2025-03-26
Nel kit di sopravvivenza Ue spunta il contante: «le carte di credito non valgono più nulla»
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Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Lo mostra in un video il Commissario europeo per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib.
Come magistrato ho un sogno: svegliarsi tutti la mattina del 24 marzo 2026 con una giustizia finalmente liberata dai lacci che l’hanno avvolta, dai pavidi che ne fanno parte, dalle correnti che l’hanno devastata, destinata esclusivamente a servire quel popolo italiano in nome del quale viene amministrata.
Andrea Padalino, Giudice del tribunale di Vercelli
Consentitemi solo due parole di presentazione. Nel 1991, a ventinove anni, sono entrato in magistratura e, nel corso di più di trent’anni, ho svolto diverse funzioni come magistrato: pretore del lavoro, giudice per le indagini preliminari, pubblico ministero, giudice civile. Ho vissuto, per gran parte della mia vita professionale, sotto scorta, correndo seri pericoli a causa delle attività che svolgevo e costringendo familiari e amici a comprimere le proprie libertà. Mi sono occupato di processi di grande rilievo pubblico e di vicende assolutamente minori con lo stesso impegno e lo stesso entusiasmo che mi hanno sempre accompagnato nel lavoro, avendo quale unico riferimento i valori dell’autonomia e dell’indipendenza.
Ma questi valori che nessuno apparentemente mette in discussione, in una parte della odierna magistratura si sono miseramente confusi in una inaccettabile commistione con quella politica con la «p» minuscola che ha portato al dominio incontrastato delle correnti, al tradimento di principi che dovevano essere intangibili, al degenerare di un sistema che così non può proseguire. In Italia, la caduta della classe politica ai minimi livelli di credibilità è stata direttamente proporzionale all’acquisizione di spazi e potere di quella parte della magistratura che ha ampiamente travalicato il perimetro nel quale il nostro ordinamento colloca quello che dovrebbe essere il terzo potere dello Stato.
Quando, durante le vicende di Tangentopoli, ero giorno e notte impegnato a lavorare nel Palazzo di giustizia di Milano, sentivo fuori le grida, gli applausi, i lazzi e i cori delle manifestazioni in favore dell’inchiesta, rabbrividivo perché si stava materializzando l’errore più grave che i cittadini possono compiere verso la magistratura: investirla di un ruolo catartico della società. Il processo penale, infatti, si occupa e si deve occupare solo del passato, non certo del presente e tanto meno del futuro, ma ritenere che con esso una società possa cambiare, significa attribuirgli un ruolo che non potrà e non dovrà mai ricoprire. Da quando sono magistrato ho deciso di non prendere la tessera di alcuna corrente, perché ritenevo e ritengo un errore il fatto che un magistrato, attraverso l’iscrizione a una corrente, debba manifestare di fatto il proprio credo politico, che sia di destra di sinistra o di centro.
Come disse un grande presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il magistrato non deve essere solo imparziale, ma deve anche apparire a tutti come tale perché il sistema sia credibile. Proprio per questo, il magistrato non dovrebbe in alcun modo partecipare a gruppi, associazioni o, peggio, correnti, termine orribile e, oltretutto, espressivo di qualcosa di fluido e spinto da forze ignote. Vogliamo chiederci perché nella falange macedone oggi schierata per il No, le prime lance (sarisse), puntate contro il variegato campo del Sì, sono proprio quelle dell’Anm dietro la quale troviamo posizionata l’élite della fanteria pesante di una sinistra divisa da tutto, ma compattata nella battaglia del referendum?
Perché la nuova legge costituzionale mina alle fondamenta il potere delle correnti e la conseguente degenerazione di un sistema che farebbe inorridire i padri costituenti e che ha causato vittime innocenti che mi scuso di non avere visto. Mi scuso anche per aver creduto solo nel mio lavoro, dimenticando quanto accadeva intorno a me e pensando di riuscire a difendermi dallo strapotere delle correnti, solo con i risultati con fatica ottenuti, spesso anche notevoli, che, in realtà, infastidivano un sistema che non privilegia il merito, ma il compromesso, la scarsa efficienza, la mediocrità.
