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Bombardamenti in Siria (Ansa)
Oltre 140.000 sfollati e decine di morti. Pure la Turchia è pronta a scendere in campo.
Da secoli, la vecchia cittadella osserva Aleppo dall’alto. Passano gli eserciti che la scalfiscono e la distruggono ma lei resta. Certo, a volte viene scalfita dalla guerra. Perde pezzi. A volte le vengono sottratti. Ma lei rimane fissa. E, in questi giorni, vive un altro conflitto. L’ennesimo.
Ieri erano i ribelli a occupare gran parte della città e a essere bombardati da Bashar al Assad, insieme ai suoi alleati russi e sciiti (Hezbollah e Pasdaran iraniani). Oggi, invece, sono i curdi a resistere contro quegli stessi gruppi ribelli, in gran parte legati ad Al Nusra, la branca siriana di Al Qaeda, che ieri occupavano Aleppo e che oggi governano a Damasco.
La minoranza curda ha sempre cercato una propria autonomia dalla capitale. Per questo, durante la guerra civile, era stata blandita dagli Stati Uniti per combattere sia contro le fazioni jihadiste sia contro il regime. Finita la guerra, gli alleati si sono dimenticati delle promesse fatte e i curdi si sono ritrovati così, ancora una volta, soli.
Il vecchio Al Jolani, che ora si fa chiamare Ahmad Al Sharaa, ha provato, almeno sulla carta, a tendere loro la mano, come alle altre minoranze. Ma farlo è impossibile. Il governo di Damasco, infatti, è troppo legato alle fazioni islamiste e per loro i curdi, con le loro aspirazioni di autonomia, rappresentano un corpo estraneo. Per questo motivo, l’esercito regolare vuole riprendere il controllo di alcuni quartieri in mano alla minoranza, che non intende cedere. Che fare, quindi? L’unica cosa che Al Sharaa è in grado di fare: bombardare pesantemente la città e fiaccarla. Un obiettivo in parte realizzato, visto che gli sfollati sono già oltre 140.000. Aleppo deve cadere. Ancora una volta.
L’Unione europea, come suo solito, si dice preoccupata senza far nulla. Anche perché non può. Parla di riforme che devono essere fatte. Di una Siria che va accompagnata verso il progresso e la modernizzazione. Ma lo si può davvero fare con un ex (o forse no) jihadista? La Turchia si dice pronta a schierare le sue truppe al fianco di Damasco nel caso in cui la situazione dovesse degenerare. Israele, invece, in questo grande scacchiere di questo piccolo Paese, sostiene i curdi, anche per indebolire Al Sharaa.
«Lo schieramento di carri armati e dell’artiglieria nei quartieri di Aleppo, i bombardamenti e lo sfollamento di civili disarmati e i tentativi di assaltare le aree curde durante il processo di negoziazione minano le possibilità di raggiungere accordi, creano le condizioni per pericolosi cambiamenti demografici ed espongono i civili intrappolati in questi quartieri al rischio di massacri», ha scritto su X il comandante delle Forze democratiche siriane, Mazloum Abdi. Che poi ha aggiunto: «Continuare a usare la forza armata e il linguaggio bellico per imporre soluzioni unilaterali è inaccettabile e ha già portato a massacri che costituiscono crimini di guerra sulla costa siriana e a Suwayda».
In realtà, nel corso di questi ultimi anni, i crimini di guerra non si sono mai fermati. La Siria infatti è stata insanguinata da vendette e rappresaglie. Una guerra civile mai sopita e che forse ora si è solo palesata con maggior forza. Niente di nuovo, come sa la cittadella di Aleppo. Che guarda, ancora una volta, passare eserciti con nuove divise e nuove ideologie. Sperando di trovare un po’ di pace dopo tanti anni di conflitti.
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I finanzieri del Comando Provinciale di Genova e i funzionari del Reparto Antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Genova hanno sequestrato nel bacino portuale di Sampierdarena 2.109 panetti contenenti oltre 2 tonnellate di cocaina purissima.
