Harvey C. Mansfield ha impiegato più di mezzo secolo per avere ragione. Eppure, anche oggi che Harvard ha ridimensionato le proprie politiche «D.E.I.» (Diversity, equity and inclusion) e l’amministrazione Trump ha avviato un braccio di ferro sull’attribuzione dei fondi federali, il suo trionfo ha un retrogusto amaro.
La reazione contro il governo federale, infatti, assomiglia poco a quella di un’università libera, indipendente e bipartisan che il professore ha difeso per una vita intera. Le sue ragioni non sono mai state così evidenti, eppure la sua resta una voce isolata, come spesso accade ha chi ha il dono di cogliere in anticipo le cose. È questo il filo conduttore di Where Harvard Went Wrong: Fifty Years of Commentary that Fell on Deaf Ears (Encounter Books, 2026), la raccolta di discorsi, interventi e articoli con cui il novantaquattrenne politologo riordina i capitoli di una battaglia culturale combattuta – e per lo più persa, come recita il titolo – dal 1962 a oggi.
Il volume restituisce, con sorprendente coerenza, l’itinerario di un uomo che si è opposto, quasi sempre in solitudine, alla deriva progressista dell’accademia americana. Più che un saggio accademico, è una raccolta di profezie da Cassandra: sempre inascoltate quando avrebbero potuto ancora incidere, puntualmente avveratesi quando era troppo tardi per rimediare. Mansfield le ha cucite insieme con l’ironia e la grazia di chi sa, oggi, di aver vinto la battaglia delle idee e perso quella delle istituzioni. Ciò non significa però che il libro manchi di rigore argomentativo; al contrario, tanto gli articoli usciti sul quotidiano studentesco The Harvard Crimson a commento dello scontro tra Trump e Harvard, quanto i discorsi pronunciati in facoltà già a partire dagli anni Settanta contro la deriva liberal dell’ateneo, condensano un percorso raffinato, nutrito tanto dal pensiero di Aristotele e Jefferson quanto dal pragmatismo e dalla esperienza di sessant’anni di docenza. Mansfield coglie nel segno, e lo fa con eleganza e senza alcun risentimento.
Arrivato a Harvard come studente nel 1949 e rimasto legato all’ateneo – salvo una breve parentesi californiana a Berkeley – fino al ritiro nel 2023, accetta di buon grado l’epiteto di «Annoying Socratic Gadfly» (letteralmente: fastidioso tafano socratico) rivoltogli dal Chronicle of Higher Education. Al di là del temperamento, però, il libro non indugia in sterili polemiche, ma presenta argomenti solidi e taglienti, capaci di rivelare al lettore le ragioni sottese ai numerosi deragliamenti logici che hanno segnato la storia più recente della più antica università d’America.
Nel suo incedere, l’autore non ha paura di offendere le sensibilità del politically correct. Dalla stroncatura di un certo femminismo tossico – già chiara nel 1986, quando si oppose alla creazione di un corso di laurea in Women’s Studies – alla critica della torsione neomarxista assunta dal pensiero liberal, Mansfield racconta la frattura tra la vecchia Harvard, capace di misurarsi con la contraddizione più acuta della democrazia – quella tra eccellenza e eguaglianza – e la nuova Harvard, ormai incapace di riflettere sui fondamenti profondi della propria storia, perché irrimediabilmente invischiata nel circolo vizioso tra diversità, autodeterminazione ed equità.
