenti, provengono dalla piegatura dei fogli in quattro, tipica degli appunti che devono essere conservati in tasca.
Veniva accertato inoltre che i documenti erano stati immessi sul mercato antiquario da tempo, verosimilmente da quando l’archivio personale di Mussolini e gli archivi di molti organi della Rsi (Repubblica Sociale Italiana) scomparvero nelle ultime concitate fasi della guerra nell'aprile 1945.
La redazione manoscritta da parte del capo del governo della Rsi nell’esercizio delle proprie funzioni, riguardante affari di Stato, civili e militari, nonché le relazioni con un governo straniero, indicano che l’intera documentazione deve considerarsi un eccezionale patrimonio storico appartenente allo Stato italiano.
Durante la cerimonia i Carabinieri Tpc hanno proceduto anche alla restituzione di documenti appartenuti a Gabriele D’Annunzio: questa ulteriore attività investigativa condotta dal Nucleo Tpc di Firenze, con il coordinamento della Procura , è nata dalla preziosa segnalazione di un cittadino che, notati i beni in vendita presso una casa d’aste e intuita la loro importanza culturale, aveva immediatamente contattato il Nucleo specializzato dell’Arma per procedere al sequestro della documentazione storica.
Gli accertamenti sui beni archivistici, eseguiti in collaborazione con l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, hanno evidenziato da subito la notevole rilevanza storica, trattandosi principalmente di minute autografe di discorsi ufficiali, rivendicandone quindi la titolarità statale.
Tra questi ultimi beni sequestrati spiccano una minuta di telegramma scritta di pugno da Benito Mussolini e inviata a Gabriele D’Annunzio, oltre a una stesura del discorso rivolto al Re e alle autorità pronunciato in occasione dell’inaugurazione della statua del Bersagliere del 1932 e una minuta del dattiloscritto «Viatico a S.A.R. Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, Governatore Generale dell’Africa Orientale Italiana e viceré d’Etiopia».
È la riedizione di un conflitto che aveva trovato una tregua solo durante il pontificato di Benedetto XVI. La Fraternità sacerdotale San Pio X è di nuovo ai ferri corti con la Santa Sede per la questione della nomina di sacerdoti e vescovi: quest’ultima rivendica l’ultima parola, i lefebvriani intendono procedere in autonomia. L’incontro del 12 febbraio in Vaticano non ha sbloccato l’impasse.
E il 18 febbraio, il Consiglio generale del gruppo ha confermato al cardinale Víctor Manuel Fernández anche il rifiuto di un dialogo «specificatamente teologico», proposto da Roma. Nel frattempo, in Germania, si è compiuto il percorso sinodale della Chiesa tedesca, zeppo di controversie, dal tema dell’omosessualità a quello del sacerdozio femminile. E ora i riformatori attendono un eventuale beneplacito dal Papa. È una crisi che segna un primo banco di prova per il nuovo Papa. Ne abbiamo parlato con don Nicola Bux, teologo, liturgista e già stretto collaboratore di Joseph Ratzinger.
Cosa sta succedendo? Si sta ormai disgregando l’unità dei cattolici?
«Alla radice della crisi attuale c’è l’idea di Chiesa: s’è perso il senso cattolico della realtà ecclesiale. Da molti dentro la Chiesa non si crede più che sia stata voluta dal Signore stesso, ma sia creata da noi e che quindi noi stessi la possiamo riorganizzare liberamente secondo le esigenze del momento. Così pensava Ratzinger già nel 1985, nel noto Rapporto sulla fede, pubblicato con Vittorio Messori. Un po’ alla maniera delle “free churches” americane, ben oltre il modello protestante».
Siamo giunti a questo punto?
