2025-03-26
Nel kit di sopravvivenza Ue spunta il contante: «le carte di credito non valgono più nulla»
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Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Magia dell’automotive globale: da una parte la fabbrica che soffre, dall’altra l’attico che conta milioni. Nel 2025 Stellantis, il colosso dell’auto nato da fusioni faraoniche e qualche serata con Excel troppo lunga, ha offerto un’illustrazione perfetta di come si possano perdere 22,3 miliardi di euro e contemporaneamente non deludere il proprio management. Cassa con parecchi buchi, margini negativi, operai senza bonus e soci senza cedola. Eppure ai piani alti la festa non si interrompe, con stipendi e incentivi milionari.
All’attuale amministratore delegato, Antonio Filosa, insediatosi in estate, è arrivata una busta paga complessiva di 5,424 milioni. La cifra è così composta: 1,424 milioni di base fissa, 1,508 milioni di incentivi di lungo periodo, 374.194 euro di benefici aggiuntivi, 192.366 euro di contributi pensionistici. Ciliegina sulla torta, 1,924 milioni di «altri compensi». Va detto che Filosa non ha ricevuto premi straordinari: segno che anche ai piani alti il 2025 è stato giudicato un anno meno positivo del previsto. Ma l’assenza di bonus non cambia il messaggio simbolico: mentre operai e impiegati si vedono cancellare la quota variabile, l’amministratore delegato continua a far crescere il suo conto in banca.
Poi c’è John Elkann, presidente di Stellantis. Nel 2025 ha percepito 2,45 milioni, con 960.293 euro di base fissa, 396.848 euro di benefici aggiuntivi e poco più di un milione sotto forma di incentivi di lungo periodo. Non è che Elkann si sia fatto mancare nulla. Da notare: nessun bonus straordinario nemmeno per lui. Riduzione rispetto al 2024 (2,797 milioni), ma sempre più che sufficiente per ricordarci che la forbice tra chi conta e chi assembla auto resta dolorosamente evidente. E poi c’è l’ombra ingombrante di Carlos Tavares, il predecessore di Filosa. Nel 2025 ha incassato 11,928 milioni, quasi la metà rispetto ai 23,085 milioni del 2024. La maggior parte legata agli incentivi di lungo periodo, un regalo postumo per chi ha lasciato il gruppo dopo averlo spinto nel baratro scommettendo sulla svolta elettrica finanziata dai contributi pubblici. Per i lavoratori è un po’ come vedere il vicino di casa uscire dal ristorante con un conto da mille euro guardandolo dalla tavola calda di fronte: non è illegale, ma il senso di ingiustizia è immediato.
Il contrasto emerge con forza drammatica. Per preservare liquidità e fronteggiare le perdite che equivalgono alla manovra finanziaria 2026 di Giorgetti, Stellantis ha deciso di sospendere il dividendo 2026. I lavoratori non riceveranno la retribuzione variabile, perché non è stato raggiunto il livello minimo di redditività operativa europea. Tradotto in termini concreti: mesi di cassa integrazione, incertezze produttive e buste paga più magre del previsto.
Per il management, invece, il mondo continua a sorridere. Compensi milionari senza bonus straordinari, sì, ma pur sempre milioni. Nessuna violazione contabile, nessuno scandalo legale, tutto nei termini delle regole di mercato. Ma l’effetto simbolico? Detonante.
Se vi fermate un attimo a leggere questi numeri seduti al bar, accanto a chi lavora in fabbrica, capirete perché i dipendenti parlano di giustizia salariale parallela: da una parte c’è il sacrificio concreto, dall’altra premi milionari a fronte di perdite record.