Fin dal principio, infatti, l’autore coglie la profonda contraddizione di un mondo nato per insegnare e promuovere l’eccellenza delle virtù e dei talenti, e oggi arrivato a rinnegare le proprie stesse origini in nome di un malinteso concetto di inclusività che non è più semplicemente indifferente al merito, ma ne è diventato un vero e proprio nemico. In questa prospettiva, Mansfield non ha paura di definirsi, in tempi di populismo, difensore di un certo modo di intendere l’elitismo universitario. Su questo terreno, l’autore si oppone alla visione livellatrice promessa dalla rettrice Claudine Gay – nominata nel 2022 e poi travolta dallo scandalo dell’antisemitismo nei campus – secondo cui la nuova Harvard avrebbe dovuto sacrificare la sua immagine di torre d’avorio (quella che per oltre due secoli ha accolto studiosi devoti alla ricerca imparziale e pura della verità) sull’altare della società giusta e democratica. Eppure, ricorda Mansfield, l’avorio è una sostanza preziosa ma fragile, che va protetta dagli urti di una trasformazione che, a suo avviso, vorrebbe rendere l’abnorme normale.
Nel difendere l’eccezionalità dell’accademia, Mansfield non rinuncia a usare l’arma del paradosso: dalla proposta di introdurre una politica di affirmative action volta esclusivamente a favorire l’assunzione di docenti conservatori, alla denuncia della aporia che oggi impedisce a un certo mondo liberal, e persino a un giudice della Corte Suprema, di definire cosa sia una donna, egli non esita a svelare, e in alcuni casi a dileggiare, le assurdità logiche del pensiero woke.
Un pensiero, quest’ultimo, la cui radicale ostilità per la verità emerge con chiarezza nell’ultimo capitolo del libro, che raccoglie il discorso tenuto nel 2023 per il conferimento del Salvatori Prize. Tutto nasce, per Mansfield, da una fallace concezione della libertà proposta da un certo liberalismo contemporaneo, da lui stesso altrove definito cucumber liberalism, che in realtà nulla ha a che fare con il pensiero classico di Locke, Tocqueville e Montesquieu. Questa degenerata forma di liberalismo ha reciso il nesso tra il principio di non contraddizione e la libertà di espressione, evocando un diritto quasi assoluto alla manifestazione di sé. Eppure, in origine, la libertà di pensiero e di parola era strettamente legata all’oggetto, al logos, perché per essere difesi il pensiero e la parola avevano bisogno di essere sorretti da un ragionamento argomentato e coerente con le sue premesse logiche.
Oggi, al contrario, la libertà di espressione non difende una concezione della realtà, e nemmeno una opinione sulla verità, ma piuttosto l’autenticità, l’identità, la sensibilità del soggetto. Essere liberi, oggi, significa poter «esprimere sé stessi» (qualunque cosa questo voglia dire) ovverosia definire soggettivamente le condizioni pubbliche della propria identità. La difesa della libertà di espressione si è così ridotta, con involontaria ma perfetta circolarità, a mera declinazione di sé, a ostinata rivendicazione della propria autenticità, che altro non è che la caricatura – se non proprio la parodia – della volontà di potenza nietzschiana.
Piegarsi a questo pensiero è certo complicato per una società che voglia dirsi liberale e democratica, perché trasforma il personale in politico e viceversa. Ma ancor di più è inaccettabile per chi abita le università, ovvero i luoghi nati per perseguire la verità e distinguere così tra il vero e il falso.
Nel corso della sua storia, Harvard è stata un faro che ha sempre invitato il mondo a cercare la verità. Anche i tre libri del suo stemma, aperti o chiusi a seconda del periodo storico, hanno raccontato di epoche in cui si è affermata la necessità della rivelazione divina, o la fiducia nella sola ragione umana. Aperti o chiusi, i libri dello stemma di Harvard hanno però sempre raccontato di una istituzione che, fieramente, ha sempre rivendicato l’idea che la ricerca della verità definisse il suo primo compito e il suo scopo ultimo.
Oggi, come scrive Mansfield, la nuova Harvard sembra aver informalmente sostituito il motto Veritas con un più modesto Mutabilitas. Non più la verità, quindi, ma la mutevolezza di ciò che ciascuno, di volta in volta, sente vero per sé. È la stessa parabola dei tre libri portata alle estreme conseguenze; eppure, in università, la sola diversità che merita di essere difesa non è quella delle identità, ma quella del pensiero critico: voci diverse, tutte impegnate nella stessa ricerca.
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