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2019-07-08
Ladri di bambini
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Nessuno sa con certezza quanti bambini siano stati sottratti ai loro genitori per decisione di un tribunale. Alcune associazioni di avvocati sostengono che siano oltre 50.000. La Verità si era già occupata del business delle case famiglia (oltre 1 miliardo di euro) e dei conflitti d'interessi tra i gestori di quelle strutture e i giudici onorari, i consulenti dei tribunali, gli assistenti sociali e gli psicologi.
Nei giorni in cui divampano le polemiche per l'inchiesta Angeli e demoni, che in Val d'Enza ha scoperchiato uno sconcertante mercimonio di bimbi, tolti a mamme e papà sulla base di accuse di maltrattamenti costruite a tavolino e affidati anche a coppie omosessuali per puro fanatismo ideologico, abbiamo deciso di raccontarvi alcune storie. Storie tremende, in cui al dolore si mescola però il coraggio dei genitori che continuano a combattere per riabbracciare i figli allontanati. Abbiamo deciso di ascoltare la versione delle famiglie. Di dare voce a chi voce non ne ha. Non possiamo stabilire se queste persone che, per tutelare i minori coinvolti, chiameremo con nomi di fantasia, abbiano ragione o torto. Sappiamo però che, a questo punto, è almeno lecito coltivare il dubbio.
«Il padre era un violento e ora stanno punendo me»
Roma, anno 2013. Diana e il marito si sono lasciati. Da quel momento, l'uomo comincia a manifestare comportamenti violenti verso l'ex moglie, anche di fronte al figlio Giacomo. La separazione all'inizio è consensuale, ma il papà di Giacomo, a febbraio 2013, segnala alla Corte d'appello che la moglie e il bambino hanno dei problemi psicologici. Viene nominata una consulente che prescrive a tutti e tre una terapia (a pagamento, circa 100 euro a seduta) in una Onlus. Particolare da tenere a mente. In quella sede, gli assistenti sociali, sostiene Diana, arrivano ad alterare i resoconti di Giacomo. Lo obbligano a disegnare la pioggia per poi appigliarsi a questo particolare per sostenere che il bimbo è depresso.
Nel 2014, l'ex di Diana ne tenta un'altra. Lei accompagna Giacomo al circolo tennis, lui manda i carabinieri, denunciandola per abbandono di minore e perché, a suo dire, gli impedisce di vedere il piccolo. La denuncia viene archiviata, ma a quel punto interviene il tribunale minorile. Cominciano gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà. Diana ci ha fatto ascoltare alcune registrazioni di quei faccia a faccia strazianti: Giacomo urla, teme che «quello» (così chiama suo padre) possa picchiare di nuovo «mammina». A cavallo tra il 2014 e il 2015, il tribunale rispedisce i tre in terapia presso la stessa Onlus del 2013. Sempre a pagamento. È a quel punto che il legale di Diana scopre gli altarini: a vario titolo, all'associazione sono legati l'avvocato dell'ex marito, la consulente del tribunale e persino gli assistenti sociali che stavano seguendo la famiglia.
Nel 2016, gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà vengono sospesi. In una relazione, infatti, la ctu, ossia la consulente del tribunale, scrive che il contesto e «la qualità della relazione» tra i due sono «così deteriorati» da rendere gli incontri «inumani». Ma allo stesso tempo, la consulente si scaglia anche contro Diana, definendola una madre «simbiotica» ed evidenziando un «conflitto di lealtà» con Giacomo, che avrebbe con la donna un rapporto «fusionale», morboso. Pochi giorni dopo l'uscita di questo rapporto, nonostante sia il papà quello cui gli psicologi, durante gli incontri protetti, avevano già diagnosticato un «disturbo del pensiero», la tendenza a fare del male al figlio pur di far soffrire l'ex moglie, il giudice minorile emette un decreto d'urgenza. E colloca Giacomo in una casa famiglia. «Per portarlo in comunità», ci racconta Diana, «hanno fatto un blitz a scuola. Otto uomini delle forze dell'ordine che lo hanno preso di peso e lo hanno trascinato lì».
Il calvario non è finito. Giacomo, infatti, è celiaco, ma nella casa famiglia gli viene somministrato cibo con glutine. Diana ci ha mostrato le tremende foto risalenti a quel periodo, con le mani e le giunture del piccolo coperte di piaghe. «La struttura consegnava sempre relazioni positive, diceva che mio figlio stava migliorando», ricorda la donna. «E invece, un'ispezione del Procuratore e poi di Nas e Asl ha accertato che gli stavano facendo mangiare cibo con glutine». Finalmente, Giacomo esce dalla casa famiglia e, nel 2017, viene collocato nella casa della madre di Diana. In Toscana. «Ma andava bene così. Potevo vederlo, almeno». Solo che l'assistente sociale scrive una relazione - «falsa», assicura Diana - in cui sostiene che la donna dava in escandescenze durante gli incontri, che apriva il frigorifero della madre e buttava per terra le pietanze incompatibili con la celiachia del bimbo. «Fa copia-incolla con il rapporto dei precedenti consulenti, tira fuori il conflitto di lealtà, dice che io destabilizzo Giacomo».
