La priorità del Papa: il diritto a non emigrare
Papa Leone XIV (Ansa)

Sciarpa bianca su veste bianca, scruta il mare dall’ultimo scoglio come Corto Maltese in cerca di risposte. Poi una raffica di vento lo scompiglia e papa Leone XIV perde la papalina (che verrà recuperata), non l’equilibrio in favore di scirocco.

Nella società dell’immagine è questo lo scatto che storicizza il viaggio-lampo (4 ore) del pontefice a Lampedusa, 13 anni dopo quello drammatico di Francesco davanti al dolore e alle grida dei naufraghi portate dalle onde. L’occasione è l’intitolazione al suo predecessore del molo René Favaloro (il chirurgo che inventò il bypass coronarico va in soffitta), un’opportunità per varcare la simbolica scultura della Porta dell’Europa e ribadire il suo pensiero sul tema cruciale dei migranti.

Con il richiamo ad aiutarli a casa loro, la sveglia all’Europa, l’indice puntato contro gli scafisti equiparati a briganti.

Accolto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, dal governatore della Sicilia Renato Schifani e dall’arcivescovo di Agrigento, Alessandro Damiano, papa Leone comincia mostrando tutti i simboli dell’accoglienza accompagnata dalla misericordia: il raccoglimento al cimitero davanti alle croci di legno senza nome; la carezza al bimbo arrivato 10 anni fa senza la mamma, che gli consegna una lettera di gratitudine; il tragitto sulla Fiat Campagnola fino al campo sportivo dove celebra la messa davanti a 4000 isolani.

«Sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia. Non sono venuto a fare discorsi ma a celebrare l’Eucaristia. Qui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore».

Fin qui la simbologia spontanea della dottrina dell’accoglienza, che al vasto mondo mediatico progressista basta e avanza per iscrivere Leone allo stesso partito di Francesco secondo il mantra del «restiamo umani», che non contempla (non sia mai) la schiavitù 2.0 alla quale da 20 anni sono destinate nelle nostre città e nelle nostre campagne le vittime inconsapevoli del grande e peloso abbraccio.

Ma laici conformisti, anticlericali, improvvisati teologi della liberazione e atei devoti non hanno bisogno d’altro per ribadire il loro equivoco. Però Leone (forte del metodo dei piccoli passi) va oltre i simboli. Sotto la papalina ritrovata ha idee chiare e non ha alcuna paura di esprimerle. Proprio qui, nel cuore delle Pelagie, dove il Mediterraneo urla.

«Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico. Qui avete visto non solo uno ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti». Un chiaro richiamo agli scafisti, ai trafficanti di uomini che la vulgata progressista tende a equiparare alle vittime, a giustificarli, a graziarli, ad avviarli a carriere letterarie.

Leone continua mettendo in guardia «dalla corruzione nei luoghi di provenienza, da un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione e dai calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui». Non scende nel dettaglio ma non è difficile intuire che si rivolga anche ad alcune associazioni che utilizzano i disperati in casa nostra per fare business sugli aiuti di Stato.

Nel suo blitz lampedusano il pontefice tocca un altro punto sensibile quando smonta la narrazione progressista sull’impossibilità di far crescere le società dalle quali partono i viaggi della speranza. Per lui, a differenza del cardinal Matteo Zuppi, il fatalismo dell’esodo non esiste. «Bisogna essere capaci di accogliere, proteggere, integrare. E nello stesso tempo fare in modo, lavorando per lo sviluppo, che nessuno sia costretto a emigrare».

Sembra che abbia letto il Piano Mattei fortemente voluto da Giorgia Meloni e ne condivida lo spirito. «I morti in mare sono vittime di decisioni mancate, il mondo sia più umano», prosegue nell’omelia il pontefice chiamando direttamente in causa Bruxelles.

«Da questo estremo lembo si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. L’Europa possiede un potenziale unico che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, quindi una pari responsabilità. L’Europa è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo. La responsabilità sia condivisa».

Nessuna accusa all’Italia, le cui politiche di controllo dentro un perimetro di umanità stanno diventando un esempio per la Ue. Già in passato, davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il Santo Padre aveva espresso «gratitudine per l’assistenza che questo Paese offre con grande generosità ai migranti» mettendo a tacere Ong, associazioni e prelati politicizzati con la critica incorporata.

Ad ascoltare il pontefice ci sono alcuni dei 136 ospiti dell’hotspot sull’isola, gli ultimi arrivati venerdì sera. In questi mesi i controlli sono più rigorosi, anche l’agenzia europea Frontex ha stretto le maglie con procedure di screening e interrogatori.

Lo si intuisce dall’agitarsi degli attivisti i quali, dimentichi degli immani problemi di sicurezza che il fenomeno migratorio comporta per i cittadini, stigmatizzano regole, verifiche e prudenza nel concedere lasciapassare. «In queste pratiche non c’è umanità», denunciano. Significa che lo Stato ha deciso di esistere e di separare con serietà «il grano dalla pula» (Matteo 3,12).

Anche questo è un messaggio evangelico. La Porta d’Europa spalancata, come piace a briganti e ingenui, sta creando solo disastri.

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