Papa Leone XIV (Ansa)
La stampa, un tempo attenta a ogni frase di Francesco, ignora Robert Francis Prevost se dice parole politicamente scomode. Semmai, inventa dissidi coi conservatori sulla messa in latino.
«Tre colonne in cronaca, che sarà mai?». C’è una rivoluzione che non interessa al sistema mediatico, anzi ispira la sottovalutazione, impone il parlar d’altro: è quella iniziata da papa Leone XIV fra le mura millenarie del Vaticano. È singolare notare come giornali pronti a schierare editorialisti ad ogni frase di Francesco da Fabio Fazio e a scatenare i coloristi ad ogni cambiamento di scarpe o di occhiali del pontefice defunto, tendano a trattare il «metodo Prevost» (gentilezza nel ritorno alla tradizione) come qualcosa di scontato. Un contorno non una pietanza, fumo non arrosto. E invece, come insegna un vecchio proverbio scespiriano, dove c’è fumo c’è anche arrosto.
Così il potente discorso del Santo Padre davanti agli ambasciatori accreditati alla Santa Sede è passato come qualcosa di così risaputo, che i totem dell’informazione cartacea mainstream (Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa) hanno deciso che non valeva la pena commentarlo e in qualche caso neppure sottolinearne i passaggi chiave. Non si tratta di esibirsi nel consueto giochino del «si stava meglio quando si stava peggio» o viceversa, ma di attribuire valore a parole destinate a illuminare l’orizzonte, a far diradare la nebbia dopo 12 anni di progressismo gesuita con il piede sull’acceleratore. In realtà Leone è salito sul monte Sinai, ha preso martello e scalpello, ha scritto sulla pietra angolare.
«Dilaga il fervore bellico», ecco una stilettata all’Europa guerrafondaia dei volenterosi senza un’idea purchessia di pace. «I cosiddetti nuovi diritti smontano i diritti umani, è un corto circuito», un distinguo in risposta alle fughe in avanti woke, alla danza tribale attorno al totem fasullo delle minoranze al potere. Con la frase «Va sviluppandosi un linguaggio nuovo dal sapore orwelliano che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano», il pontefice ha smontato il pensiero unico, la melassa indistinta che esclude quando non demonizza chi non si allinea al conformismo dominante. Parlando degli incendi internazionali, ecco un pensiero sul Venezuela: «Si rispetti la volontà del popolo per risollevarlo dalla grave crisi». Un punto esclamativo, un richiamo alla libertà dell’individuo, al valore assoluto della vita umana disprezzata da Nicolás Maduro, dalla sua cricca, da Maurizio Landini e dai suoi seguaci postcomunisti nelle piazze e negli atenei italiani.
Parole da Papa ma non da tutti i papi. Parole che rimettono l’uomo con la veste bianca al centro del pensiero forte, al centro di quell’Occidente cristiano in difetto d’una guida, alla ricerca dell’anima perduta. Leone XIV ha citato tre volte Joseph Ratzinger, si è intestato l’eredità morale di quel sommo pensatore, e ha liquidato il predecessore con la gentilezza dovuta alla colleganza. Un anziano cardinale abituato ai Conclave sussurra: «Lui non guarda in basso dove c’è il numero dei like, lui guarda oltre dove c’è lo Spirito Santo». Buon segno per il gregge, pessimo per chi - da monsignor Antonio Spadaro al teologo Vito Mancuso - ha trascorso mesi a spiegarci (guarda caso da quegli stessi giornali distratti) che «non c’è nessuna discontinuità con Jorge Bergoglio». Il peso politico e teologico del discorso di Robert Francis Prevost è così evidente che non basta ignorarlo per cancellarlo. Lui va ripetendo: «Non sono un condottiero solitario» ma conquista terreno, conquista cuori dentro e fuori le Mura Leonine. La sensazione è che le ricette da salotto siano finite e il sacerdote da gay pride debba tornare in sacrestia a cercare la tonaca per l’ora della messa. L’imbarazzo è così grande che i media progressisti non hanno trovato nulla di meglio che sottolineare «l’irritazione» dei tradizionalisti per la mancata reintroduzione nel Concistoro della messa in latino. Guardare la pagliuzza per salvare la faccia, magra consolazione.
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François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia (Ansa)
Il governatore François Villeroy de Galhau accusa il welfare: privilegiamo gli anziani rispetto ai giovani.
