2025-03-26
Nel kit di sopravvivenza Ue spunta il contante: «le carte di credito non valgono più nulla»
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Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Provate per un attimo a cambiare prospettiva. È un esercizio semplice, in fondo, ma richiede un piccolo sforzo iniziale che non è da tutti. Occorre infatti liberarsi dei condizionamenti e dei pregiudizi che anni di propaganda martellante hanno conficcato nelle menti di chiunque, soprattutto a sinistra ma anche a destra. Provate allora a pensare per qualche istante che l’immigrazione non sia un «fenomeno epocale» e «inevitabile», e che l’accoglienza non sia «una questione di umanità». Si tratta, appunto, di ribaltare il punto di vista, e di ancorarlo alla realtà.
Ci è stato ripetuto fino allo sfinimento che non si può fare nulla per fermare i flussi di stranieri che dall’Africa e dall’Asia continuano ad arrivare in Europa. Ci è stato detto che abbiamo il dovere di abbracciare questi poveri cristi che arrivano in cerca di una vita migliore. Ma la verità - provata dai fatti - è estremamente diversa. La realtà ci mostra che l’immigrazione di massa è una gigantesca macchina che produce morte e sofferenza. Non è un fenomeno epocale o strutturale, qualcosa di fatale, naturale o connaturato all’uomo. Nel modo in cui si manifesta da qualche decennio a questa parte è, al contrario, un fenomeno indotto, deliberatamente favorito per fini squisitamente politici e economici.
I flussi sono «armi di immigrazione di massa», come li ha definiti l’autorevole studiosa americana Kelly Greenhill. A sfruttare queste armi sono gli Stati che utilizzano gli esseri umani come strumento di ricatto o leva politica, e questa è solo una parte tutto sommato superficiale del problema. Scendendo appena più in profondità ci si rende conto che l’immigrazione serve a reclutare quell’esercito industriale di riserva su cui perfino Karl Marx aveva messo in guardia. Un esempio di scuola lo fornisce il caso dei cosiddetti rider: spesso sono stranieri, talvolta stranieri irregolari che sono disposti (o costretti) a sottoporsi a turni massacranti per stipendi da fame e alimentano una economia delle piattaforme di cui non beneficia nessuno se non qualche grande azienda digitale. Se non ci fosse il sistema dell’immigrazione, questo tipo di economia probabilmente non esisterebbe, o comunque sarebbe molto meno invasiva. Invece grazie alla manodopera a bassissimo costo che continuiamo a importare essa è divenuta dominante.
È un piccolo esempio fra tanti, ma mostra il «mondo senza confini» per quello che realmente è: un sistema di sfruttamento dei più deboli. In questa prospettiva, l’immigrazione diviene un male da combattere per evitare che milioni di persone siano sradicate dalla propria terra, siano costrette a sottoporsi a viaggi atroci a rischio della vita per poi finire sulle strade come manovalanza per la criminalità o come massa di sfruttati senza diritti. Ecco, se cominciamo a pensare all’immigrazione in questi termini ci rendiamo conto che spalancare le frontiere e sostenere l’accoglienza senza limiti non sono affatto azioni caritatevoli o umanitarie, anzi sono clamorosi errori che favoriscono il perdurare di un ecosistema mortifero. In questo quadro, a emergere come pratica umanitaria e rispettosa della diversità e dei diritti di tutti è invece la remigrazione.
