Non ci sono sirene. Non c’è una voce alla radio che interrompe le trasmissioni. C’è una banca che smette di funzionare, un ospedale bloccato da un attacco informatico, un sito istituzionale irraggiungibile. C’è un tecnico che parla di «disservizio» e un dirigente che preferisce definirlo una «temporanea interruzione». Nessuno pronuncia la parola guerra. Eppure è proprio lì, nascosta nella fragilità della normalità.
Parte da questa immagine Guerre diffuse. La dimensione cyber del conflitto contemporaneo, il nuovo saggio di Alessandro Curioni, pubblicato da Mimesis nella collana Le zone grigie. E parte bene, perché fotografa una sensazione con cui tutti, ormai, abbiamo imparato a convivere: quella di un conflitto che non si vede, non si dichiara e, soprattutto, non finisce mai. Curioni, che da anni si occupa di cybersicurezza e intelligence, prova a superare una definizione ormai abusata, quella di guerra ibrida, per proporne una nuova: guerra diffusa. Non è soltanto un cambio di etichetta. È un cambio di prospettiva. La guerra ibrida, spiega l’autore, conserva ancora una regia. C’è uno Stato, un’organizzazione o un soggetto che pianifica un’azione e la dirige verso un obiettivo preciso, combinando strumenti militari, economici, informativi e digitali. La guerra diffusa, invece, è qualcosa di molto più sfuggente. Il centro scompare. Nello stesso spazio si muovono Stati, aziende, gruppi criminali, attivisti, piattaforme digitali e perfino singoli individui. A volte agiscono insieme, altre senza saperlo. Il risultato è un sistema che produce attrito continuo, dove basta un’interruzione, un algoritmo o una vulnerabilità per generare effetti politici, economici e sociali. Il punto è che questa non è più una situazione eccezionale. È diventata la normalità. Il conflitto si è spostato dentro le infrastrutture, le reti informatiche, i dati, i mercati, perfino nella fiducia che riponiamo nelle istituzioni. Non arriva più all’improvviso: è il rumore di fondo con cui conviviamo ogni giorno. Tra le immagini più efficaci del libro ce n’è una che sintetizza bene questa trasformazione: se la guerra ibrida era una tempesta, quella diffusa è un’umidità costante. Non la noti subito, ma lentamente corrode tutto.
Da qui Curioni allarga lo sguardo e affronta uno dei temi più interessanti del saggio: quello della sovranità. Per gran parte del Novecento lo Stato controllava direttamente le infrastrutture essenziali: energia, trasporti, telecomunicazioni. Controllare quei flussi significava garantire continuità e, quindi, esercitare il potere. Oggi quello scenario è cambiato radicalmente. Cloud, data center, satelliti, piattaforme digitali e algoritmi appartengono sempre più spesso a soggetti privati, spesso multinazionali che operano oltre i confini nazionali. Lo Stato continua a governare, ma lo fa su infrastrutture che non gli appartengono. E qui Curioni pone una domanda tanto semplice quanto scomoda: se non possiedi la strada, sei davvero tu a controllare il traffico? L’esempio scelto è quello dell’attacco ransomware alla Colonial Pipeline nel 2021. Un’infrastruttura privata, ma strategica, che in poche ore si trasforma in un problema di sicurezza nazionale. Non viene colpito né un ministero né una caserma, eppure l’intero sistema va sotto pressione. È la dimostrazione concreta di come, oggi, un conflitto possa partire da un server e produrre conseguenze ben oltre il mondo digitale. Curioni è altrettanto netto quando affronta il tema della cosiddetta neutralità tecnologica. Per l’autore è un’espressione ingannevole: ogni tecnologia incorpora una visione del mondo. Ogni algoritmo decide cosa mostrare, cosa nascondere, cosa rendere semplice e cosa complicato. Per questo, sostiene, chi scrive un algoritmo può arrivare ad avere un’influenza persino maggiore di chi scrive una legge.
Il libro, però, non è soltanto una riflessione sulla cybersicurezza. È anche un ragionamento sul rapporto tra potere e consenso. Nei capitoli finali Curioni descrive uno Stato che cambia pelle: non più soltanto garante dell’ordine, ma gestore dell’incertezza. È l’immagine del «Leviatano inquieto», un potere che finisce per alimentare un livello costante di allarme perché proprio nell’emergenza trova una parte della propria legittimazione. Anche la pace, in questa prospettiva, perde i contorni tradizionali. Non è più il momento che segue la guerra, ma una tregua instabile, fatta di sanzioni, controlli digitali, pressioni economiche e conflitti che restano sotto la soglia dello scontro armato. Alla fine delle 146 pagine rimane soprattutto una convinzione: oggi capire come funzionano le reti, i dati e le infrastrutture non è più una curiosità per addetti ai lavori. È una forma di cittadinanza. Perché, avverte Curioni, la guerra diffusa raramente vince con la forza. Più spesso vince quando smettiamo di accorgerci che è già entrata nella nostra quotidianità.
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