Forse è utile partire dalla mia orribile esperienza personale, per poter affrontare le questioni che il prossimo referendum pone.
Il mio personale disastro inizia, a mia totale insaputa, il 16 dicembre 2016, quasi 10 anni fa. È anticipato da una conversazione intercettata tra due militanti anarchici. Una è Gabriela Avossa. L’altro è Daniele Pepino, figlio di uno dei fondatori di Magistratura democratica, il dottor Livio Pepino. Questa la conversazione.
Avossa: «Hai sentito la bella notizia?».
Pepino: «Sì, li hanno liberati tutti» (il riferimento è alla decisione del riesame di rimettere in libertà un gruppo di anarchici arrestati precedentemente proprio da me).
Avossa: «Sì, ma davvero, sono fuori di testa. C’è ’sto cazzo di Padalino… adesso mi sa che cercano tramite Magistratura democratica di dargli una tamponata».
Io naturalmente non ne vengo messo a conoscenza da nessuno, tantomeno da chi avrebbe il dovere di tutelarmi, passa poco più di un anno e, a mezzo stampa, mi viene comunicato che sono un poco di buono, che sono a capo di una «cricca», che ho calpestato il giuramento che ho prestato sulla Costituzione, piegando la mia funzione al fine di ottenere vantaggi illeciti.
Inizio ad avvertire un profondo imbarazzo per come le persone, con le quali mi relaziono, iniziano a porsi nei miei confronti. Dal collega che ti dice che non ha dubbi sul fatto che tutto finirà nel nulla, all’avvocato che, per educazione, finge di non sapere quello che tutti sanno, all’indagato che sembra quasi esprimere una certa soddisfazione. Torni a casa e tua figlia ti chiede: «Papà, ma cosa è l’abuso di ufficio?», perché tutti usano i social, persino i tuoi anziani genitori che, sconvolti, ti domandano che cosa ti sta succedendo.
Inizia così un calvario personale, professionale ed esistenziale nell’assoluta indifferenza degli inquisitori, che hanno nelle mani la tua vita e non mostrano di avere alcuna fretta nel chiudere le indagini nei tuoi confronti.
Nulla per mesi o per anni si muove, pur avendo dovuto, nel frattempo, lasciare l’ufficio di appartenenza, cambiare funzioni, costruirmi a fatica un nuovo e sconosciuto percorso professionale.
Notti insonni costellate da incubi; alzarsi al mattino e non avere voglia di fare nulla; dolore e sofferenza sempre presenti, come una ferita che non si chiude mai; un carcinoma maligno con annesso intervento chirurgico, forse quella «bomba al cobalto» di cui parlava Enzo Tortora quando lo hanno arrestato?
Per fortuna ho avuto un grande aiuto dalla famiglia, dagli amici e dagli affetti veri e da un grande avvocato, insomma da tutti coloro che mi sono stati vicini in questi anni oscuri nei quali per sopravvivere mi ripetevo spesso quanto mi ha insegnato un amico («Pensa, resisti, ricorda»), esercizi mentali che non ho mai smesso di fare e che mi hanno salvato dal baratro nel quale stavo per finire. Dopo cinque interminabili anni di indagini, finalmente arriva la sentenza di primo grado.
L’arringa del mio avvocato, Massimo Dinoia, è stata un capolavoro e ha messo a nudo tutti gli errori, le forzature e le violazioni di legge commesse nei miei confronti dagli inquirenti, tanto che, terminato il processo, ho provveduto a denunciare nelle opportune sedi quelli che considero gli autori.
Inutile dire che è stato tutto archiviato.
