Nel riquadro, Daniela Chieffo (IStock)
La psicologa Daniela Chieffo: «I bambini del bosco sono stati sradicati. E la deprivazione ambientale causa traumi gravi. Decisioni così pesanti spetterebbero a un collegio multidisciplinare. I genitori si sono messi in discussione ma non se n’è tenuto conto».
Daniela Chieffo è direttrice dell’unità operativa di psicologia clinica presso l’università Cattolica-Fondazione Policlinico Agostino Gemelli. Esperta stimata, ieri ha partecipato all’evento a sostegno della famiglia nel bosco organizzato alla Camera da Michela Vittoria Brambilla.
Ed è inevitabile iniziare la conversazione chiedendole quali traumi abbiano riportato in questi mesi i tre figli di Nathan e Catherine Trevallion. «Questi bambini sono stati allontanati dai genitori e sono stati di fatto sradicati da un ambiente di vita a contatto con la natura per essere trasferiti in una condizione ambientale molto diversa», dice la dottoressa. «In questo modo è avvenuta una frattura molto brusca, quindi c’è stato un trauma ambientale oltre che relazionale. Di solito si pensa sempre che i bambini si adattino, perché apparentemente dimostrano di avere delle risorse e di mantenere serenità. Ma quella serenità nasconde anche una memoria traumatica importante. In questo caso abbiamo dei traumi che riguardano un vissuto di perdita legato sia alla famiglia sia all’ambiente».
Insomma, oltre alla separazione dai genitori anche quella dall’ambiente in cui hanno vissuto per anni è un trauma per i tre bambini Trevallion.
«Questi bambini ricevevano degli stimoli neurosensoriali ambientali, educativi e pure nutritivi di un certo tipo. Poi sono stati posti in un’altra realtà molto diversa rispetto a quella a cui erano abituati».
Una realtà che, sia concesso dirlo, non sembra poi migliore rispetto a quella che hanno lasciato. A quanto pare fanno poche ore di lezione, non hanno grande socialità perché in casa protetta ci sono ragazzi di età diverse... In compenso possono vedere i cartoni animati e mangiare dolci e cibi processati.
«Questo è un tema molto importante. I bambini in questo momento vivono in una realtà che non è stimolante come quella che hanno lasciato. Possiamo parlare di deprivazione ambientale. Le istituzioni devono garantire delle alternative valide, anche in linea con quello che potremmo chiamare il mito familiare».
Il mito familiare sarebbe il legame con la natura?
«Sì. Ci sono perfino delle scuole che prevedono questo contatto. Ebbene io credo che i bambini, nel momento in cui vengono allontanati e posti in un altro ambiente, debbano avere in qualche modo un rifornimento».
Cioè dovrebbero in qualche maniera rimanere in linea con la visione in cui sono cresciuti.
«Certo, assolutamente sì. Pure il cibo con cui oggi si stanno alimentando è un cibo molto dissonante da quello a cui sono stati abituati. Il cibo non è solo apporto calorico e proteico, ma qualcosa di più. Il cibo a cui loro sono stati abituati l’hanno perduto per acquisire uno stile alimentare diverso, che potrebbe essere anche tossico per certi aspetti. Non c’è continuità su questo tema, come sui temi educativi, con quello che hanno vissuto in precedenza».
Secondo lei ora sarebbe importante riunire la famiglia anche per non danneggiare ulteriormente questi bambini?
«In quest’epoca abbiamo tutti gli strumenti e i professionisti in grado di aiutare questa famiglia. Questa è una famiglia che ha dimostrato una forte sintonizzazione affettiva ed emotiva tra i genitori e i bambini. I bambini sono risultati sani dal punto di vista cognitivo e emotivo, e riavvicinarli in qualche modo potrebbe garantire un aiuto, una promozione alla salute di questi bambini. Io credo che sia fondamentale una cooperazione, una forma di dialogo tra la famiglia e le istituzioni».
Dialogo che però per ora è stato piuttosto carente. Eppure dovrebbero essere soprattutto le istituzioni a promuoverlo.
«Assolutamente sì. L’istituzione deve in qualche modo creare una forma di sintonizzazione con questi genitori, sempre avendo in mente i bambini e i loro diritti».
A volte si notano atteggiamenti contraddittori da parte delle istituzioni. Abbiamo casi come questo in cui i bambini vengono tolti a genitori non abusanti. E altri casi in cui invece i bambini vengono lasciati con dei genitori che arrivano addirittura a ucciderli. Da cosa dipende questa disparità secondo lei?
