Partigiani, estrema sinistra e islam a braccetto nel dare degli assassini ai poliziotti, alimentando l’odio. La nube tossica si allarga, complici comunicati e post sui social. «L’omicidio di Fakir Abderrahim è il frutto della macchina repressiva e omicida messa in campo dal governo Meloni e dalle istituzioni locali del Pd», proclama la sezione di Bologna dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo.
Il partito dei Carc, che avrebbe «il compito di sviluppare la tattica» per il «governo di blocco popolare», sostiene che «gli assassini di Fakir non sono mele marce, sono la rappresentazione della testa di questo sistema al servizio di padroni, speculatori e guerrafondai».
Ci sono stati feriti, devastazioni dopo la manifestazione di Bologna ma per i militanti dei Carc questo sarebbe il «prezzo» da pagare. «Tutte le forme in cui si esprime la rabbia e la solidarietà popolare sono legittime e chiunque voglia concretamente ottenere verità e giustizia per Fakir deve sostenerle», dichiarano. L’avvertimento finale è una minaccia: «Non siamo più disposte a morire nei nostri quartieri, nelle piazze, sui posti di lavoro. Toccano uno, toccano tutti».
Toni non molto diversi da quelli usati dall’Associazione nazionale partigiani (Anpi) della provincia di Gorizia che, tra una pastasciutta antifascista e l’altra, se ne esce con un comunicato stampa in cui «condanna con forza l’assassinio di Abderrahim Fakir ad opera di agenti della polizia di Stato». Macché processi, a sinistra si fissano sentenze di condanna prima ancora che la magistratura accerti le responsabilità di quanto accaduto al Pilastro a Bologna, domenica scorsa, quando è morto il quarantaduenne marocchino.
Affermazioni «gravi, diffamatorie e inaccettabili», le ha definite l’europarlamentare della Lega, Anna Maria Cisint. Mette in guardia: «Rasentano l’istigazione contro gli agenti in divisa».
Invece, paradossalmente, in nome della protesta sembra un atteggiamento tollerato. «Il clima che si è creato nel Paese con una serie di leggi e provvedimenti repressivi è inquietante. Il diritto di manifestare è messo in discussione dall’uso della forza indiscriminata e dalle denunce e le multe che arrivano a centinaia di pacifici manifestanti a scopo intimidatorio», è la lagna profusa dal presidente nazionale Anpi, Gianfranco Pagliarulo.
Posizioni allineate con le reazioni violente sul fronte islamico. La sorella Khadija Fakir parla di ritorsione: «Non mi darò pace finché non avrò vendetta per mio fratello». La moglie di Abderrahim, intervistata dall’emittente marocchina Chouftv, con una veste bianca e il velo dello stesso colore dichiara: «Io conoscevo bene mio marito, eravamo sposati da 13 anni. Era una persona normale e l’hanno ammazzato così, senza motivo».
Nel servizio televisivo, ripreso dai social, parla anche la zia di Fakir, definisce la sua morte crimine contro l’umanità e lancia la «fatwa». «Lo hanno ucciso e noi non li perdoneremo. Lo hanno ucciso come un cane». Nessun dubbio, nessuna fiducia nella giustizia italiana: «Abderrahim è nostro figlio, è un figlio del Marocco, ma è anche un figlio vostro e della comunità estera. Quello che oggi è successo a lui, domani potrebbe accadere ai nostri figli».
Basta scorrere i social, per capire quanto stia facendo presa l’equazione morte del facchino e persecuzione di cui sarebbero vittime gli islamici. «Chiediamo all’ambasciata del Marocco di monitorare l’inchiesta sulla morte del cittadino marocchino Abdelrahim e di garantire l’indipendenza dell’inchiesta, specialmente considerando che il governo di Giorgia Meloni ha promulgato una legge per proteggere la polizia da responsabilità», si legge su X.
«Stava male e chiedeva aiuto, più che la polizia, doveva intervenire il servizio sanitario e non l’Ice», scrive l’account FreePalestine. Il post dell’associazione di amicizia ispano-arabo è puro delirio: «Ammanettato e neutralizzato, morì per mano della polizia italiana. La sua morte è un tragico monito di ciò che ci attende se non rispondiamo con fermezza al neofascismo che avanza nel “mondo libero”».
Addirittura, «il club degli avvocati in Marocco annuncia il deposito di una denuncia presso la Procura di Bologna a seguito della morte del nostro compatriota Abderrahim Fakir, deceduto il 19 luglio 2026 durante un fermo di polizia nel quartiere Pilastro», annuncia su X l’avvocato Mourad Elajouti, presidente dell’associazione.
Domenica sera, a Bologna, ci sarà un presidio al Pilastro per chiedere giustizia per il marocchino. L’hanno convocato attivisti di Plat, Si Cobas, del comitato MuBasta, del collettivo Cua e dei Giovani palestinesi. E mentre l’ultima opera a Roma dello street artist Harry Greb viene dedicata a Abderrahim, ritratto con la scritta sul petto «Proteggimi dal male» sullo stesso muro dove fino a poco tempo fa si trovava il murale dedicato a Stefano Cucchi, in altre pari d’Italia si compiono atti vandalici.
Ad Adro, nel Bresciano, è stato deturpato il monumento «La Franciacorta» donato alla città da padre Costantino Ruggeri e posizionato nella rotatoria della strada provinciale. Con vernice rossa, ignoti hanno scritto sull’opera d’arte «Rip Fakir Acab», ovvero: «Riposa in pace, tutti i poliziotti sono bastardi».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >