Papa Francesco (Ansa)
A un anno dalla morte, i giornali mainstream affollano le pagine di aneddoti agiografici e prese di posizione che ritraggono il presunto Bergoglio «rivoluzionario». Di quello pro vita e anti gender invece nessuna traccia.
Da giorni, a un anno dalla sua morte, 21 aprile 2025, assistiamo alle rievocazioni della figura di papa Francesco. Rievocazioni monocordi e poderose al punto da oscurare, per spazio ed enfasi, il contemporaneo viaggio che Leone XIV, il quale ieri l’ha ricordato a sua volta, sta compiendo in Africa. Si tratta perlopiù di ricostruzioni orientate che stupiscono solo in parte, considerato il carattere divisivo del magistero bergogliano e il dibattito in atto sulla vera eredità del «vescovo di Roma venuto quasi dalla fine del mondo».
Testi inediti, interventi, vignette e interviste in cui persone che gli sono state vicine, segretari, cardinali di curia e non, storici della Chiesa e vaticanisti si esprimono con larghezza. Una piccola star di queste commemorazioni è l’infermiere personale di Francesco, Massimiliano Strappetti, l’uomo che l’ha assistito quando fu costretto in carrozzella, assurto a piccola fama per aver confidato al Santo Padre di essere divorziato. «E qual è il problema?», gli disse, informandosi se gli facessero fare la comunione, altrimenti «ci vado a parlare io», aveva ipotizzato. Giusto, per un Papa aperto, moderno e preoccupato della vita sacramentale dei fedeli, come rivela questo retroscena. È la scena, piuttosto, la ribalta consegnataci da questa narrativa, a lasciare perplessi.
Innanzitutto, è curioso che siano testate e televisioni di intonazione laica, se non laicista, a esporsi in prima linea. Ma pure questa, a ben guardare, non è una novità. Già durante il pontificato erano i commentatori non credenti a voler spiegare ai cattolici chi fosse Francesco. Uno su tutti, Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, protagonista di un esibito rapporto privilegiato con il successore di Pietro. «Era il Papa degli atei», ha sintetizzato Javier Cercas, l’autore di Il folle di Dio alla fine del mondo (Guanda), intervistato da Ezio Mauro nel documentario Francesco. Cronache di un papato, andato in onda su La7. È davvero così. E con un briciolo di disincanto si può cogliere che l’assenza di conversioni significative tra gli esegeti non credenti di Bergoglio va a braccetto con l’accesa difesa di Leone XIV contro Donald Trump di tanti chierichetti gauchiste dell’ultim’ora. Proprio una vignetta su Repubblica di ieri esemplifica l’idea: un Francesco con bandiera bianca come la sua veste incoraggia: «Daje Leone».
In seconda battuta, è l’interpretazione del magistero bergogliano di queste celebrazioni a destare imbarazzo. Il Papa pauperista, ambientalista, egualitarista. Il Papa che ha rovesciato la prospettiva arrivando dal Sud del mondo, «il gesuita sudamericano» (Mauro). Che mette le periferie al centro e riparte dai poveri. Il Papa che rivoluziona lo stile, riscrivendo forme e abitudini: modifica l’abbigliamento, indossa una croce di metallo, abbandona l’appartamento pontificio nel Palazzo apostolico, sceglie un’auto più modesta… Il Papa che indossa un poncho argentino sulla carrozzella sospinta dall’infermiere per visitare le tombe dei predecessori. Un Papa «in cui c’è del genio, quasi un personaggio letterario» (Antonio Spadaro). Il Papa «del pulpito e il Papa del trono» (Alberto Melloni, storico) che vuole riformare la curia, «la sua bestia nera» (Andrea Riccardi). Ma il piano rimarrà incompiuto. Dal punto di vista dottrinale, invece, è uno che amava «sfidare il potere», secondo Yoannis Lahzi Gaid, il segretario personale, al quale fa eco Avvenire: «Francesco e le beatitudini come profezia contro i potentati». Almeno La Stampa titola «Il nostro Francesco», ammettendo implicitamente la visione parziale. Non a caso, nessuno cita la sua battaglia contro l’aborto, definito come un omicidio per il quale «si affitta un sicario». O l’ideologia gender stigmatizzata come «un passo indietro» e come «il pericolo più brutto di oggi». Si intervistano prelati, giornalisti, intellettuali: tutti unanimemente entusiasti. Confermando così la felice definizione di qualche anno fa del grande filosofo Alain Finkielkraut: «È il sommo pontefice dell’ideologia giornalistica mondiale».