«Noi vediamo tanti bambini e ragazzi che sviluppano una psicopatologia perché vivono in ambienti tossici, e mi chiedo come mai appunto ci siano delle situazioni che non vengono attenzionate o altre che vengono attenzionate troppo. Alcuni casi rimangono al buio, altri sono illuminati con degli abbaglianti. Per questo credo che sia importante riflettere sull’idea di un collegio tecnico multidisciplinare, un insieme di persone che lavorino in concerto su queste situazioni. E poi bisogna lavorare sui servizi sociali che a volte sono carenti. È fondamentale che chi lavora con i bambini abbia competenze adeguate, addirittura una sorta di patentino, per capire quale sia davvero il bambino in pericolo».
Se ho capito bene lei parla di un patentino per gli assistenti sociali e di un gruppo di esperti che valuti i vari casi prima che si proceda agli allontanamenti.
«Sì, bisogna avere un team esperto in questo campo che possa coordinare un percorso preventivo. Parliamo della casa nel bosco ma siamo pieni di famiglie che possono avere in mente progetti diciamo così non adeguati, non per mancanza di amore o di generosità ma per altre ragioni».
E secondo lei si potrebbero prevenire allontanamenti o lavorare su potenziali rischi se le famiglie incontrassero prima questo gruppo di esperti? Questo si sarebbe potuto fare anche con i Trevallion. Si sarebbe potuto modulare un percorso senza arrivare all’allontanamento dei figli.
«Sì, anche perché quei genitori in qualche modo si sono messi in discussione... E poi le dirò di più. Si è parlato tanto della mamma Catherine, si è detto che nella casa famiglia aveva un atteggiamento un po’ ostile... Ma quando una mamma ha paura che i figli le possano essere sottratti, cosa può provare? Le manca l’aria solo al pensiero di sapere che un figlio potrebbe anche perderlo. Il timore di perdere un figlio ti mette in una condizione di incertezza, anche di rabbia. Perché la rabbia parte da una paura profonda».
Un’ultima domanda, a proposito di madri. Abbiamo visto la terribile storia di una donna di Catanzaro che si è gettata dal balcone assieme ai figli. Che cosa può spingere una donna a fare una cosa del genere?
«Gesti così sono legati alla liberazione da una sofferenza diventata cronica, da cui rappresentano una tragica via di uscita. È quasi un gesto di libertà, per alcune donne paradossalmente è quasi una scelta di salvezza quella di sacrificare i propri figli di fronte alla paura che non possa esserci una soluzione al dolore».
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2026-04-23
Dimmi La Verità | Fabio Amendolara: «Napoli, soldi e sesso in cambio di certificati per stranieri»
Ecco #DimmiLaVerità del 23 aprile 2026. Il nostro Fabio Amendolara ci rivela I dettagli dell'inchiesta su soldi e sesso in cambio di certificati per extracomunitari a Napoli.
Silvia Salis (Getty Images)
La nuova icona della sinistra è troppo impegnata a farsi immortalare con Dj di grido in mezzo ai giovani per pensare che nella sua città il 65% dei senza dimora non ha una struttura dove stare.
Pochi mesi fa, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un censimento nazionale delle persone senza fissa dimora in 14 grandi città. L’indagine, condotta dall’Istat insieme alla Federazione Italiana Organismi per le persone senza dimora, ha utilizzato il metodo «Point in Time»: una fotografia istantanea già diffusa in molti Paesi europei e negli Stati Uniti per misurare la povertà estrema.
Squadre di volontari hanno percorso a piedi quartieri, sottopassaggi e stazioni, muniti di strumenti digitali e dell’esperienza di chi conosce da vicino la vita di strada. Il risultato è stato un dato preciso: 10.037 persone senza dimora. Di queste, 5.563 dormivano, nelle fredde sere di gennaio 2026 in cui è stata effettuata la rilevazione, in una delle 217 strutture di accoglienza notturna. Le restanti 4.474 - quasi la metà - si trovavano all’aperto, negli spazi urbani. Il 35% dormiva direttamente su marciapiedi o piazze, senza alcun riparo; un altro 32% sotto portici, ponti o in sottopassaggi. Quasi uno su dieci trovava rifugio in stazioni o terminal di trasporto, mentre una piccola quota dormiva in tende o automobili. Roma e Milano detengono, prevedibilmente, i numeri assoluti più elevati. Ma il dato più significativo riguarda Genova, dove la percentuale di persone costrette a dormire all’aperto raggiunge il 65,9%: quasi due terzi dei senza dimora non trovano posto in una struttura.