Tra questi soggetti vi sono anche coloro che, nonostante l’assoluzione da tutte le incolpazioni con la formula piena dell’insussistenza dei fatti, hanno proposto appello, fatto, di per sé, processualmente corretto e dovuto. Senonché, l’impugnazione, per la sua totale inconsistenza, è stata dichiarata inammissibile dalla Corte di Appello di Milano dopo che, nel corso dell’udienza, il sostituto procuratore generale aveva dichiarato di non sostenere l’appello della Procura, non condividendone una sola parola. Fatto rarissimo nel panorama giudiziario italiano.
Ma tornando alla profezia anarchica della «tamponata» di Magistratura democratica, ho potuto constatare che in ogni luogo dove sono stato indagato o giudicato tra chi svolgeva le indagini vi era qualcuno appartenente a detta corrente. Ho chiesto alla Procura di Torino di accedere agli atti dei procedimenti che erano stati aperti per questa vicenda e mi è stato risposto che sono stati archiviati. Quindi non sappiamo se il simpatico ed informato anarchico della conversazione abbia detto la verità su quanto sapeva o se abbia inventato tutto.
Evidentemente, però, la questione non interessa neppure Magistratura democratica, che, ad oggi, non ha speso una parola sulla vicenda, mentre sarebbe stato logico che, anche a propria tutela, chiedesse che fosse fatta piena luce sulla inquietante conversazione tra anarchici torinesi e sulla pesantissima affermazione ivi contenuta.
Ma la vicenda non appassiona neppure i media torinesi, che in passato avevano con estrema attenzione seguito le mie disavventure, fornendo ai propri lettori, con dovizia di particolari, dettagli investigativi di primo ordine, mentre oggi sono del tutto silenti, come se nulla fosse accaduto.
Visto che sono stato assolto in via definitiva, mi si dirà: in fondo è andato tutto bene, il sistema ha funzionato e un innocente non è stato condannato. Purtroppo non è proprio così, perché, e qui sta un elemento di collegamento con il prossimo referendum, l’assoluzione non basta perché, nel frattempo, sono stato sottoposto a svariati procedimenti disciplinari che, con una tempistica singolare, si chiudevano e si aprivano sempre sulle medesime vicende oggetto della sentenza definitiva di assoluzione e che hanno portato, dopo dieci anni di contestazioni che mutavano di volta in volta, a una pesantissima sanzione disciplinare nonostante quell’assoluzione con formula piena dalle gravi, ma inconsistenti, accuse formulate nei miei confronti.
Procedimenti disciplinari che ancora oggi quando tutto è terminato sono ritenuti sufficienti per impedirmi l’avanzamento in carriera, così privandomi di avere una corretta qualifica professionale e di percepire la retribuzione che mi spetta. Devo ancora subire danni da un sistema che con la nuova normativa oggetto di referendum non esisterà più, perché sarà sancita la fine della giustizia domestica del Csm, di fronte alla quale solo l’appartenenza correntizia può salvarti o, comunque, aiutarti a contenere i danni.
L’Alta Corte prevista dalla riforma spazzerà via uno dei principali poteri delle correnti: la gestione delle vicende disciplinari del magistrato, ovvero come essere forti con i deboli e deboli con i forti. L’assoluzione non basta, perché i giornali che ti ricoprono di fango ne danno notizia con trafiletti, mentre le notizie sulle indagini a mio carico occupavano le prime pagine. L’assoluzione non basta perché le accuse infamanti come la corruzione in atti giudiziari restano appiccicate addosso in modo indelebile. L’assoluzione non basta per ricreare quella onorabilità perduta, della quale necessita ognuno di noi per lavorare e vivere serenamente.
Una risposta ferma e decisa contro queste storture deve fornirla la politica, quella con la P maiuscola, garantendo il costante equilibrio tra i poteri dello Stato. Il prossimo referendum rappresenta una prima concreta occasione per un decisivo cambio di passo.