Il vero nodo non è la legittimità dei compensi, ma la percezione pubblica. Quando un’azienda ammette di aver sopravvalutato la transizione elettrica, svalutando decine di miliardi per correggere la rotta, la distanza tra vertici e base diventa questione politica e sociale oltre che industriale. E così, mentre Stellantis promette rilancio sotto la guida di Filosa e con Elkann al timone, resta impressa un’immagine difficile da cancellare: operai senza bonus, soci senza dividendo e dirigenti ricchi. Una fotografia perfetta della stagione che si apre: non solo sfida industriale, ma anche test di credibilità.
Ironico, vero? La fabbrica che perde miliardi, gli operai che stringono la cinghia, i soci che salutano il dividendo sospeso e manager ricchi. È un’istantanea di come un gigante dell’automotive possa combinare disastri strategici con un senso della misura totalmente elastico. E se qualcuno chiamasse populismo la cronaca di questi numeri, beh... forse avrebbe ragione. Ma nella fabbrica, tra le buste paga magre e il caffè annacquato, la delusione e la paura del futuro sono evidenti. Ecco, il 2025 di Stellantis non è solo un bilancio, è una lezione magistrale di paradosso manageriale, condita di ironia involontaria e sarcasmo salariale.
Nel pubblico impiego, quando la filiera istituzionale si allinea, i rinnovi contrattuali diventano una macchina veloce e, soprattutto, «quantificabile». Nonostante i no della Cgil che si è sempre opposta a qualsiasi rinnovo con la scusa che si doveva ottenere di più. Nella sanità lo si vede in queste settimane: il comitato di settore ha approvato in contemporanea, anche grazie al ministero per la pubblica amministrazione guidato da Paolo Zangrillo, gli atti di indirizzo per aprire le trattative 2025/27 sia per i medici sia per infermieri e comparto; in parallelo, la Corte dei conti ha certificato la pre-intesa del 18 novembre sul 2022/24 dei medici (con il «no» di Cgil e Fassid) e la firma definitiva è prevista in tempo per portare gli incrementi nelle buste paga di marzo. Il problema è che la stessa rapidità e voglia di un’intesa i sindacati non l’hanno trovata per i rider, i ciclofattorini che portano il cibo a casa e per cui la Cgil si è messa di traverso dopo che l’Ugl aveva proposto un contratto per tutelare i lavoratori.
Nel caso della sanità i numeri contano. Con l’entrata in vigore del 2022/24 per la dirigenza medica arrivano circa 1,2 miliardi: l’aumento medio dichiarato è 491 euro al mese, con arretrati medi vicino ai 7.000 euro e punte per i ruoli apicali intorno ai 14.000. La massa finanziaria complessiva dei due contratti vale 3,54 miliardi a regime e riguarda 730.509 persone. I dirigenti medici sono 137.871: per loro lo stanziamento contrattuale a regime è 968,14 milioni annui, a cui si sommano 362 milioni annui per l’incremento dell’indennità di specificità medico-veterinaria. Nel comparto, infermieri e altri dipendenti sia a quota 592.638: i fondi contrattuali sono 1,537 miliardi complessivi, ma il pacchetto include 445 milioni annui per la specificità infermieristica (con 35 milioni già erogati nel 2022/24) e 193 milioni per rafforzare l’indennità di tutela del malato (in aggiunta ai 15 milioni annui dell’ultimo contratto).
Questa capacità di chiudere e riaprire tavoli è resa possibile anche da un confronto strutturato Regioni-sindacati e dall’idea di negoziare dentro il triennio, non oltre. Non significa che tutto sia risolto: proprio per tagliare i tempi, l’ultima tornata ha accantonato temi pesanti che ora rientrano dagli atti di indirizzo—assetti organizzativi, gestione di carichi improbi, conciliazione vita-lavoro, welfare contrattuale/aziendale, disciplina di pause e mensa, misure mirate per infermieri con più di 60 anni, genitori e contesti ad alto carico assistenziale.