Risultato? Da due anni, Diana può vedere il figlio, che oggi ha 13 anni, una volta ogni 15 giorni, per un'ora, videoregistrata e in presenza di un educatore. «Il padre, invece, può andare a prenderlo quando vuole e portarlo dove vuole».
«Mia moglie non ha retto. Si è lanciata dal balcone»
Patrizia vive a Torino, ha un marito con cui va d'amore e d'accordo e tre figli. Però, a 47 anni, è costretta a portare un apparecchio acustico. Ed è stata malata oncologica: ha dovuto lottare contro un tumore all'utero, uno alla bocca e un osteoma. Quei mali li ha sconfitti. È al sistema dei servizi sociali, invece, che è dovuta soccombere.
Durante la malattia, Patrizia e il marito li avevano interpellati per chiedere un aiuto con i loro bambini: «Ma mi avevano risposto che non c'erano abbastanza fondi per mandarmi a casa qualcuno che mi desse una mano». Nel frattempo, però, parte la solita procedura: l'assistente sociale va a casa di Patrizia e scrive al giudice minorile che la donna abbandona i figli in cortile, passa la giornata a dormire («ci credo che mi riposavo, ero malata!», ci dice lei). E aggiungono che il marito conserva una collezione di film porno, che i figli, due maschi e una femmina, hanno trovato e si sono messi a guardare. «Era tutto falso», assicura Patrizia. Fatto sta che i suoi tre ragazzi vengono allontanati. È il 2013. Anche lei, proprio come Diana a Roma, racconta: «Sono andati a fare un blitz a scuola, li hanno prelevati lì. Quando l'ho saputo, mi sono messa in ginocchio davanti all'assistente sociale. La imploravo: “Ma perché l'hai fatto?"». A un certo punto, uno dei tre bambini, Fabrizio, 8 anni, viene trasferito in una casa famiglia di Asti. Ai genitori viene proibito di vederlo. Ma Patrizia, che ha retto a tre cancri e alla sordità, non s'arrende. Riesce a mettersi in contatto con una mamma, ospite della struttura insieme al proprio figlio. Questa signora riferisce a Patrizia che Fabrizio viene minacciato, insultato e umiliato dagli operatori della comunità. «E a un certo punto sono venuta a sapere anche che si era messo a fumare. A 8 anni». Patrizia si ribella: «Ho fatto un bordello, ho denunciato tutti», riferisce. Da quel momento, ai genitori viene finalmente consentito di rivedere Fabrizia. «Quando l'ho riabbracciato, l'ho trovato sporco e trascurato. Poi, per fortuna, lo hanno trasferito in un'altra struttura a Moncalieri, dove Fabrizio si è trovato benissimo. I suoi fratelli me li hanno restituiti nel 2016, lui lo scorso anno. E quando il giudice ha conosciuto me e mio marito, mi ha detto: “Signora, ma io non sapevo che lei fosse malata". Capito? Nessuno gli aveva detto che ero una paziente oncologica. Ma se togliete i figli alla gente, almeno informatevi prima!».
Ben più tragico il destino di un'amica di Patrizia, Mara. Suo marito ci racconta che la donna «aveva dei disturbi. Era bipolare. Aveva alti e bassi. Ma amava sua figlia. Non le avrebbe mai fatto del male. Finché una sera, nel 2013, io e lei litighiamo di brutto, in assenza della piccola Alice. I vicini forse si spaventano, chiamano i carabinieri e loro, quasi seduta stante, ci tolgono Alice. Ci hanno anche detto che il nostro era l'unico caso di allontanamento richiesto dalle forze dell'ordine. E invece dopo abbiamo scoperto che i servizi sociali ci monitoravano già da due anni, perché per nostra figlia avevamo chiesto l'aiuto di un educatore una volta a settimana». La situazione precipita. Alice resta in comunità per 6 anni. «E intanto, i servizi sociali costringono me e mia moglie a vivere separati e fanno relazioni pesantissime su Mara. Un giorno, uno psicologo le ha detto: “Signora, lei è malata, non doveva nemmeno diventare madre"... Ma vi rendete conto?». Mara, che ha già le sue fragilità, non regge: nel 2017 si è gettata dal balcone della casa di sua madre. «È morta dopo 65 giorni di agonia. Aveva 40 anni ed era una ragazza bellissima. Nemmeno tre mesi dopo, arriva la relazione dei servizi sociali: problema risolto, mia figlia Alice può tornare a casa. Capito? Il “problema" era mia moglie. Morta lei, per loro era tutto a posto». Oggi Alice ha 16 anni. E questo dolore se lo porterà dentro per sempre.