L’introduzione del sorteggio per i componenti degli organi di gestione della magistratura offende solo chi ha un evidente interesse a mantenere l’attuale fallimentare situazione di un Csm dominato dalle logiche spartitorie che le correnti hanno imposto. Non esiste al mondo una professione nella quale tutti sono egualmente capaci. Anche se fino ad oggi è stato così per i magistrati, con la nuova composizione dei Csm non lo sarà più, potendo trovare spazio il merito e la capacità del singolo oggi mortificati dal regime correntizio.
Inoltre, come previsto dalla legge oggetto di referendum, è altrettanto necessaria una profonda riforma della responsabilità disciplinare del magistrato.
Il giudizio deve essere affidato a organi realmente terzi, composti da avvocati, professori universitari e giudici scelti mediante sorteggio e deve cessare la attuale dicotomia tra giudizio disciplinare e processo penale o civile, nel senso che i fatti accertati in quelle sedi, devono essere definitivamente posti alla base del giudizio disciplinare, senza possibilità di essere rimessi continuamente in discussione, dopo l’assoluzione o l’archiviazione.
Carriere e potere disciplinare oggi sono saldamente in pugno alle correnti, spietati strumenti di esercizio di un potere smisurato che nessuno mette mai in discussione. La magistratura italiana tornerà a essere autonoma e indipendente solo quando l’abbraccio mortale delle correnti la abbandonerà.
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri certamente non risolve tutti i problemi che affliggono il sistema, ma è il primo ed importante gradino per rifondare questa magistratura, proprio in omaggio al principio per il quale il magistrato non solo deve essere imparziale, ma deve apparire tale. Non si può accettare che su diecimila magistrati italiani solo una sessantina abbia deciso di far parte di un comitato per il Sì al referendum. Come ai tempi del giuramento di fedeltà al fascismo quando i magistrati giurarono praticamente tutti, mentre tra i professori universitari si sa che si rifiutarono in 13 su 1.200.
Ecco allora cosa è diventato il potere delle correnti, al quale solo una sessantina di magistrati oggi si oppone apertamente, ma è anche, purtroppo, la dimostrazione della pavidità di chi non vuole o non è più in grado di opporsi a questa triste deriva che sta trascinando con sé tutti i valori che nei difficili momenti della storia repubblicana la magistratura italiana ha saputo esprimere.
Di fronte al trionfo del sistema correntizio e alla totale incapacità dei magistrati di superarlo, il legislatore ha giustamente tentato l’unica strada percorribile: la modifica di un impianto normativo che, di fatto, ha consentito questa deriva.
Nulla di punitivo o di eversivo, ma semplicemente un ritorno della magistratura a quel nobile ruolo che la Costituzione le ha assegnato.
Per questo chi vuole una magistratura realmente autonoma ed indipendente deve avere il coraggio - votando Sì al referendum - di iniziare a cambiare ciò che non funziona più, di combattere fino in fondo perché la giustizia torni ad abitare tra noi e questo obbiettivo mi accompagnerà sempre.
Questo lo devo ai miei genitori che se ne sono andati soffrendo per la mia vicenda, alle mie figlie, ai miei familiari, a tutti coloro che mi vogliono bene e a me stesso.
Un altro punto a favore di Luca Palamara. Ieri, nell’udienza davanti al giudice di Perugia, Natalia Giubilei, la difesa dell’ex presidente dell’Anm ha chiesto la revoca del patteggiamento e la Procura guidata da Raffaele Cantone ha espresso parere favorevole, visto che il fatto che gli era stato contestato non è più considerato illecito a seguito della riformulazione del reato di traffico di influenze. Il giudice si è riservato di decidere. Ma Palamara è già pronto a tornare in campo.
«Per quanto mi riguarda, il punto di partenza resta uno e uno solo: arrivare a una definitiva chiarezza della mia vicenda giudiziaria in sede penale e potermi presentare davanti al Consiglio superiore della magistratura con un certificato penale illibato, come è mio diritto. E se mi presenterò con un certificato illibato a Palazzo Bachelet non comprendo su quali presupposti io non possa ottenere anche il mio rientro in magistratura», ragiona con La Verità dopo l’importante udienza.