«Ora, fra i teologi, va in giro l’idea - sconosciuta alla dottrina - che la Chiesa è per sua natura “sinodale”, quando nel Credo la si professa: una, santa, cattolica, apostolica. Se la Chiesa è vista come una costruzione umana, anche i contenuti della fede diventano arbitrari. Inoltre, la Chiesa non è un “collettivo”, anche quando la si descrive come popolo di Dio, perché è ben più della somma dei suoi membri, essendo il “Corpo di Cristo”, secondo l’espressione paolina. La sua struttura profonda e ineliminabile non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica: perché la gerarchia - dal greco “sacro principio” - basata sulla successione apostolica è condizione indispensabile per raggiungere la forza, la realtà del sacramento. Hanno riflettuto su questo i fautori del Sinodo tedesco e della Fraternità Sacerdotale San Pio X? Spero che il Papa lo ricordi loro e ottenga un ripensamento a partire dalla verità di fondo: la Chiesa è una comunione, come recita un testo straordinario del cardinale domenicano Jerome Hamer».
Come potrà Leone ricucire gli strappi?
«Riformare la Chiesa veramente significa darci da fare per far sparire nella maggior misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, di Cristo. Papa Leone l’ha ricordato ai cardinali all’indomani della sua elezione. È una verità che ben conobbero i santi: i quali, infatti, rinnovarono in profondo la Chiesa non predisponendo nuove strutture ma convertendo sé stessi. Non di management ma di santità ha bisogno la Chiesa per rispondere ai bisogni dell’uomo. Così la pensava Ratzinger. San Francesco, in questo ottavo centenario del suo transito da questo mondo al Cielo, lo ispiri a molti ecclesiastici e laici. Questa è la dottrina perenne, che non produce strappi nella tunica inconsutile di Gesù Cristo».
Qualcuno pensa che ci sia bisogno di innovare un’istituzione ormai vecchia.
«La tradizione, da san Vincenzo di Lerins a san John Henry Newman, è uno sviluppo organico, non un fossile: è la continuità dell’unico soggetto Chiesa, che è lo stesso di prima del Concilio Vaticano II. Gli sviluppi organici, in continuità portano al rinnovamento continuo, le rotture invece portano alla dissoluzione quelli che le provocano, basta vedere i mondi ortodossi, anglicani e protestanti, l’un contro l’altro armati. Che amarezza!».
Intravede possibilità di una nuova liberalizzazione della messa in latino, dopo la stretta di Francesco?
«Sì, se si supera l’affermazione, priva di fondamento storico, del primo articolo del motu proprio Traditionis custodes: “I libri liturgici promulgati dopo il Vaticano II sono l’unica espressione della lex orandi del rito romano”».
Qui, per comprendere, ci occorre tutto il suo sapere di liturgista.
«Nel rito romano sono nate le varie forme in uso presso gli ordini religiosi e nella curia romana, costituendo la famiglia rituale latina con gli altri riti occidentali. Chi conosce le forme liturgiche orientali, poi, sa che esiste diversità fra le Chiese e all’interno di ciascuna di esse. Con il motu proprio Summorum Pontificum, Benedetto XVI intese ripristinare il rito romano antico mai giuridicamente abrogato ma, salvo indulti individuali, proibito da sessant’anni. Così applicò l’intenzione del concilio Vaticano II di salvaguardare “le legittime diversità” e, nello stesso tempo “l’unità sostanziale del rito romano” (SC 38)».
E poi?
«La medesima strada è stata indicata dai vescovi che hanno risposto al questionario del 2020 della Congregazione per la Dottrina della fede, mettendo in evidenza, con alcuni aspetti critici, quelli di gran lunga positivi della forma straordinaria: attivare forze vive e contribuire a portare pace e unità nella Chiesa; riconoscere i valori liturgico, teologico, catechistico e quello storico che inculca e richiama allo sviluppo organico della tradizione della Chiesa. Alla forma straordinaria va riconosciuto un influsso positivo su quella ordinaria: i sacerdoti che l’apprendono cominciano a celebrare decorosamente anche quella ordinaria, ossia con maggiore fede e disciplina; così pure quanti la studiano nei seminari e nelle Case di formazione religiosa».
Il giro di vite dello scorso pontificato non era adeguatamente giustificato?
