2025-03-26
Nel kit di sopravvivenza Ue spunta il contante: «le carte di credito non valgono più nulla»
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Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Nell’affrontare pacatamente il quesito referendario confesso di non comprendere quale possa essere il vero fine perseguito dai sostenitori del No, pur dubitando che una loro così accorata, veemente e, talune volte, scomposta opposizione vi sarebbe ugualmente stata nel caso in cui la proposta di riforma fosse provenuta da un governo di diverso colore politico.
Carmelo Rinaudo, ex presidente di sezione del Tribunale penale di Roma
Tuttavia, senza voler continuare a pensar male ritenendo che il recondito intento perseguito dai «negazionisti» possa essere, piuttosto, «l’interesse elitario» degli stessi a mantenere inalterato il tanto deprecato «Sistema», sta di fatto che un loro eventuale successo si risolverebbe, purtroppo, con il perpetuare (secondo quel che appare a gran parte dell’opinione pubblica) l’anomala funzione assunta dalle correnti di veicolare all’interno della magistratura anche impostazioni ideologiche di per sé estranee alla giurisdizione e a esercitare un controllo latu sensu «politico», sia sui comportamenti dei singoli magistrati, sia sulla loro carriera, come pure sull’attuazione delle scelte della «politica» propriamente detta.
Anzitutto, sembra quanto meno singolare il fatto che gli esponenti dell’Anm, associazione propriamente sindacale sorta solo per tutelare i diritti di «tutti» gli iscritti e che sembrerebbe poter contare sulla partecipazione attiva di appena il 23% degli associati, abbiano prospettato in modo unitario un orientamento contrario alla riforma assumendo di fatto un ruolo «politico» univoco senza tener conto delle posizioni dissenzienti di gran parte degli associati, fra i quali numerosi e noti pm.
Ancor più rimarchevole è la circostanza che tale atteggiamento assunto dai vertici dell’Anm sia stato «pubblicizzato in modo improprio», utilizzando sedi istituzionali (fra le altre, l’Aula magna della Suprema Corte), avvalendosi del sostegno di vari «influencer» e personaggi dello spettacolo, come tali, completamente estranei alla problematica («che c’azzecca», direbbe l’ex pm Antonio Di Pietro), inserendo abusivamente spot pubblicitari persino nel corso di un recente evento olimpico, nonché facendo ricorso a risorse finanziarie appartenenti a tutti gli iscritti (anche a quelli dissenzienti).
Non meno significativa è, poi, la circostanza che non pochi autorevoli e fieri odierni oppositori, guarda caso, «in altra stagione politica», si siano, invece, espressi chiaramente e con entusiasmo a favore della separazione delle carriere e del sorteggio per l’elezione al Csm.
Per converso, suscita non poche perplessità il fatto che i sostenitori del No, nell’affannoso tentativo di trovare un qualche appiglio, abbiano finito, addirittura, con il reclutare a loro sostegno personaggi che, però, risultano aver avuto idee diametralmente opposte o, comunque, non esplicitamente allineate al loro orientamento conservatore. Basta citare l’errata e plateale chiamata in causa addirittura di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.
iperboli dannose
Inoltre, non dimostra certo senso di fiducia nelle proprie tesi oppositive la patetica e costante criminalizzazione dei riformisti per il Sì, variamente additati, fra l’altro, come nemici dello Stato di diritto, «fascisti», persone connotate da «alto grado di imbecillità e autolesionismo», nonché come responsabili del fatto che, con il Sì alla riforma, «gli omicidi di Stato non saranno più perseguiti», «si indebolirà la lotta alla corruzione», si potranno efficacemente difendere solo i ricchi, o, addirittura, verrebbe portato avanti il progetto massonico della P2. Sino ad affermare che «voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Ciò detto, va ulteriormente rilevato, per ciò che concerne, in particolare, il tanto sbandierato pericolo che la magistratura possa ricadere sotto il controllo della politica, non solo che trattasi di una mera ipotesi distopica in alcun modo ricollegabile a dichiarazioni o eventuali propositi in qualche modo manifestati dai cosiddetti riformisti ma, soprattutto, che siffatto pericolo appare del tutto inesistente.
