«Stiamo entrando in un mondo in cui sarà più facile morire. Avrei preferito un mondo in cui fosse possibile vivere». Si chiude così l’avvelenata di Michel Houellebecq contro l’eutanasia. Il più grande scrittore vivente sceglie il sito Unherd (disponibile qui, integrale per abbonati: shorturl.at/dlSMy) per tornare sulla morte di Stato perché – spiega – «è vero che mi sono dedicato a esaminare i sintomi del suicidio dell’Occidente e dell’ascesa del nichilismo. Ma non ricordo di essermene mai rallegrato».
L’autore di Annientare parla del dibattito sul fine vita in Francia («Non credo che la storia umana abbia mai conosciuto tanta arroganza»), ma in realtà di tutti noi, con la passione amara di chi, con Shakespeare, sembra persuaso che «la disperazione racchiuda una speranza così grande che nemmeno l’ambizione può guardare più in alto». Il funerale della civiltà occidentale parte con echi ratzingeriani. Lo scrittore dice: «La civiltà occidentale è alle nostre spalle: la partita è finita».
Il futuro Benedetto XVI aveva scandito nel 2000: «Con la vittoria del mondo tecnico-secolare post-europeo, con l’universalizzazione del suo modello di vita e della sua maniera di pensare, si collega l’impressione che il mondo di valori dell’Europa, la sua cultura e la sua fede, ciò su cui si basa la sua identità, sia giunto alla fine e sia propriamente già uscito di scena».
Houellebecq attinge a William Butler Yeats, che dopo gli orrori della Prima guerra mondiale e dell’Ottobre vide un’apocalisse senza trascendenza: «Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere / Pura anarchia dilaga nel mondo / La marea insanguinata s’innalza, e dovunque / la cerimonia dell’innocenza è annegata» (La seconda venuta, 1919). «Un secolo dopo», nota il francese, «il centro non ha retto, e da nessuna parte ciò è più evidente che nel centro politico dell’Europa stessa: Bruxelles. In Belgio, l’eutanasia è stata estesa ai minori dal 2014 […] gli argini si stanno rompendo, e veniamo inghiottiti dalla “marea insanguinata”» descritta dal poeta.
Di qui Houellebecq si sposta alla Francia, «prossimo luogo le cui difese saranno spazzate via da quella marea»: e lui non è «certo di voler appartenere a una società che legalizza l’eutanasia. Difendete pure l’Occidente: ma solo finché merita di essere difeso».
Cosa c’è da difendere, si chiede implicitamente, in un sistema culturale che erige la potestà di togliere la vita? Il «disgusto» dell’autore si volge alla perversione della parola «dignità», alla base di ogni argomentazione pro «dolce morte»: «Per Kant la dignità umana era legata, molto semplicemente, al fatto di essere umani. Noi non vediamo più le cose in questo modo. Dobbiamo essere pronti a giustificare la nostra esistenza in ogni momento, sia ai nostri occhi sia agli occhi degli altri».
E l’altro grande stilema ricorrente («Avrebbe odiato essere un vegetale») finisce sotto i suoi strali: «La metafora del vegetale riflette un’idea dolorosamente utilitaristica. Gli esseri umani vengono così ridotti al loro valore d’uso, cioè al loro valore iniziale meno un indice di deprezzamento». Poco oltre: «Per quasi due secoli, lo spettro del nichilismo ha perseguitato l’Europa occidentale. Ora è qui, è tra noi. Ma non assume la forma che ci aspettavamo. Non è oscuro, né tenebroso. È colorato, persino allegro». L’immagine di questo abisso griffato è All is beauty, lo spot – poi ritirato – del marchio di abbigliamento canadese Simons che voleva rappresentare un’eutanasia in bello stile.
Lo spietato, caustico, pornografico e luciferino autore di Serotonina in due paragrafi compone una preghiera laica sulla statura umana: prima racconta la storia di una donna, paziente in un centro per malati in stato vegetativo, rimasta muta per anni, finché una visita inattesa le riaccende la parola. Al medico sbalordito, che da lungo tempo cercava di stabilire un contatto con lei, risponde: «Quello che aveva da dirmi non era tanto interessante».
Scrive Houellebecq: «Ridurre lo spirito umano alla sua capacità di comunicazione orale è, molto semplicemente, stupido». Poi smonta la retorica dello «stoicismo» davanti al dolore, al disfacimento, alla malattia: «Di fronte a una grande sofferenza, la reazione più sana è chiaramente piangere, gridare, gemere, implorare la pietà di Dio o di altri esseri umani. La figura dello stoico è in realtà solo un teorico fantoccio vuoto». La liberazione dei sentimenti teorizzata dal Sessantotto ha realizzato il suo contrario: una «dignità» intesa come totale riservatezza emotiva, tale da far presumere che nessuno abbia più sentimenti, e «ciascuno possa tranquillamente farsi gli affari propri». Pudore e dignità sono ribaltati, fino a condurre a una vergogna per l’esistenza: e «se ti vergogni della tua esistenza, l’eutanasia ti aspetta dietro l’angolo».
«Forse», chiude, «non siamo più del tutto umani»: torniamo a una legge animale che porta le bestie a morire sole, addirittura – come gli uccelli della Montagna incantata di Thomas Mann – massacrate da esemplari della stessa specie. È l’epilogo di un progressismo dogmatico che «funziona esattamente come un cricchetto» (quei cacciaviti o chiavi che agiscono solo in un senso di rotazione, ndr). «Una volta che un “progresso sociale” (aborto, matrimonio omosessuale, Pma, surrogata, qualsiasi cosa) è stato stabilito, non si può più tornare indietro. Ma questo è un ragionamento antidemocratico e circolare. Una legge può sempre disfare ciò che un’altra legge ha fatto: questa, almeno, è la mia concezione della legge. Ma ciò ci permette di identificare il progressismo per ciò che è davvero: un destino». Combattere contro un destino è difficile. Houellebecq non rinuncia a scrivere che «chiedendo l’accesso all’eutanasia per i suoi cittadini, la Francia sta chiedendo la propria eutanasia».
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