L’ingente quantitativo era nascosto all’interno di 87 sacchi di juta variopinti, avvolti in reti di nylon ed è stato trovato dai funzionari doganali e dai finanzieri dentro un container proveniente dal Sud America, partito da uno dei principali porti colombiani.
L’attività è il risultato di un’intensa attività di controllo effettuata sulle rotte commerciali che collegano il Sud America con il porto di Genova, che storicamente rappresenta un crocevia dei flussi commerciali per l’Europa.
I 2.380 kg di droga sequestrata, se immessa sul mercato, avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali guadagni per un valore stimato intorno a 1,5 miliardi di euro.
Il sequestro si inserisce nel quadro di una costante e mirata azione di contrasto al traffico internazionale di sostanze stupefacenti finalizzata a proteggere le fasce più deboli della popolazione, spesso esposte agli effetti nocivi del traffico criminale di droga.
Ancora una volta, la collaborazione tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli costituisce un prezioso baluardo per la sicurezza dei cittadini e per il mantenimento dell’ordine pubblico.
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Daniela Fumarola (Ansa)
- Ennesima frattura tra le sigle. Daniela Fumarola bastona Maurizio Landini: «Sosteniamo popolazioni che si ribellano a feroci dittatori».
- Approvata la risoluzione che blocca eventuali altre azioni militari del tycoon a Caracas. The Donald: «Una vergogna». Liberati diversi prigionieri: si spera per Alberto Trentini.
Lo speciale contiene due articoli
«Senza libertà sindacale non c’è giustizia sociale, e Maduro ha scientemente distrutto entrambe». Non c’è bisogno di essere uno scienziato della politica per dire quello che Daniela Fumarola, segretario della Cisl, ha avuto il coraggio di affermare ieri sul cambio di regime in Venezuela. Concetti ribaditi nei giorni scorsi anche da Pierpaolo Bombardieri, leader della Uil, per il quale «da anni la popolazione venezuelana subisce la sistematica violazione dei diritti civili, politici e sindacali perpetrata dalla dittatura di Maduro». Come sempre, fuori sincrono Maurizio Landini. Il segretario della Cgil ha occhi solo per l’intervento armato degli Stati Uniti a Caracas e sostiene che sono le violazioni del diritto internazionale a mettere a repentaglio i diritti civili. Quando li trovano, verrebbe da dire. Perché sotto lo scarpone chiodato dell’ex autista di Chavez di diritti ce n’erano ben pochi, soprattutto per i lavoratori.
Fumarola è uscita allo scoperto ieri, anche per non lasciare l’impressione che il sindacato italiano sia tutto sulle posizioni seminegazioniste della Cgil. In un’intervista al Foglio della famiglia Mainetti, il leader della Cisl ha messo le cose in chiaro: «Nel caso del Venezuela non esiste simmetria possibile tra chi ha sfregiato la democrazia, falsificato elezioni, calpestato sistematicamente diritti e chi, pur con metodi discutibili, ne denuncia il fallimento». Tradotto in parole semplici, Trump ha fatto un po’ alla Trumpmaniera, ma con l’arresto di Maduro ha messo fine a una dittatura sanguinaria. O almeno si spera. Fumarola ha poi proseguito il ragionamento alludendo al comunismo: «Credo che oggi stupisca soprattutto il radicalismo politico e sociale che continua a leggere il mondo con categorie superate o che ancora insegue miti condannati dalla storia. Basterebbe parlare con una qualsiasi famiglia venezuelana o cubana per capire che si tratta di una deriva anti occidentale più identitaria che solidale». E ha concluso che «in Venezuela, come in Iran e purtroppo in tanti altri regimi, il sindacato deve invece stringere le reti della solidarietà internazionale e promuovere processi di democratizzazione per sostenere popolazioni che si ribellano a feroci dittature […] la democrazia non e’ negoziabile, così come non lo sono i diritti civili, sociali e sindacali».