Analoga riflessione va fatta, poi, per quanto attiene alla tesi secondo la quale la «separazione delle carriere» sarebbe stata già realizzata rendendo difficile il passaggio da una funzione all’altra, ridotto recentemente a pochissimi casi. A parte il fatto che quel che è stato innovato dalla cosiddetta «legge Cartabia» non riguarda affatto le «carriere» bensì le «funzioni», il vero problema che rimane irrisolto è, invece, quello che attiene sia alla presenza dei pm negli stessi organi preposti anche per la valutazione dei giudici (Consigli giudiziari e Csm), sia anche alla «posizione di fatto dominante da sempre assunta dai pm» anche all’interno della stessa Anm, dove ben sette delle ultime nove presidenze sono state conferite ai pm, pur rappresentando essi una netta minoranza (circa 2.250 rispetto a 6.700 giudici). Tant’è che, a suo tempo, è stato necessario addirittura l’intervento del legislatore per ricondurre la composizione dei membri togati anche presso il Csm al reale rapporto numerico fra giudici e pm.
Costituisce, poi, una falsa esigenza quella di dover conservare lo status quo al fine di preservare la «comune cultura della giurisdizione». Condizione che, in realtà, rappresenta un «retaggio storico» riconducibile al regime fascista che, paradossalmente, ha istituito una «comune carriera» dei giudici e dei pm.
Un anacronistico sistema organizzativo che la settima disposizione transitoria della Costituzione aveva in parte mantenuto in vigore «solo in attesa» di una progressiva eliminazione: peraltro, iniziata solo tardivamente con il tentativo della cosiddetta Bicamerale del 1987, proseguita con l’introduzione del Codice Vassalli nel 1989, con la riforma costituzione del 1999 (giusto processo) e, più recentemente, con la mozione presentata per la segreteria del Pd nel 2019, nonché con il programma redatto dallo stesso partito nel 2022 dove veniva, persino, inserita l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
la democrazia non rischia
Del resto, l’esigenza di una «comune cultura della giurisdizione» appare di per sé essere anche ontologicamente incompatibile con la rinnovata figura del pm che è stato costituzionalmente definito semplice «parte» del processo al pari dei difensori e che, perciò, «non è chiamato a giudicare», bensì solo a raccogliere coerentemente tutti gli elementi probatori e a esprimere con correttezza professionale e onestà intellettuale una mera ipotesi investigativa. Altrettanto inaccettabile è la roboante e indimostrata tesi secondo la quale con la riforma verrebbero a essere pregiudicati i diritti del cittadino e minato il principio democratico e dello stato di diritto.
Trattasi, invero, di affermazioni meramente apodittiche e prive di ogni consistenza. Infatti il referendum si propone, piuttosto, il definitivo superamento dello Stato autoritario mediante il rafforzamento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, proprio a maggior garanzia dei diritti individuali. In proposito basta osservare che il sistema della netta separazione delle carriere è stato da tempo adottato senza problemi di sorta presso l’Unione europea (già nel 1997, una specifica risoluzione del Parlamento di Bruxelles riteneva necessario «assicurare la terzietà del giudice giudicante attraverso la separazione della carriera del magistrato inquirente») e in numerosi Paesi occidentali sicuramente «democratici», quali, ad esempio, la Francia, la Germania, la Spagna e, in particolare, il Portogallo, dove è stato introdotto anche lo sdoppiamento del Csm.
Ma è, soprattutto, in merito al sistema di designazione mediante sorteggio che si rivela il carattere puramente velleitario degli oppositori alla riforma, secondo i quali tale innovazione precluderebbe la selezione meritocratica dei candidati, introducendo il principio secondo il quale «uno vale uno» e, perciò, farebbe perdere, legittimazione al Csm e ai vari Consigli territoriali.
È fin troppo facile contrastare tale preoccupazione osservando, anzitutto, quanto poco affidabile sembra essersi rivelato fino ad ora il «sistema correntizio» dominante nell’assicurare una scelta meritocratica piuttosto che clientelare.
Peraltro, sembra alquanto ingenuo e ingeneroso ritenere che dei magistrati, normalmente idonei a risolvere ogni genere di controversia e a trattare qualsiasi tipo di indagine o procedimento penale, possano essere, poi, considerati incapaci, senza il sostegno di un’investitura elettiva fondata sulle «correnti», a svolgere anche le incombenze amministrative attribuite al Csm e ai Consigli giudiziari.
il sorteggio che c’è già
Conviene porre mente al fatto che il ricorso al sorteggio è previsto persino a livello costituzionale per l’integrazione della Corte nei giudizi contro il presidente della Repubblica e per la composizione del tribunale dei ministri, ed è adottato pacificamente per la nomina dei giudici popolari presso le corti d’Assise dove anche dei privati cittadini possono contribuire ad irrogare persino l’ergastolo. Sennonché, leggendo alcuni commenti su social dei sostenitori del No, appare evidente quale sia la vera ragione della loro contrarietà al sistema dell’estrazione a sorte, allorquando si afferma che con esso si creerebbe un Csm «meno forte perché meno legittimato» e, quindi, con «minore capacità di rapportarsi - e se necessario contrapporsi - agli organi politici».