«Nella bolla Apostolorum Limina per l’indizione dell’Anno Santo del 1975, Paolo VI affermava: “Noi stimiamo estremamente opportuno che questa opera (la riforma liturgica, ndr) sia riesaminata e riceva nuovi sviluppi”. E Benedetto XVI: “Chi è del parere che non tutto in questa riforma sia riuscito, e che alcune cose siano modificabili o addirittura abbiano bisogno di una revisione, non è, per questo, un nemico del concilio”. Dunque, il cardinal Arthur Roche, nel testo distribuito ai cardinali per il Concistoro, non può sostenere che i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II abbiano consentito e non promosso il rito antico. Né regge l’equazione: accettare la validità del Concilio Vaticano II significa accettare la riforma liturgica. Il testo è contraddittorio: al punto 1 è affermato che la liturgia ha sempre avuto riforme, e al punto 11 rifiuta la varietà di forme perché ritiene la liturgia irriformabile. In verità, c’è un profondo dissenso circa l’essenza della celebrazione liturgica: ciò, purtroppo, avviene perché non si riconoscono a Dio i suoi diritti sulla liturgia, che è sacra proprio per questo».
Nel «metodo Prevost», lei scorge una discontinuità rispetto a Francesco? Attenzione ai paramenti sacri, ripristino degli appartamenti papali, ritorno a Castel Gandolfo, la visita programmata al prossimo Meeting di Rimini…
«Come anzidetto, è giusto che vi sia continuità tra Papi, come tra vescovi e parroci, altrimenti si sarebbe in un terremoto incessante, però ciascun Papa è diverso. In papa Leone XIV lo si nota dai discorsi, in cui è curato l’et et cattolico, per ora. Attendiamo, quindi».
Sui migranti e sull’ambiente, Leone non sembra discostarsi molto dal predecessore. E uno dei suoi primi viaggi sarà a Lampedusa.
«Mi pare, però, che egli abbia chiaro che l’immigrazione è un diritto subordinato a condizioni giuridiche stabilite dall’autorità politica, come recita il Catechismo della Chiesa cattolica (2242). Quanto all’ambiente, sin dal primo discorso in merito, gli ha preferito il termine “creato”: questo fa grande differenza!».
Pochi giorni fa, il Papa ha rivolto al clero di Roma un’osservazione acuta: ci sono fedeli che prendono i sacramenti ma non sono evangelizzati. Da dove origina questa banalizzazione dei sacramenti?
«Benedetto XVI trattò la questione dei cristiani europei, che in realtà si comportavano da neopagani. Dipende dall’incomprensione del fatto che la fede implica la vita morale, a cui si arriva con la grazia donata nei sacramenti. Per esempio: taluni divorziati, che hanno cioè rotto il vincolo matrimoniale, o i conviventi che non l’hanno mai contratto, ritengono ci si possa accostare alla comunione: non pensano che questo sacramento - il nome lo dice - presuppone l’unità; ma se questa è stata rotta o non la si vuole ripristinare, ricevere il sacramento è una contraddizione in termini».
Rispetto a Francesco, che sull’Ucraina si spinse a sostenere tesi ardite come quella del famigerato «abbaiare della Nato alle porte della Russia», la posizione di Leone appare molto più vicina a quella dell’establishment americano. È stato vescovo in Perù, ma è un Papa «occidentale»?
«È occidentale per il fatto che si ispira a sant’Agostino e al suo realismo, quando scrisse la Città di Dio a cui deve guardare quella degli uomini».
Secondo lei, il Vaticano ha fatto bene a evitare il Board of Peace di Donald Trump per Gaza?
«La Santa Sede ha un osservatore in vari organismi internazionali, che notoriamente non conducono attività in linea coi principi e valori cristiani: allora perché fare i puritani col Board per Gaza?».
E a quanto pare non sono molto disposti agli autoesami nemmeno gli esperti (o presunti tali) individuati dal tribunale dei minori dell’Aquila. Come noto, il tribunale ha disposto una perizia psicologica per accertare le capacità genitoriali di papà Nathan e mamma Catherine, e l’ha affidata a Simona Ceccoli, una psichiatra che di solito opera presso una Rsa, il presidio ospedaliero Villa Letizia a L’Aquila. In teoria, a svolgere un compito simile dovrebbero essere professionisti che abbiano all’attivo diversi anni di esperienza con i minori, e sarebbe interessante sapere se la psichiatra in questione effettivamente li abbia. Di sicuro, questa esperienza difetta alla ausiliaria che la Ceccoli ha scelto, ovvero Valentina Garrapetta, la psicologa che ha il compito di svolgere i test sui Trevallion.
