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Guido Crosetto (Ansa)
Il ministro della Difesa alla Camera: «Siamo parte della Nato e sappiamo far rispettare gli accordi». Poi replica alle accuse dell’opposizione: «Nessun governo li ha messi in discussione, l’isteria non serve».
The dark side of Guido Crosetto, il peso enorme che grava sulla coscienza di chi ha a disposizione informazioni privilegiate, informazioni che comprendono ipotesi, scenari terrificanti. È quello che il ministro della Difesa, ieri, affida al Corriere della Sera: «Temo», afferma Crosetto, «che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia.
Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla». Parole, quelle di Crosetto, che nel corso della giornata di ieri, passata attraverso le minacce di Donald Trump all’Iran e le risposte del regime di Teheran, assumono un significato agghiacciante.
La giornata del ministro prosegue poi con l’informativa sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi: qui i toni di Crosetto diventano istituzionali: «Il governo», sottolinea Crosetto, «ha sempre onorato gli accordi vigenti. Perché dovremmo chiudere le basi e gli accordi internazionali, perché pensiamo di poter fare a meno dell’alleanza Usa in un momento come questo? Abbiamo preso le distanze da ciò che non condividiamo», aggiunge, «ma non penso che gli Usa siano Biden, Trump o Clinton come l’Italia non è Meloni, Draghi o Conte, sono nazioni alleate. Noi siamo parte della Nato, non siamo in guerra con l’Iran. Sappiamo far rispettare i trattati. L’applicazione degli accordi sull’uso delle basi militari americane in Italia è sempre stata caratterizzata da un’assoluta, coerente, continuità da oltre 75 anni. Nessun governo, di nessun colore politico ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare i trattati internazionali fra Italia e Stati Uniti. Non lo dico in modo polemico. Nessun governo, giustamente, ha mai messo in discussione questi accordi. Ne ha preso atto e li ha applicati».
Crosetto dedica un passaggio del suo intervento anche alla nota vicenda del «no» del governo italiano all’atterraggio della base militare di Naval Air Station a Sigonella, nella notte tra il 27 e il 28 marzo, di alcuni caccia americani che non avevano chiesto l’autorizzazione, necessaria in caso di missioni che non rientrano nel ventaglio di quelle ordinarie o di logistica. «C’è la legge, che ci indica la strada su cui agire. Nessuno di noi», evidenzia Crosetto, «si prende meriti se facendo applicare la legge deve dire no, non esistono eroi. Non bisogna essere coraggiosi per dire no agli Stati Uniti se ci fanno una richiesta che non possiamo accettare. Non siamo difesi dal nostro coraggio, siamo difesi dal nostro rispetto delle istituzioni, della legge e della Costituzione». Ogni dettaglio delle possibilità di utilizzo delle basi militari italiane da parte delle forze armate statunitensi, come dovrebbe essere noto a tutti, è regolato da trattati bilaterali che risalgono al secolo scorso. Le strade sono due: rispettarli o cambiarli. Ma finché sono in vigore, vanno rispettati. «Ognuno di noi, man mano che ci avvicendiamo alla guida del Paese», sottolinea appunto Crosetto, «ha degli obblighi da rispettare come quelli dei trattati internazionali. Noi non possiamo assecondare rotture isteriche né subordinazione infantile, perché la strada in cui ci muoviamo, è quella della legge, dei trattati internazionali e della Costituzione. Noi abbiamo preso le distanze e continuiamo a prendere le distanze da ciò che non condividiamo. All’interno di questo, ciò che accade nelle basi è fissato da una legge, da ciò che ha deciso il Parlamento».
La strategia propagandistica delle opposizioni è quella di chiedere al governo italiano di negare ogni utilizzo delle basi agli Usa. Una richiesta strumentale, che cerca di intercettare il crescente malcontento nell’opinione pubblica rispetto alla politica estera di Trump. «Se la logica è quella dei processi alle intenzioni», argomenta ancora Crosetto, «allora non mi pare un approccio razionale, perché l’unico modo sarebbe di dire di chiudere le basi. E perché dovremmo chiuderle? Perché dovremmo chiudere un accordo internazionale? Perché pensiamo di non aver più bisogno dell’Alleanza atlantica e dell’alleanza con gli Usa? Perché c’è qualcuno qua dentro che pensa che per speculazione politica, qualche punto percentuale, noi possiamo chiudere un accordo internazionale in un momento drammatico come questo?». No, naturalmente no. Il dibattito in Aula, però, vede la sinistra continuare a chiedere ciò che non si può ottenere.
