Allarme sicurezza. Era intervenuto per difendere un amico da una rapina ma è stato colpito con un cacciavite alla testa che lo ha portato alla morte dopo oltre una settimana di agonia. Si è spento in un letto d’ospedale il trentenne egiziano, Mohammed Amdi, al Policlinico Umberto I, dove era stato ricoverato una settimana fa. Ora la polizia ha arrestato un cittadino gambiano accusato di aver ucciso l’egiziano durante un’aggressione nella stazione Palmiro Togliatti, alla periferia di Roma. Secondo quanto emerso, la vittima sarebbe stata non solo aggredita con un cacciavite, ma anche presa a calci quando si trovava a terra e infine derubata del portafoglio. Nei giorni scorsi, il gip aveva disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere con l’accusa di tentato omicidio. Il giovane è morto e l’accusa è ora di omicidio. Le indagini sono condotte dagli agenti della Polfer e dai colleghi del commissariato Prenestino.
Gli investigatori stanno lavorando per ricostruire con precisione quanto accaduto nel primo pomeriggio del 15 luglio alla stazione Togliatti. Un trentenne gambiano è stato aggredito, apparentemente senza motivo, da un suo connazionale di 28 anni mentre era all’interno della stazione ferroviaria, nei pressi delle scale che conducono al sottopasso. Secondo quanto emerso, l’aggressore avrebbe poi intimato all’uomo di consegnargli soldi e cellulare. Ma, al suo rifiuto, avrebbe iniziato a colpire violentemente la vittima con dei pugni sulla testa. Poi ha estratto un cacciavite dalla tasca colpendolo a più riprese su braccia e gambe. Nel frattempo, il trentenne gambiano sarebbe riuscito a divincolarsi, scappando verso l’uscita della stazione, mentre il suo aggressore continuava ad accanirsi contro un suo amico che, a sua volta è stato ferito con il cacciavite alla testa, cadendo esanime a terra. Pertanto, il trentenne (aggredito per primo) sarebbe rientrato in stazione per soccorrere il suo difensore, che nel frattempo, a causa delle profonde ferite, aveva iniziato a perdere sangue da bocca, naso e orecchie. Il ferito è rimasto accanto alla vittima fino all’arrivo dell’ambulanza. Il giovane è stato soccorso e portato in ospedale dove poi, due giorni fa, è deceduto. Gli agenti della polizia si sono messi subito sulle tracce dell’aggressore. Il cittadino gambiano è stato poi fermato dagli agenti del V Distretto Prenestino e dalla Polfer e portato in carcere. Ora verrà accusato di omicidio. La tentata rapina finita nel sangue ha provocato reazione di rabbia e di dolore riaccendendo la paura dei cittadini e delle istituzioni perché episodi simili si stanno verificando con maggiore frequenza e con modalità sempre più preoccupanti. Il segretario romano di Azione, Alessio D’Amato, e i consiglieri comunali Flavia De Gregorio e Antonio De Santis hanno ribadito la gravità di quanto accaduto alla stazione ferroviaria nei giorni scorsi, ma soprattutto hanno evidenziato la necessità di interventi urgenti: «Morire per difendere un amico durante il tentativo di rapina avvenuto alla stazione Palmiro Togliatti mette in luce, ancora una volta, l’esigenza di avere più controlli nelle stazioni della metro. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva promesso di potenziare la Polmetro nelle grandi città. Come Azione Roma avevamo promosso una petizione per dire che era necessario potenziare la sicurezza alle fermate della periferia e non solo a quelle centrali. Purtroppo, il grave ed efferato episodio della stazione Togliatti, nonostante il responsabile sia stato consegnato alla giustizia, dimostra che avevamo ragione e che è indispensabile aumentare i controlli nella metro, a partire dalle stazioni di periferia e dagli snodi di scambio». L’uso dell’arma utilizzata dal gambiano farà fischiare le orecchie a qualche lettore (e a qualche giudice). Si tratta infatti dello strumento improprio con cui venne aggredito da un clandestino siriano il collega del vicebrigadiere Emanuele Marroccella, il quale, dopo aver intimato due volte «Fermo, carabinieri», aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso l’aggressore. Per quei fatti, il carabiniere è stato condannato, per di più con una provvisionale monstre per la quale La Verità aveva aperto una partecipata sottoscrizione. Proprio il fatto che, in quel caso, il malvivente avesse usato un cacciavite e non un coltello o un’altra arma in senso proprio per aggredire il militare aveva contribuito in qualche modo all’incredibile sentenza: perché neutralizzare con una pistola un uomo armato «solo» di cacciavite? L’allucinante vicenda di Roma ci dimostra come anche un cacciavite possa essere letale, se lasciato in mano a sbandati pericolosi.
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