2025-03-26
Nel kit di sopravvivenza Ue spunta il contante: «le carte di credito non valgono più nulla»
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Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Come fa un semplice testo approvato a diventare legge? Non succede per magia, ci vogliono i decreti attuativi, misure che rendono operative le disposizioni stabilite da una legge. Questo vale anche per le riforme, e le opposizioni e l’Anm lo sanno bene. Trascinare in avanti la decisione sulla data del voto che deciderà se confermare la riforma della giustizia approvata dal Parlamento serve proprio a questo. A prendere tempo. All’indomani di un eventuale sì, la riforma non avrà subito forza di legge, lo sarà una volta emanati i decreti attuativi, e fino a che non saranno emesse queste norme secondarie, la riforma non avrà effetti. Mancano solo 10 mesi al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura, e tirare la corda ancora sulla data, torna accidentalmente utile per formare un nuovo, ennesimo, Csm senza sorteggio, con il sistema del voto e delle correnti. Significa tenere le cose come stanno per altri quattro anni, significa che le prossime nomine dei procuratori verranno fatte dai soliti noti, dalle solite toghe politicizzate, significa aver fatto votare ai cittadini due volte (una volta in Parlamento tramite i loro rappresentanti, e una volta al referendum) una riforma che si vedrebbe applicata realmente dopo il 2030.
Trascinare la decisione in qualche modo tiene in stallo anche i lavori parlamentari che, insieme alla campagna referendaria, ricominciano oggi. L’agenda politica di quest’anno parte ricca di impegni. In Senato si parte subito con la discussione del ddl antisemitismo che spacca la sinistra e che non trova pieno sostegno neanche a destra, considerata da alcuni una norma liberticida. La segretaria del Pd Elly Schlein sembra che abbia visto l’azione del collega di partito, Graziano Delrio, come un modo per crearle problemi su un tema che andrebbe a toccare gran parte del suo elettorato che trova le radici nei centri sociali e nell’attivismo pro Pal. Per questo il Pd si presenterà con due proposte diverse insieme ai ddl di Lega, Fi e Italia Viva. La proposta di Delrio che ha avuto la dura reazione soprattutto del capogruppo Francesco Boccia, prevede una delega al governo per gestire il fenomeno dell’antisemitismo sui social e dentro le università. Si propone l’istituzione di una sorta di «grande fratello» su ciò che accade nelle attività e nei contenuti delle stesse. Le linee guida da seguire sarebbero quelle dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra).
L’attesa più grande c’è per venerdì però, quando i giornalisti potranno rivolgersi al presidente del Consiglio in occasione della conferenza stampa di fine anno, diventata ormai con questo governo, una conferenza stampa di inizio anno. Il 9 gennaio, esattamente lo stesso giorno di quella precedente un anno fa. In quell’occasione si attende che Giorgia Meloni dica la sua anche sulle date del voto del referendum (le più probabili restano quelle del 22 e del 23 marzo). Anche perché bisogna dare dei segnali: sono passate più di due settimane dal consiglio dei ministri che, deliberando la decisione di votare in due giorni, avrebbe anche dovuto definire gli stessi. Andare oltre sarebbe imbarazzante.
Sbloccare il referendum permetterebbe anche di muoversi sugli altri dossier. Il prossimo obiettivo della maggioranza è la riforma della legge elettorale, che si inizierà a calendarizzare dopo il referendum. Il premierato, che per il momento resta fermo alla Camera dopo il via libera del Senato, non è previsto nel calendario di gennaio di Montecitorio proprio perché si dovrebbe discutere dopo le nuove regole del voto. Il 14 gennaio alla Camera ci sarà il ministro degli Interni Matteo Piantedosi per riferire sul caso Hannoun, il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia arrestato e accusato di aver raccolto fondi per Hamas. Il 15 invece, il ministro della Difesa Guido Crosetto, sempre a Montecitorio, svolgerà le comunicazioni in materia di proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina. L’argomento, spinoso per la maggioranza, con la Lega ostile all’idea di proseguire gli aiuti all’Ucraina, non ritenendolo tuttavia tema sufficiente per rompere l’alleanza di governo, è stato risolto il 30 gennaio con un accordo tra i partiti di governo.
Sul tavolo del primo trimestre di lavori parlamentari ci sarà anche la modifica del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso. Anche questo, tema spinoso e controverso. Un accordo sui principi generali chiuso tra Meloni e Schlein vorrebbe essere interpretato dalla sinistra come un via libera su come definire i dettagli del testo, naturalmente non può essere così e la Lega ha giustamente sollevato dei rilievi.