Se ne parla tanto, da qualche tempo, per lo più a sproposito. Come sempre, chi la propone viene accusato di essere fascista, razzista, addirittura nazista. Martin Sellner, l’autore del libro che tenete fra le mani, viene ogni volta dipinto come una sorta di mostro. Ma basta sfogliare il suo saggio per rendersi conto che non lo è affatto. Egli ripete più volte che razzismo e discriminazione non c’entrano nulla con le sue idee, e che sia vero risulta chiaro a chiunque voglia ascoltare e leggere senza pregiudizi. La remigrazione si basa sulla convinzione che esista un diritto a rimanere in patria e a vivere serenamente nella propria terra, senza essere costretti a lasciare tutto perché non si hanno mezzi sufficienti per vivere. La remigrazione prevede che i popoli dell’Europa non debbano più essere costretti ad affrontare i disagi sociali causati dallo spostamento massivo di orde di uomini che tutti hanno attualmente sotto gli occhi. La remigrazione non consiste nella deportazione violenta o nella persecuzione di chicchessia, anzi prevede un aiuto concreto per chi decidesse di ritornare nella propria terra d’origine. È insomma, un progetto sostenibile, umano, rispettoso. Comprenderlo non è difficile, basta appunto cambiare prospettiva per un attimo, liberarsi dei pregiudizi e delle false credenze che troppo a lungo hanno annebbiato la mente occidentale. Certo, si può sostenere che mettere in pratica la remigrazione sia difficile, se non impossibile. Il punto, però, è che dell’argomento bisognerebbe per lo meno discutere, a prescindere da ogni eventuale approdo politico. Si tratta di una proposta che dovrebbe essere valutata prima di tutto sul piano teorico, affrontata con profondità e attenzione, e poi eventualmente adattata alle diverse sensibilità e circostanze.
Il vero problema è che, finora, è stato praticamente impossibile anche solo affrontare serenamente il tema. I convegni sull’argomento vengono sabotati o impediti con la forza. I promotori del progetto sono costantemente attaccati dai media e subiscono incredibili ingiustizie (è il caso di Martin Sellner, che ha difficoltà pure a mantenere rapporti sereni con le banche). Insomma una riflessione seria è impedita in ogni modo. Il risultato è che sulla remigrazione si sentono per lo più luoghi comuni e falsità, a ogni latitudine. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare il saggio originale di Martin Sellner: per dare a tutti la possibilità di leggere e valutare con la propria testa. Si può ovviamente non approvare la remigrazione, si può discuterla o avere forti riserve in merito. Ma bisogna almeno sapere che cosa sia davvero. E per farlo non vi resta che leggere.
«Questa crisi è peggiore di quella del 1973 che mise in ginocchio l’Occidente e fece triplicare i prezzi del petrolio in pochi mesi pur a fronte di una riduzione di appena il 6% dell’offerta petrolifera mondiale». Matteo Villa, senior analyst dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), fa uno scenario dell’impatto della guerra in Iran sui mercati energetici e le nostre bollette.
«Oggi la crisi di Hormuz impedisce il passaggio al 17% del petrolio mondiale, tre volte tanto, e al 20% del gas naturale liquefatto. È vero, l’economia mondiale è meno dipendente dagli idrocarburi rispetto agli anni Settanta, ma poi non così tanto. Il petrolio resta centrale nei trasporti, il gas per produrre elettricità. Non avvertiamo ancora gli effetti profondi perché la crisi dura da tre settimane, mentre quella del 1973 durò cinque mesi. Ma più passa il tempo, più l’impatto sarà grave».
La reazione di Teheran è stata sottostimata?
«Purtroppo sì. Intendiamoci, le capacità militari iraniane sono state pesantemente indebolite. La marina è di fatto fuori gioco, l’aviazione non è più operativa, e Usa e Israele hanno la quasi completa supremazia aerea. Anche la capacità missilistica è stata significativamente ridotta. Ma è mancata una valutazione di quanto sarebbe stato facile per l’Iran danneggiare le monarchie del Golfo, Israele e l’economia mondiale utilizzando droni da poche decine di migliaia di euro. È una guerra asimmetrica».
Immaginiamo che il blocco di Hormuz duri qualche mese, che accadrebbe?
«I primi a entrare in crisi sarebbero i trasporti aerei e quelli per merci pesanti. Dal Golfo arriva una quota enorme dei cosiddetti “distillati medi”, che sono i carburanti che fanno muovere il mondo. Quasi un quarto di tutto il carburante aereo del mondo transitava da Hormuz. L’Europa importa il 40% del carburante aereo che le serve dal Medio Oriente, e il 25% del suo diesel. Nel frattempo i prezzi alla pompa salirebbero rapidamente. Senza il taglio delle accise oggi saremmo intorno a 1,9 euro al litro, ma tra qualche mese potremmo facilmente superare i 2,5 euro. Poi si avvicinerebbe l’autunno, e il costo del gas, sempre più caro e difficile da reperire, si inizierebbe ad avvertire in bolletta. Sarebbe un nuovo 2022».
Ci sono alternative a Hormuz e con quali i rischi?