Ma tale impropria contrapposizione politica dovrebbe, invece, restare sempre lontana dalle aule di giustizia e dagli organi posti a garanzia e tutela della magistratura. Ritengo significativo concludere queste mie brevi riflessioni evocando due episodi. Come esponente romano della corrente moderata di Magistratura indipendente, mi schierai, fin dai primi anni Novanta, per la separazione delle carriere e per cercare di ricondurre la funzione associativa alla sua vocazione originaria tesa alla tutela meramente «sindacale» della professionalità e delle condizioni lavorative. Arrivai a sostenere apertamente tali tematiche nel candidarmi (con evidente ingenuità), prima, alle elezioni per il Consiglio direttivo centrale dell’Anm e, poi, a quelle per il Csm.
Il secondo episodio riguarda l’esplicito richiamo fattomi pervenire dall’allora segretario dell’Anm, il quale, dopo aver appreso che io risultavo essere tra i firmatari di un documento (del 1993) con il quale numerosi colleghi invocavano fin dall’ora «il superamento delle correnti» mediante «la rottura degli attuali schemi di rappresentanza associativa», mi inviava una missiva per sapere se, dopo tale mia presa di posizione, fosse da ritenere «tutt’ora permanente» la mia stessa «adesione al gruppo» di Mi. Così venivano soffocate le aspirazioni riformiste. Adesso è arrivata l’occasione per cambiare qualcosa tutti insieme.
Un nuovo dipinto del maestro olandese Rembrandt, intitolato Visione di Zaccaria nel Tempio, è stato scoperto dai ricercatori del Rijksmuseum di Amsterdam. Utilizzando tecniche avanzate, già impiegate durante il restauro su larga scala della Ronda di Notte dell'artista di Leida, i ricercatori del museo sono stati in grado di autenticare l’opera, dipinta nel 1633 e proveniente da una collezione privata.
A Bologna il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, il sindaco Matteo Lepore e l’ex premier Romano Prodi hanno partecipato all’iftar, il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan.
A Perugia, in queste ore, si sta riscrivendo il cosiddetto caso Palamara, ovvero la storia del suk delle nomine al Csm per cui hanno pagato solo lo stesso Luca Palamara e pochi altri, tra cui l’ex pm di Roma, Stefano Fava, sino al 2019 stimatissimo inquirente, espulso dal Sistema come danno collaterale di un bombardamento a tappeto realizzato con il supporto di alcuni giornali per evitare lo slittamento a destra del parlamentino dei giudici e la nomina a procuratore di Roma della toga moderata Marcello Viola.
A Perugia, in queste ore, si sta riscrivendo il cosiddetto caso Palamara, ovvero la storia del suk delle nomine al Csm per cui hanno pagato solo lo stesso Luca Palamara e pochi altri, tra cui l’ex pm di Roma, Stefano Fava, sino al 2019 stimatissimo inquirente, espulso dal Sistema come danno collaterale di un bombardamento a tappeto realizzato con il supporto di alcuni giornali per evitare lo slittamento a destra del parlamentino dei giudici e la nomina a procuratore di Roma della toga moderata Marcello Viola.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlò di «poche mele marce» e seppellì il problema. Ma il Sistema delle correnti non è morto con Palamara, rapidamente radiato dalla magistratura: ha continuato a imperversare e a gestire le nomine non in base a criteri oggettivi. Tanto che ancora oggi molti incarichi vengono affidati a colpi di maggioranze risicate, secondo logiche correntizie. Ma a smascherare l’ipocrisia con cui era stata fatta pulizia arriva adesso il Tribunale di Perugia. Che lascerà il Re nudo.
Oggi, davanti al giudice dell’esecuzione Natalia Giubilei, si terrà l’udienza che potrebbe segnare un passaggio decisivo nella complessa vicenda giudiziaria che ha coinvolto Palamara. Sul tavolo vi è la richiesta di revoca della sentenza di patteggiamento per traffico di influenze, la prima delle due pronunce che hanno riguardato l’ex magistrato romano e che riguarda il procedimento in cui sono stati coinvolti anche gli imprenditori Federico Aureli e Leonardo Ceglia.
L’indagine era nata dall’ipotesi che Palamara si fosse interessato presso il giudice Luciana San Giovanni, oggi presidente della sezione Immigrazione, di una causa di separazione che coinvolgeva il fratello di Ceglia. All’epoca la San Giovanni aveva negato qualsiasi interferenza da parte di Palamara: una smentita netta che, però, non aveva scoraggiato l’accusa.