Ieri abbiamo documentato come la giovane dottoressa, tra novembre e dicembre, abbia condiviso sul suo profilo Facebook post e articoli particolarmente ruvidi nei confronti della famiglia nel bosco. Ieri, chissà come mai, la dottoressa ha rimosso uno di quei post, il più feroce, dalla sua pagina social. Ma ormai il danno è fatto. È difficile non farsi venire dubbi sulla sua imparzialità, dubbi che si estendono purtroppo anche alla psichiatra che l’ha voluta come ausiliaria.
Nel primo articolo che abbiamo pubblicato su questo caso abbiamo evitato di scrivere il nome della giovane dottoressa, anche se i suoi post erano pubblici: non ci interessano gli attacchi personali, ma solo che sulla vicenda dei Trevallion ci sia la massima trasparenza. Notiamo però che la Garrapetta ha deciso di esporsi rilasciando dichiarazioni a Repubblica. Frasi polemiche nei confronti di Tonino Cantelmi, esperto di provata autorevolezza che da qualche tempo opera quale consulente dei Trevallion. Cantelmi ha avanzato alcuni dubbi sulle competenze della dottoressa: «Ho molte perplessità su come la consulente tecnica d’ufficio sta gestendo i test, che costituiscono una componente importante di una perizia, a volte decisiva», ha detto Cantelmi. «La consulente tecnica ha affidato la scelta dei test a una giovane psicologa, iscritta all’Albo solo da poco più di tre anni e le cui competenze reali saranno tutte da valutare. Non conosciamo ancora le reali competenze della dottoressa sui minori, ma siamo preoccupati, date le premesse, qualora volesse somministrare test ai minori, per la qualità dell’intervento».
La dottoressa ha replicato piccata: «Quanto detto qualifica il signor Cantelmi e non me», ha dichiarato a Repubblica. «Per me parla il curriculum. E se le mie competenze sono da valutare, le sue sono già valutabili da un punto di vista deontologico».
A dire il vero, se c’è qualcosa di rilevante sul piano deontologico sono proprio i post della dottoressa che ha mostrato La Verità, e che cambiano irrimediabilmente il quadro della situazione. Sarebbe davvero incredibile, alla luce delle notizie che abbiamo pubblicato, che le istituzioni non intervenissero e che si ripensasse tutto lo svolgimento della perizia.
Abbiamo chiesto al professor Cantelmi che cosa pensi dei post che abbiamo rintracciato, e la sua risposta lascia pochi dubbi. «Ci sono delle stringenti normative deontologiche promosse dall’Ordine degli psicologi che vietano di poter assumere incarichi inerenti perizie qualora uno abbia espresso pubblicamente o abbia in qualche modo condiviso pubblicamente opinioni sul caso che andrà ad esaminare, quindi se i post sono veri si tratta di una violazione deontologica grave che non potremo non segnalare», dichiara. «La giovane psicologa dichiara di avere un curriculum che parla da solo», continua. «In effetti un curriculum di tre anni parla davvero da solo... Forse qui non si tiene conto del fatto che l’articolo 4 comma 4 del decreto ministeriale 109/2023 stabilisce i requisiti di competenza per coloro che si occupano di minori in ambito peritale, e sono requisiti stringenti: almeno cinque anni di documentata esperienza nel campo minorile. Peraltro lei non conferma sul suo sito competenze sui minori, anzi. Quindi rimaniamo perplessi e ovviamente la perplessità maggiore a questo punto ricade sulla Ctu che l’ha scelta».