Per Mauro «la guerra è stata la sua ossessione e la predicazione contro la guerra l’eredità lasciata a papa Leone che ha deciso di camminare su quella strada». Bergoglio è il Papa della pace, dei migranti e della riparazione del pianeta, in perfetta armonia con l’agenda di Barack Obama, come ha osservato l’ex direttore (dissonante) di Repubblica Maurizio Molinari. Detto in altre parole, è il leader della globalizzazione e del mondialismo dell’Onu che nel frattempo inizia il suo declino.
In altre commemorazioni si sottolinea l’impegno degli ultimi anni per la «Chiesa sinodale» (cardinal Óscar Rodríguez Maradiaga). Qualcosa che risulta tuttora sfuggente e teorico allo stesso tempo. A Mauro che gli chiede se Francesco sia stato un riformatore o un rivoluzionario, il cardinal Matteo Zuppi dice che, avendo lasciato diverse riforme da completare, è stato soprattutto un rivoluzionario. Sarà. Ma, a proposito di Chiesa sinodale e dello stato generale del popolo di Dio, balzano agli occhi più le realtà indebolite rispetto a quelle costruite e potenziate. Un esempio su tutti sono i movimenti, da Comunione e liberazione ai Focolari all’Opus dei, oggetto di pesanti interventi e massicce revisioni. Disconoscendo il fatto che, pur se bisognosi di correzioni, essendo nati nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro, sono una modalità molto contemporanea di presenza della Chiesa nel mondo.
Ma di questo, nelle tante elegie di questi giorni, non c’è alcuna traccia.
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Claudio Ranieri (Getty Images)
Dieci anni dopo il capolavoro di Claudio Ranieri e lo storico trionfo in Premier League, la squadra simbolo del calcio romantico sprofonda in terza serie tra difficoltà economiche e risultati deludenti.
Torna a casa Leicester. La bella «Cenerentola» inglese è stata rispedita nei bassifondi del calcio professionistico, la periferia grigia dopo la ribalta: dieci anni fa entrò nella storia (e nei cuori della gente) conquistando una storica Premier League sulle spalle dei giganti, i club più ricchi e titolati; martedì, invece, è retrocessa in League One, l’equivalente della nostra Serie C. Una favola diventata incubo con due salti all’indietro consecutivi.
Decisivo l’inutile pareggio casalingo contro l’Hull City in uno stadio mezzo vuoto, ma la vera condanna sono stati i 6 punti di penalizzazione per aver sforato i limiti di spesa affossando il bilancio. Facile punire le «piccole» che provano a darsi un tono, vien da dire, perché quando sgarrano le «big» volano al massimo ammonizioni: il Manchester City degli sceicchi, per esempio, nel 2023 è stato accusato di oltre 100 violazioni finanziarie ma ad oggi non c’è ancora un verdetto.
Se siamo emotivamente coinvolti nella caduta delle Foxes (nella contea del Leicestershire andava di moda la caccia alla volpe) è perché nel 2016 avevano restituito un po’ di romanticismo al mondo del pallone, dove vincono quasi sempre le corazzate e dove gli outsider guardano solo alla salvezza. Un disco rotto. Basti pensare che i bookmaker, all’inizio di quell’epica stagione, quotavano il Leicester campione d’Inghilterra 5.000 a 1: un falegname tifoso in preda all’alcol scommise 5 sterline e ne incassò 20.000. La scalata al trono favorì anche un turismo calcistico voglioso di respirare quella rivoluzione, per non parlare dei fan club stranieri messi in piedi nottetempo a diverse latitudini. Una sorta di Chievo Verona che ce l’ha fatta, sebbene la proprietà thailandese del Leicester (King Power) sia un colosso del duty free che gestisce negozi negli aeroporti.
Ne siamo coinvolti, poi, perché quel Leicester era guidato da Claudio Ranieri, che da buon italiano «allenò» i calciatori pure in pizzeria. Team building, direbbero i capi delle Risorse umane. «Subivamo troppi gol, allora, prima di una gara contro il Crystal Palace, ho detto ai ragazzi che se non ne avessero presi avrei offerto la pizza», ha svelato il tecnico romano a chi lo interrogava sul segreto della squadra. Risultato? 1 a 0 per le Foxes e calciatori... in cucina. Altro che escort e champagne. «Voi dovete sempre lavorare duramente, per tutto, e lavorerete anche per la pizza, ognuno farà la sua», il messaggio di sir Claudio agli anti eroi, che da quel momento alzarono in campo un muro invalicabile. E per la grande festa allo stadio ecco il tenore Andrea Bocelli: Nessun dorma, il sogno è realtà.
