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Zerocalcare (Ansa)

E lei, come al solito lo interpreta da par suo: «Non lo dimenticherò mai, il G8 di Genova è stato lo spartiacque tra l’infanzia e la vita adulta», ha dichiarato. E così, di fatto, si è messo alla testa del movimento «reduci del G8» che in questi giorni si stanno mobilitando per ricordare le epiche giornate di venticinque anni fa.

Manu Chao, Clandestino, Vittorio Agnoletto, la ribellione, il conflitto, il dissenso, «avevamo ragione noi», la mostra sul G8, 50 eventi per ricordare il G8, il giornalista ferito al G8, il concerto degli ex Otago (chiunque essi siano) e ovviamente Genova antifascista e la Fondazione Gianni Minà. Considerato quanto ci hanno scassato le balle i reduci del Sessantotto, ci aspettiamo che lei e i suoi compagni reduci giottini non siate da meno. Ci contiamo. Formidabili quei giorni.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che nel G8, proprio come nel Sessantotto, c’erano cose buone ma anche troppi violenti. E che Bolzaneto, la Diaz e le altre imperdonabili azioni di macelleria messicana della polizia sono state la conseguenza di una guerra dichiarata da chi andava in giro a tirare estintori (e non solo) alle forze dell’ordine. Ma quando c’è di mezzo lo «spartiacque tra l’infanzia e la vita adulta», si sa, tutto si trascolora. E così lei, caro Zerocalcare, ci racconta che, dopo le vostre gloriose giornate, «la società civile è morta» e «il conflitto di piazza si è azzerato» . Tutto si è fermato lì, insomma, nello «spartiacque» che l’ha fatta diventare adulto passando, per altro, dai centri sociali a Netflix, dalla rivolta di piazza ai contratti da paperone. Ma sempre con tanta nostalgia di quando era rivoluzionario, però.

Nato ad Arezzo, padre romano e madre francese, cresciuto in Francia e poi a Roma, ovviamente liceo chic Chateaubriand, lei ha esordito come fumettista proprio con un racconto a fumetti sul G8 di Genova. Nel 2011, in occasione del decennale del G8, già pubblicava la prima striscia autobiografica, con l’anticipo di quel reducismo che oggi si manifesta in tutto il suo splendore. Al secolo Michele Rech, racconta di aver scelto il nome d’arte mentre guardava la tv: doveva indicare il nickname per una discussione su Internet e vide la pubblicità di un prodotto anticalcare. In fondo è stato fortunato: pensi se in quel momento in tv fosse passata la pubblicità di Wc-net. Però già da questo episodio è chiaro che le sue scelte sono sempre profondamente meditate.

L’anno scorso, infatti, annunciò che non avrebbe partecipato alla rassegna Più liberi più libri di Roma perché erano presenti editori che puzzavano, a suo dire, di fascismo. Pochi mesi fa, invece, è finito nella bufera perché la società che ha prodotto il suo ultimo lavoro per Netflix, dedicato allo sfruttamento dei lavoratori, è stata accusata a sua volta di sfruttare i lavoratori. «Non è vero», si è difesa la casa editrice. «Non mi hanno detto nulla», si è giustificato lei. In effetti, non le hanno tirato nemmeno un estintore in testa: ma come si permettono? È proprio vero che, dopo il G8, il conflitto sociale è morto. Restano solo i reduci, che valgono Due spicci.

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