Il programma di Pietrangelo Buttafuoco non andrà più in onda. Lupus in fabula, trasmissione del mattino di Radio1 in onda da Venezia che il direttore della Biennale realizzava ogni mattina dalle 6.50 alle 7, è stata cancellata. Ieri Buttafuoco ha confermato ciò che La Verità aveva già riferito, e cioè di essere a conoscenza della decisione di Viale Mazzini ormai da un mese.
Può darsi che tutta la storia sia stata gestita serenamente, e che realmente non si tratti di una punizione ai danni di un pensatore veramente libero che ha giustamente difeso l’apertura del padiglione russo alla Biennale. Speriamo dunque che Buttafuoco venga utilizzato in altro modo, e che non faccia la stessa fine di Marcello Foa, a cui hanno chiuso un programma molto serio e interessante senza motivazione alcuna. Sarebbe davvero sgradevole se qualcuno avesse in mente di privare gli italiani della voce di uno dei più acuti intellettuali di questa nazione. Comunque sia, questa storia dimostra per l’ennesima volta quanto siano pretestuose le uscite di quanti insistono a chiamare la Rai «Telemeloni». Se fosse vera la svolta a destra della televisione italiana ci sarebbe davvero da festeggiare. Ma la realtà è che sul servizio pubblico non troviamo talk show particolarmente schierati sul genere di quelli che andavano in onda anni fa a trazione progressista. Non troviamo più Foa e a sostituirlo non è che siano arrivati cronisti o commentatori particolarmente fuori dal coro. Sulla presunta Rai fascistoide continuiamo a non vedere i documentari di Paolo Cassina sui danneggiati da vaccino, tanto per citare un prodotto giornalistico di sicuro valore. E di sicuro a nessuno viene in mente di trasmettere un film come Citizen Vigilante, anche se è una delle opere più discusse al mondo. Non lo vedremo in prima serata, e nemmeno su Raiplay.
In compenso, su Raiplay troviamo un sacco di cose interessanti (a parte qualche servizio giornalistico su Covid e mascherine). Ad esempio Iuventa, documentario terminato nel 2018 da Michele Cinque. Come scrisse il manifesto, il regista nel 2017 ottenne da Rai Cinema un finanziamento di 40.000 euro per la coproduzione e l’acquisto dei diritti. Si tratta, come è facile intuire, di un lavoro dedicato agli attivisti della Ong tedesca Jugend Rettet, che durante gli anni dei grandi sbarchi si diedero un gran daffare a portare stranieri sulle nostre coste. Per questo furono processati e poi prosciolti, e il documentario celebrativo fu bloccato per un po’. Poi però fu trasmesso su Rai3 e, come dicevamo, è facilmente visibile sulla visitatissima piattaforma online.
Non ci risulta che la Rai abbia mai prodotto o solo trasmesso un documentario anche solo leggermente critico rispetto al racconto prevalente dell’immigrazione di massa. Al regista che ha girato lo spottone alle Ong, invece, i denari sono arrivati. E si capisce anche perché: certi argomenti vanno trattati in un modo solo, a prescindere da chi stia al governo. L’industria dei media e dell’intrattenimento risponde solo al padrone progressista, non ad altri, e quando qualcuno sfugge al controllo, di solito viene oscurato.
Michele Cinque invece è stato premiato. Dal documentario Rai ha tratto un film che da oggi è visibile su Netflix. Uno spot per la Iuventa e Jugend Rettet ancora più solido ed efficace. Si intitola 23.000 vite, e si è già attirato le (attese) simpatie di Repubblica e soprattutto quelle di Avvenire, che ieri lo ha incensato con un titolone e un richiamo in prima pagina. Al giornale dei vescovi Cinque ha spiegato che il suo documentario sulla Iuventa è uno di quei «rari casi in cui la realtà supera la fantasia, e il cinema, raccontando una grande avventura, può allo stesso tempo riabilitare una verità storica. Dieci anni dopo, trasformare la storia della Iuventa in finzione con 23.000 vite è stata una grande emozione e un privilegio», continua il regista, «perché il documentario ha avuto un’ampia diffusione ed è diventato un manifesto contro la criminalizzazione dei soccorsi in mare, ma ha potuto raccontare solo una parte della storia».
Cinque è onesto e trasparente, e infatti non avrebbe potuto essere più chiaro. È lui stesso a dire che il suo film è diventato un manifesto a favore delle Ong e del loro sistema di gestione dei flussi migratori. Un film radicalmente contrario alle politiche che la destra ha portato avanti negli anni dell’emergenza sbarchi e che in parte sostiene anche ora.
Sia chiaro: lungi da noi anche solo pensare di chiedere la censura di questo o quel prodotto cinematografico, di un documentario o di una trasmissione televisiva. Ci limitiamo – ormai da anni – ad augurare a noi stessi e al pubblico di poter fruire di un servizio pubblico equilibrato, che non significa conforme o pavido, ma al contrario coraggioso e vario. Qualcosa che vada oltre la retorica su Report, i barconi e la superiorità morale. Qualcosa di bello, semplicemente. Ma capiamo che ottenerlo sia la cosa più difficile.
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