«Noi accusati di non averle dato da bere. Siamo lontani da 5 anni»
Elisa e Marcello vivono nel Modenese, nella zona del terremoto del 2012. È l'area che fu già investita dallo scandalo dell'inchiesta Veleno: l'invenzione, a fine anni Novanta, di numerosi casi di abusi, omicidi e riti satanici commessi sui figli da decine di famiglie della Bassa Modenese. Mamme e papà distrutti per nulla, una vergogna denunciata dal giornalista Pablo Trincia e che costituisce, a tutti gli effetti, un precedente di Angeli e demoni.
Torniamo a Elisa e Marcello, due persone educatissime, dignitose, afflitte purtroppo da alcune malattie che si sono tradotte, per la donna, nel riconoscimento del 50% di invalidità e, per il marito, dell'85%. «Nostra figlia, Angela, nacque prematura», ci raccontano. «Un mese dopo il parto, le fu diagnosticata l'epilessia. Perciò, la bimba doveva stare costantemente in terapia. Poi, superata l'epilessia, sono cominciate le gastroenteriti ricorrenti». Elisa e Marcello erano costretti ad assentarsi spesso dal lavoro per stare vicini alla loro piccola. Finché quel lavoro non l'hanno perso: «Siamo stati licenziati. Così, ci siamo rivolti al Comune per un aiuto». E da lì scatta la trafila dei servizi sociali. La famiglia inizia a essere monitorata. Alla fine, succede l'imponderabile. «Faccio una premessa», spiega papà Marcello: «Aavevamo insegnato ad Angela, che aveva circa tre anni, come andare al rubinetto con la brocchetta dell'acqua per prendersi da bere. Un sabato», prosegue l'uomo, «mia figlia dice: “Papà, ho sete, prendimi l'acqua". E io: “Su Angela, prendila da sola: ora sei capace". Una cosa normale, un padre che spinge la figlioletta a rendersi autonoma. Solo che, tre mesi dopo, Angela aveva avuto un nuovo attacco di gastroenterite. Si era disidratata ed era finita in ospedale. Leggendo i referti, è partita l'accusa dell'assistente sociale a me e mia moglie: “Voi non le date da bere". In pratica, questo psicologo ha collegato una disidratazione dovuta alla gastroenterite e al vomito, con il fatto che noi chiedevamo ad Angela di versarsi l'acqua da sola».
Di lì all'ingresso in casa famiglia, il passo è breve. Anche perché, come ha illustrato alla Verità l'avvocato Marco Meliti, esperto dei casi di allontanamento dei minori, «per collocare un bimbo in una comunità ci vuole poco. I servizi sociali segnalano l'emergenza e il tribunale di solito si attiene alla segnalazione con un decreto d'urgenza. Per i ricorsi dei genitori, invece, i tempi sono quelli di un processo vero e proprio. E, intanto, il danno è fatto: i figli trascorrono mesi nelle case famiglia». Undici mesi, per l'esattezza, nel caso di Angela. Che non è mai più tornata a casa: «Al termine di quel periodo, nostra figlia è stata dichiarata adottabile», ci riferiscono Elisa e Marcello. «Eppure, ci eravamo rimessi in carreggiata. Abbiamo ricominciato a lavorare in un negozietto di famiglia». D'altro canto, «se due genitori hanno problemi economici, non è meglio aiutarli, piuttosto che togliere loro i figli?», ci dice l'avvocato Cristina Franceschini, dell'associazione Finalmente liberi, da anni in trincea per restituire i bambini «rubati» a mamme e papà.
«Certo», ammette Marcello, «nel nostro caso c'è stato l'errore della sorella di mia moglie, con la quale infatti abbiamo troncato i rapporti: lei, forse per paura della responsabilità, ha rifiutato di adottare Angela, che quindi è finita in una famiglia di estranei. Sono passati 5 anni dall'ultima volta che abbiamo visto la bimba». Elisa e Marcello si sentono traditi dalle istituzioni: «In Appello, l'avvocato del Comune ci ha trattati come fossimo Bonnie e Clyde. Ci è stata negata una ctu. Ci hanno praticamente accusati di essere degli svitati, perché ci siamo sposati in abiti rinascimentali, peraltro elogiati dal Comune stesso per aver voluto inscenare la rievocazione storica. Vi prego», conclude Marcello, cui fa eco la moglie: «Voi giornalisti scavate nel mondo marcio degli affidi».