I sindacati italiani hanno anche patronati in Venezuela, come è logico che sia visto che in quel paese vivono e lavorano tanti connazionali, e quindi un’idea di come abbia vissuto la gente in questi anni di dittatura ce l’hanno sicuramente. Lunedì anche Bombardieri, capo della Uil, è stato attento a non salvare Maduro con la scusa della violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti. Da un lato, ha definito «inaccettabile la violenza dell’operazione militare statunitense» in Venezuela e ha sottolineato che «il sistema multilaterale che abbiamo costruito negli ultimi ottant’anni viene progressivamente smantellato in Ucraina, a Gaza e ora anche in Venezuela». Dall’altro, ha affermato che «il nostro pensiero e il nostro pieno appoggio vanno alla popolazione venezuelana che, da anni, subisce la sistematica violazione dei diritti civili, politici e sindacali perpetrata dalla dittatura» venezuelana. Quindi ha ricordato (forse anche al collega Landini) che «troppi sindacalisti sono stati vittime di violenze indicibili nelle prigioni del Venezuela, della negazione della libertà personale e della costrizione all’esilio».
Già, il parolaio modenese con la passione per la politica. Dopo il blitz degli Usa, Landini è sembrato poco connesso con i lavoratori e i sindacalisti del Venezuela. In una nota diramata sabato ha fatto sapere che «la Cgil condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro». Poi ha sottolineato che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale». Bene, bravo, bis. Quindi ha chiesto al governo guidato da Giorgia Meloni di muoversi per la condanna a livello internazionale dell’intervento Usa, fino a ottenere l’immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Se un marziano leggesse queste parole del leader Cgil potrebbe anche credere che in Venezuela ci fossero la democrazia e il pieno rispetto dei diritti, compresi quelli sindacali. Purtroppo non è così e Landini lo sa da sempre. Per esempio, il 24 gennaio del 2019, il giorno della sua elezione a segretario della Cgil, un tweet infelice, che sembrava a favore di Maduro, fu rapidamente smentito. Landini riconobbe l’errore e precisò: «La Cgil non sarà mai con Maduro […] ed è sbagliato descriverla come amica di un dittatore sanguinario». E in conferenza stampa precisò: «Non abbiamo mai detto che la Cgil è con Maduro, abbiamo sempre detto che quel governo ha peggiorato le condizioni di quelle persone. Ma pensiamo anche che un intervento esterno sia una lesione alla democrazia che non va bene». Sei anni fa, Landini era un po’ più connesso di oggi. Il presidio sotto l’ambasciata Usa messo in piedi contro l’arresto di Maduro, che lui riteneva «un presidente eletto dal popolo», ha suscitato anche le proteste della comunità venezuelana in Italia. Con Soreilis Rojas, attivista e rifugiata politica in Italia, che straccerà la tessera della Cgil.
Lo sgambetto del Senato a Trump
L’apertura di un canale negoziale tra la compagnia petrolifera statale venezuelana Pdvsa e gli Stati Uniti introduce un nuovo elemento nei rapporti tra Caracas e Washington, in una fase segnata da forti tensioni politiche e istituzionali. L’annuncio è arrivato mercoledì attraverso una nota ufficiale dell’azienda venezuelana, che ha confermato l’avvio di colloqui per l’esportazione di greggio verso il mercato statunitense. Secondo Pdvsa, le trattative si collocano «nel perimetro delle relazioni commerciali già esistenti tra i due Paesi» e seguono schemi già adottati con altri partner internazionali. La società ha precisato che l’impianto dell’intesa ricalca accordi analoghi a quelli in vigore con compagnie come Chevron ed è strutturato come un’operazione di natura esclusivamente commerciale, fondata su criteri di legalità, trasparenza e vantaggio reciproco. La presa di posizione di Pdvsa è arrivata a poche ore dall’annuncio del presidente statunitense Donald Trump, che su Truth Social ha parlato di una fornitura compresa tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio venezuelano destinati ai porti americani. Il greggio, ha spiegato Trump, sarà venduto ai prezzi di mercato, mentre la gestione dei ricavi resterà sotto controllo statunitense, con la finalità dichiarata di garantirne l’utilizzo «a beneficio del popolo venezuelano e di quello americano». Il presidente ha inoltre affidato al segretario all’Energia Chris Wright il compito di avviare immediatamente l’attuazione del piano. In un ulteriore chiarimento, Trump ha aggiunto che i proventi dell’accordo saranno utilizzati esclusivamente per l’acquisto di beni prodotti negli Stati Uniti, tra cui derrate agricole, farmaci, dispositivi medici e attrezzature destinate al rafforzamento della rete elettrica e delle infrastrutture energetiche del Venezuela.