Al termine, conversando con i cronisti, Crosetto non nasconde la sua delusione: «Non hanno neanche capito», sottolinea il ministro della Difesa, «sono dispiaciuto del livello che ho trovato. Vorrei un livello più alto del Parlamento. Io ho detto: signori, io ho fatto quello che al mio posto avrebbe fatto Guerini e se fossi stato al posto di Guerini avrei fatto quello che ha fatto lui o un altro ministro. Stiamo applicando dei trattati che sono chiari e definiti e non ci è data la possibilità di interpretarli, di cambiarli ma li dobbiamo applicare».
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Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Attesa per l’informativa dell’esecutivo in Parlamento. Gli esperti del Comitato tecnico sul gas studiano possibili contromisure. Sul tavolo la diminuzione dell’aria condizionata negli uffici statali e l’incremento di smart working e trasporto pubblico.
L’informativa in Parlamento fissata per domani sarà un appuntamento di snodo per il governo. Nata per fare il punto dopo l’esito referendario e i cambi nel governo, ha ora un altro contenuto. Il conflitto iraniano, di cui non si vede una svolta, sta provocando una crisi energetica dagli esiti difficili da delineare soprattutto per un Paese come l’Italia fortemente dipendente per gli approvvigionamenti energetici dai Paesi del Golfo.
Il premier Giorgia Meloni non ha nascosto la preoccupazione per la durata delle scorte di gas e petrolio. I tecnici del Comitato tecnico sul gas stanno in queste ore sondando il terreno al fine di tracciare uno scenario su quello che potrebbe accadere qualora il conflitto in Iran e la chiusura del canale di Hormuz dovessero protrarsi ancora.
Dal confronto tra il ministro Gilberto Pichetto Fratin e la premier dovrebbe essere definita la linea che il governo prenderà, per far fronte all’emergenza. Da giorni circola l’ipotesi di un razionamento delle risorse energetiche da realizzarsi tramite una serie di misure che riecheggiano in parte il periodo del lockdown pandemico e in parte la grande crisi energetica del 1973. L’anticipo della bella stagione con l’aumento delle temperature suggerisce un allarme in più poiché a breve scatterà l’accensione dei condizionatori, grandi consumatori di elettricità. Sul tavolo del governo c’è un pacchetto di misure che vanno dalla riduzione del consumo di gas da aria condizionata allo smart working, alle targhe alterne e al contingentamento dell’illuminazione pubblica.
La strategia prevede di alzare i condizionatori di un grado (o di usarli un’ora in meno). L’obiettivo è risparmiare fino a 80 miliardi di metri cubi di gas. Potrebbe tornare lo smart working «modello Covid». Verrebbe incentivato specialmente nella Pubblica amministrazione, per svuotare gli uffici e abbattere i consumi di luce e aria condizionata. Sul tavolo anche l’ipotesi di introdurre la circolazione a targhe alterne per limitare l’uso dei mezzi privati e incentivare il trasporto pubblico. Allo studio anche la possibilità di ridurre l’illuminazione di monumenti, edifici pubblici e lampioni stradali. Ad essere particolarmente colpite saranno le industrie energivore (acciaio e meccanica), che potrebbero subire rimodulazioni forzate dei turni e della produzione. Un sistema di sanzioni colpirebbe le violazioni. Scuola e sanità dovrebbero (per ora) rimanere zone franche per evitare il ritorno alla didattica a distanza a fine anno scolastico o il taglio delle visite mediche. L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha inserito tra le misure per contenere la domanda di petrolio, il taglio dei limiti di velocità, la riduzione dei voli e un maggior ricorso al trasporto pubblico. La parola d’ordine per la primavera potrebbe essere austerità.