«L’ho visto l’ultima volta 3 anni fa. La sua è un’adozione mascherata»
Una premessa: Marta, una ragazza che risiede nell'Anconetano, ha vissuto il dramma dell'allontanamento dalla famiglia due volte. Prima, da piccola: lei e i suoi fratelli furono sottratti ai genitori biologici. Anni dopo, la decisione del tribunale fu dichiarata illegittima. Il danno, però, era fatto: lei ormai era maggiorenne, i fratelli erano stati adottati da altre famiglie e avevano pure cambiato cognome. Uno di loro, oggi, non vuole neppure rivolgerle parola.
La seconda volta è successo quando è diventata madre. Nel 2008, ha avuto un primo figlio, Marco, da un compagno violento e perciò è finita in una comunità per donne vittime di abusi. Poi, un nuovo amore. Una nuova gravidanza: una bambina. «Ma forse non so scegliermi gli uomini», ci dice come se provasse vergogna. Perché anche il suo secondo compagno la picchia. E, «forse per liberarsi di un bambino che non era il suo», o per rovinarle la vita, nel 2014 la denuncia. Sostiene che Marta, in quel momento incinta di 7 mesi, ha maltrattato il figlio avuto dall'ex. «L'assistente sociale non s'è neppure preoccupata di verificare le accuse. Mi ha detto: “Mica sono una poliziotta...". A quel punto, io ho chiesto di entrare in casa famiglia con i miei figli». Ma in comunità, il bimbo Marco viene malmenato dagli ospiti più grandicelli «e forse anche da un assistente sociale. Nel referto del medico sugli ultimi lividi, c'era scritto che quelli di Marco erano “segni di contenimento". Chi altro poteva farglieli se non uno degli educatori?».
Dopo circa un anno, nel 2015, Marta, Marco e la sua bambina, Lucia, stanno per uscire dalla casa famiglia. Ma all'improvviso arriva un decreto del tribunale, che colloca il figlio presso una famiglia estranea e la bimba con il papà. L'affido dovrebbe essere temporaneo. Ma «è dal 24 agosto del 2016 che non vedo il mio Marco», ci riferisce Marta. «A un certo punto, gli assistenti sociali hanno interrotto gli incontri protetti. Io avevo fatto ricorso, ma la consulente del tribunale, che a me diceva “stai tranquilla, sei una mamma positiva e stimolante per tuo figlio, dirò al giudice di tenerne conto", in realtà aveva presentato una relazione negativa». Quella di Marco, secondo la madre, è «un'adozione mascherata. Lui è stato affidato a una famiglia molto nota in zona, che in passato ha già adottato altri bambini».
Ed è qui che sorgono gli atroci sospetti di Marta, alla quale abbiamo chiesto perché, a suo parere, gli assistenti sociali si siano tanto accaniti contro di lei. «Io penso che Marco fosse stato già “promesso" a quella famiglia...», che, stando a quanto racconta, di ragazzini ne ha avuti già sei o sette. Con i relativi contributi economici. Anche per questo, Marta ammette: «Mi sento sfiduciata. Non credo che riabbraccerò mai più Marco». Ecco. Così si consuma il destino beffardo di una donna che, bambina, fu strappata dai suoi genitori. E, adulta, rivive il dramma di un figlio che insieme a lei ha sofferto le pene dell'inferno, il rapporto deteriorato con l'ex marito di Marta, il periodo in casa famiglia, le botte dei bulli e ora l'adozione «mascherata». Una prassi che, come ha spiegato alla Verità un avvocato combattivo, che opera soprattutto nel tribunale minorile di Bologna, Francesco Miraglia, «è estremamente diffusa in Italia. Basta digitare su Google per rendersene conto». Noi l'abbiamo fatto: i risultati di una rapidissima ricerca superano il milione e 300.000 tra articoli e report.
Oggi, a Marta rimane solo la figlia più piccola. Ma anche con quest'ultima non mancano i problemi, perché la custodia della bambina la condivide con il suo ex compagno. Difatti, tra un non detto e un silenzio che restituisce il senso di orrore che sta provando, ci rendiamo conto che Marta sospetta che il padre abusi della ragazzina. «Sono attenzioni non dovute, oppure è qualcosa di più?», proviamo chiedere a questa donna provata, quasi atterrata dai patimenti di una vita sfortunata. «Stiamo parlando di genitali arrossati...», dice con un filo di voce. Anche su questi episodi sono in corso accertamenti da parte di un consulente del tribunale. Anche per Lucia potrebbe cominciare un calvario.