Sono mesi che l’ex ras della corrente di Unicost attende di poter lavare l’onta della radiazione che ha colpito solo lui, anche se in quel Sistema di spartizione delle nomine erano coinvolte decine di altri magistrati, molti dei quali ancora in auge.
«Alla luce di tutti gli sviluppi registrati in questi anni, è inevitabile che io vada fino in fondo per capire - e far capire - per quale ragione la decisione di rimozione adottata nei miei confronti possa ancora ritenersi attuale. Molti dei presupposti che avevano sorretto quella scelta appaiono oggi radicalmente modificati, se non completamente superati, proprio alla luce degli atti processuali e delle ricostruzioni giudiziarie successive». Infatti la valanga era partita con una gravissima accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio ed era collegata a una presunta mazzetta da 40.000 euro che si era poi dimostrata inesistente.
Alla fine le accuse erano state ridimensionate e si erano ridotte al reato di traffico di influenze, una fattispecie quasi completamente svuotata dall’intervento della maggioranza. Da qui le recenti mosse di Palamara: «Per questo ho chiesto la revoca dei patteggiamenti e la rilettura complessiva della mia vicenda. Infatti, quando la verità emerge, non può restare confinata nel solo perimetro del processo penale, ma deve riflettersi anche sul piano disciplinare», ci dice. Parole misurate che, però, annunciano un piano clamoroso. Quello di un ritorno in grande stile: «Io sono pronto a rientrare in magistratura», ammette. «Ma prima occorre verificare se la mia rimozione regga ancora di fronte a ciò che nel frattempo è emerso, oppure se sia stata, come credo, superata dai fatti, dalle nuove acquisizioni e dalle stesse decisioni giudiziarie. Su questo andrò fino in fondo, senza timori e senza alcuna riserva: ristabilire la verità non è solo un mio diritto, è un dovere verso l’istituzione e verso tutti coloro che credono nella giustizia». Il linguaggio felpato dell’ex presidente dell’Anm lascia intendere che, pur di raggiungere l’obiettivo, è pronto a cambiare strategia: niente più libri di denuncia o interviste abrasive, ma solo ricorsi in punta di diritto per raggiungere la sospirata meta della riabilitazione. Dovesse ottenerla, potrebbe trovare una magistratura radicalmente trasformata dalla riforma voluta dal governo. Una nuova realtà in cui difficilmente potrebbe ripetersi un altro caso Palamara, a causa del depotenziamento delle correnti e dell’introduzione del sorteggio per individuare i membri dei Csm.
Oggi è attesa anche la sentenza d’Appello per il pm Stefano Fava che è stato condannato in primo grado a 5 mesi per accesso abusivo alla banca dati della Procura. Si tratta di una ricerca che Fava non ha mai negato e che riguardava atti di un procedimento in cui l’accusa era rappresentata dall’allora procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo. All’epoca Fava e Ielo avevano avuto dei contrasti sulla gestione di alcuni indagati e Fava riteneva che il suo superiore potesse avere dei conflitti di interessi.
Il sostituto procuratore generale, Paolo Barlucchi, ha chiesto l’assoluzione ritenendo che il fatto non sussista, dal momento che la condotta illecita «non può essere riferita ad atti che ancora non si conoscevano» e che, quindi, non potevano essere stati ricercati in modo strumentale.
Dopo l’udienza di mercoledì scorso c’è stata un po’ di maretta. Infatti, Fava era accusato anche di essere l’istigatore di un altro accesso abusivo, ma il cancelliere che lo aveva realizzato, Antonio Russo, ha raccontato di non ricordare richieste del pm indagato e, durante il processo del 2022, ha spiegato, però, che due giorni prima aveva interrogato il database su richiesta della Guardia di finanza che cercava notizie sullo stato di un altro procedimento di Ielo in fase di definizione e che riguardava un militare delle Fiamme gialle, tale Alessandro Serrao.
