La Bce stanga ancora le famiglie per l’inflazione prodotta dalle armi

La Banca centrale europea, da tempo, - dopo la presidenza Draghi - fa delle scelte non tenendo conto dell’economia reale, ma solo dei propri teoremi tanto astratti quanto lontani dalla situazione economica delle famiglie e delle imprese europee.
Ormai su questo punto non ci sono dubbi. Madame Christine Lagarde, detta Laguardia, guarda solo e unicamente all’inflazione e ai tassi di interesse, come se le politiche finanziarie di una banca centrale potessero essere concepite senza tener conto dei cicli economici (concetto troppo alto per ella) e anche delle più elementari regole di funzionamento del meccanismo economico.
Nino Sunseri, ieri, su questo giornale, ha già ampiamente descritto e interpretato quest’ultimo colpo di genio della Bce di alzare i tassi dello 0,25% e aumentare il costo del denaro, dopo quasi tre anni, per contenere l’inflazione dovuta sostanzialmente ai rincari energetici e delle materie prime a loro volta causati dalle guerre e, in particolare, dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. A Francoforte, quei cervelloni della Banca centrale, hanno pensato bene che questa mossa possa costituire un segnale ai mercati, che vorrebbe dire, con un’interpretazione a dire poco benevola, la seguente cosa: occhio, perché se continuate ad alzare i prezzi io vi aumento i tassi di interesse, così di soldi ne circoleranno meno e in questo modo l’inflazione calerà. Una follia da ogni punto di vista la si guardi. La signora Laguardia fa la guardia ai prezzi europei come se gli europei si divertissero ad alzarli e non ne fossero costretti dalle guerre aperte che portano, quelle sì, all’aumento dei prezzi. A rigor di logica i tassi di interesse andrebbero alzati alla Russia, agli Stati Uniti ma, soprattutto, all’Iran. Sono loro che con le loro guerre folli stanno facendo rialzare i prezzi. Sono loro i carnefici dell’inflazione, gli europei sono le vittime di questa inflazione.
Ma qualcuno, un premio Nobel dell’economia tipo Stiglitz o Krugman, non potrebbe tenere chiusa, almeno cinque o sei giorni, la signora Lagarde insieme alla politica che mette la maggior quantità di lacca sui capelli al mondo con quella cofana che sovrasta il cranio di Ursula von der Leyen? Potrebbero loro fare questo gesto di generosità nei confronti di queste due sprovvedute che, insieme, riescono a fare più danni della grandine nel periodo della vendemmia o della raccolta delle olive? Potrebbero spiegare loro che questa è un’inflazione da costi? Cioè un aumento dei prezzi dovuto a due delle componenti che concorrono a formare i prezzi: i costi dell’energia e i costi delle materie prime. Se tu, in un momento di crescente inflazione (e anche qui sarebbe da discutere questo dogma del 2% in tutte le situazioni a prescindere dalla congiuntura economica), e in particolare di inflazione da costi, aumenti uno dei costi, e cioè il costo del denaro, non fai che aggiungere una vera e propria bomba d’acqua su un terreno, non bagnato ma, ormai, fradicio. Lo spiego in parole ancora più semplici per le signore Christine e Ursula: aumentando i tassi di interesse aumentano, ad esempio, i mutui delle famiglie, come abbiamo già visto nel 2022 e 2023 quando le rate di tali mutui raggiunsero livelli insostenibili fino a un aumento di varie centinaia di euro; l’aumento dei tassi di interesse inoltre produce una riduzione immediata degli investimenti da parte delle imprese che si traducono abbastanza rapidamente in un decremento delle produzioni e della necessità di manodopera, cioè creano, prima o dopo, maggiore disoccupazione.
Insomma: per le famiglie significa un aggravio dei costi dei mutui e quindi una diminuzione del reddito disponibile per i consumi, per le imprese significa un aumento del costo del denaro con conseguente tendenza a una diminuzione degli investimenti. Un disastro. Ma tale è la chiusura mentale delle due su citate signore che, nonostante i disastri del 2022 e 2023, criticati da buona parte degli economisti mondiali, come se niente fosse stato, insistono sulla stessa via. Allora le ipotesi non sono molte: la prima è una evidente indifferenza verso l’economia europea (vedi le politiche green della Von der Leyen e la gestione dei tassi di interesse della Lagarde); la seconda è quello che ha detto in modo non curante il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, un tedesco sostanzialmente dante causa delle due signore, e cioè che lo choc energetico guidato dal conflitto è stato «forte e persistente». Questo ci prende per scemi, vorremmo fargli presente che ce n’eravamo accorti anche noi poveri mortali, certamente anche più di lui, soprattutto tenendo conto di quel che ha detto, ovvero che le banche centrali non possono semplicemente «guardare oltre», frase incomprensibile, e aggiungendo che la decisione della Bce è stata «un passo necessario». Questo lo ha detto nel momento in cui la stessa Bundesbank ha ridotto le previsioni di crescita dell’economia tedesca portandole allo 0,5% per il 2026 e allo 0,8% per il 2027, rispettivamente dai precedenti 0,6% e 1,1%, con un’inflazione prevista al 2,9%.
Capite che è tutto incomprensibile? Capite che siamo in mano a una classe dirigente del sistema finanziario che sembra avere in odio l’economia reale e il suo sviluppo?
Un problema ci sarebbe sul quale porre l’attenzione e prendere iniziative per contrastarlo: la speculazione in atto in Europa e in Italia a proposito dei prezzi con imprese multinazionali che si mettono d’accordo per aumentarli certo non solo in relazione all’aumento dei costi energetici e delle materie prime, tant’è vero che i prezzi iniziarono ad aumentare il giorno dopo l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran. Ma su quello la Commissione europea e la Bce tacciono forse perché gli interessi in gioco non consentono alle due sorelle Materassi di fare quello che dovrebbero.