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Riduci
Dopo lo scandalo scoppiato in Val d'Enza, con i minori sottratti a genitori accusati falsamente di violenze, «La Verità» decide di dare voce alle famiglie distrutte, a mamme e papà cui hanno tolto i figli, che stanno passando pene indicibili e sono convinti di aver subito ingiustizie dai servizi sociali e dai tribunali. A monte degli affidi, a volte ci sono crisi di coppia, altre volte i piccoli vengono allontanati per cause socioeconomiche. Roma, Torino, Modena, Ancona: quattro storie per riflettere. Lo speciale contiene cinque articoli. Nessuno sa con certezza quanti bambini siano stati sottratti ai loro genitori per decisione di un tribunale. Alcune associazioni di avvocati sostengono che siano oltre 50.000. La Verità si era già occupata del business delle case famiglia (oltre 1 miliardo di euro) e dei conflitti d'interessi tra i gestori di quelle strutture e i giudici onorari, i consulenti dei tribunali, gli assistenti sociali e gli psicologi. Nei giorni in cui divampano le polemiche per l'inchiesta Angeli e demoni, che in Val d'Enza ha scoperchiato uno sconcertante mercimonio di bimbi, tolti a mamme e papà sulla base di accuse di maltrattamenti costruite a tavolino e affidati anche a coppie omosessuali per puro fanatismo ideologico, abbiamo deciso di raccontarvi alcune storie. Storie tremende, in cui al dolore si mescola però il coraggio dei genitori che continuano a combattere per riabbracciare i figli allontanati. Abbiamo deciso di ascoltare la versione delle famiglie. Di dare voce a chi voce non ne ha. Non possiamo stabilire se queste persone che, per tutelare i minori coinvolti, chiameremo con nomi di fantasia, abbiano ragione o torto. Sappiamo però che, a questo punto, è almeno lecito coltivare il dubbio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-padre-era-un-violento-e-ora-stanno-punendo-me" data-post-id="2639117980" data-published-at="1775431847" data-use-pagination="False"> «Il padre era un violento e ora stanno punendo me» Roma, anno 2013. Diana e il marito si sono lasciati. Da quel momento, l'uomo comincia a manifestare comportamenti violenti verso l'ex moglie, anche di fronte al figlio Giacomo. La separazione all'inizio è consensuale, ma il papà di Giacomo, a febbraio 2013, segnala alla Corte d'appello che la moglie e il bambino hanno dei problemi psicologici. Viene nominata una consulente che prescrive a tutti e tre una terapia (a pagamento, circa 100 euro a seduta) in una Onlus. Particolare da tenere a mente. In quella sede, gli assistenti sociali, sostiene Diana, arrivano ad alterare i resoconti di Giacomo. Lo obbligano a disegnare la pioggia per poi appigliarsi a questo particolare per sostenere che il bimbo è depresso. Nel 2014, l'ex di Diana ne tenta un'altra. Lei accompagna Giacomo al circolo tennis, lui manda i carabinieri, denunciandola per abbandono di minore e perché, a suo dire, gli impedisce di vedere il piccolo. La denuncia viene archiviata, ma a quel punto interviene il tribunale minorile. Cominciano gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà. Diana ci ha fatto ascoltare alcune registrazioni di quei faccia a faccia strazianti: Giacomo urla, teme che «quello» (così chiama suo padre) possa picchiare di nuovo «mammina». A cavallo tra il 2014 e il 2015, il tribunale rispedisce i tre in terapia presso la stessa Onlus del 2013. Sempre a pagamento. È a quel punto che il legale di Diana scopre gli altarini: a vario titolo, all'associazione sono legati l'avvocato dell'ex marito, la consulente del tribunale e persino gli assistenti sociali che stavano seguendo la famiglia. Nel 2016, gli incontri protetti tra Giacomo e suo papà vengono sospesi. In una relazione, infatti, la ctu, ossia la consulente del tribunale, scrive che il contesto e «la qualità della relazione» tra i due sono «così deteriorati» da rendere gli incontri «inumani». Ma allo stesso tempo, la consulente si scaglia anche contro Diana, definendola una madre «simbiotica» ed evidenziando un «conflitto di lealtà» con Giacomo, che avrebbe con la donna un rapporto «fusionale», morboso. Pochi giorni dopo l'uscita di questo rapporto, nonostante sia il papà quello cui gli psicologi, durante gli incontri protetti, avevano già diagnosticato un «disturbo del pensiero», la tendenza a fare del male al figlio pur di far soffrire l'ex moglie, il giudice minorile emette un decreto d'urgenza. E colloca Giacomo in una casa famiglia. «Per portarlo in comunità», ci racconta Diana, «hanno fatto un blitz a scuola. Otto uomini delle forze