Nel frattempo, resta alta l’attenzione sulle cosiddette «flotte fantasma» impiegate per aggirare i regimi sanzionatori. In queste ore una petroliera sospettata di appartenere a una rete russa sta attraversando il Canale della Manica. Secondo Sky News, la nave era stata colpita da sanzioni nell’agosto 2024 e ha cambiato più volte nome e bandiera prima di salpare, il 30 dicembre, da una raffineria nei pressi di Smirne, in Turchia.
Un altro caso riguarda la petroliera Marinera che, come riportato dal The Guardian, sarebbe inserita nelle reti utilizzate da Russia, Iran e Venezuela per eludere le sanzioni occidentali. Al momento dell’intercettazione nell’Atlantico non trasportava greggio, un dettaglio che ha alimentato sospetti su possibili altri utilizzi. L’equipaggio, composto da 28 persone di diverse nazionalità, è stato giudicato atipico dagli analisti. Sul piano politico interno statunitense, l’operazione in Venezuela ha innescato forti polemiche in Congresso. Il Senato ha approvato una risoluzione per impedire a Trump di intraprendere ulteriori azioni militari contro Caracas senza l’autorizzazione del Congresso, infliggendo un colpo politico al presidente che ha subito attaccato i senatori repubblicani: «Si vergognino per voto contro sicurezza Usa». Il provvedimento passa ora alla Camera, dove l’iter appare decisamente più complesso.
Infine, da Caracas è arrivato l’annuncio del presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez sulla liberazione di «un numero importante di detenuti venezuelani e stranieri», una decisione definita unilaterale e motivata dall’obiettivo di «favorire la pace». Tra i possibili rilasciati potrebbe figurare anche il cittadino italiano Alberto Trentini, detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024.
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Nuuk, capitale della Groenlandia (iStock)
Già nel 1985 gli inuit mollarono l’Unione: a Bruxelles non importò di perdere una terra strategica. Che, alla fine, l’America otterrà.
L’Europa ha scoperto la Groenlandia, ma ormai è decisamente tardi. Del resto che fosse un amore di ghiaccio gli inuit lo avevano messo nero su bianco con un referendum nell’85 che sancì l’uscita dalla Cee pur restando sorellastra del Regno di Danimarca, Paese Ue (non nell’euro) e Nato. A Bruxelles non si stracciarono le vesti: che volete che gliene importasse di quella isola gigantesca di ghiaccio; loro avevano altre mire, altre ambizioni.
A conti fatti, se la Groenlandia già si sente poco danese - tanto da aver messo le cose in chiaro negli ultimi decenni conquistando una maggiore autonomia - figurarsi europea. Certo, nemmeno si può dire che il «corteggiamento» americano abbia aperto una breccia ma gli abitanti hanno capito che stavolta non finirà come negli anni passati, quando dalla Casa Bianca allungarono gli occhi su quell’insediamento incardinato nel circolo polare artico. Questo sebbene per effetto di una legge entrata in vigore il 1° gennaio del 2026, i cittadini e le società straniere potranno acquistare proprietà o diritti di utilizzo del suolo groenlandese solo se sono stati residenti permanenti e hanno pagato tutte le tasse in Groenlandia negli ultimi due anni.
