La Consulta silura i Cappato boys. E striglia la Todde: «Esonda»
iStock

Con una curiosa coincidenza temporale, ieri – a ridosso dell’approvazione, nell’Emilia-Romagna guidata da Michele De Pascale, di una legge sul suicidio assistito – la Corte costituzionale ha preso due decisioni destinate a incidere nel dibattito italiano sul fine vita. Si tratta di due pronunciamenti distinti e dai quali, d’ora in poi, sarà impossibile prescindere.

La prima, rilevante sentenza emessa è la 148. Un pronunciamento che verosimilmente avrà riflessi anche sulla norma emiliana e con il quale è inesatto dire che la Consulta, come subito commentato da qualcuno, ha «salvato» la legge della Sardegna sul fine vita; più corretto, invece, è dire che si è stabilito che non sia interamente illegittima benché diverse sue parti invadano il terreno delle competenze statali.

Per esempio, la Corte ha dichiarato incostituzionale l’articolo 2, comma 1, in base al quale sono ammesse alle prestazioni e ai trattamenti previsti dalla legge regionale «le persone in possesso dei requisiti indicati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale». Una disposizione, hanno fatto presente i giudici, che «viola la competenza legislativa esclusiva statale» in materia di ordinamento civile e penale, dal momento che «realizza una novazione dei principi ordinamentali in esse contenuti, che producono l’effetto di definire nella legislazione regionale, irrigidendoli, i requisiti per l’accesso al suicidio assistito e, ammonisce, i contorni dell’esimente all’articolo 580 del codice penale come individuata dalle sentenze di questa Corte».

A seguire, una chiara tirata d’orecchi verso la legislazione regionale sul fine vita che, hanno scritto i giudici, «non può pretendere di agire in via suppletiva della legislazione statale, per così dire “impossessandosi” dei principi ordinamentali individuati da questa Corte». Tradotto dal giuridichese: care Regioni, siete Regioni, appunto, non lo Stato. C’è una bella differenza. Bocciato anche l’articolo 4 le cui previsioni «fissano stringenti termini per lo svolgimento» dell’iter di verifica del possesso dei requisiti per l’accesso alla morte assistita. Sono previsioni, ha detto la Corte, che devono essere statali perché non è ammissibile che ogni Regione fissi le sue. Silurato anche l’articolo 5. In sintesi, la Consulta ha ricordato alla Sardegna – ma il messaggio vale per tutte, Emilia-Romagna in primis – che sul fine vita le Regioni possono varare solo norme «di dettaglio». Tutto quello in più è illegittimo: ecco perché anche la nuova norma emiliana rischia di fare la fine di quella sarda.

La seconda sentenza di ieri è la 152, con cui la Consulta ha respinto l’estensione del suicidio assistito. «Non fondate», infatti, sono state ritenute le questioni di legittimità costituzionale in materia di suicidio assistito sollevate dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bologna e confermando l’impianto già delineato con la storica sentenza Dj Fabo del 2019 e ribadito nelle pronunce numero 135 del 2024 e 66 del 2025. Il caso originava da un procedimento penale a carico di tre persone – Marco Cappato, Virginia Fiume e Felicetta Maltese – accusate di concorso nel reato di aiuto al suicidio, per avere accompagnato in una struttura svizzera una persona, affetta da una forma avanzata di una patologia neurodegenerativa che aveva chiesto di essere aiutata a morire. Il gip aveva chiesto alla Consulta di estendere la portata della sua precedente decisione, eliminando il requisito della sottoposizione del paziente a trattamenti di sostegno vitale ai fini dell’accesso al suicidio assistito. La Corte ha, però, risposto picche, richiamando pure il rischio che un’apertura in tal senso crei una «pressione sociale indiretta su altre persone malate o anziane e sole, le quali potrebbero convincersi di essere divenute ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, e di decidere così di farsi anzitempo da parte».

Come ci si poteva aspettare, ambedue i pronunciamenti non hanno più di tanto scosso il fronte radicale. Rispetto alla sentenza sul requisito del sostegno vitale, il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Cappato, ha fatto presente come essa non impedisca in alcun modo al Parlamento di «approvare una legge più ampia». Come dire: quello che non abbiamo ottenuto per sentenza, resta sempre possibile per legge. Cappato e Filomena Gallo, sua legale, hanno anche rilanciato – a seguito dell’approvazione della legge Emilia-Romagna, simile a quella all’esame anche di altre 15 Regioni – la partita regionale: «Ora tutte garantiscano procedure certe per l’aiuto medico alla morte volontaria».

Da non perdere