Eppure, lo stesso sistema che (quando si vuole) produce aumenti medi mensili di centinaia di euro e arretrati a quattro cifre per chi sta in corsia, non riesce a dare una cornice contrattuale altrettanto solida a chi consegna il cibo a casa. È il paradosso: i sindacati firmano (quasi) tutto dove esistono perimetri chiari, controparti pubbliche e stanziamenti dedicati; ma nel food delivery i rider restano spesso fuori da una regolazione unitaria, tra status ambigui, piattaforme frammentate e gestione algoritmica di turni e redditi.
Se la contrattazione serve a trasformare risorse in diritti esigibili, allora la domanda è politica e industriale prima che sindacale: perché le tutele economiche e normative - minimi, contributi, sicurezza, indennità meteo, trasparenza su ranking e penalità - devono essere garantite in corsia e non in strada? Finché la risposta sarà che «dipende dalla piattaforma», un trattamento equo per i lavoratori della delivery non esisterà mai. E questa, in un’economia basata sempre più su piattaforme digitali, è un’anomalia destinata a creare sol malcontento.
L’Intelligenza artificiale come opportunità ma anche come rischio: l’intervento del premier Giorgia Meloni all’evento «Ia e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità strategie, fiducia, regole, competenze» è improntato al più sano realismo. «L’intelligenza artificiale», argomenta il presidente del Consiglio, «è la più dirompente rivoluzione che sta vivendo la nostra epoca. Eravamo abituati a un progresso che aveva come obiettivo quello di ottimizzare le capacità umane e che si concentrava essenzialmente sulla sostituzione del lavoro fisico, in un mondo nel quale l’uomo rimaneva al centro.
L’Intelligenza artificiale ha ribaltato questo paradigma, perché a essere soppiantato non è più il lavoro fisico dell’uomo ma il suo intelletto, ovvero ciò che da sempre ha reso l’uomo insostituibile da una macchina. Se questo processo non viene governato, sempre più lavoratori rischiano di diventare inutili e lo scenario che abbiamo davanti è quello di un progressivo impoverimento della classe media».
Del resto, il tema del rapporto tra tecnologia e umanità è stato centrale fin dall’Ottocento e le parole della Meloni, scherzi del destino, ricalcano quelle di Karl Marx: «La produzione di troppi strumenti utili si traduce in troppe persone inutili». Marx esprimeva una critica profonda al capitalismo industriale e, per estensione, alla moderna società tecnologica, che avrebbe portato, a suo parere, all’alienazione dell’uomo. Viene in mente l’avvertimento di Erich Fromm: «La civiltà sta producendo macchine che si comportano come uomini e uomini che si comportano come macchine».
«Ecco perché», aggiunge Giorgia Meloni, «noi siamo convinti che l’Ia sia una tecnologia che può sprigionare tutto il suo potenziale positivo solo se il suo sviluppo si muoverà in un perimetro di regole etiche che mettano al centro la persona, i suoi diritti e i suoi bisogni. Questa è la bussola che ha orientato e continuerà a orientare il lavoro del governo, a ogni livello». Etica e tecnologia: altro argomento enorme, gigantesco, che ha impegnato filosofi e scienziati.
«L’Italia», rivendica Giorgia Meloni, «è tra le prime nazioni a essersi dotate di una legge nazionale sull’Intelligenza artificiale, all’interno della quale è previsto l’Osservatorio sull’adozione dell’Ia nel mondo del lavoro. Organismo che è stato incardinato nell’alveo del ministero del Lavoro e delle politiche sociali e a cui abbiamo attribuito importanti funzioni di monitoraggio, analisi e indirizzo. La nascita dell’Osservatorio è una delle azioni connesse all’impegno più ampio che l’Italia sta portando avanti in ambito internazionale, e che ha trovato declinazione concreta nella decisione assunta nel corso della presidenza italiana del G7 di dare vita a un piano d’azione sull’uso dell’Intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. In coerenza con questa impostazione, il governo sta lavorando seguendo tre direttrici fondamentali che guardano alla formazione delle competenze, alla qualità del lavoro e dei servizi offerti, alla governance dei sistemi che utilizzano l’intelligenza artificiale. È essenziale garantire trasparenza degli algoritmi, tutela dei dati personali, non discriminazione e pieno rispetto dei diritti fondamentali. L’Italia», aggiunge il premier, «ha già dimostrato di voler essere all’avanguardia, definendo regole chiare contro gli abusi e difendendo con forza la creatività umana e il diritto d’autore».