Sempre l’Aie sottolinea che diversi governi hanno già attivato o incoraggiato forme di smart working insieme ad altri interventi per ridurre i consumi. In Egitto è stato introdotto un giorno settimanale obbligatorio di lavoro da remoto per il settore amministrativo, mentre dopo le 9 di sera si riduce l’illuminazione pubblica. In Indonesia il venerdì è diventato giornata «agile» per i dipendenti pubblici. In Myanmar il mercoledì è obbligatorio il lavoro a distanza e sono in vigore le targhe alterne per i privati. In Pakistan e nelle Filippine settimana corta di quattro giorni nel pubblico.
Dalle regioni a più alto tasso di imprese si intensificano i segnali di allarme. Confindustria Reggio Emilia teme la competitività del settore manifatturiero. Secondo l’ufficio studi dell’associazione se i prezzi di marzo 2026 dovessero consolidarsi come riferimento strutturale la bolletta energetica annuale dell’industria provinciale peserebbe oltre 115 milioni di euro in più rispetto a quanto già oneroso costo di febbraio. In Piemonte le imprese temono la recessione. Secondo le stime, le bollette elettriche per il terziario potrebbero aumentare tra l’8,5% e il 13,9%, pari a circa 2.853 euro rispetto ai livelli registrati nel primo bimestre del 2026.
Il premier Meloni attende anche un segnale da Bruxelles dove oggi è prevista una riunione del gruppo europeo di coordinamento sul petrolio, mentre domani è in programma un incontro del gruppo di coordinamento sul gas, per discutere delle ripercussioni della guerra. «Stiamo monitorando costantemente la situazione, anche in stretta collaborazione con i nostri Stati membri», ha detto la portavoce della Commissione europea per l’Energia, Anna-Kaisa Itkonen, nel briefing quotidiano con la stampa, «sono forum in cui vengono affrontate eventuali carenze, nonché le misure che adotteremo».
Su Le Figaro, Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), sostiene che siamo di fronte a una crisi energetica «più grave di quelle del 1973, del 1979 e del 2022 messe insieme. Non solo petrolio e gas, ma anche fertilizzanti, prodotti petrolchimici, elio e molte altre cose. Il mondo non ha mai sperimentato un’interruzione delle forniture energetiche di questa portata».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione ammetterà lo sforamento del 3% soltanto con grave recessione Roma e Berlino: tasse su extra profitti a società energetiche per aiutare le imprese.
«Non c’è una situazione economica tale da giustificare la sospensione del Patto di stabilità». Una sentenza praticamente che arriva da un portavoce della Commissione europea. L’attivazione della clausola generale del Patto è prevista solo in caso «di grave recessione e a condizione che non metta in pericolo la sostenibilità fiscale nel medio termine. E al momento non siamo in questo scenario», spiega, aggiungendo che «non abbiamo ricevuto richieste dagli Stati per valutare la possibilità di attivare la clausola nazionale di salvaguardia che sospende il Patto di stabilità per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia.
Le due procedure sono molto diverse perché, per attivare la clausola generale, serve l’iniziativa della Commissione, mentre per quella nazionale sono gli Stati che possono avviare il processo».
«La nostra Ue ha già superato una crisi energetica grazie all’unità e alla determinazione. La sicurezza energetica dell’Europa è la nostra priorità e responsabilità comune. Nessuno Stato membro può proteggersi da solo. Ma come Unione possiamo farcela insieme, attingendo ai punti di forza che ci consentono di superare ogni crisi: stabilità, resilienza e forza di volontà», il messaggio del presidente Ursula von der Leyen, che ribadisce velatamente quanto già spiegato dal portavoce: «Le eventuali misure nazionali non devono portare inflazione e aumento del deficit, ed è nostro compito vigilare affinché ogni iniziativa nazionale sia coordinata a livello europeo».