dell'ordine che lo hanno preso di peso e lo hanno trascinato lì». Il calvario non è finito. Giacomo, infatti, è celiaco, ma nella casa famiglia gli viene somministrato cibo con glutine. Diana ci ha mostrato le tremende foto risalenti a quel periodo, con le mani e le giunture del piccolo coperte di piaghe. «La struttura consegnava sempre relazioni positive, diceva che mio figlio stava migliorando», ricorda la donna. «E invece, un'ispezione del Procuratore e poi di Nas e Asl ha accertato che gli stavano facendo mangiare cibo con glutine». Finalmente, Giacomo esce dalla casa famiglia e, nel 2017, viene collocato nella casa della madre di Diana. In Toscana. «Ma andava bene così. Potevo vederlo, almeno». Solo che l'assistente sociale scrive una relazione - «falsa», assicura Diana - in cui sostiene che la donna dava in escandescenze durante gli incontri, che apriva il frigorifero della madre e buttava per terra le pietanze incompatibili con la celiachia del bimbo. «Fa copia-incolla con il rapporto dei precedenti consulenti, tira fuori il conflitto di lealtà, dice che io destabilizzo Giacomo». Risultato? Da due anni, Diana può vedere il figlio, che oggi ha 13 anni, una volta ogni 15 giorni, per un'ora, videoregistrata e in presenza di un educatore. «Il padre, invece, può andare a prenderlo quando vuole e portarlo dove vuole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="mia-moglie-non-ha-retto-si-e-lanciata-dal-balcone" data-post-id="2639117980" data-published-at="1775431847" data-use-pagination="False"> «Mia moglie non ha retto. Si è lanciata dal balcone» Patrizia vive a Torino, ha un marito con cui va d'amore e d'accordo e tre figli. Però, a 47 anni, è costretta a portare un apparecchio acustico. Ed è stata malata oncologica: ha dovuto lottare contro un tumore all'utero, uno alla bocca e un osteoma. Quei mali li ha sconfitti. È al sistema dei servizi sociali, invece, che è dovuta soccombere. Durante la malattia, Patrizia e il marito li avevano interpellati per chiedere un aiuto con i loro bambini: «Ma mi avevano risposto che non c'erano abbastanza fondi per mandarmi a casa qualcuno che mi desse una mano». Nel frattempo, però, parte la solita procedura: l'assistente sociale va a casa di Patrizia e scrive al giudice minorile che la donna abbandona i figli in cortile, passa la giornata a dormire («ci credo che mi riposavo, ero malata!», ci dice lei). E aggiungono che il marito conserva una collezione di film porno, che i figli, due maschi e una femmina, hanno trovato e si sono messi a guardare. «Era tutto falso», assicura Patrizia. Fatto sta che i suoi tre ragazzi vengono allontanati. È il 2013. Anche lei, proprio come Diana a Roma, racconta: «Sono andati a fare un blitz a scuola, li hanno prelevati lì. Quando l'ho saputo, mi sono messa in ginocchio davanti all'assistente sociale. La imploravo: “Ma perché l'hai fatto?"». A un certo punto, uno dei tre bambini, Fabrizio, 8 anni, viene trasferito in una casa famiglia di Asti. Ai genitori viene proibito di vederlo. Ma Patrizia, che ha retto a tre cancri e alla sordità, non s'arrende. Riesce a mettersi in contatto con una mamma, ospite della struttura insieme al proprio figlio. Questa signora riferisce a Patrizia che Fabrizio viene minacciato, insultato e umiliato dagli operatori della comunità. «E a un certo punto sono venuta a sapere anche che si era messo a fumare. A 8 anni». Patrizia si ribella: «Ho fatto un bordello, ho denunciato tutti», riferisce. Da quel momento, ai genitori viene finalmente consentito di rivedere Fabrizia. «Quando l'ho riabbracciato, l'ho trovato sporco e trascurato. Poi, per fortuna, lo hanno trasferito in un'altra struttura a Moncalieri, dove Fabrizio si è trovato benissimo. I suoi fratelli me li hanno restituiti nel 2016, lui lo scorso anno. E quando il giudice ha conosciuto me e mio marito, mi ha detto: “Signora, ma io non sapevo che lei fosse malata". Capito? Nessuno gli aveva detto che ero una paziente oncologica. Ma se togliete i figli alla gente, almeno informatevi prima!». Ben più tragico il destino di un'amica di Patrizia, Mara. Suo marito ci racconta che la donna «aveva dei disturbi. Era bipolare. Aveva alti e bassi. Ma amava sua figlia. Non le avrebbe mai fatto del male. Finché una sera, nel 2013, io e lei litighiamo di brutto, in assenza della piccola Alice. I vicini forse si spaventano, chiamano i carabinieri e loro, quasi seduta stante, ci tolgono Alice. Ci hanno anche detto che il nostro era l'unico caso di allontanamento richiesto dalle forze dell'ordine. E invece dopo abbiamo scoperto che i