La creatività umana dovrebbe essere comunque insostituibile, almeno se vogliamo dare ragione a un certo Albert Einstein, che magnificamente affermò: «Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno».
Passando a temi più prosaici, ieri Giorgia Meloni ha rilasciato una intervista a Bloomberg, nel corso della quale si è espressa sui dazi di Donald Trump: «Ritengo che i dazi tra Europa e Stati Uniti siano un errore», ha sottolineato il premier, «dovremmo andare nella direzione diametralmente opposta, ovvero muoverci verso un’area di libero scambio, ma chiaramente bisogna essere in due per farlo. Abbiamo cercato di alleggerire il più possibile la situazione, in breve, di cercare un accordo sostenibile e ragionevole. Pensiamo a tutto il tema dell’agroalimentare. Chi compra un prodotto italiano, compra un prodotto italiano perché vuole comprare un prodotto italiano».
La Meloni sottolinea di aver «espresso personalmente a Trump le proprie preoccupazioni e di ritenere che la disputa commerciale non sia una decisione funzionale». Infine : «Per noi», dice ancora, «è importante che le risorse raccolte in Italia, dai risparmiatori italiani, possano essere investite per contribuire a rafforzare l’economia italiana in un circolo virtuoso positivo per tutti. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori», osserva il premier, e «la gestione dei risparmi è una risorsa fondamentale della ricchezza che viene prodotta qui».
Alla vigilia del ritorno del Ring di Wagner al Teatro alla Scala, Marco Targa, presidente dell’Associazione Wagneriana Milano, ci introduce nel mondo di uno dei compositori che più hanno influenzato la cultura dei nostri giorni, dal cinema alla letteratura
Il protocollo Italia Albania è in linea con le regole comunitarie. A dirlo è la Commissione europea, in barba a tutte le sentenze che in questi lunghi mesi hanno provato a fermare l’azione del governo. Il portavoce dell’esecutivo Ue, Markus Lammert, durante un briefing con la stampa a Bruxelles ha infatti spiegato che «in linea di principio, il modo in cui il protocollo Italia-Albania viene attuato è in linea con il diritto Ue».
Un sistema fin qui osteggiato dalla sinistra italiana, contrastato da alcune sentenze considerate ideologiche da molti. All’inizio, quando il protocollo venne siglato, la Commissione disse che i centri avrebbero potuto ospitare esclusivamente migranti salvati in acque internazionali e portati direttamente in Albania, senza passare per il territorio italiano. Oggi invece le cose cambiano: «Stiamo monitorando l’attuazione del protocollo e siamo in stretto contatto con le autorità italiane». Ci sono state diverse iterazioni dell’attuazione del protocollo che ora viene attuato mediante trasferimenti dall’Italia all’Albania di migranti destinati al rimpatrio.
Con il decreto legge 37/2025 la struttura ha cambiato volto diventando non più esclusivamente centro di prima identificazione per richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri, ma trasformandosi in un luogo destinato anche a chi si è visto respingere la domanda e attende l’espulsione. Dei 144 posti disponibili, 96 sono già operativi e quasi tutti utilizzati nell’area dedicata a chi deve essere rimpatriato.
