Recep Tayyip Erdogan ha appena negato le responsabilità turche nel genocidio armeno, benché Ankara sia diretta erede dell’Impero ottomano. Il problema vero, tuttavia, non è che il Sultano abbia potuto pronunciare una simile menzogna; è che milioni di persone, nel mondo, siano disposte ad ascoltarla senza fiatare.
Il 30 giugno 2026, al termine della riunione del Consiglio dei ministri ad Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, rispondendo alla decisione del governo israeliano di avviare il riconoscimento del genocidio armeno, ha dichiarato: «La nostra storia è libera da genocidi, massacri, oppressione e colonialismo» («Our history is free from genocide, massacres, oppression and colonialism»).
Nello stesso intervento ha aggiunto che la storia della Turchia sarebbe stata, per migliaia di anni, soltanto una storia di «giustizia e compassione». Raccomando la lettura de Il ponte sulla Drina del premio Nobel Andrić per avere un’idea della compassione: la scena dell’impalamento è una delle più potenti della letteratura del Novecento. Erdogan, con la sicurezza di chi sa che nessuno dei presenti gli chiederà conto delle sue parole, ha dichiarato che la storia turca non avrebbe mai conosciuto genocidi, massacri, oppressione o colonialismo. Una frase pronunciata con assoluta naturalezza. Il problema non è che l’abbia detta. Il problema è che milioni di persone sono disposte ad ascoltarla senza avvertire il minimo disagio intellettuale.
La Turchia moderna è l’erede politica dell’Impero ottomano: ne eredita il territorio, le istituzioni, la memoria nazionale e spesso perfino l’orgoglio imperiale. E l’Impero ottomano è stato uno dei più vasti imperi della storia, che si estese in Medio Oriente, gran parte del Nord Africa, i Balcani, l’Anatolia, il Caucaso e arrivò a controllare vaste regioni dell’Europa orientale, comprese parti dell’attuale Romania. Non andò oltre perché per due volte la cristianità lo ha fermato sotto le porte di Vienna. Si espanse con guerre di conquista, impose tributi, amministrò province sottomesse, combatté incessantemente per allargare i propri confini. Se questo non è colonialismo, il termine perde qualsiasi significato. Tutti coloro che vedono colonialismo in ogni espansione europea diventano improvvisamente afoni quando il protagonista è un impero non occidentale. Qui entra in scena il decolonialismo postmoderno: si prende la storia universale, si ritagliano accuratamente alcuni capitoli, si eliminano tutti gli altri e infine si proclama che il male ha un solo passaporto: quello europeo. Se davvero si volesse comprendere il colonialismo, bisognerebbe analizzare tutti gli imperi.
L’esempio più clamoroso è il genocidio degli armeni. Tra il 1915 e il 1917, mentre l’Impero ottomano combatteva la Prima guerra mondiale, la popolazione armena dell’Anatolia fu sottoposta a deportazioni sistematiche, marce della morte, esecuzioni di massa, stupri, fame organizzata e confische dei beni. La grande maggioranza degli studiosi considera quegli eventi il primo genocidio del Novecento. Le stime parlano di circa un milione o un milione e mezzo di vittime. Non si trattò di un’esplosione incontrollata di violenza popolare. Vi fu una pianificazione amministrativa, ordini, deportazioni coordinate, eliminazione delle élite culturali e religiose, distruzione delle comunità. La Turchia continua ancora oggi a contestare la definizione di genocidio: ci fu una serie di sfortunati eventi, è andata così.
