È ricomparsa in libreria una delle ricerche più provocanti, a loro modo feconde, sui desideri «triangolari», o «mimetici» che oggi suscitano e organizzano le comunicazioni e le relazioni nel mondo postmoderno. Il fenomeno che sta alla base dello sviluppo tardocapitalista è che il consumatore, in realtà, acquista la roba (qualsiasi: mutande o Seychelles) che compra il suo vicino, e si affretta a comprarla prima che vada esaurita o abbandonata.
A scoprire e descrivere il funzionamento di questi desideri di massa, caratteristici della modernità dove «il desiderio dell’Altro ha sostituito il desiderio di Dio», è stato René Girard, uno dei più sofisticati e sottili antropologi e umanisti del nostro tempo, di cui è uscito in questi giorni il veloce: Il desiderio di tirannia (Cortina Editore). Girard, già membro dell’Académie française, è stato uno degli ultimi frutti profondi della cultura europea, poi trasferito con convinzione negli Stati Uniti, fino alla morte nella ultramoderna e californiana Stanford University.
L’intuizione di René Girard per la dipendenza umana dal comportamento del vicino fu a lungo uno scandalo, che lui stesso raccontava piuttosto accigliato anche nelle lezioni universitarie, inquietando non poco i direttori delle vendite di qualsiasi cosa, divorata dal fenomeno di consumi di massa divenuti pressoché incontrollabili. Aveva un bel ricordare, Girard, che l’ossessione dell’Altro da Abele in poi è una caratteristica dell’umano, e nella modernità è diventata più frequente solo perché la terra si è popolata. Probabilmente non è solo così, come più tardi dimostra il fenomeno, comparendo anche nel mondo della canzone, illustrato da Renato Zero che ammette che «Il triangolo no/ (non l’avevo considerato)». È certamente vero.
A differenza delle precedenti fasi capitaliste, comunque molto più insicure e ridotte di quella attuale, «è la menzogna che mantiene in vita il desiderio triangolare». Il fatto è che il consumatore compra il prodotto scelto dall’altro, e lo stesso fanno il seduttore, il fan, il turista. Anche le ultime manifestazioni di soggettività civile: «la coscienza dostoevskiana, come l’io kierkegaardiano, non possono sussistere senza un punto di appoggio esterno. Essa rinuncia al mediatore divino soltanto per cadere nel mediatore umano».
Scegliere significa scegliere un modello, e le due alternative sono appunto il modello umano o il modello divino. Ma anche il calare in sé stessi è inscindibile dallo slancio dell’anima, così come il ripiegare dell’orgoglio è inscindibile da un movimento panico verso l’altro. Questi diversi movimenti, che ci scortano nelle nostre scorribande tra i consumi, abbandonano in esse «l’orgoglio, ancora più lontano del mondo esterno». Del resto – ricorda Girard – è proprio questa arida esteriorità dell’orgoglio che descrivono, magnificamente, tutti i romanzieri, cristiani e non cristiani. Lo stesso Proust afferma ne «Il tempo ritrovato» che l’amor proprio ci fa vivere «staccati da noi stessi» e associa a più riprese questo stesso amor proprio allo «spirito di imitazione», che in questo modo fornisce i nutrimenti spiritualmente debilitanti della civiltà dei consumi.
Girard sa benissimo («Edipo liberato. Saggi su rivalità e desiderio», Transeuropa 2009) che la letteratura classica, impegnata a far dimenticare la verità biblica, ha privilegiato, ancora di più dopo l’Illuminismo, il mito di Edipo, baciato dalla fortuna e poi precipitato inesorabilmente nella riprovazione.
Alla scalata sociale e sessuale di Edipo, Girard contrappone anche ne «Il desiderio di tirannia» la caduta raccontata dalla Bibbia di «Giobbe abbandonato sul suo mucchio di letame dove presunti amici cercano di strappargli una confessione di colpa». Giobbe però – spiega Girard – «è il futuro di Giobbe, il tiranno che Giobbe ha cessato di essere. È ora illuminato il passaggio dall’idolo alla vittima e dalla vittima all’idolo». La «grande metafora, capace di rivelare il movimento dell’essere rivelandone la violenza, non è pronunciata da un «falso amico», la cui lingua riflette ancora la violenza del mondo, ma dalla vittima consapevole di essere espiatoria», non gratuita né convenzionale. Qual è stato l’errore, un qualche incidente che, sapientemente sfruttato, potesse distruggere la popolarità di Giobbe? Il tiranno ha senza dubbio ascoltato un po’ troppo il suo popolo. Uscito dalla sua posizione quasi divina, ha rivelato apertamente la sua mancanza d’essere, il suo terribile desiderio degli altri.
Il movimento si è rovesciato. «È emerso il meccanismo vittimario. Lo spazio è ormai aperto alla libertà».
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