«Nel breve periodo sono pochissime e riguardano solo il petrolio, non il gas. L’oleodotto “East-West” in Arabia Saudita, che porta petrolio dal Golfo Persico ai porti del Mar Rosso, e un altro oleodotto più piccolo dagli Emirati Arabi Uniti verso l’Oceano Indiano. Ma bastano solo per rimpiazzare un terzo del petrolio che abbiamo perso. Intanto l’Agenzia internazionale per l’energia sta coordinando il più grande rilascio di scorte strategiche di petrolio della storia, 400 milioni di barili. Questo aiuta nel breve periodo, ma crea un problema: più la crisi si prolunga, più il fatto di aver già intaccato le riserve aumenta l’ansia dei mercati. Il vero rischio è proprio questo: passare da un mercato ancora relativamente “calmo” a uno improvvisamente instabile, con effetti che potrebbero esplodere».
Come stanno reagendo gli altri Paesi dell’Asia?
«Nell’immediato sono i più colpiti, perché lì già cominciano a scarseggiare i barili. La Cina ha reagito per prima e in modo più drastico, con il blocco delle esportazioni di diesel e benzina. Giappone, Corea del Sud e diversi Paesi più piccoli hanno introdotto restrizioni all’export. In alcuni casi si è già arrivati al razionamento: nelle Filippine e a Singapore, per esempio, con limiti alla circolazione e restrizioni energetiche negli uffici. È un’anteprima di ciò che può succedere altrove se la crisi continua».
Questo conflitto cambierà gli equilibri geopolitici?
«A livello strategico, cioè nel rapporto tra Stati Uniti e Cina, è ancora presto per trarre conclusioni. Dimostra al mondo la vulnerabilità americana, ma anche la capacità degli Usa di colpire da lontano. Soprattutto, è una lezione sulle guerre asimmetriche: quando l’attore più debole si prepara per anni, può colpire in modo sproporzionato (basti pensare alla differenza tra Iran e Venezuela). In questo senso per Pechino è un secondo segnale, dopo l’Ucraina, che i conflitti non seguono mai i piani, e che un’eventuale invasione di Taiwan potrebbe avere costi più alti del previsto. Per l’Europa, invece, è l’ennesimo promemoria: in un mondo in cui prevale la legge del più forte e tornano a contare gli eserciti, siamo marginali».
In questa guerra dell’energia chi vince?
«Perdono tutti, tranne poche eccezioni. La principale è la Russia, che prima della crisi stimavamo avrebbe visto i suoi ricavi energetici in continuo calo. Oggi invece, con prezzi così alti, Mosca potrebbe incassare fino a 50 miliardi di euro in più entro fine anno. Il motivo è che la Russia si trova nella posizione perfetta: il suo petrolio è simile a quello mediorientale, ideale per produrre diesel e carburante aereo che oggi scarseggiano, ed è tra i maggiori produttori di gas del mondo».
Pechino che ruolo sta giocando?
«Per ora gioca di sponda. È una strategia coerente per una potenza che non ha mai proiettato stabilmente la forza militare fuori dalla propria regione e che preferisce sostenere indirettamente i propri alleati, dalla Russia all’Iran. La Cina è profondamente pragmatica, si potrebbe persino dire brutale: sei mio alleato fino a quando mi servi, non per sempre».
A questo punto dovremmo riallacciare i rapporti con la Russia per acquistare gas?
«Di sicuro aumenteranno le pressioni perché questo accada. Pensate al paradosso: l’anno scorso i governi europei hanno scritto nero su bianco in leggi dell’Ue che non compreranno più una molecola di gas russo entro la fine del 2027 (era il 45% nel 2021, ma oggi è ancora il 12% di ciò che consumiamo). Ma questa crisi rende meno affidabili altri fornitori cruciali, soprattutto il Qatar. Se la situazione dovesse continuare a lungo, la tentazione di riaprire almeno in parte ai flussi russi diventerà molto concreta».
Va rivista l’agenda green?
«Sta già avvenendo. Bisogna accelerare là dove oggi la transizione conviene: solare e batterie».
Il conflitto ridisegna la mappa dei nostri fornitori energetici?
«Difficile. Il conflitto ci ricorda che petrolio e gas hanno ancora un ruolo cruciale nell’economia mondiale, e che per gli idrocarburi le alternative a disposizione restano limitate. È un invito a osservare il mondo con meno ideologia, e più pragmatismo».
