
Un ragazzo di 18 anni è morto ieri a Milano. A bordo di un monopattino e insieme a un amico ha bruciato lo stop senza dare la precedenza e un’auto condotta da una ventunenne lo ha urtato. Né lui né il compagno che conduceva il mezzo, pure lui ventenne, avevano il casco. Le sue condizioni sono apparse subito disperate e la corsa nella notte verso il pronto soccorso non è servita a salvargli la vita. Apparentemente si tratta di un fatto di cronaca, un incidente dovuto a disattenzione o imprudenza, di due ragazzi che non hanno saputo valutare il rischio a cui andavano incontro.
Ma a poche ore dalla tragedia, sempre a Milano, mi è capitato di osservare due adolescenti. Lei credo non avesse 18 anni e lui anche. Erano abbracciati e se ne andavano allegri con il loro monopattino, quando, arrivati all’altezza delle strisce, la giovane ha deciso di invertire la rotta e tornare indietro. Lo ha fatto come se fosse un pedone. Come se le vetture che arrivavano in senso contrario fossero obbligate a fermarsi prima dell’attraversamento pedonale. Grazie al cielo non è accaduto nulla, ma i due, proprio come quelli dell’incidente della sera prima, si sono dimostrati incuranti del pericolo. E sempre ieri, nel pomeriggio ne ho visti altri tre, anch’essi adolescenti, tutti sul solito trabiccolo, allegri e sconsiderati. Tutti, sia la coppia che il trio, erano senza casco. Osservandoli mi è parsa chiara una cosa e cioè che il fenomeno va fermato prima di contare altri incidenti.
I ragazzi non se ne rendono conto, ma correre senza rispettare il codice della strada significa giocare con la morte. Non basta introdurre la targa, né prevedere l’assicurazione dei monopattini. E neppure può essere risolutivo l’obbligo di indossare il casco, soprattutto se poi nessuno è in grado di rispettare la disposizione. Dove sono i vigili che devono impedire che in due o in tre salgano su veicoli a batteria omologati per una sola persona? Dove sono i ghisa, così un tempo li chiamavano a Milano, o i pizzardoni, come li definiscono a Roma, che dovrebbero multare chi infrange il codice della strada? Capisco che sia più facile fare cassa passando con un’auto che rileva i divieti di sosta, come sia più semplice mettere un autovelox sulle strade di maggiore scorrimento. Ma il problema con cui dobbiamo fare i conti non è economico, bensì sociale. I monopattini sono effettivamente un pericolo, per chi li conduce e per chi li incrocia. Perché vanno sul marciapiede, perché vanno contromano, perché chi li guida non conosce e quindi non rispetta il codice della strada. Di fronte a un problema del genere, che non è di sicurezza e dunque non si può scaricare sul governo, chi amministra la città non può voltarsi dall’altra parte, ma ha l’obbligo di intervenire. Non si riesce a mandare in strada i vigili perché molti di loro sono inadatti al servizio esterno o preferiscono l’ufficio al marciapiede? Non si è in grado di smontare un sistema che è protetto da accordi sindacali? Beh, almeno si segua l’esempio dei sindaci di altre metropoli europee, che di fronte ai crescenti incidenti e anche all’abbandono dei mezzi sul marciapiede hanno deciso semplicemente di vietarli. Capisco che molte amministrazioni non in grado di potenziare il trasporto pubblico ma intenzionate a fermare quello privato, soprattutto a motore termico, favoriscano i monopattini elettrici. Tuttavia, il caos e i pericoli che ne derivano non solo non risolvono un problema, quello della circolazione in città, ma lo aggravano. Mettere due ruote a batteria nelle mani di ragazzi che non conoscono le regole è un po’ come dare loro un giocattolo pericoloso. E la responsabilità non può essere esclusivamente loro, ma anche di chi lo consente.