Non solo la Lega ma anche alcuni esponenti di Fratelli d’Italia non si sono convinti del testo della proposta di legge bipartisan. Il ministro per la Famiglia, natalità e pari opportunità, Eugenia Roccella, sostiene che il consenso, per come viene concepito, rischia di legittimare altre perplessità sull’inversione dell’onere della prova. Altri dubbi sono stati sollevati anche da Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione camere penali.
In agenda, appunto, anche il ddl Roccella sull’affidamento dei minori, argomento tristemente balzato alle cronache con il caso della famiglia del bosco.
Infine una legge sul fine vita, non una priorità per questo governo, che si pensava inizialmente non volesse legiferare su questo, ma che invece dovrebbe poter vedere luce entro la fine dell’anno. Gli uffici ci stanno già lavorando.
«Una domanda alla Anm: chi finanzia la vostra campagna per il no? È costosa. E siete una associazione privata. Potete rispondermi?». La domanda posta da Gaia Tortora su X ha una risposta: a finanziare la campagna per il no al referendum confermativo della riforma della giustizia sono i magistrati dell’Anm. Lo spiega bene Il Dubbio: lo scorso settembre il comitato direttivo centrale dell’Anm ha deliberato, per la campagna del no alla riforma, una spesa di 500.000 euro. Come si raggiunge questa cifra? Stando a quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, da alcuni mesi la quota di iscrizione che i magistrati devono versare all’associazione è aumentata del 50%, passando da 120 a 180 euro l’anno. Moltiplicata questa somma per i 9.149 soci dell’Anm, abbiamo un totale di 1.646.820 euro. Praticamente mezzo milione di euro in più all’anno rispetto alla quota precedente. Esattamente i denari che servono a finanziare la campagna, già partita con i cartelloni installati nelle grandi stazioni italiane.
La campagna, realizzata dal comitato «GiustodireNo» dell’Anm, lancia un messaggio molto semplice: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No. Al referendum, vota no». Uno slogan assai grossolano, ma i tempi che corrono, purtroppo, sono caratterizzati da un modo di comunicare basato più sulla emotività che sui contenuti. Le accuse sono arrivate tra gli altri dal comitato «Giustizia Sì», da Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Si Separa», che ha parlato di manifesto «truffaldino e vergognoso», dal professor Nicolò Zanon, presidente del comitato nazionale «Sì Riforma». Critiche rintuzzate dal comitato per il no dell’Anm: «Il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica», ha spiegato il portavoce, Enrico Grosso, «viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio, tanto da rimanere un simulacro vuoto». «Ho visto i cartelloni», ha argomentato Giovanni Bachelet, presidente del comitato della società civile per il No, «e mi sembrano efficaci. E le reazioni dei comitati per il sì suggeriscono che i cartelloni colpiscono nel segno».
Alle critiche arrivate dai sostenitori del sì, ha risposto il segretario dell’Anm Rocco Maruotti: «Politici, giornalisti di partito e alcuni presidenti dei comitati per il sì», ha sottolineato Maruotti, «che si stanno agitando tanto per la campagna referendaria che il comitato per il no, presieduto dal costituzionalista e avvocato Enrico Grosso, ha lanciato in questi giorni nelle grandi stazioni ferroviarie, andrebbero ringraziati perché, rilanciando sui loro profili social le foto con i manifesti contrari alla riforma Nordio, stanno centuplicando a costo zero l’effetto pubblicitario della campagna referendaria per il no».
Detto ciò, segnala ancora Il Dubbio, l’Anm sarebbe pronta a raddoppiare l’investimento, stanziando un altro mezzo milione di euro per irrobustire la campagna referendaria. Da dove arriverebbero questi altri soldi? O da un ulteriore prelievo dalle casse dell’Anm oppure ad aprire i cordoni della borsa potrebbero essere le associazioni che aderiscono al comitato «Società Civile per il No al Referendum costituzionale». Al comitato aderiscono 26 sigle, tra le quali è inevitabile che un sostanzioso contributo potrebbe arrivare dalla Cgil di Maurizio Landini. La battaglia referendaria non è ancora entrata nel vivo, ma non appena sarà fissata la data della consultazione c’è da aspettarsi che i toni diventeranno ancora più accesi.
Qualcuno, in Cgil, dovrebbe ripassare la storiella dell’uomo che gridava «al lupo, al lupo». È difficile, infatti, farsi prendere sul serio quando una mobilitazione per la sicurezza sul lavoro, in seguito al barbaro omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, si incastra tra una protesta per chiedere «l’immediata convocazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite» a seguito della «violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America» e una per invocare «la necessità di raggiungere un immediato cessate il fuoco, di consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e di aprire il prima possibile un processo di pace».