La difesa di Fava, nella discussione di mercoledì scorso, ha sostenuto che la Procura fosse a conoscenza di tale informazione, potenzialmente favorevole all’indagato, prima delle dichiarazioni in aula di Russo e che non l’avesse depositata agli atti. Il pm Mario Formisano, in una nota inviata al procuratore Cantone, ha rivendicato che sino alla testimonianza di Russo in aula anche lui ignorava la «richiesta di aggiornamenti» presentata dalla Gdf, mentre era a conoscenza del fatto che la posizione di Serrao fosse stata stralciata e che questa notizia era contenuta in un’informativa che gli era stata inviata da Ielo il 25 giugno del 2019, nota regolarmente depositata in atti.
Ma perché Formisano ha scritto al suo capo? Perché pensa di essere stato calunniato dalla difesa di Fava, che lo avrebbe accusato di avere «conosciuto, occultato o, comunque, non messo a disposizione una prova in favore dell’imputato». Formisano ritiene che «si tratti di un’affermazione destituita di fondamento» e che «uno studio sufficiente degli atti del procedimento - depositati e messi a disposizione integralmente - avrebbe fatto sì che la difesa non muovesse un’accusa infondata».
Cantone ha inviato la nota al procuratore generale Sergio Sottani, il quale, «considerata la delicatezza degli aspetti evidenziati nella nota» di Formisano, ha chiesto di «presenziare all’udienza» di replica prevista per oggi. Ma, contemporaneamente, ha domandato un rinvio della stessa per poter leggere con la dovuta attenzione le trascrizioni dei verbali di udienza.
Ieri, al momento di mandare in stampa il giornale, la Corte non aveva ancora comunicato la propria decisione.
Sono sbarcati poco dopo le 20 di ieri sera all’aeroporto di Roma Fiumicino con il primo volo di Etihad Airways da Abu Dhabi circa 200 italiani (278 i passeggeri totali a bordo) che erano rimasti bloccati negli ultimi giorni negli Emirati Arabi dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran.
«Siamo rimasti bloccati ad Abu Dhabi dopo essere arrivati da Hanoi, Vietnam, dopo 20 giorni di vacanza: momenti di paura ci sono stati; abbiamo sentito le esplosioni, dei botti, visto luci forti; udivamo poi sirene di ambulanze e polizia. Abbiamo, però, avuto la sensazione che gli Emirati avessero il pieno controllo della situazione». È la testimonianza di un turista sardo, uno dei circa 200 italiani rientrati a Fiumicino da Abu Dhabi, sul volo che ha visto a bordo anche stranieri e membri di equipaggio, in prevalenza spagnoli. «Il primo giorno in aeroporto è stato il più brutto – racconta una turista – abbiamo sentito grandi botti, caccia che si alzavano».
Donald Trump si prepara allo spiegamento di soldati in territorio iraniano? Lunedì, parlando con il New York Post, il presidente americano non aveva escluso questo scenario in caso di necessità. Ieri, citando funzionari statunitensi, il Wall Street Journal ha rivelato che l’inquilino della Casa Bianca risulterebbe «aperto a sostenere gruppi in Iran disposti a imbracciare le armi per rovesciare il regime». «Un’idea», ha precisato il quotidiano, «che potrebbe trasformare le fazioni iraniane in forze di terra». Guarda caso, Axios ha rivelato che, domenica, Trump ha parlato al telefono con i leader curdi dell’Iraq per discutere dell’operazione bellica contro l’Iran. «I curdi hanno migliaia di soldati lungo il confine tra Iran e Iraq e controllano aree strategiche che potrebbero rivelarsi significative con l’evolversi della guerra», ha sottolineato la testata, per poi aggiungere che «i curdi iracheni hanno anche stretti legami con la minoranza curda iraniana». In particolare, la telefonata di domenica sarebbe avvenuta dopo intense pressioni portate avanti da Benjamin Netanyahu. Sembra che la Casa Bianca stia quindi prendendo in considerazione di fare affidamento sulle forze militari curde per condurre delle operazioni di terra nel conflitto contro il regime khomeinista.