Ora è Parigi il malato dell’Europa. Il governatore della Banca centrale di Francia, François Villeroy de Galhau ha lanciato l’allarme sui conti pubblici. Parlando a una emittente televisiva ha detto che il Paese sarà «soffocato» se non riuscirà a ridurre il deficit di bilancio, e ha chiesto di trovare «compromessi reali». Ha puntato l’indice contro un welfare troppo generoso. «Stiamo scegliendo gli anziani rispetto ai giovani», con «una maggiore spesa pensionistica e un deficit più ampio». Il risultato sarà un «soffocamento economico e generazionale». Il governatore ha quindi indicato come strada obbligata «avere un bilancio per il 2026» con un deficit pubblico «al massimo del 5% del Pil per evitare di entrare nella zona di pericolo. Ciò richiede stabilizzare la spesa e essere prudenti con le tasse».
Le accuse che qualche anno fa venivano rivolte all’Italia da Francia e Germania, di avere un sistema pensionistico incompatibile con lo stato dei conti pubblici, che consentiva di lasciare il lavoro troppo presto, assorbendo risorse eccessive, ora come un boomerang, si ritorcono soprattutto contro Parigi.
Il debito pubblico francese ha toccato un nuovo massimo al 117,4% del Pil, pari a 3.482 miliardi di euro e il 2026 si è aperto senza un budget costringendo il primo ministro Sébastien Leocornu a prorogare quello del 2025. Questa misura permette di continuare a raccogliere tasse, pagare stipendi pubblici e contrarre prestiti, ma è solo un palliativo. Mentre evita una paralisi immediata, esclude misure di risparmio o nuove tasse, lasciando il deficit libero di gonfiarsi.
Il tema principale per rimettere in sesto i conti pubblici resta quello previdenziale, come lo stesso governatore della Banca di Francia ha ricordato. Ma è un terreno minato come ha dimostrato la forte reazione popolare al tentativo di Macron di alzare l’età pensionabile di soli due anni. Uno scontro che l’inquilino dell’Eliseo non può permettersi.
Il premier Leocornu, per superare l’ostacolo della mancata approvazione di un nuovo budget, potrebbe essere tentato di ricorrere a uno strumento al quale aveva rinunciato, ovvero l’articolo 49.3 che permette di fare passare una legge anche senza il voto parlamentare. Lo stesso articolo prevede però che, in quel caso, i deputati possano approvare una mozione di censura facendo cadere il governo. In questo caso però si andrebbe allo scioglimento dell’Assemblea e al voto anticipato il 15 e 22 marzo. «Molti partiti uscirebbero esangui da un nuovo voto anticipato in contemporanea con le municipali», ha detto il costituzionalista Benjamin Morel. «In particolare, i due grandi partiti di eletti locali, il Partito socialista e i Républicains (destra gollista), che potenzialmente detengono le chiavi dell’approvazione del bilancio, avrebbero molto da perdere». I sondaggi danno in testa il Rassemblement national, che ha una linea più vicina alla Russia e meno determinata dei macronisti nella volontà di sostenere l’Ucraina. È vero che la politica estera resta una competenza del presidente della Repubblica e quindi di Emmanuel Macron, ma un nuovo parlamento e un nuovo governo potrebbero comunque esercitare la loro influenza sui dossier globali.
Questa situazione di empasse sui conti pubblici non solo blocca investimenti strategici ma rischia di compromettere la credibilità finanziaria del paese agli occhi degli investitori e delle agenzie di rating. Nominato a settembre e riconfermato a ottobre dopo la caduta di due governi precedenti, Lecornu aveva fatto della approvazione del budget entro fine anno la sua «missione», ma ha dovuto fare i conti con un parlamento frammentato.
Nel pieno della tormenta del bilancio, Parigi non trova niente di meglio da fare che annunciare l’invio di 6.000 soldati nel dopo-guerra in Ucraina.
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2026-01-11
Dopo l’eliminazione del sussidio grillino si sono moltiplicati gli assegni d’invalidità
(IStock)
Il maggior incremento è stato registrato tra il 2022 e il 2024. Il Mezzogiorno eroga 500.000 pensioni in più rispetto al Nord.
C’è un’arte tutta italiana che non conosce crisi, recessioni né vincoli europei: l’arte di arrangiarsi. È una disciplina trasversale, insegnata informalmente, perfezionata nei decenni. Cambiano i governi, cambiano i sussidi, cambiano perfino i nomi delle misure di welfare. Ma la capacità di aggiustarsi resta. E quando un rubinetto si chiude, un altro - miracolosamente - inizia a gocciolare.
Così, mentre il reddito di cittadinanza usciva di scena con molti applausi, l’Italia scopriva di essere improvvisamente diventata un Paese più fragile, più claudicante, più psicologicamente provato. Non povero, attenzione: invalido. Civilmente invalido, per la precisione.
A sollevare il velo su questo prodigio statistico è l’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che pone una domanda semplice: la cancellazione del reddito di cittadinanza ha aumentato il numero delle pensioni di invalidità civile?
La risposta ufficiale è un diplomatico «non si sa». Quella ufficiosa, invece, è un eloquente alzare di sopracciglia. I numeri, del resto, non gridano: strizzano l’occhio.