Già: a questo punto le perplessità sono inevitabili. «La Ctu e la testista hanno dichiarato a noi più volte di avere un rapporto di lavoro consolidato e anche questo ci stupisce», prosegue Cantelmi. «Come può essere consolidato questo rapporto vista la brevità della carriera della psicologa? Ovviamente questo ci fa riflettere. Io faccio un appello: se vogliamo davvero collaborare per il benessere di questi bambini dobbiamo mettere da parte i pregiudizi e le posizioni preconcette. Dobbiamo essere sufficientemente autocritici. Questo appello lo rivolgo a chiunque si occupi dei bambini, anche al servizio sociale: collaboriamo insieme perché questi bambini tornino al più presto ai loro genitori».
Fra pochi giorni, in teoria, dopo i genitori anche i piccoli Trevallion dovrebbero essere sottoposti a test. «Abbiamo molti dubbi sui test scelti», dice ancora Cantelmi. «Abbiamo offerto collaborazione, ma i nostri suggerimenti sulle modalità di somministrazione non sono stati accolti. Alcuni test per noi sono obsoleti, altri sono palesemente inutili, non c’entrano con la capacità genitoriale in modo specifico e poi siamo molto preoccupati per i test che si vogliono somministrare ai minori. Tutto questo lo dettaglieremo nelle sedi opportune, nel complesso siamo molto perplessi e stupiti per la superficialità con la quale si sta affrontando questo caso».
La superficialità, ormai, è evidente a tutti. Semplicemente, non è ammissibile che la valutazione della famiglia nel bosco - e dunque la decisione sul suo futuro - sia nelle mani di qualcuno che la derideva e insultava sui social. Se n’è resa conto la Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, Alessandra De Febis, che dopo aver visto il nostro articolo ha emesso una nota molto dura: «Da quanto emerso, nell’ambito del procedimento che ha condotto all’allontanamento dei bambini dal proprio nucleo familiare e nelle successive attività di accertamento sulle condizioni degli stessi e dei genitori, risulterebbe il coinvolgimento di una professionista che in precedenza aveva già espresso pubblicamente, attraverso i social network, giudizi e posizioni fortemente denigratorie nei confronti della famiglia. Qualora tale circostanza fosse confermata», dice la Garante, «ci troveremmo di fronte a un fatto di estrema gravità, perché verrebbe meno in radice il requisito fondamentale dell’imparzialità che deve caratterizzare ogni valutazione tecnica in un ambito così delicato».
Secondo la Garante è «doveroso intervenire per richiamare con fermezza la centralità del superiore interesse dei minori coinvolti, che deve rappresentare il riferimento esclusivo di ogni decisione e di ogni valutazione. Un professionista che abbia già manifestato un orientamento pregiudiziale non può garantire quella necessaria serenità di giudizio indispensabile per valutare in modo obiettivo la condizione psicologica e fisica dei minori e del loro nucleo familiare. In procedimenti che incidono in maniera così profonda sulla vita dei bambini non è ammissibile neppure il dubbio sulla neutralità di chi è chiamato a svolgere funzioni tecniche».
Per la De Febis, «il rischio concreto è che si perda di vista l’obiettivo principale: la tutela effettiva dei diritti dei bambini. Alla luce degli elementi che stanno emergendo, avverto ancora più forte la responsabilità, connessa al ruolo che ricopro, di adoperarmi affinché vengano compiuti tutti gli approfondimenti necessari per chiarire i fatti e verificare che ogni passaggio del procedimento sia stato improntato al rispetto dei principi di imparzialità, correttezza e trasparenza. Mi attiverò per utilizzare tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento al fine di comprendere pienamente quanto accaduto e contribuire a fare luce su una situazione che sta assumendo contorni di particolare gravità. Il mio intervento non è volto ad alimentare contrapposizioni, ma a riportare con determinazione l’attenzione su ciò che deve venire prima di tutto: i diritti dei bambini, la credibilità dei percorsi valutativi e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Su un principio non può esserci alcuna deroga: ogni decisione che riguarda un minore deve fondarsi su valutazioni realmente imparziali, competenti e libere da qualsiasi pregiudizio».