Dire «Artico» significa dire: 1,5.000 miliardi di metri cubi di gas; 83 miliardi di barili di petrolio non esplorato; giacimenti inestimabili di terre rare, cioè i minerali delle nuove frontiere industriali. Dire «Artico» significa inoltre fare i conti con uno dei più grossi bacini di acqua potabile, cioè l’oro blu. E infine dire «Artico» significa indicare la nuova rotta commerciale navale, il by-pass tra l’Atlantico e il Pacifico. Senza ovviamente considerare la grande piattaforma militare dove posizionare missili di lunga gittata come hanno fatto Russia e Cina dopo la recente intesa.
Dunque ora la Groenlandia - avamposto strategico - è un prezioso oggetto dei desideri: la Danimarca si è ricordata della sua «contea», un tempo colonia; l’Europa la considera politicamente «sua»; e l’America di Trump ha in mano un libretto degli assegni per farne un suo nuovo Stato. Mettiamola giù brutalmente: l’America se vuole la Groenlandia se la prenderà. Si tratta di capire le modalità: sarà un approccio hard o un approccio soft?
Dopo il discusso (ma anche discutibile) blitz in Venezuela, è chiaro che il gioco si è fatto assai duro. E la sfida è all’insegna della forza più che del diritto, anche se è spiacevole dirlo. L’Europa oggi paga la sua evanescenza politica e la presunzione di pensare che gli Stati sovrani fossero un reperto novecentesco e che il mercato fosse mappa e bussola nello stesso tempo per affrontare le sfide del nuovo secolo. Invece gli Stati sovrani ci sono eccome e si stanno affrontando per spartirsi diversamente il mondo nel nuovo secolo. Un secolo che sarà segnato in buona parte dalle sfide della digitalizzazione.
È il motivo per cui si cercano le terre degli altri onde conquistarle in un nuovo colonialismo digitale (che fa il paio con il nuovo feudalesimo digitale, dove i Nuovi Padroni controllano le nostre vite). Una conquista che avviene o con la spada (la Russia in Ucraina, l’America in Venezuela) o con la moneta (la Cina sui mercati europei; l’America accordandosi con gli emiri del Golfo). La Groenlandia potrebbe rientrare più nella conquista per via economica che per via militare: non è un caso che Trump, per bocca di Rubio, parli di acquisto come fu per la Louisiana e per l’Alaska. La conquista di Nuun avverrà per via commerciale, con intese di prelazione di utilizzo delle ricchezze in loco, e poi guidando una secessione dalla Danimarca, presupposto di un nuovo accordo bilaterale così che gli americani potranno accaparrarsi al più presto le ricchezze di terre rare, di tutti gli altri minerali fondamentali per le nuove frontiere digitali, e di mettere mano alle riserve di petrolio e di gas. Per la sola ricchezza mineraria in Groenlandia, si dice che l’America ridurrebbe di parecchio il gap con la Cina, attualmente monopolista delle terre rare emerse.
C’è poi il capitolo delle nuove rotte artiche: lo scongelamento dei ghiacci aprirà nuovi collegamenti, con valenza sia commerciale che militare. C’è infine la logistica per le infrastrutture di raccolta dati di tutto ciò che dal cielo i satelliti inviano e che dai fondali degli oceani i cavi trasmettono. Per farla breve la Groenlandia non è più il pourparler del primo mandato di Trump; stavolta The Donald vuole chiudere. E non si farà minimamente scrupolo a puntare contro l’Europa se da Bruxelles o da altre cancellerie qualcuno tenterà di opporre resistenza. Il match globale con la Cina e con la Russia è arrivato a una intensità tale che, nell’ottica della Casa Bianca, non c’è spazio per i dibattiti filosofici. È tornato il tempo di Marte: è per questo che la Venere Europa è fuori gara.
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