Qualora dovesse decidersi a favore di questa opzione, Trump finirebbe probabilmente con l’irritare Recep Tayyip Erdogan. Negli scorsi mesi, i due presidenti si erano notevolmente avvicinati: in particolare, l’inquilino della Casa Bianca aveva dato la sua benedizione all’attuale regime filoturco di Damasco, infastidendo non poco Netanyahu. Tuttavia, l’attacco all’Iran non è piaciuto al sultano. Il punto è che le ritorsioni iraniane contro i Paesi del Golfo hanno spinto Riad e Doha ad assumere una linea di severità verso Teheran: il che rompe le uova nel paniere al presidente turco che, oltre agli storici legami con il Qatar, negli ultimi mesi si era significativamente avvicinato anche all’Arabia Saudita.
Nel frattempo, ieri Trump è tornato a parlare del conflitto in corso. «La loro difesa aerea, l’Aeronautica, la Marina e la leadership sono sparite. Vogliono parlare. Ho detto: “Troppo tardi!”», ha affermato su Truth, nonostante domenica si fosse detto aperto a «parlare» con l’attuale leadership iraniana. Questo cambio di rotta potrebbe significare che il presidente americano stia abbandonando l’idea di una soluzione venezuelana, preferendo appoggiarsi a gruppi armati locali di opposizione al regime khomeinista.
Elementi che vanno in questa direzione sono emersi anche durante l’incontro che Trump ha avuto ieri, alla Casa Bianca, con Friedrich Merz. Mentre il cancelliere esprimeva piena sintonia con Washington sulla «rimozione del terribile regime di Teheran» ed esortava la Spagna a rispettare gli impegni per le spese della Nato al 5%, il presidente americano, oltre a definire il dossier ucraino una «priorità», ha affermato che i possibili successori di Khamenei a cui aveva pensato sono ormai morti. «La maggior parte delle persone che avevo in mente per la leadership sono morte», ha detto, lasciando così intendere la crescente difficoltà di realizzare una soluzione venezuelana.
Al contempo, oltre a esprimere nuovamente scetticismo su un ruolo politico di Reza Pahlavi, il presidente ha corretto le precedenti dichiarazioni di Marco Rubio, negando che Israele abbia forzato la mano agli Usa per spingerli all’intervento militare. «Potrei aver forzato io la mano agli israeliani. Stavamo negoziando con questi pazzi, e secondo me avrebbero attaccato per primi», ha dichiarato, esortando gli iraniani a non protestare durante gli attacchi. Il presidente ha poi annunciato la rottura delle relazioni commerciali con la Spagna, come ritorsione alla decisione di Madrid di non consentire agli Usa l’utilizzo delle sue basi per l’operazione contro l’Iran. «Possiamo usare la loro base se vogliamo, possiamo semplicemente volare lì e usarla, nessuno ci dirà di non usarla», ha tuonato, elogiando invece la Germania, da lui definita «ottima».
Insomma, se in un primo momento sembrava intenzionato a una soluzione venezuelana, Trump pare adesso aver iniziato a cambiare linea. D’altronde, la progressiva eliminazione delle alte sfere del regime impedisce al presidente americano di trovare un interlocutore proveniente dal vecchio sistema di potere. È probabilmente anche in quest’ottica che va inserita l’opzione curda a cui sta pensando. Questo poi non vuol dire che la soluzione venezuelana sia stata messa totalmente da parte. È da sabato che il presidente americano oscilla tra posizioni divergenti per quanto concerne il futuro politico dell’Iran. Il che potrebbe essere sintomo del fatto che, dietro le quinte, non ci sia al momento una piena identità di vedute tra Trump e Netanyahu. Il premier israeliano è infatti freddo su uno scenario venezuelano, laddove la Casa Bianca lo preferirebbe sia per evitare un salto nel buio sia per disinnescare le divisioni esplose in seno alla base Maga sulla crisi iraniana.