A questo punto la palla passa al tribunale dei minori: non prendere atto di ciò che abbiamo pubblicato e non assumere adeguati provvedimenti sarebbe inaccettabile.
dilagante che caratterizza questo luogo. A mia memoria non ricordo Papi che si siano pronunciati esplicitamente su questa forma di violenza. Certo, di violenza hanno parlato vari Papi: basti pensare all’anatema lanciato ad Agrigento, contro la mafia, il 23 maggio del 1993, 33 anni fa. Ma specificamente su questa forma di violenza, detta microcriminalità, così dilagante, preoccupante, e lesiva della libertà e della dignità della persona, Leone XIV è stato esplicito come raramente ricordiamo da parte di altri Papi.
Durante l’omelia nella parrocchia Sacro Cuore nella zona Castro Pretorio di Roma ha testualmente detto: «In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione. La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza». E si badi bene, non ha condannato la spensieratezza di chi viaggia con tutte le comodità, ma semmai la disparità che che esiste tra loro e chi non dispone di un tetto. Elogiato coloro che lavorano onestamente e condannato senza appello coloro che svolgono commerci irregolari ed illeciti di droghe e della prostituzione. Una foto precisa di ciò che avviene nella e intorno alla Stazione Termini di Roma.
Naturalmente sarebbe una distorsione del pensiero e delle parole del Papa, una interpretazione «securitaria» di ciò che ha detto. Non è questo il punto. La Chiesa e il Papa, quando parlano di problemi sociali, hanno sempre in mente il concetto di bene comune. Il bene comune, secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere più pienamente e più speditamente la propria perfezione». Comprende il rispetto della persona, il benessere sociale e la pace. È proprio al rispetto della persona e al benessere sociale che possiamo con sia pur relativa convinzione riportare le parole del Papa. Ma non si può neanche cadere nell’errore inverso, e cioè non considerare come determinante, nella sua omelia, il riferimento esplicito a che nei luoghi dove le persone si ritrovano o circolano siano garantite le condizioni di sicurezza per le persone stesse. Non c’è infatti dubbio che il rispetto della persona passi anche attraverso la sua libertà dalla paura. Non è una forzatura. Sarebbe semplice riportare vari passi, citazioni e brani di documenti che dimostrano questa convinzione. Sicurezza e rispetto della persona costituiscono una parte di quel bene comune cui la Chiesa nel suo insegnamento sociale fa riferimento come principio fondante della dottrina sociale stessa. Tra l’altro il legame tra insicurezza e povertà o degrado delle città non può non interessare la Chiesa, che vede i più deboli come principali obiettivi e bersagli di questa violenza diffusa anche in luoghi pubblici come le stazioni ferroviarie.
Dunque sarebbe offensivo del pensiero e della figura del Papa interpretare queste sue parole all’interno del dibattito politico che si sta svolgendo nel nostro Paese sul tema della sicurezza e che ha assunto una centralità che non aveva mai avuto. Non si tratta di stiracchiare le parole del Papa a favore di una parte piuttosto che di un’altra, politicamente parlando. Certamente esse possono essere interpretate come un richiamo forte ad interventi importanti e a provvedimenti efficaci per prevenire ed anche reprimere questa forma di violenza dilagante. Non è neanche un caso, del resto, che nelle parole del pontefice siano state accomunate l’insicurezza e la presenza di commerci illeciti con particolare riguardo a droga e prostituzione. Perché tutte e due le tipologie di fenomeni criminali vanno inscritte nell’insieme generale che si chiama degrado. Il degrado non è compatibile con il bene comune perché nel degrado la persona difficilmente può sviluppare sé stessa e i propri progetti di vita. Questo ci pare l’ambito più congruo nel quale collocare le parole del vescovo di Roma.
Concludendo, se da una parte il richiamo del pontefice non può essere iscritto d’ufficio in nessuna delle parti politiche che discutono del tema della sicurezza, certamente non possiamo non rilevare la peculiarità di questo richiamo e anche la sua forza sia in termini di insegnamento sociale che in termini di richiamo esplicito a un necessario intervento risanatore e che ristabilisca la giustizia anche in questo delicato settore della vita sociale. Non si può tirare l’abito del Papa da una parte o dall’altra. Non si può parimenti non rilevare la forza e l’originalità di questo richiamo.

