L’economia migrazionista non regge
Ansa

Il globalismo è un impero e come tutti gli imperi si fonda sulla schiavitù, la quale non è un’invenzione degli europei bianchi patriarcali bensì una costante universale della storia. Qualche giorno fa Oren Cass, sul Financial Times, ha creato non poche inquietudini negli alti palazzi in cui si governa il mondo e non perché abbia svelato segreti esoterici ma perché su uno degli organi più autorevoli della comunità economica occidentale ha detto ad alta voce ciò che si dice ormai da tempo, di nascosto e tra soli iniziati: l’immigrazionismo, alla prova del quarto di secolo, porta più danni che benefici.

Nessuno ha mai creduto veramente ai pretesti umanitari a giustificazione dell’immigrazione di massa organizzata, nessuno può credere veramente che a «scappare dalle guerre» siano prima i maschi in età d’arruolamento e solo dopo le donne, i vecchi e i bambini sotto forma di ricongiungimenti familiari e anche l’argomento pseudoetico della «fine dei confini» si è ormai scontrato troppe volte contro i muri di cinta e i servizi di sicurezza privata delle ville di coloro che ripetono questo argomento quando ritirano qualche premio. A rimanere nella disputa è solo il buon vecchio discorso sull’opportunità di un esercito industriale di riserva che abbassi salari e peggiori condizioni di lavoro per avere più produzione a costi più bassi. Su questi presupposti l’obiezione di coloro che ritengono prioritaria la vivibilità sociale, la coesione nazionale, l’omogeneità comunitaria e un tasso di criminalità non ossessivo viene liquidata da sinistra con argomenti produttivisti che avrebbero imbarazzato un proprietario di piantagioni di cotone nell’Alabama del 1840.

Ecco perché gli argomenti di Cass hanno colpito così forte, perché, dati alla mano, hanno iniziato a rendere pubblico il ripensamento. Perché se è vero che la garanzia di un flusso costante di manodopera non qualificata consente ad alcuni settori produttivi di mantenere costi produttivi bassi è anche vero che il connesso peggioramento delle condizioni di lavoro non interessa solo i nuovi assunti ma va a intaccare anche le condizioni di coloro che sono stati assunti prima della fase immigrazionista, i quali vedranno ristagnare i loro salari e le condizioni di lavoro peggiorare per uniformarsi alle nuove. Ma l’argomento decisivo dell’articolo di Cass sta nella constatazione che la possibilità di avere un flusso costante di mano d’opera a basso costo non rende l’innovazione e la ricerca convenienti per le imprese, creando così un sistema produttivo a «bassa intensità di capitale» caratterizzato da bassa produttività per addetto e da scivolamento verso attività a basso valore aggiunto, spostando il modello produttivo da uno in cui sono necessarie «più idee» a uno caratterizzato da una costante necessità di «più braccia».

Ma i danni non si fermano qui: un sistema produttivo a mano d’opera estesa crea sia inflazione dei prezzi dei mercati immobiliari sia aumento incontrollato della spesa sociale. Ecco dunque farsi strada l’ipotesi secondo la quale non sia affatto vero che se manca mano d’opera occorre importarla ma che, al contrario, se essa non trova offerta nel mercato del lavoro il sistema produttivo sarà indotto a dirigersi verso modelli produttivi che necessitano meno mando d’opera ma più qualificata. Nella storia, del resto, è stato questo tipo di scarsità a rappresentare l’incentivo all’innovazione e al «progresso» e non certo l’espansione costante e coloniale del mercato del lavoro verso l’arruolamento di sempre più schiavi, il che può essere senza dubbio funzionale alle finalità marxiste ma degrada i sistemi produttivi e le società a caserme di proletari pronti alla rivoluzione.

Ciò che il pregevole studio del Financial Times tuttavia non dice è come mai esistano ancora pressioni così forti non solo a ritenere inevitabile l’immigrazione di massa a scopo produttivista ma a criminalizzare ogni forma di scostamento da tale narrazione. Qui può venirci in aiuto ricordare una delle caratteristiche fondamentali di quel Parastato gramsciano che non tanto delle masse immigrate quanto dei servizi da erogare a esse ha fatto la propria ragion d’essere. Esso infatti non è semplicemente dipendente dal flusso costante di materia prima umana ma si configura strutturalmente come un organismo a crescita continua, un insieme di servizi che costituiscono uno «Stato dentro lo Stato», che esiste esattamente per espandersi incessantemente in quanto in ciò consiste la sua strategia di acquisizione graduale, pacifica e legale del potere. Ma se un sistema produttivo che non ha come fine l’acquisizione del potere politico, bensì il proprio profitto, può contrarsi e deve, allo stesso tempo, riqualificarsi grazie a ricerca e innovazione, il Parastato gramsciano resta prigioniero della propria ontologia espansiva in costante ricerca di nuovi soggetti da includere, educare, rappresentare e assistere e una volta che il flusso di materia prima si è tarato sull’immigrazione di massa qualsiasi contrazione di tale flusso provoca una reazione a catena distruttiva di tutto il sistema. Intelligenza artificiale e robotica rappresentano la base della nuova rivoluzione tecnologica e, come sempre, il vecchio mondo basato sui vecchi assetti porterà le spinte conservatrici al massimo livello di intensità, purtroppo causando molti danni sociali collaterali.

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