I pilastri dell’alleanza sinistra-musulmani: l’odio per l’Occidente, l’amore per il denaro
Pro pal in piazza a Napoli per commemorazione del 78esimo anniversarrio della ' Nakba', l'esodo forzato della popolazione palestinese durante la guerra del 1947-48, 15 maggio 2026 (Ansa)

Lo squisito colonialismo culturale verniciato coi colori del più netto senso di superiorità pedagogica che Giovanni Floris distillò in quel: «Gli diamo il benvenuto e gli diciamo che la violenza non si usa» rappresenta uno dei sintomi perfetti della deriva di insostenibilità sottostante la vecchia strategia di saldatura del progetto islamocomunista.

E se è vero che più azioni di terrorismo di natura islamica avvengono più si manifestano negazioni a sfondo psicotico da parte di persone che danno la colpa comunque al «maschio bianco patriarcale», alla società ingiusta e, in ultima analisi, sempre e comunque ai «fascisti», non può non venire alla mente dei cinefili, così sollecitati nel trovare nell’Odissea di Christopher Nolan motivi di apprezzamento, un altro – questo sì – grande film: Grizzly Man di Werner Herzog. Un film-documentario nel quale un povero ragazzo con problemi di rapporto con la realtà decide di vivere in una riserva naturale insieme agli orsi, ci porta anche la fidanzata, stabilisce con gli orsi un rapporto di idealizzazione e sia lui che lei vengono sbranati.

In questa interessantissima forma di empatia suicida che porta la sinistra mondiale a vedere anche nelle frange più dichiaratamente ostili dell’immigrazione islamica un elemento col quale entrare in dialogo e stabilire una saldatura anticapitalista, rivoluzionaria e antioccidentale, vi sono elementi di crisi talmente ineludibili da richiedere una chiave anche psicologica per la loro possibile interpretazione. Nei vari aspetti di tentata saldatura – in Francia, Gran Bretagna e Spagna nel suo stadio più avanzato e programmatico – l’esistenza di movimenti come i Queers for Palestine o il reclutamento dei maranza delle banlieues per gli appuntamenti di devastazione legati ai cortei di protesta organizzata, il paradosso della convergenza di due forze che in teoria dovrebbero riconoscersi come l’una il nemico mortale dell’altra riposa su un doppio, e forse consapevole, equivoco.

Da una parte la sinistra che individua, correttamente, nell’immigrazione di massa il flusso costante di materia prima da impiegare per il funzionamento del Parastato gramsciano, sopporta «postcristianamente» i morti ammazzati leggendoli come «perdite collaterali» e imposta su larga scala quella strategia di «diciamo loro che la violenza non va bene» fatta di servizi sociali, sportelli, consulenze legali, welfare, operatori, psicologi, mediatori culturali, inserimenti sociali, incontri di rieducazione, momenti di integrazione, in un’operazione complessiva che, alla fine del lungo percorso, dovrebbe portare – insieme al sorgere del sol dell’avvenir – alla piena integrazione e al superamento dei nazionalismi, dei fascismi e, soprattutto, delle religioni intese come cascami dell’antico ordine preilluminista che nessuna persona razionale vorrebbe mai conservare se le si dà sanità gratis, lavoro sindacalizzato e welfare per sé e i propri cari. Dall’altra parte, un terrorismo di odio e di conquista che – purtroppo occorre ammetterlo – non viene stigmatizzato con sufficiente forza dalla grande massa di «musulmani moderati» o comunque da tutti quegli immigrati che sicuramente mai si metterebbero ad accoltellare le persone per la strada, massa che di farsi conquistare a sua volta dal laicismo nichilista, basato su consumi e vita-a-debito, che la società occidentale degenerata offre loro come una gemma preziosa non solo non ha alcuna intenzione ma che ride di tale tentativo, lo disprezza e lo legge come un segno inequivocabile del declino di una società pronta per essere conquistata.

In Francia e Spagna alcuni rappresentanti delle comunità musulmane fanno apertamente questo discorso e l’aspetto più interessante è che in tutti questi casi trovano esponenti dell’estrema sinistra convergere con tale visione in un’ottica di superamento della civiltà occidentale e di dichiarata «sostituzione». In ultima analisi siamo di fronte alla riproposizione dello schema politico dell’«emergenza nazionale» in base al quale due forze radicalmente divergenti sui valori ma convergenti sull’odio e sulle finalità distruttive stipulano un’alleanza tattica contro il nemico comune – la civiltà occidentale – convinte entrambe di convertirsi a vicenda una volta distrutto il vecchio mondo. Il woke convinto che tra vittorie di progresso come il cambio di sesso dei bambini, l’identità sessuale come costrutto sociale e il transumanesimo da una parte e una vecchia religione fondata secoli fa dall’altra non si possa che farsi convincere dai «nuovi diritti»; l’islam europeo, sia terrorista che non violento, consapevole che una società composta da infedeli così folli, passivi, masochisti e autodistruttivi non possa che perire o convertirsi alla Verità.

Il punto è che i musulmani, anche i non terroristi, anche tutta la stragrande maggioranza di gente che viene qui per beneficiare di lavoro e welfare ma che non sogna di diventare martire, hanno capito la metafora alchemica che spiega perfettamente la sinistra antioccidentale e cioè che essa non è un «metallo» bensì un «corrosivo», che non serve a creare qualcosa di nuovo ma soltanto a distruggere qualcosa di vecchio. La responsabilità di coloro che si oppongono a queste due spinte convergenti è epocale: si tratta infatti di farsi carico della salvezza di un’intera civiltà.

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