Esprime soddisfazione l’onorevole Sara Kelany, responsabile delle politiche migratorie di Fratelli d’Italia: «Viene definitivamente riconosciuta la correttezza dell’azione del governo Meloni e la piena conformità alle norme europee delle procedure accelerate per i rimpatri verso i Paesi di origine sicuri eseguite dall’Italia. Le critiche della sinistra e alcune sentenze che avevano rimesso a piede libero migranti irregolari, oggi è certificato, si basavano più su valutazioni politiche che sul diritto. Grazie a questa politica, che mette al centro la sovranità dei governi e la lotta ai trafficanti di esseri umani, gli sbarchi illegali sono diminuiti in modo significativo: gli arrivi nel 2024 e nel 2025 sono diminuiti del 60% rispetto al 2023. Nei primi due mesi del 2026 abbiamo registrato un ulteriore calo del 60% rispetto allo stesso periodo del 2025. Sono risultati che dimostrano l’efficacia della strategia di contrasto all’immigrazione irregolare che questo governo sta portando avanti».
Per Carlo Fidanza, capodelegazione di Fdi al Parlamento europeo si tratta «dell’ennesima figuraccia per la sinistra che oggi si ritrova ad incassare anche questa».
«Quello che la sinistra dipingeva come un “esilio illegittimo” o una “Guantanamo europea” si sta rivelando il pilastro della nuova gestione dei flussi migratori», chiarisce l’eurodeputato di Fdi Stefano Cavedagna.
Nel Cpr di Gjader, in Albania ci sono circa 90 immigrati irregolari intercettati sul suolo italiano senza un regolare permesso di soggiorno e già rinchiusi in un Cpr in Italia per essere espulsi. «Sessantacinque portati nell’ultima settimana», come testimoniato da una deputata del Pd, Rachele Scarpa, dopo la sua ultima visita ispettiva. Proprio ieri mattina una delegazione di Forza Italia ha voluto intraprendere la stessa missione. Un’iniziativa guidata dai deputati Alessandro Cattaneo, responsabile dipartimenti e Alessandro Battilocchio, responsabile dipartimento immigrazione che si sono recati nei centri di Gjader e Shenjin, in Albania. «Siamo nuovamente qui, per valutare la situazione, per incontrare le autorità locali e per salutare il personale italiano in servizio a Gjader e Shenjin», spiega Battilocchio, che già si era recato altre volte in questi Cpr.
Per Cattaneo invece si è trattato della prima esperienza: «Vedere visitare, è il miglior modo per rendersi conto di quello che accade qui. Questo è un centro di assoluta civiltà con tutte le garanzie di cui necessitano le persone che vengono portate qui e io voglio ringraziare tutto il personale, quello italiano che lavora con una professionalità, dedizione, incredibile, quello albanese che lo affianca in molte operazioni di supporto. Insomma questa struttura è un modello. A colpirmi sono stati soprattutto l’ordine, l’organizzazione e le tantissime visite di delegazioni estere europee ed extra europee che vedono questa esperienza come un modello da esportare anche negli altri Paesi», racconta Cattaneo che poi conclude: «Aldilà delle ideologie, questo modello funziona e presto verrà esportato anche negli altri Paesi».
Nel frattempo a sinistra continuano a litigare sui Cpr. Prima a Bologna dove il sindaco Matteo Lepore e il governatore della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale discutono sull’apertura di un nuovo centro e ora anche in Toscana dove il coordinamento regionale toscano di Sinistra Civica Ecologista (Sce) - rispetto alle dichiarazioni dell’europarlamentare Pd Dario Nardella che aveva detto «sbagliato archiviare il tema rimpatri dicendo semplicemente no ai Cpr» - in una nota spiega: «Le dichiarazioni di Nardella sono fuori dalla realtà. I Cpr non sono strumenti di sicurezza: sono luoghi di detenzione amministrativa dove vengono rinchiuse persone che spesso non hanno commesso alcun reato», rispondono insistendo, contro ogni evidenza: «Lo stesso fallimento si è consumato in Albania, con centinaia di milioni spesi dal governo per strutture rimaste praticamente vuote». Chiarendo perfettamente chi è che si trova a vivere «fuori dalla realtà».