Il reato contestato era quello di traffico di influenze, che, però, il Parlamento, nel frattempo, ha sensibilmente modificato, facendo uscire dal perimetro della fattispecie punita comportamenti come quelli contestati all’ex presidente dell’Anm e allo stesso Ceglia. Che il 27 febbraio scorso è stato prosciolto dal giudice dell’udienza preliminare di Perugia, Giorgio Margheri, il quale ha dichiarato l’abolitio criminis, riconoscendo che il fatto contestato non costituisce più reato alla luce dell’intervento del legislatore.
All’interno di questo nuovo quadro si inserisce l’istanza di revoca del patteggiamento di Palamara. Che si fonda su un presupposto giuridico evidente: non è possibile mantenere in vita una pronuncia fondata su una fattispecie penale che il Parlamento ha successivamente abrogato.
Ma l’udienza ha un rilievo che va oltre il piano tecnico. Negli ultimi anni, il patteggiamento è stato sfruttato come uno dei principali argomenti di delegittimazione nei confronti di Palamara e delle sue denunce. La tesi, ripetuta come un mantra, era che un accordo di quel tipo equivale a una condanna e rende il diretto interessato un «pregiudicato» e, di conseguenza, un «impresentabile» che non può più intervenire nel dibattito pubblico. Soprattutto alla vigilia del referendum. Una tenzone in cui il fronte del No difende il potere delle correnti e lo status quo del Csm, lo stesso che ancora si spacca in due per le nomine e i cui sostenitori vogliono impedire al vecchio mazziere di spiegare con quali trucchi venissero distribuite le carte. Se la richiesta di revoca dovesse essere accolta, verrebbe meno l’unico elemento formalmente utilizzato per tappare la bocca a Palamara. I suoi avversari, a livello mediatico, strilleranno, come già fatto di fronte alle assoluzioni pronunciate per un altro reato abolito, l’abuso d’ufficio, sostenendo che la maggioranza salva i mariuoli. La realtà di cui occorre prendere atto, invece, è che la vicenda giudiziaria di Palamara si fondava su un reato che il legislatore non ritiene più meritevole di sanzione e che il Sistema delle correnti è ancora vivo e vegeto. «Il governo salva Palamara», griderà qualcuno per portare acqua al mulino del No, ma la verità è che, finalmente, senza un facile capro espiatorio, sarà più evidente come il caso Palamara non abbia portato a nessuna vera riforma del Sistema.
gattopardo
Tutto è rimasto immutato. E i conservatori hanno avuto gioco facile sventolando lo scalpo dell’ex presidente dell’Anm: «Noi abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo eliminato la cellula malata» hanno ripetuto per anni i vertici della magistratura correntizzata. Peccato che nel plotone d’esecuzione della sezione disciplinare che ha impallinato Palamara ci fossero anche diversi suoi beneficiati. La maggior parte di quelli che hanno puntato il dito contro l’ex ras delle nomine sino al giorno prima lo trattavano con rispetto, gli facevano arrivare i propri desiderata, lo invitavano a cene e partite di calcio.
Tra i pochi che non lo frequentavano per motivi di carriera c’era un pm, Fava, che aveva provato a combattere da solo contro quelle che riteneva logiche distorte del potere giudiziario. E da queste era rimasto schiacciato. In quattro e quattr’otto è stato liquidato come un pm «integralista», uno che avrebbe fatto arrestare anche sua madre. Da un giorno all’altro era diventato un paria. Per quanto avesse sempre e solo fatto il proprio lavoro. Però si era macchiato di lesa maestà: aveva osato accusare il suo vecchio procuratore, Giuseppe Pignatone (oggi indagato per favoreggiamento della mafia) e uno dei suoi più stretti collaboratori, Paolo Ielo, il quale contesta a Fava di avere fatto indagini illecite sul proprio conto.
L’ex pm romano è stato rinviato a giudizio per tre reati. Per due (omissione in atti di ufficio e violazione del segreto d’ufficio) è stato assolto in primo grado. È stato, invece, condannato a cinque mesi di reclusione per accesso abusivo a sistema informatico, per avere visionato e scaricato alcuni atti di un processo in cui l’accusa era rappresentata da Ielo e che aveva riguardato il giudice Brunella Bruno (poi assolta), il cui fratello, tre anni più tardi, avrebbe conferito incarichi all’avvocato Domenico Ielo, a sua volta fratello del magistrato. Nel capo di imputazione (che non è mai stato modificato) è indicata come finalità dell’accesso l’avvio di «una campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo «da effettuarsi anche mediante l’ausilio di Palamara».