servizi sociali ci monitoravano già da due anni, perché per nostra figlia avevamo chiesto l'aiuto di un educatore una volta a settimana». La situazione precipita. Alice resta in comunità per 6 anni. «E intanto, i servizi sociali costringono me e mia moglie a vivere separati e fanno relazioni pesantissime su Mara. Un giorno, uno psicologo le ha detto: “Signora, lei è malata, non doveva nemmeno diventare madre"... Ma vi rendete conto?». Mara, che ha già le sue fragilità, non regge: nel 2017 si è gettata dal balcone della casa di sua madre. «È morta dopo 65 giorni di agonia. Aveva 40 anni ed era una ragazza bellissima. Nemmeno tre mesi dopo, arriva la relazione dei servizi sociali: problema risolto, mia figlia Alice può tornare a casa. Capito? Il “problema" era mia moglie. Morta lei, per loro era tutto a posto». Oggi Alice ha 16 anni. 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Torniamo a Elisa e Marcello, due persone educatissime, dignitose, afflitte purtroppo da alcune malattie che si sono tradotte, per la donna, nel riconoscimento del 50% di invalidità e, per il marito, dell'85%. «Nostra figlia, Angela, nacque prematura», ci raccontano. «Un mese dopo il parto, le fu diagnosticata l'epilessia. Perciò, la bimba doveva stare costantemente in terapia. Poi, superata l'epilessia, sono cominciate le gastroenteriti ricorrenti». Elisa e Marcello erano costretti ad assentarsi spesso dal lavoro per stare vicini alla loro piccola. Finché quel lavoro non l'hanno perso: «Siamo stati licenziati. Così, ci siamo rivolti al Comune per un aiuto». E da lì scatta la trafila dei servizi sociali. La famiglia inizia a essere monitorata. Alla fine, succede l'imponderabile. «Faccio una premessa», spiega papà Marcello: «Aavevamo insegnato ad Angela, che aveva circa tre anni, come andare al rubinetto con la brocchetta dell'acqua per prendersi da bere. Un sabato», prosegue l'uomo, «mia figlia dice: “Papà, ho sete, prendimi l'acqua". E io: “Su Angela, prendila da sola: ora sei capace". Una cosa normale, un padre che spinge la figlioletta a rendersi autonoma. Solo che, tre mesi dopo, Angela aveva avuto un nuovo attacco di gastroenterite. Si era disidratata ed era finita in ospedale. Leggendo i referti, è partita l'accusa dell'assistente sociale a me e mia moglie: “Voi non le date da bere". In pratica, questo psicologo ha collegato una disidratazione dovuta alla gastroenterite e al vomito, con il fatto che noi chiedevamo ad Angela di versarsi l'acqua da sola». Di lì all'ingresso in casa famiglia, il passo è breve. Anche perché, come ha illustrato alla Verità l'avvocato Marco Meliti, esperto dei casi di allontanamento dei minori, «per collocare un bimbo in una comunità ci vuole poco. I servizi sociali segnalano l'emergenza e il tribunale di solito si attiene alla segnalazione con un decreto d'urgenza. Per i ricorsi dei genitori, invece, i tempi sono quelli di un processo vero e proprio. E, intanto, il danno è fatto: i figli trascorrono mesi nelle case famiglia». Undici mesi, per l'esattezza, nel caso di Angela. Che non è mai più tornata a casa: «Al termine di quel periodo, nostra figlia è stata dichiarata adottabile», ci riferiscono Elisa e Marcello. «Eppure, ci eravamo rimessi in carreggiata. Abbiamo ricominciato a lavorare in un negozietto di famiglia». D'altro canto, «se due genitori hanno problemi economici, non è meglio aiutarli, piuttosto che togliere loro i figli?», ci dice l'avvocato Cristina Franceschini, dell'associazione Finalmente liberi, da anni in trincea per restituire i bambini «rubati» a mamme e papà. «Certo», ammette Marcello, «nel nostro caso c'è stato l'errore della sorella di mia moglie, con la quale infatti abbiamo troncato i rapporti: lei, forse per paura della responsabilità, ha rifiutato di adottare Angela, che quindi è finita in una famiglia di estranei. Sono passati 5 anni dall'ultima volta che abbiamo visto la bimba». Elisa e Marcello si sentono traditi dalle istituzioni: «In Appello, l'avvocato del Comune ci ha trattati come fossimo Bonnie e Clyde. Ci è stata negata una ctu. Ci hanno praticamente accusati di essere degli svitati, perché ci siamo sposati in abiti rinascimentali, peraltro elogiati dal Comune stesso per aver voluto inscenare la rievocazione storica. Vi prego», conclude Marcello, cui fa eco la moglie: «Voi giornalisti scavate nel mondo marcio degli affidi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ladri-di-bambini-2639117980.