Al 31 dicembre 2024 le pensioni di invalidità erogate in Italia sono 4.313.351. Di queste, 899.344 sono prestazioni previdenziali, in calo netto (-14,5% tra il 2020 e il 2024). Le altre, 3.414.007, sono pensioni di invalidità civile, quelle non legate ai contributi ma allo stato di salute certificato. E qui la musica cambia: +7,4% nello stesso periodo, con una crescita concentrata soprattutto tra il 2022 e il 2024 (+6,2%).
Gli anni in cui, guarda caso, il reddito di cittadinanza veniva prima smontato, poi abolito. Coincidenze? Forse.
Ufficialmente le due misure non c’entrano nulla. Il reddito di cittadinanza doveva combattere la povertà e favorire l’inclusione lavorativa; la pensione di invalidità tutela chi ha limitazioni fisiche o psichiche riconosciute. Due mondi distinti, due universi morali separati. Eppure, abolito il primo, l’altro ha preso sempre più spazio. E così, in assenza di lavoro, politiche attive e servizi sociali efficienti, l’invalidità civile è diventata la soluzione.
Un salvagente da 501 euro al mese. Non una fortuna, certo. Ma meglio di niente. E soprattutto stabile, sicuro, indicizzato, non condizionato a corsi di formazione ancorchè farlocchi.
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Il Mezzogiorno, che ha tre quarti della popolazione del Nord, eroga 500.000 pensioni di invalidità civile in più. Una sproporzione che non può essere spiegata solo con il clima o con una misteriosa epidemia a sud del Garigliano. Tra il 2020 e il 2024 l’aumento più consistente si registra proprio nel Mezzogiorno: +8,4%, con un’accelerazione impressionante tra il 2022 e il 2024 (+7,2%). Nessun’altra area del Paese mostra incrementi simili. La popolazione meridionale è di 19,7 milioni di persone; quella del Nord di 26,3 milioni. Eppure gli invalidi civili sono di più al Sud. Scendendo nel dettaglio, il quadro diventa ancora più pittoresco. La Calabria guida la classifica: ogni cento abitanti poco più di tredici hanno problemi che impediscono di lavorare. Seguono Puglia (11,6), Umbria (11,3) unica eccezione a nord del Garigliano e Sardegna (10,7). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, inchiodate a un modesto 5,1%.A livello provinciale svetta Reggio Calabria: quasi 15 pensioni ogni 100 abitanti. Ora, qualcuno obietterà — giustamente — che invalidità non significa truffa. Ed è vero. Ma fingere che le truffe non esistano sarebbe altrettanto errato. Le cronache raccontano di frodi diffuse. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha quantificato in quasi 48 milioni di euro le frodi accertate dalla Guardia di Finanza tra il 2020 e l’agosto 2021. E qui arriva il capolavoro del sistema: chi decide e chi paga. Le pensioni di invalidità civile, infatti sono a carico dell’Inps. Ma a stabilire chi è invalido sono le commissioni mediche delle Asl cioè strutture regionali. Le Regioni concedono, l’Inps paga. E il conto, come sempre, finisce sulle spalle di tutti i contribuenti. È il welfare clientelare perfetto: consenso politico a livello locale, spesa scaricata altrove. Un meccanismo difficilissimo da scardinare.
Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità ha toccato 34 miliardi. Di questi, 21 miliardi solo per le invalidità civili. Quasi la metà — il 46,6% — finisce nel Mezzogiorno. La Campania guida la classifica con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. E mentre la Puglia segna un +14,1% di assegni in quattro anni, Basilicata e Calabria non restano indietro. Dimostrare una correlazione diretta tra fine del reddito di cittadinanza e boom delle invalidità è difficile, ammette onestamente la Cgia. Mancano i dati comparabili, il tema è delicato, ci sono di mezzo diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Tutto vero. Ma il dubbio resta. E in certe zone del Paese diventa quasi una certezza sociologica.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Macron illustra in parlamento alle forze politiche francesi il piano da attuare in Ucraina una volta concluso l’accordo di pace. Londra ha già stanziato 200 milioni di sterline in vista dell’invio di un contingente di 7.500 militari. Mosca: vogliono la guerra.
L’ipotesi di una tregua in Ucraina sta producendo una frenetica attività diplomatica e militare, soprattutto nella coalizione dei cosiddetti «volenterosi». Messe ai margini da Washington e Mosca, sia Londra che Parigi - ma anche Bruxelles - stanno tentando in tutti i modi di recuperare credibilità e peso specifico. Con un ottimismo a tratti ingenuo, Francia e Regno Unito si sono già proiettati su un possibile «dopoguerra» che, nei fatti, è ancora tutto da costruire.
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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