Già, gli anti eroi, from zero to hero. Una favola nella favola. Il simbolo nonché trascinatore della squadra, fino alla scorsa stagione, è stato Jamie Vardy, un trangugiatore di Red Bull approdato al calcio professionistico a 25 anni e che prima campava soprattutto con il lavoro da metalmeccanico: 200 gol in 500 presenze con il Leicester, quindi beniamino indiscusso della working class e oggi, alla soglia dei 40 anni, leggenda sportiva «adottata» dalla Cremonese. Indimenticabile anche il «motore» di quel Leicester, il francese N’Golo Kanté, infaticabile corridore (tascabile) ammirato anche per la presunta allergia alle auto di lusso. Forever umile, ma poi ha ceduto alle sirene arabe. Ranieri lo adorava: «Si alzava di primo mattino, andava a farsi la sua corsetta di 4 chilometri, poi arrivava al centro sportivo e ricominciava tutto da capo», confessò l’allenatore, «gli ho sempre detto di riposarsi, di non sprecare energie, ma lui mi rispondeva: ‘Mister, io a Boulogne venivo denigrato da tutti. Mi hanno sempre detto che non ero fatto per giocare a calcio. Oggi mi alleno praticamente sempre per dimostrare che non ci vuole solo talento, ma anche tanta forza di volontà e passione’». In mediana gli faceva compagnia Danny Drinkwater, uno che dopo il ritiro si è messo a sgobbare nei cantieri inglesi: muratore. A ricamare il gioco, il mancino algerino di Riyad Mahrez.
Non è stata una meteora, il Leicester. Dopo il clamoroso trionfo in Premier ha ben figurato pure in Champions League (alla sua prima e unica partecipazione) raggiungendo i quarti di finale. Eppure, siccome in campionato i risultati erano tornati «normali», Ranieri fu esonerato. L’altro anno magico, per la città che conta circa 370.000 abitanti, è stato il 2021, salutato con due prestigiosi trofei in bacheca: FA Cup e Community Shield. Nel 2023 il primo scivolone verso il purgatorio della Serie B, subito abbandonato grazie a mister Enzo Maresca: italians do it better. Emozioni ma anche una tragedia: la morte del presidente thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, il 27 ottobre 2018, precipitato a bordo dell’aereo appena decollato dal King Power Stadium. Gli è subentrato il figlio, Aiyawatt, che dopo la retrocessione ha rivolto un messaggio ai tifosi: «Abbiamo vissuto momenti di grande gioia e ora di profonda tristezza, lavoreremo per ricostruire, migliorare e ripristinare gli standard che ci si aspetta dal Leicester. Il nostro obiettivo è reagire con forza e riportare questo club ai vertici». Sullo sfondo resta un centro sportivo ultra moderno costato 100 milioni, un vero lusso per una Cenerentola tornata sulla terra.
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Cinque secoli di storia, riforme, controriforme e una frattura mai sanata nella Chiesa tra conservatori e progressisti. Dopo le restrizioni di Francesco, il Vetus Ordo torna al centro del dibattito con Leone XIV, che lascia intravedere segnali di apertura verso il rito antico.
Relegato alla sezione «immondizia vetusta» dal Concilio Vaticano II. Reintrodotto da Benedetto XVI, pesantemente limitato da Francesco. E ora con Leone XIV si parla di inserirlo nuovamente tra le principali forme di celebrazione eucaristica. Il Vetus Ordo – o Messa Tridentina – è uno dei fili conduttori degli ultimi papati, un tema che divide profondamente conservatori e progressisti all’interno della Santa Sede. Le ragioni di un simile scontro non si esauriscono nella politica ecclesiastica del presente: per coglierle fino in fondo bisogna risalire alle origini stesse di questa liturgia, alla sua storia lunga e stratificata.
Il Vetus Ordo, innanzitutto, è l’antica liturgia che si riannoda fondamentalmente alla tradizione della Chiesa romana, tanto che le sue origini ancestrali risalgono addirittura al III secolo. La versione più «moderna» deriva invece dal Messale del 1570, promulgato da papa Pio V con la bolla Quo primum tempore a seguito del Concilio di Trento, con l’obiettivo di unire le millenarie – diversificate – forme romane. Ha come tratti distintivi la lingua latina, la posizione ad orientem del sacerdote e dei fedeli verso l’altare, la comunione ricevuta in ginocchio e sulla lingua, il canto gregoriano e un profondo senso del sacro. Rimase la versione ufficiale fino al 1962 quando, sotto il magistero di Giovanni XXIII, avvenne il primo cambiamento. Il Pontefice abolì infatti l’obbligo dei sacerdoti di accedere all’altare con la testa coperta dalla berretta clericale.