La Digos della Questura di Catania ha arrestato Giuseppe Sciacca, 47 anni, ritenuto esponente di spicco dell’area anarchica, in cui è noto come il «bombarolo», in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso il 13 marzo dalla Procura generale di Torino. Deve scontare una condanna definitiva a 4 anni e 5 mesi di reclusione emessa dalla Corte d’Assise d’appello del capoluogo piemontese, confluita in un provvedimento di determinazione delle pene concorrenti del settembre 2025.
Sciacca, catanese, è stato condannato nell’aprile del 2024, nel processo scaturito dall’inchiesta «Scintilla», per violazione della legge sulle armi per la fabbricazione di un ordigno. È stato arrestato dalla Digos di Catania la sera del 21 marzo al suo ritorno da Roma. Dopo la notifica del provvedimento, è stato condotto in carcere. Tra i suoi trascorsi, il fermo nel 2004 per il lancio di due bottiglie incendiarie contro il portone della stazione dei carabinieri di Piazza Dante.
Le elezioni di metà mandato che si terranno il 3 novembre rappresentano un potenziale spartiacque per la seconda presidenza di Donald Trump. Ecco perché.
Come noto, a novembre non si voterà per la Casa Bianca ma per rinnovare la totalità della Camera e un terzo del Senato. Il presidente americano ha, in questo contesto, estrema necessità di mantenere la maggioranza repubblicana in entrami i rami del Congresso. In caso contrario, rischierebbe di vedere impantanata la sua agenda parlamentare e, se i dem dovessero riconquistare la Camera, dovrebbe probabilmente affrontare un nuovo impeachment.
A oggi, non è che per i repubblicani la situazione appaia granché idilliaca. Storicamente, le elezioni di metà mandato puniscono il partito che controlla la Casa Bianca. In secondo luogo, nelle intenzioni di voto generiche per il Congresso, Real Clear Politics dà attualmente avanti i democratici del 4,7%. A questo si aggiunga che, da quando è iniziata la guerra contro l’Iran, il prezzo della benzina, negli Stati Uniti, è salito del 30%: il che rappresenta un rilevante problema per il Partito repubblicano, visto che queste elezioni saranno in gran parte decise dalla questione della lotta al carovita. In quarto luogo, sempre secondo Real Clear Politics, al 22 marzo scorso, il tasso di disapprovazione per l’operato di Trump era al 13,9%. Infine, ma non meno importante, il conflitto in Medio Oriente ha determinato una spaccatura in seno alla comunità dei giornalisti e dei commentatori gravitanti attorno al movimento Maga.
Insomma, la situazione per il presidente americano sembra drammatica. Ora, senza dubbio Trump sta attraversando significative difficoltà. Ed è vero che, in questa situazione, a novembre rischia grosso. Tuttavia non bisogna neanche dare troppe cose per scontate. Al 22 marzo 2022, Joe Biden aveva un tasso di disapprovazione del 12,3% e, a giugno di quello stesso anno, l’inflazione negli Stati Uniti raggiunse il picco in 40 anni: eppure, nonostante i sondaggi avessero preconizzato un trionfo repubblicano, alle Midterm del 2022 i dem mantennero il controllo del Senato, mentre il Gop riconquistò a fatica la Camera.
In secondo luogo, è vero che i sondaggi certificano l’impopolarità del conflitto mediorientale tra gli americani. Dall’altra parte, la base repubblicana, sul tema, è però meno spaccata di quanto si pensi. Stando a un recente sondaggio di Politico, l’81% degli elettori Maga e il 61% dei repubblicani non appartenenti al movimento Maga sostengono i bombardamenti israelo-statunitensi contro l’Iran. Infine, è vero che assai spesso le Midterm penalizzano il partito che si trova alla Casa Bianca. Tuttavia sia nel 2018 che nel 2022 le elezioni di metà mandato si sono concluse con un pareggio (cioè con un Congresso spaccato in due). Non bisogna del resto dimenticare che questo tipo di tornata elettorale non si configura semplicisticamente come un referendum sul presidente di turno: ad avere un peso sono anche (se non soprattutto) delle dinamiche di natura locale.

