Finalmente più liberi senza patentino antifà
PIU' LIBRI PIU' LIBERI 2025

Alla fine hanno ceduto: il patentino antifascista è stato tolto di mezzo, non sarà più necessario per partecipare alla fiera romana Più libri più liberi. Lo ha annunciato l’Associazione italiana editori, con uno stringato comunicato ufficiale che dice più di quanto non trapeli effettivamente dal testo. «Si è chiusa la campagna commerciale. Gli editori che hanno chiesto di esporre a Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria in programma dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola a Roma, sono oltre 300, in linea con i numeri dello scorso anno», recita il comunicato.

«Sette domande sono state presentate in forma incompleta, non essendo stata sottoscritta la dichiarazione di adesione ai principi costituzionali e ai valori dell’antifascismo. Trattandosi dell’esplicitazione di principi generali già richiamati nel regolamento della manifestazione, la Fiera ha comunque deciso di prendere in considerazione anche queste. Nei prossimi giorni esamineremo le domande pervenute e individueremo quali accogliere in base allo spazio disponibile: criterio fondamentale sarà la coerenza del progetto editoriale e imprenditoriale con le finalità della manifestazione, nata per dare visibilità e sostenere la crescita della piccola e media editoria italiana».

Come i lettori ricorderanno, l’orrendo patentino era stato studiato per impedire la partecipazione di case editrici di destra, dopo che qualche mese fa la presenza alla fiera di Passaggio al bosco aveva suscitato terrore e raccapriccio fra i sinceri democratici della cultura italica. Zerocalcare aveva scelto di boicottare la kermesse, altri fieri amanti della libertà si erano sbracciati chiedendo agli organizzatori di cacciare i malvagi fascisti (immaginari). Nonostante tutto, però, Passaggio al bosco è rimasta dove era, anzi ha attirato un pubblico folto e interessato. Bisognava dunque correre ai ripari, così i geniacci romani hanno proposto l’autodafe’ antifa. Di nuovo, gli è andata male. Sul tema si è espressa addirittura Giorgia Meloni, ovviamente contrariata. Editori di rilievo hanno risposto sdegnati che mai avrebbero firmato. Tra questi Manuel Grillo di Settecolori, poi i suoi colleghi della Nave di Teseo, di Elliot e Castelvecchi e di Liberilibri (tra quelli che hanno fatto pubbliche dichiarazioni, altri invece hanno rifiutato in silenzio).

La vittoria, per ora, è duplice. Si festeggia perché la restrizione liberticida è caduta, ma anche perché questa storia ha mostrato una volta per tutte il livello infimo dell’ambiente culturale nostrano. Fior di presunti intellettuali hanno difeso il patentino, altri si sono arrampicati sugli specchi per non criticarlo. È stata una disgustosa fiera dell’ipocrisia, l’esplosione della vigliaccheria elevata a sistema. Che però non ha potuto imporsi fino in fondo. Certo, il comunicato dell’Aie è un trionfo di ambiguità, altrove una figuraccia del genere avrebbe comportato dimissioni e plateali scuse. Ma siamo in Italia e tocca accontentarsi. Senza però abbassare la guardia, perché non è detto che le trappole siano finite.

«Era ovviamente impossibile, forse anche improprio, pretendere che il patentino fosse sconfessato apertis verbis», dice Giuseppe Iannaccone, presidente del Centro per il libro e la lettura che contribuisce al finanziamento di Più libri più liberi, e che ha avuto il merito di esporsi (sulle nostre pagine) contro il patentino, cosa decisamente inusuale in un universo in cui abbondano i grigi burocrati della cultura di regime.

«Nei fatti però», continua Iannaccone, «il patentino è sconfessato, perché la dichiarazione richiesta agli editori non costituisce più una patente di legittimità o un documento che possa essere considerato cruciale, dirimente, per partecipare a questa fiera libraria. Si tratta dunque di un passo avanti complessivamente apprezzabile. Certo, ora bisogna verificare che questa dichiarazione formale di principi abbia una ricaduta sostanziale e che surrettiziamente non vengano imposti altri criteri più astuti per escludere qualcuno».

Già: fidarsi è bene, ma non fidarsi è molto meglio, visto il clima. Ma Iannaccone appare fiducioso. «Intanto prendiamo atto che vengono ammessi gli editori che hanno inviato la domanda di partecipazione cancellando la parte relativa all’antifascismo. Questa è già una sconfessione, il riconoscimento di un errore. Ora ovviamente bisogna verificare che gli editori in questione, al momento della selezione abbiano esattamente le stesse possibilità concesse a tutti gli altri. Per noi, come istituzione, è intanto fondamentale che quella patente discriminatoria sia caduta. Poi i sette editori a cui si fa riferimento comunicheranno apertamente l’esito della selezione. E bisognerà verificare che non siano penalizzati. Su questo si vigilerà».

Per ora, dunque, apprezziamo il passo indietro, per quanto opaco. Sul punto ha ragione Michele Silenzi di Liberilibri: «Non credo che la Fiera abbia fatto un passo indietro per qualche scrupolo di coscienza», ci dice. «Se arrivi a concepire una cosa così demenziale come quell’autodichiarazione – autocertificazione, chiamatela come volete – di antifascismo da far sottoscrivere a degli editori, ossia a chi fa dell’espressione libera delle idee il proprio mestiere, non puoi avere uno scrupolo del genere. Se pensi di proporre una dichiarazione da polizia del pensiero come quella, vuole dire che ti senti il Bene, ti senti il sacerdote di ciò che è giusto e buono. E non puoi mettere in discussione tutto ciò, sennò fai crollare il castello che hai edificato sul tuo stesso moralismo d’accatto. Penso, invece, che sia stata la minaccia di perdere i finanziamenti pubblici ad averli spinti a scrivere quel comunicato codino. Così come la paura di perdere grandi voci della sinistra che, essendo persone che hanno vero rispetto per l’espressione del libero pensiero, gli si erano rivoltate contro. Comunque, noi non abbiamo firmato nessuna autodichiarazione, anzi, l’abbiamo proprio cancellata. Partecipiamo alla Fiera da non so nemmeno quanti anni. Rispettiamo tutti i parametri, tranne quello dell’esserci autocertificati. Vedremo che succederà».

Staremo a vedere. E saremo così magnanimi da non pretendere scuse o pubbliche ammende. Ci accontentiamo di aver visto, nel mare di ignavi della cultura italiana, qualche voce indipendente e coraggiosa. Non sarà chissà che, ma è comunque il segno che i padroni del pensiero hanno distrutto tanto, ma non tutto.

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