Tutti temi altissimi, per carità. Forse troppo alti, per un sindacato che, più modestamente, dovrebbe occuparsi dei diritti dei lavoratori e non di tracciare il perimetro della nuova pace di Vestfalia. Ecco allora che quando viene ucciso barbaramente un suo iscritto (Ambrosio era iscritto alla Filt-Cgil), lo sfogo del sindacato suona stonato. «La Cgil di Bologna e la Cgil dell’Emilia-Romagna si stringono ai famigliari e ai colleghi del giovane capotreno», si legge in una nota, in cui si ricordano «le ripetute segnalazioni degli scali ferroviari come aree da attenzionare in termini di sicurezza e incolumità di lavoratori e passeggeri». Poi arriva l’attacco a Matteo Salvini: «Anziché pensare a manomettere la Costituzione e a finanziare con paccate di miliardi opere di dubbia fattibilità come il ponte sullo Stretto, questo governo e il ministro mettano subito risorse e mezzi per rendere più sicure le aree delle stazioni. La Cgil è a disposizione per qualsiasi supporto ai famigliari e ai colleghi della vittima». Nel frattempo, la Cgil ha indetto uno sciopero del trasporto ferroviario regionale che sarà proclamato per la giornata di oggi da parte di tutte le organizzazioni sindacali di categoria.
La rabbia è comprensibile, anche se lo stanco rito del venerdì sindacale che ha punteggiato gli ultimi mesi la rende meno credibile. Più difficile è comprendere l’attacco a Salvini e le doglianze in tema di sicurezza. Anche perché, su questo tema, la Cgil non si è limitata a gridare «al lupo, al lupo», ma ha proprio aiutato la belva a uscire dalla gabbia. Proprio in risposta ai decreti Sicurezza e Sicurezza-bis varati dal leader leghista, allora ministro dell’Interno, la Cgil si mise a frignare per presunte norme contrarie ai diritti umani e penalizzanti per rifugiati, richiedenti asilo e percorsi d’inclusione. Nel settembre del 2024, poi, insieme alle altre sigle della Triplice, il sindacato rosso bocciò il patto europeo per la gestione dei migranti e dei richiedenti asilo denunciandone «l’approccio prevalentemente securitario». E non c’è manifestazione «contro il razzismo» di questi ultimi anni che non abbia visto Landini in prima fila. Certo, il razzismo è una cosa molto brutta, ma bisogna essere davvero ingenui per non capire che la chiamata alle armi antirazzista, oggi, ha poco a che fare con la lotta alle discriminazioni reali e molto con la volontà di spalancare le porte a chiunque, rendendo di fatto il Paese meno sicuro. Ingenui almeno quanto quel tizio che fu beccato mentre dava da mangiare al lupo e, poco dopo, mentre malediva queste belve messe in circolazione da chissà chi.
Un video di pochi secondi. Tanto basta per fissare un volto e un orario nell’atrio della stazione di Bologna: quello di Marin Jelenic, 36 anni, croato senza fissa dimora. Dormiva nelle sale d’attesa delle stazioni emiliane e lombarde e viveva di espedienti. Da anni in Italia. Niente parenti. Mai lavorato. Sono le 18.03 di lunedì 5 gennaio. È lì, ripreso dalle telecamere di videosorveglianza, pochi minuti prima che Alessandro Ambrosio, capotreno come suo padre (andato da poco in pensione), originario di Anzola dell’Emilia, una laurea in statistica e una passione per la chitarra, venga trovato senza vita nel piazzale Ovest, lungo viale Pietramellara.
