C’era un tempo in cui assistere ai dibattiti del Parlamento europeo era motivo di grande soddisfazione politica perché c’era sempre qualcosa da imparare. Oratori, per riferirci ad un recente passato, come Pottering, Verhofstadt, Cohn-Bendit e persino Jean-Marie Le Pen (il padre della attuale leader francese di Rassemblement National) animavano le discussioni con grande sapienza, pur partendo da posizioni politiche assai distanti tra loro.
Oggi, che sia colpa della qualità sempre più bassa degli eletti nel 2024, dell’irruzione dell’intelligenza artificiale, o più probabilmente della combinazione dei due fattori, i dibattiti non sono mai stati così privi di sostanza, quando non semplicemente soporiferi. Non si tratta di nostalgia: è la semplice presa d’atto di una realtà nuova.
C’è una ragione precisa dietro questo cambiamento. Chi osserva da vicino, come il Mattinale europeo, la vita parlamentare a Bruxelles segnala «che una delle novità di questa legislatura è il ricorso da parte di deputati e loro collaboratori agli strumenti dell’IA per preparare gli interventi in plenaria. Il risultato sono testi pieni di frasi fatte e slogan ricorrenti, arricchiti da qualche dato, calibrati sul minuto o due concessi dal regolamento. Perfetti per postare un video sui social e amplificare la propria visibilità». Ma basta seguire un dibattito parlamentare per avere la strana sensazione di ascoltare deputati «robot», che spesso illustrano temi di cui sanno poco o nulla.
Il punto, però, va oltre i loro discorsi. Deputati e collaboratori non usano solo questi nuovi strumenti come supporto per scrivere emendamenti, interrogazioni parlamentari e comunicati stampa. A volte li fanno scrivere direttamente all’IA. Lo confermano i numeri: su alcuni provvedimenti controversi vengono presentati centinaia o migliaia di emendamenti, un volume impossibile da redigere per un essere umano. La stessa Commissione europea si lamenta di essere inondata da interrogazioni scritte evidentemente redatte da un’intelligenza artificiale. Bisognerebbe chiedersi, a questo punto, se l’IA venga usata anche per orientare le posizioni di voto: nella marea di emendamenti che arrivano in plenaria o in commissione, chi meglio di ChatGPT può verificare la compatibilità con la linea del gruppo o del partito? Si può ironizzare ma non troppo. La questione è maledettamente seria sotto diversi profili e sorprende che la politica non se la sia posta con la dovuta attenzione.
Di fatto, alcune funzioni chiave della democrazia vengono già svolte da chatbox e LLM. Sarà anche evoluzione tecnologica, ma per l’Unione europea – democrazia multilingue, con tradizioni politiche e sistemi giuridici diversi tra loro – il problema è strutturale: si può permettere a sistemi e modelli di IA, addestrati prevalentemente in inglese su dati derivanti dalla cultura politica e giuridica americana, di diventare il cuore pulsante delle funzioni democratiche dell’Unione?
La posta in gioco è dunque più ampia, e riguarda il senso stesso della democrazia. Da un lato, c’è il rischio di affidarsi troppo a questi strumenti nell’attività politica quotidiana; dall’altro, entra in gioco la sovranità digitale dell’Europa e la sua capacità di autogovernarsi.
Le istituzioni dell’Ue finora si sono concentrate su un problema diverso, legato al predominio dei giganti americani dell’IA: costruire un muro virtuale che impedisca ai documenti sensibili di finire nei loro data center. Un blocco, però, facilmente aggirato da deputati, assistenti e funzionari.
La Commissione, per la sua parte, ha sviluppato GPT@EC, uno strumento interno di IA generativa sicuro, progettato per i suoi funzionari che consente di lavorare con questi strumenti senza il rischio di gestire in modo improprio informazioni riservate. Ma anche qui la base tecnologica resta in gran parte americana e addestra su dati prevalentemente anglosassoni. Le conseguenze si vedono nei risultati: può capitare che le risposte generate portino con sé condizionamenti culturali, a partire dalle differenze profonde tra common law e civil law.
In definitiva, la questione non riguarda soltanto i cambiamenti indotti dall’innovazione tecnologica e in particolare dall’irruzione dell’IA, ma soprattutto la volontà della politica di governare questi cambiamenti invece di subirli passivamente. Oggi la realtà sembra propendere verso la seconda ipotesi, con il rischio di appaltare a macchine sempre più sofisticate funzioni e ruoli che dovrebbero restare della politica. Proseguendo su questa strada, in un futuro prossimo, potrebbe non essere più necessario ricorrere agli eletti, chiudendo persino i luoghi dove un tempo si riunivano. Visto come viene oggi tenuta in considerazione la politica, forse molti ne sarebbero felici. Ma i rischi di un simile esito resterebbero comunque altissimi. Per queste ragioni sarebbe il caso che, ogni tanto, anziché abbeverarsi solo alla fonte della IA, si provasse ad utilizzare un po’ di più l’intelligenza naturale.
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