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lho-visto-lultima-volta-3-anni-fa-la-sua-e-unadozione-mascherata" data-post-id="2639117980" data-published-at="1775431847" data-use-pagination="False"> «L’ho visto l’ultima volta 3 anni fa. La sua è un’adozione mascherata» Una premessa: Marta, una ragazza che risiede nell'Anconetano, ha vissuto il dramma dell'allontanamento dalla famiglia due volte. Prima, da piccola: lei e i suoi fratelli furono sottratti ai genitori biologici. Anni dopo, la decisione del tribunale fu dichiarata illegittima. Il danno, però, era fatto: lei ormai era maggiorenne, i fratelli erano stati adottati da altre famiglie e avevano pure cambiato cognome. Uno di loro, oggi, non vuole neppure rivolgerle parola. La seconda volta è successo quando è diventata madre. Nel 2008, ha avuto un primo figlio, Marco, da un compagno violento e perciò è finita in una comunità per donne vittime di abusi. Poi, un nuovo amore. Una nuova gravidanza: una bambina. «Ma forse non so scegliermi gli uomini», ci dice come se provasse vergogna. Perché anche il suo secondo compagno la picchia. E, «forse per liberarsi di un bambino che non era il suo», o per rovinarle la vita, nel 2014 la denuncia. Sostiene che Marta, in quel momento incinta di 7 mesi, ha maltrattato il figlio avuto dall'ex. «L'assistente sociale non s'è neppure preoccupata di verificare le accuse. Mi ha detto: “Mica sono una poliziotta...". A quel punto, io ho chiesto di entrare in casa famiglia con i miei figli». Ma in comunità, il bimbo Marco viene malmenato dagli ospiti più grandicelli «e forse anche da un assistente sociale. Nel referto del medico sugli ultimi lividi, c'era scritto che quelli di Marco erano “segni di contenimento". Chi altro poteva farglieli se non uno degli educatori?». Dopo circa un anno, nel 2015, Marta, Marco e la sua bambina, Lucia, stanno per uscire dalla casa famiglia. Ma all'improvviso arriva un decreto del tribunale, che colloca il figlio presso una famiglia estranea e la bimba con il papà. L'affido dovrebbe essere temporaneo. Ma «è dal 24 agosto del 2016 che non vedo il mio Marco», ci riferisce Marta. «A un certo punto, gli assistenti sociali hanno interrotto gli incontri protetti. Io avevo fatto ricorso, ma la consulente del tribunale, che a me diceva “stai tranquilla, sei una mamma positiva e stimolante per tuo figlio, dirò al giudice di tenerne conto", in realtà aveva presentato una relazione negativa». Quella di Marco, secondo la madre, è «un'adozione mascherata. Lui è stato affidato a una famiglia molto nota in zona, che in passato ha già adottato altri bambini». Ed è qui che sorgono gli atroci sospetti di Marta, alla quale abbiamo chiesto perché, a suo parere, gli assistenti sociali si siano tanto accaniti contro di lei. «Io penso che Marco fosse stato già “promesso" a quella famiglia...», che, stando a quanto racconta, di ragazzini ne ha avuti già sei o sette. Con i relativi contributi economici. Anche per questo, Marta ammette: «Mi sento sfiduciata. Non credo che riabbraccerò mai più Marco». Ecco. Così si consuma il destino beffardo di una donna che, bambina, fu strappata dai suoi genitori. E, adulta, rivive il dramma di un figlio che insieme a lei ha sofferto le pene dell'inferno, il rapporto deteriorato con l'ex marito di Marta, il periodo in casa famiglia, le botte dei bulli e ora l'adozione «mascherata». Una prassi che, come ha spiegato alla Verità un avvocato combattivo, che opera soprattutto nel tribunale minorile di Bologna, Francesco Miraglia, «è estremamente diffusa in Italia. Basta digitare su Google per rendersene conto». Noi l'abbiamo fatto: i risultati di una rapidissima ricerca superano il milione e 300.000 tra articoli e report. Oggi, a Marta rimane solo la figlia più piccola. Ma anche con quest'ultima non mancano i problemi, perché la custodia della bambina la condivide con il suo ex compagno. Difatti, tra un non detto e un silenzio che restituisce il senso di orrore che sta provando, ci rendiamo conto che Marta sospetta che il padre abusi della ragazzina. «Sono attenzioni non dovute, oppure è qualcosa di più?», proviamo chiedere a questa donna provata, quasi atterrata dai patimenti di una vita sfortunata. «Stiamo parlando di genitali arrossati...», dice con un filo di voce. Anche su questi episodi sono in corso accertamenti da parte di un consulente del tribunale. Anche per Lucia potrebbe cominciare un calvario.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Riduci
Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Riduci
Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Riduci
Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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