Ma la vera rivoluzione fu nel 1969, sulla scia del Concilio Vaticano II. Vennero eliminate diverse preghiere e introdotte altre nuove. Lo stesso avvenne per molti inchini e gesti cerimoniali. Per la celebrazione liturgica, il latino fu sostituito dalla lingua volgare. Paolo VI (al secolo Giovanni Montini) scelse inoltre di cambiare le formule dell’Offertorio, distaccandosi radicalmente sia dalla formula del 1962 sia – a maggior ragione – da quella precedente. Si andò ben oltre le disposizioni conciliari, le quali ambivano a semplificare i riti, inserire un numero maggiore di passi biblici e privilegiare la lingua volgare, concedendo tuttavia al latino «una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti». No, il Messale dell’allora pontefice andò ben oltre, sollevando pareri contrastanti nel mondo cattolico. Una specie di scisma silenzioso fra conservatori e progressisti, conciliari e preconciliari. Una frattura che si è protratta nei decenni successivi.
Cercando di venire incontro alle esigenze di chi si sentiva più vicino al Vetus Ordo, Giovanni Paolo II pubblicò due documenti «riappacificatori»: la lettera del 1984 Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto Divino e il motu proprio del 1988 Ecclesia dei adflicta. In sintesi, il Papa chiedeva ai vescovi diocesani che fosse «ovunque rispettato l’animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un’ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l’uso del Messale Romano secondo l’edizione tipica del 1962».
Un’altra riforma in favore del rituale antico arrivò il 7 luglio 2007 da Benedetto XVI, papa di stampo fortemente conservatore. La sua lettera apostolica Summorum Pontificum sanciva di fatto che tutti i sacerdoti potessero celebrare la messa con la versione del 1962, dato che giuridicamente non era mai stata soppressa. Un riavvicinamento alla tradizione che si percepisce intensamente dallo scopo del motu proprio: «Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile restare in quest’unità o ritrovarla nuovamente».
Con l’avvento di Jorge Mario Bergoglio, però, il Vaticano ritornò sui propri passi e assunse un orientamento progressista accordato all’interpretazione montiniana del Concilio Vaticano II. In quest’ottica, Papa Francesco scrisse nel 2021 la lettera apostolica Traditionis Custodes, imponendo rigidissime limitazioni al Vetus Ordo e abrogando le precedenti aperture di Wojtyla e Ratzinger. Una scelta drastica che provocò la chiusura di diverse parrocchie legate al rito antico, in particolare nel mondo americano. Bergoglio si giustificò parlando di restrizioni necessarie per l’unità della Chiesa: alcuni membri del clero legati alla Messa Tridentina sarebbero stati contrari al Concilio. Già nel 2017, invece, Francesco aveva definito la riforma «irreversibile». Nessun ritorno al passato, ma un taglio netto a una tradizione secolare.
Arriviamo dunque ai nostri giorni. Archiviato Bergoglio, la Chiesa ha un nuovo pontefice, Leone XIV. Pacato, equilibrato, lontano anni luce dalla linea politica e spirituale del predecessore. Si è tornati quindi a parlare di una riapertura al Vetus Ordo. Il Papa, in effetti, ha alimentato queste voci con una dichiarazione dello scorso marzo ai vescovi francesi, invitandoli a una «generosa inclusione» proprio dei fedeli legati all’antica celebrazione liturgica. L’obiettivo sarebbe quello di sanare definitivamente le tensioni interne derivanti dalla Traditionis Custodes.
C’è un episodio singolare che dà seguito a questa ipotesi. Alla benedizione pasquale Urbi et Orbi, Leone XIV ha accanto a sé due cardinali. Il primo è Dominique Mamberti, che si trova lì esclusivamente per prassi. Il secondo, al contrario, è una scelta del tutto personale del Pontefice. Non ricopre un ruolo istituzionale, ma è una vera e propria istituzione. Si tratta di Ernest Simoni, che il 7 aprile 2026 ha celebrato il 70° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Una vita straordinaria vissuta da martire, vessato per decenni dal regime comunista albanese.
Oggi, nonostante l’età, è ancora molto attivo. Abita a Firenze e celebra la Messa con il rito antico, spesso e volentieri indossando i paramenti tradizionali risalenti all’epoca antecedente al Concilio Vaticano II. Una presenza molto significativa al fianco di Leone, che riporta a quel Vetus Ordo tanto discusso negli ultimi decenni e che continuerà a essere protagonista anche durante questo magistero.
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