Molti lettori italiani hanno incontrato per la prima volta gli armeni attraverso il romanzo La masseria delle allodole di Antonia Arslan, opera narrativa che restituisce un volto alle vittime. Dietro ogni cifra ci sono famiglie, bambini, sacerdoti, commercianti, insegnanti, donne costrette a marciare per centinaia di chilometri nel deserto fino alla morte. Gli studi di Raymond Kévorkian, Donald Bloxham o Taner Akçam, quest’ultimo storico turco che ha dedicato la propria vita allo studio degli archivi ottomani, dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio che ci fu un genocidio deliberato. Oltre gli armeni, anche gli assiri, la popolazione greca del Ponto subirono persecuzioni e massacri. La storia della Turchia comincia con ferocia e colonizzazione, con il furto della terra di altri: prima di chiamarsi Istanbul, quella città si chiamava Costantinopoli, capitale dell’Impero romano d’Oriente, cuore della civiltà bizantina. Per oltre mille anni rappresentò uno dei grandi fari del cristianesimo. Lì si sviluppò una parte decisiva della teologia cristiana, dell’arte sacra, della liturgia, del diritto imperiale. Quando nel 1453 il sultano Mehmet II conquistò Costantinopoli, la ferocia e la distruzione si abbatterono sulla città.
Perché alcuni imperi vengono continuamente processati mentre altri vengono sistematicamente assolti? Perché le università organizzano infiniti convegni sul colonialismo europeo e quasi nessuno sul colonialismo ottomano? Perché la memoria viene distribuita con criteri così selettivi? Per l’odio di sé che la sottocultura marxista ha insegnato all’Occidente. Il decolonialismo contemporaneo è marxista, nella sua versione ideologica: non nasce per comprendere la storia, ma per costruire una narrazione politica. L’Occidente deve essere il colpevole permanente. Chiunque si opponga all’Occidente assume automaticamente il ruolo della vittima, anche quando la documentazione storica racconta che si tratta di belve. È per questo che Erdogan può permettersi di negare genocidi, massacri e colonialismo senza pagare un prezzo politico paragonabile a quello che pagherebbe un leader europeo se negasse crimini del proprio passato. Il problema non è soltanto ciò che viene detto. È ciò che molti scelgono di non sentire.
La storia, però, possiede un difetto ostinato: non obbedisce agli slogan. Gli archivi continuano a esistere. Le testimonianze sopravvivono. Le città conservano le cicatrici delle conquiste. Le chiese trasformate in moschee raccontano una vicenda che nessun discorso può cancellare. E le tombe rimangono lì, ostinatamente, a ricordare che il passato non cambia perché un presidente decide di riscriverlo. Ma il decolonialismo contemporaneo non vuole conoscere la storia, vuole amministrarne il senso di colpa. E quando il senso di colpa diventa più importante della verità, la ricerca storica cessa di essere una disciplina e diventa uno strumento di lotta politica.
Ma c’è un altro punto della storia turca che non deve essere dimenticato: la sua pochezza culturale. In questo senso è interessante richiamare la riflessione di Robert R. Reilly nel suo libro La chiusura della mente musulmana. Reilly sostiene che, a partire dall’XI secolo, nel mondo islamico prevalsero correnti teologiche che emarginarono progressivamente la filosofia razionale, riducendo lo spazio della riflessione critica. Come osserva Hans Magnus Enzensberger nel suo libro Il perdente radicale, quando la stampa di Gutenberg rivoluzionò l’Europa, nel mondo islamico fu a lungo ostacolata e proibita, perché si riteneva che l’unico libro davvero degno di essere riprodotto fosse il Corano. Mentre l’Occidente moltiplicava libri, idee e conoscenze, gran parte del mondo islamico rallentava la circolazione del sapere.
Anche questo contribuì al suo progressivo ritardo culturale e scientifico. Ma gli armeni importarono la stampante, e divennero l’aristocrazia culturale: erano la metà dei medici, degli ingegneri, il 60% dei professori universitari. Una volta massacrati loro, sono rimasti gli altri. La Turchia conta appena tre premi Nobel. Il primo, Orhan Pamuk, è stato processato in patria per aver osato parlare dello sterminio degli armeni. Gli altri due, Aziz Sancar e Daron Acemoglu, hanno conquistato il Nobel lavorando nelle università americane, rispettivamente alla University of North Carolina e al Mit. Non è il ritratto di un Paese che abbia costruito un ambiente favorevole alla libertà della ricerca, del pensiero e della cultura. Per la cronaca Israele, nato solo nel ’48, con una superficie di 19.000 chilometri quadrati senza una goccia di petrolio, e una popolazione che è il 10% di quella turca, ha 14 premi Nobel.
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