Il Tribunale, verificata l’insussistenza del fatto così come contestato dal pubblico ministero (per la «campagna mediatica» vi è stata, infatti, l’assoluzione), ha sostenuto, in sentenza, che l’accesso sarebbe stato effettuato per «destare un’attenzione non istituzionale» o per «precostituirsi un dossier» o «per consegnare gli atti a Palamara perché li diffondesse negli ambienti giusti per danneggiare Ielo e Pignatone».
Mercoledì scorso, di fronte ad accuse così confuse, la Procura generale ha chiesto l’assoluzione di Fava perché il fatto non sussiste. Non sussiste per come originariamente contestato e non sussiste per come rimodulato in sentenza. Il sostituto procuratore generale Paolo Barlucchi ha sostenuto che la contestazione dell’accesso abusivo «non può essere riferita ad atti che ancora non si conoscevano». Infatti Fava aveva avuto notizia della sentenza dallo stesso Ielo, ma non aveva cognizione dei dettagli della vicenda.
amara e gli altri
Però la parte più interessante della requisitoria è quella in cui si evidenza come la sentenza di condanna non abbia mai affrontato «i veri problemi posti da Fava con la presentazione dell’esposto al Csm su Pignatone» e sui presunti conflitti d’interessi all’interno dell’ufficio. Infatti, come ha denunciato Fava, almeno due indagati della Procura di Roma, Ezio Bigotti e Piero Amara, avevano intrattenuto rapporti economici con il fratello avvocato di Pignatone.
Non basta. Barlucchi ricorda anche lo «schema» confessato dallo stesso Amara per «inquinare» i processi: «Cercavo di nominare persone che erano vicine perché erano testimoni di matrimonio di qualche magistrato». E qui entra in campo Ielo, visto che Amara aveva scelto come legale Salvino Mondello, compare di nozze dell’ex aggiunto di Roma. Scrive Barlucchi: «Amara, quale verosimile ispiratore degli incarichi di Eni e Condotte al fratello di lelo, questa è la prudente e fondata ipotesi che Fava ha fatto, e quale assistito del migliore amico di lelo, corrispondono esattamente a questo schema».
Il magistrato dell’accusa giustifica ex post le supposizioni di Fava, dal momento che «i rapporti tra Amara e il fratello del procuratore Pignatone e tra Amara e il migliore amico di Ielo, potevano far apparire che le loro decisioni investigative su Amara ne fossero condizionate».
E di fronte a un simile sospetto, secondo Barlucchi, un pm deve poter fare il pm e togliersi i dubbi, senza incorrere in reati, utilizzando le banche dati a disposizione. Come ha fatto Fava.
Va detto che sia Ielo che Pignatone avevano proposto di astenersi nei processi che coinvolgevano Amara, ma Pignatone stesso (per Ielo) e il procuratore generale Giovanni Salvi (per Pignatone) non avevano ritenuto necessario quel passo. E allora Barlucchi si domanda retoricamente: «L’esistenza o meno dei presupposti per l’astensione del procuratore o dell’aggiunto li stabilisce una riunione di ufficio? Li stabilisce sulla sola base delle informazioni ricevute da chi si deve astenere?».
Barlucchi ammette che Pignatone potrebbe essere stato ingannato dal fratello e non mette mai in dubbio l’onorabilità e la buona fede di Ielo (a cui contesta però la permalosità), ma, nello stesso tempo, lascia intendere, a sette anni di distanza, che se si fosse trovato nella situazione di Fava avrebbe avuto gli stessi dubbi. Questa è la sua conclusione: «La realtà si è incaricata di dimostrare che aveva ragione Fava a chiedere al procuratore di valutare con attenzione se vi fossero gravi ragioni di convenienza ad astenersi nel processo a carico di Amara e Bigotti».
A Barlucchi non pare possibile che il Tribunale «non affronti questo tema perché Amara è, al tempo stesso, la ragione per cui Fava riteneva che Pignatone e Ielo si dovessero astenere, e la ragione del contrasto sul mancato assenso da parte loro sulle sue richieste di cattura». A cui Ielo aveva contrapposto ragioni di «opportunità» stigmatizzate da Barlucchi («Questo significa sottrarre elementi di prova» ha detto in aula).
La sentenza di domani su Fava potrebbe riportare ai blocchi di partenza il caso Palamara e consentire a tutti di riflettere sulla cortina fumogena che è stata alzata dalla stessa magistratura a protezione del Sistema.

