Ci sono morti che non fanno tanto clamore, avvengono in silenzio, in una camera di ospedale lontano dalle telecamere dei telefonini, dopo una lunga sofferenza.
Ci sono famiglie che scelgono di non esporre il proprio dolore, di vivere dignitosamente una tragedia, inattesa e cattiva, che ti è venuta a cercare quando meno te lo aspettavi, in un sabato di primavera in una via del centro. Ci sono addii che, nonostante la rabbia, non fomentano le piazze all’odio, ma accompagnano chi ci lascia con un lungo applauso.
C’erano più di 700 persone, ieri, in chiesa per l’ultimo saluto a Monica Esposito, la donna di 55 anni vittima dell’attentato avvenuto a Modena il 16 maggio scorso per mano di Salim El Koudri, 30 anni italo marocchino che odiava apertamente la nostra civiltà e che – volontariamente – ha ucciso.
Insieme al marito e ad altre cinque persone, Monica era stata centrata in pieno dall’auto di El Koudri lanciata ai 100 chilometri all’ora, nell’area pedonale del centro storico. Dal giorno dell’attentato non si era mai ripresa: era stata ricoverata già in condizioni gravissime e a nulla sono serviti, in questi mesi, i tentativi di guarirla. Dopo il decesso, la famiglia ha dato parere favorevole alla donazione degli organi.
Modena e Nonantola, il paese d’origine della donna dove si è svolta la cerimonia funebre, hanno osservato, ieri, una giornata di lutto cittadino con serrande abbassate e bandiere a mezz’asta. Alle esequie ha partecipato anche il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, e diversi sono stati i messaggi di cordoglio arrivati dalle autorità nazionali.
El Koudri si trova in carcere, ancora oggetto di quella perizia psichiatrica che dovrà stabilire se, mentre sterzava il volante a destra e a sinistra per colpire più persone possibili e poi scappava armato di coltello, era davvero in grado di intendere e di volere. Dopo la morte di Monica, il fascicolo a suo carico è più pesante: strage aggravata, oltre alle lesioni aggravate. Reati per cui è previsto l’ergastolo.
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