L’alleanza tra Stati Uniti e Regno Unito, per decenni definita la «relazione speciale», non è più così granitica. A dirlo non è un osservatore qualsiasi, ma il presidente americano in persona. In un’intervista al tabloid britannico The Sun, infatti, Donald Trump ha messo sotto accusa il premier laburista Keir Starmer. Quella con Londra, ha ricordato Trump, «era la relazione più solida di tutte ed è molto triste vedere che, evidentemente, non è più quella di una volta». Parole pesanti, pronunciate mentre la crisi con l’Iran ha riportato al centro il tema del coordinamento strategico tra alleati occidentali.
Secondo il presidente americano, il governo britannico non avrebbe fornito il sostegno atteso nelle recenti tensioni mediorientali. Esattamente come la Spagna, tanto che il tycoon ha ordinato di «tagliare tutti gli accordi commerciali» con Madrid. Anche Starmer, appunto, «non è stato d’aiuto», ha affermato Trump senza giri di parole. «Non avrei mai pensato di vedere una cosa del genere». Poi, parlando dallo Studio Ovale, il presidente è stato ancora più caustico: «Non sono contento del Regno Unito, ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare. Starmer? Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill».
Per rimarcare la voragine che si è aperta tra le due sponde dell’Atlantico, Trump elogia esplicitamente gli altri partner europei: «La Francia è stata fantastica. Sono stati tutti fantastici. Il Regno Unito, invece, è stato molto diverso dagli altri». Il messaggio politico è chiaro: Parigi, da sempre considerata più autonoma rispetto a Washington, oggi appare a Trump più affidabile di Londra. È un rovesciamento simbolico che pesa come un macigno sulla reputazione di Downing Street.
L’intervista al Sun, peraltro, non si è limitata alla politica estera. Il presidente americano ha attaccato anche le scelte interne del governo laburista, in particolare sul fronte migratorio. Secondo Trump, Starmer starebbe cercando di «ingraziarsi gli elettori musulmani», lasciando intendere che alcune cautele su Medio Oriente e immigrazione siano dettate più da calcoli elettorali che da valutazioni strategiche. È un’accusa che suona provocatoria, ma che non è certo campata per aria. Proprio ieri, infatti, un sondaggio YouGov ha certificato una scossa profonda nel sistema politico britannico: per la prima volta conservatori e laburisti (entrambi al 16%), cioè le forze tradizionali che hanno dominato Westminster per oltre un secolo, sono state superate da partiti alternativi, Reform Uk di Nigel Farage (23%) e i Verdi di Zack Polanski (21%).
Per Starmer è un ulteriore colpo dopo la sconfitta alle suppletive di Manchester, dove i Verdi hanno espugnato una roccaforte storica dei laburisti, facendo leva proprio sugli elettori islamici. Ieri, peraltro, ci ha pensato Chaudhry Mohammad Sarwar a gettare benzina sul fuoco: l’ex deputato di origini pachistane, noto per essere stato il primo eletto di fede musulmana tra le file del Labour, si è abbandonato a un elogio di Khamenei, da lui definito «un martire», sollevando un polverone di critiche e prese di distanza.
Insomma, quando Trump accusa Starmer di non essere più un alleato affidabile e di guardare più al consenso interno che alla coerenza geopolitica, il presidente americano tocca un nervo scoperto del premier laburista. La divaricazione tra Washington e Londra non è soltanto diplomatica: riflette una trasformazione profonda degli equilibri interni al Regno Unito. E la «relazione speciale», per la prima volta, appare meno speciale anche per chi, dalla Casa Bianca, l’aveva sempre data per scontata.

