
«Il Csm opera secondo logiche prettamente politiche» e le nomine dei dirigenti giudiziari «somigliano a vere e proprie elezioni, dove il peso delle correnti e le sensibilità degli schieramenti prevalgono sulla valutazione tecnica del curriculum giudiziario».
La valutazione di Nicola Saracino, magistrato della Corte d’Appello di Roma, è contenuta in un intervento pubblicato sul mensile online Dimensione informazione e trasforma il caso Bologna in qualcosa di molto più pesante di una semplice procedura per un posto da procuratore aggiunto. Perché dietro l’esclusione della pm Antimafia Beatrice Ronchi, secondo Saracino, non ci sarebbe soltanto una scelta discrezionale. Ci sarebbero le solite trame delle correnti. E il sistema descritto, a giudicare dalla reazione scomposta degli ultimi giorni, mostra i nervi scoperti.
Da quando la Quinta commissione del Csm ha individuato Stefano Dambruoso (su sei componenti è stato proposto da tre, gli altri tre si sono astenuti), che a Bologna era sostituto come la Ronchi, si è scatenata una sequela di comunicati. Oltre 100 magistrati hanno sottoscritto una nota pro Ronchi e sono scesi in campo persino i referenti regionali dell’associazione Libera di don Luigi Ciotti. Dambruoso, che è stato deputato della Repubblica eletto nelle liste di Mario Monti e questore alla Camera, pur essendo stato fuori ruolo, per titoli aveva già raggiunto un risultato superiore. Ma «era finito nelle cronache», ricorda l’associazione Agende rosse, «per aver colpito al volto una deputata». Poi una postilla: «Per questo fatto il magistrato fu assolto dal Tribunale di Roma, ma rimane il brutto gesto». Assolto, ma con una specie di ergastolo reputazionale ancora addosso. Qui, però, non ci si trova davanti a un derby tra santi e impresentabili. Ronchi non è la vittima sacrificale di un romanzo giudiziario e Dambruoso non è il mostro da scomunicare. È il sistema delle nomine che continua a prestare il fianco a letture politiche, correntizie e anche emotive. Non è più, insomma, una questione di curriculum. Al centro c’è il cortocircuito post referendum sulla riforma della magistratura. E Saracino sostiene proprio che il risultato del referendum abbia finito per «blindare il sistema attuale», quello con «un Csm politico che seleziona la classe dirigente attraverso meccanismi fiduciari».
Il cuore del problema, nella lettura di Saracino, sarebbe il sistema degli incarichi fuori ruolo. Il magistrato richiama il Testo unico sulla dirigenza giudiziaria, «che piace alla magistratura correntizia perché permette una certa mescolanza e, per questo, l’Anm è rimasta in silenzio», e sostiene che le esperienze maturate «presso ministeri ed enti pubblici» abbiano ormai un peso decisivo nelle carriere, mentre il lavoro svolto negli uffici giudiziari rischierebbe di diventare soltanto un elemento «preferenziale». Quindi la toga che resta nelle aule rischia di contare meno di quella che entra nei ministeri. L’esempio che Saracino fa con La Verità è calzante: «Pensi se per la nomina di un primario della chirurgia dovesse prevalere un’esperienza da burocrate al ministero rispetto a quella di un medico che vanta nel curriculum un certo numero di operazioni riuscite». Saracino richiama anche i dati dell’Unione delle Camere penali sugli oltre 800 magistrati che hanno svolto incarichi fuori ruolo. Numeri che, secondo il magistrato, dimostrerebbero come l’allontanamento dagli uffici giudiziari sia diventato «una scelta di carriera premiante». E se da una parte decine di magistrati denunciano quella che valutano come un’ingiustizia, alcuni consiglieri del Csm reagiscono tacciando la protesta di «interferenza politica». La contrapposizione, quindi, non avrebbe fatto altro che mettere a nudo l’essenza del Csm: un organo che, lungi dall’essere puramente tecnico, secondo Saracino opererebbe secondo logiche prettamente politiche.
La conclusione è una rasoiata: Bologna non sarebbe un incidente isolato, ma «il riflesso di un modello nel quale la nomina è diventata un atto elettorale e la giurisdizione un elemento accessorio».