Eppure, lo scorso venerdì, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avvisato che se la crisi in Medio Oriente proseguisse sarebbe inevitabile per l’Ue valutare un nuovo stop del Patto, come già avvenuto dopo il Covid. Inoltre, il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha fornito uno scenario (non una vera previsione economica) secondo cui a causa della situazione attuale l’economia dell’Ue e dell’Eurozona crescerà quest’anno dello 0,4% in meno rispetto alle precedenti previsioni (rispettivamente 1,4% e 1,2%), mentre con un conflitto più lungo l’impatto sarà dello 0,6% sia nel 2026 e sia nel 2027. A questo punto si attendono le prossime previsioni in arrivo il 21 maggio per capire se lo scenario fornito sarà effettivamente confermato.
L’emergenza, in ogni caso, esiste ed è concreta. Per questo si pensa a diverse ipotesi. Cinque Paesi, tra cui Italia e Germania, hanno chiesto di tassare gli extra profitti delle società energetiche per ridurre i prezzi di benzina e gas. Lo ha fatto sapere Bruxelles. «La Commissione la sta valutando e agirà a tempo debito. Riconosciamo di non trovarci nella stessa situazione, ma è comunque importante tenere conto di quanto accaduto nel 2022 e trarre insegnamenti da quanto appreso», la spiegazione del portavoce della Commissione. A chiedere una tassa sugli extra profitti in Italia è soprattutto Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle sui social ha scritto: «Urge un intervento serio sul piano interno. Questo caro carburante è costato agli italiani in 2 giorni 1,3 miliardi: un vero salasso.
Il premier Meloni convochi un Consiglio dei ministri straordinario ma non per adottare le solite misure elettoralistiche e palliative, ma per introdurre una vera tassa sugli extra profitti», perché, secondo Conte, «in questi anni, non in questi giorni, le aziende energetiche, le imprese bancarie assicurative, le industrie delle armi hanno accumulato profitti ingenti: utilizziamo quelli con la tassa sugli extra profitti per redistribuirli alle famiglie in difficoltà e alle stesse imprese a cui un anno fa, ricordiamocelo, Giorgia Meloni aveva promesso 25 miliardi di aiuti. Gli italiani sono stanchi, basta con le promesse, vogliono fatti concreti».
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2026-04-08
Italia «coalizzata» con Spagna e Polonia nella sfida all’Europa sui tagli al carburante
I ritocchi fiscali, però, non hanno portato sostanziali benefici alla pompa perché il prezzo industriale del petrolio è aumentato.
La settimana di Pasqua è stata finora la più difficile per automobilisti e autotrasportatori italiani e il pur generoso sforzo del governo, con il taglio delle accise, ha solo mitigato l’impatto del rialzo dei prezzi dei carburanti. Come prevedibile, la rilevazione dei prezzi medi settimanali pubblicata ieri dal ministero dell’Ambiente ha fatto segnare un prezzo del gasolio e della benzina rispettivamente pari a 2,09 e 1,76 euro/litro, in ulteriore rialzo rispetto alla settimana precedente di 6 e 3 centesimi.
Per il gasolio un livello prossimo a quello di metà marzo 2022, poco prima della lunga sequenza di riduzioni delle accise decise dal governo Draghi.
Rispetto alla settimana precedente all’intervento del governo (mercoledì 19 marzo), il gasolio è aumentato di 6 centesimi, nonostante le tasse (accise e Iva) siano diminuite di 19 centesimi, semplicemente perché il prezzo industriale è aumentato di ben 25 centesimi. Per la benzina, invece, il prezzo alla pompa è comunque riuscito a scendere perché il prezzo industriale, in aumento di 15 centesimi, ha solo parzialmente eroso l’effetto positivo del taglio delle tasse (21 centesimi) e il consumatore ha beneficiato di una riduzione di 6 centesimi.
Ma rispetto alla settimana precedente lo scoppio delle ostilità nel Golfo Persico, la situazione è ben più grave: il gasolio è aumentato di 37 centesimi (+50 cent del prezzo industriale e -13 cent di tasse) e la benzina di 9 centesimi (+27 cent di prezzo industriale e -18 cent di tasse).