Jelenic non è uno sconosciuto. Negli scali ferroviari del Nord Italia il suo nome circola da tempo, legato a precedenti per porto d’armi da taglio e a comportamenti molesti. Ripetutamente controllato perché ubriaco e, pare, anche sotto effetto di stupefacenti. Ripetutamente denunciato perché trovato con un coltello in tasca. Un volto noto, dicono, soprattutto alla Polfer. Un volto che a Bologna era già stato visto, più volte, anche nella zona di piazza XX Settembre, da anni al centro di polemiche sulla sicurezza perché considerata una zona di spaccio e di consumo di crack. A settembre è stata rinnovata la zone rossa, misura voluta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. È proprio dalle prime verifiche sul croato che emergono i reati commessi vivendo per strada e le ripetute segnalazioni nelle stazioni ferroviarie. È questa familiarità a far scattare l’intuizione: quando viene individuata la sua presenza vicino al luogo dell’omicidio, la figura ripresa dalle telecamere mentre cammina tra i viaggiatori (vestito con pantaloni neri, una felpa grigia con il cappuccio, giacca e sciarpa) viene collegata al croato. Dopo quel primo spezzone di video nell’atrio, le telecamere lo riprendono di nuovo. Al binario 1. Poi mentre si muove verso il piazzale Ovest. È lì che, secondo quanto ricostruito finora, Alessandro trova la morte. Colpito da almeno una coltellata all’addome. Una ferita che non gli lascia scampo. Per Alessandro era cominciato il suo giorno di riposo. Stava raggiungendo l’auto nel parcheggio riservato ai dipendenti di Trenitalia, un’area non accessibile al pubblico, una stradina stretta tra una rete e una cancellata che conduce fuori dal piazzale Ovest. Viene sorpreso alle spalle e colpito. Cosa sia accaduto esattamente non è ancora chiaro. Né cosa abbia scatenato l’aggressione. E neppure se ci sia stata una colluttazione. Negli indumenti del capotreno vengono trovati il portafogli con il denaro e il cellulare. La pista della rapina, quindi, viene subito esclusa. A scoprire il corpo è un dipendente di Italo. Chiama la polizia ferroviaria. Arrivano gli investigatori della Squadra mobile, quelli della Scientifica per i rilievi, il magistrato di turno in Procura, il pm Michele Martorelli. Il corpo è riverso a terra. Il colpo all’addome è stato fatale. Le immagini delle telecamere non aiutano a risalire a un movente. Raccontano però un dettaglio importante: la vittima sarebbe stata seguita per un lungo lasso di tempo e senza un apparente motivo. Un pedinamento silenzioso, che sarebbe culminato nell’aggressione. Negli uffici della Squadra mobile scattano quindi anche degli accertamenti per cercare di capire se tra i due ci fosse stato un precedente. Se il croato in qualche occasione sia stato redarguito da Alessandro. È il pedinamento a farlo sospettare. «Mio figlio non aveva nemici non aveva litigato con nessuno, questo è un delitto inspiegabile», ha però spiegato Luigi, il papà della vittima. Subito dopo il delitto il croato si allontana. Gli investigatori capiscono che ha preso un treno. La foto segnaletica e il suo volto vengono condivisi con tutti gli uffici delle Forze dell’ordine. L’indicazione: probabilmente è salito su un convoglio in direzione Milano. L’ultima volta che è stato inquadrato dalle telecamere a Bologna camminava tranquillo con una birra in mano. Si è fermato per un attimo davanti a un tabellone con gli orari delle partenze e poi si è incamminato verso il binario 1. Il delitto è stato commesso da pochi minuti. Secondo quanto ricostruito, il croato ha preso un treno regionale da Bologna. A bordo si comporta in modo molesto e aggressivo. Con gli altri passeggeri. E anche nei confronti del personale ferroviario. Tanto da costringere un altro capotreno a farlo scendere. Succede a Fiorenzuola, in provincia di Piacenza, poco prima delle 20. I carabinieri lo prendono in consegna. Lo identificano. Poi lo rilasciano. In quel momento le note di ricerca non sono ancora state diramate. Formalmente sul suo conto non c’è nulla che lo colleghi all’omicidio appena avvenuto. È un passaggio che pesa come un macigno. Perché poche ore dopo, verso mezzanotte, scatta un blitz congiunto di polizia ferroviaria e carabinieri alla stazione di Piacenza. Le informazioni danno quasi per certa la presenza di Jelenic sul treno regionale 3930. Gli uomini salgono a bordo. Lo cercano. Ma del croato non c’è traccia. Il sospettato, a quel punto, è sparito di nuovo. Stando alle notizie diffuse da alcune agenzie di stampa (ma non confermate da alcuna fonte ufficiale) ieri notte sarebbe arrivato a Milano (dove era stato fermato e fotosegnalato per l’ennesima volta lo scorso 23 dicembre). Avvistato in stazione centrale. E poi inquadrato di nuovo dalle telecamere, alle 22.40, in piazzale Duca D’Aosta. Proprio davanti allo scalo ferroviario. Le ricerche, ieri, sono ripartite da lì.
Lo psichiatra Tonino Cantelmi racconta dall’interno il caso della famiglia Trevallion: genitori descritti come presenti e affettuosi, bambini provati dalla separazione e una perizia che potrebbe fare chiarezza. Nell’intervista, Tonino Cantelmi solleva una domanda cruciale: quando la tutela dei minori diventa rigidità del sistema, chi protegge davvero le famiglie?