Tuttavia, questi dati fanno dell’Italia una mosca bianca (in positivo) nel panorama europeo perché ci sono solo la Spagna e la Polonia a farci compagnia su questa strada. Fermandoci alle economie più grandi della Ue, Germania e Francia non sono intervenute affatto, con il risultato che in questi Paesi il prezzo del gasolio è decollato oltre 2,30 euro/litro, mediamente 20 centesimi più dell’Italia.
In Francia gli interventi si sono limitati a dei prestiti a tasso «agevolato» (3,8%) fino a 50.000 euro per piccole e medie imprese dei settori agricoltura, trasporti e pesca.
È finora rimasto inascoltato il commissario Ue all’Energia Dan Jørgensen, rilanciato proprio ieri dal Financial Times, che ha invocato «coordinamento e cautela» negli interventi sui prezzi dei carburanti, al fine di non trasformare una crisi dei prezzi energetici in una crisi di finanza pubblica. Così come le parole dell’altro commissario Valdis Dombrovskis che ha richiesto misure «coerenti e di breve termine», sempre nel timore di «gravi implicazioni di natura fiscale».
Indicazioni che fanno a pugni con una realtà che vede un’elevata disomogeneità dell’impatto di questa crisi sugli Stati membri. E situazioni diverse richiedono soluzioni diverse, altro che coerenza e coordinamento.
Per esempio, il Qatar fornisce solo il 4% dell’import di gas della Ue, ma pesa per un terzo sull’import italiano di Gnl. In Francia è nota la quota relativamente elevata di energia prodotta con il nucleare; in Spagna, grazie all’alta quota di rinnovabili, in molte ore della giornata la produzione di energia da fonti fossili meno efficienti non entra nel calcolo del prezzo dell’energia.
In ogni caso, Italia e Spagna hanno utilizzato due strade diverse per tagliare il carico fiscale sui carburanti. La prima ha tagliato le accise, la seconda soprattutto l’Iva (dal 21% al 10%) e anche le accise; pur essendo stato il risultato quasi equivalente, ci sono forti indizi che la scelta di Madrid sia stata la più efficace.
Infatti, confrontando la rilevazione settimanale del 16 marzo (la settimana precedente gli interventi di riduzione) con quella del 30 marzo (quando le riduzioni sono andate a regime), si osserva che il prezzo medio settimanale alla pompa del gasolio in Spagna si è ridotto di 6 centesimi, mentre in Italia è rimasto invariato, nonostante in entrambi i Paesi le tasse siano diminuite di 20 centesimi.
Questo perché il prezzo industriale in Italia è aumentato di ben 20 centesimi e in Spagna di 15 centesimi, dove comunque il prezzo industriale era già superiore rispetto all’Italia. L’aumento registrato in Italia è anche superiore a quello di Francia e Germania. Poiché il prezzo industriale del gasolio è determinato dal prezzo del petrolio e dal margine lordo di raffinazione, possiamo ipotizzare che qualcosa non abbia funzionato perfettamente nella trasmissione (il cosiddetto pass-through) del taglio delle accise dai raffinatori/distributori al consumatore finale.
Infatti, ci sono studi che dimostrano che qualcosa resta «impigliato» nel margine del distributore; una vischiosità che non si riscontra quando si riduce l’aliquota Iva che, non essendo un costo per il raffinatore/distributore, viene immediatamente e per intero traslata a valle sul consumatore finale, indipendentemente dalle scorte, che invece giocano un ruolo quando si aumenta o riduce l’accisa.
Inoltre, quando gli aumenti del petrolio e, di conseguenza, del prezzo industriale si susseguono, il taglio delle accise viene presto compensato dall’aumento dell’Iva ad aliquota piena sulla maggiore base imponibile. Insomma, con una mano lo Stato dà (tagliando le accise) e con l’altra prende (incassando la maggiore Iva) e il consumatore ne beneficia solo parzialmente.
Ma ormai, con la proroga al 1° maggio del taglio, le «pieghe» di bilancio a disposizione del ministro Giancarlo Giorgetti si sono esaurite e ulteriori interventi richiederanno la formale approvazione di uno scostamento di bilancio. A Bruxelles dovranno farsene una ragione, perché la scelta è tra una recessione lieve o grave.
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