Un dato che evidenzia una distanza profonda, siderale, tra la realtà e l’immagine pubblica che la Sindaca vuole proiettare di sé.
Proprio in questi giorni si parla molto di Silvia Salis, sindaca di Genova, indicata come possibile candidata del cosiddetto campo largo a livello nazionale. Lei stessa, in un’intervista a Bloomberg, ha lasciato intendere una certa disponibilità. Intanto circolano sondaggi e analisi che ne sottolineano il peso politico, prospettando un possibile vantaggio per il centrosinistra. Il tutto orchestrato da una attenta regia che vede come spin doctor Marco Agnoletti, già visto all’opera con la Leopolda di Renzi.
La sua crescita mediatica appare sostenuta da un’efficace strategia comunicativa. Si è parlato, ad esempio, della sua presenza – defilata ma studiata – accanto alla consolle della DJ Charlotte de Witte: non protagonista, ma comunque visibile, in una posizione che trasmetteva al tempo stesso partecipazione e controllo. Un’immagine interpretata come un abile equilibrio tra dimensione istituzionale e spontaneità, tra ruolo pubblico e quotidianità. Un’operazione comunicativa efficace, con l’intento di accorciare simbolicamente la distanza tra politica e cittadini sotto i decibel della musica elettronica. Ma resta aperta una distanza che non sembra capace di colmare quella tra narrazione e realtà amministrativa.
Genova è una città complessa, con un territorio difficile, infrastrutture datate e servizi trascurati da anni. Chi governa non trova certo una situazione semplice. Tuttavia, queste difficoltà non possono diventare un alibi. Il quadro generale appare preoccupante. Sul piano socio-sanitario, strutture come l’Ospedale Galliera e il San Martino mostrano criticità evidenti: edifici obsoleti, organizzazione poco aggiornata, tempi di attesa lunghi e personale sotto pressione. Anche il sistema dei trasporti è vicino al limite: manca una vera riorganizzazione e i disagi ricadono quotidianamente sui cittadini. Il tessuto produttivo fatica a trovare una direzione. Al di là di alcuni interventi legati al porto – indispensabile per l’economia cittadina – non emerge una visione chiara di sviluppo. Sul tema dell’Ilva di Cornigliano prevalgono dichiarazioni di principio e slogan tipo «salviamo tutto», senza un piano concreto. Nel frattempo, si continuano a finanziare iniziative ideologiche, eventi e consulenze discutibili. Scelte legittime, certo, ma che sollevano una domanda: non sarebbe più urgente intervenire su ciò che è essenziale? Trasporti efficienti, servizi sanitari adeguati, politiche efficaci per chi vive in condizioni di estrema fragilità come ad esempio le persone senza fissa dimora.
Dopo un anno di amministrazione, il bilancio appare segnato da molta comunicazione e poca concretezza. Ciò che sembra mancare, soprattutto, è una visione chiara del futuro della città. Non è nostro compito entrare nel merito delle dinamiche che animano il campo largo, e nemmeno giudicare questo lancio di «peso politico» della Salis nell’arena nazionale, ma ci risulta difficile non condividere le perplessità espresse da una persona come Rosi Bindi sulla credibilità di una candidatura nazionale della sindaca.
In città, intanto, cresce una domanda sempre più insistente: Silvia Salis rappresenta davvero una prospettiva solida o è l’ennesimo bluff partorito dalla Seconda Repubblica? Cioè una costruzione politica destinata a rivelarsi fragile e che una fuga anticipata da Genova rivelerebbe in tutta la sua essenza.
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Getty Images
Il Dipartimento di Giustizia Usa indaga su un’organizzazione che si presenta come baluardo contro l’estremismo di destra. L’accusa è di aver versato oltre 3 milioni a gruppi suprematisti e aver foraggiato i militanti per fomentare l’allarme sociale.
L’organizzazione che da anni si presenta come uno dei principali baluardi contro l’estremismo di destra finisce ora sotto accusa per aver finanziato proprio quegli ambienti che dice di combattere. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, infatti, ha avviato un’inchiesta sul Southern poverty law center (Splc), contestando il trasferimento di oltre 3 milioni di dollari a soggetti legati a gruppi suprematisti bianchi, tra cui movimenti riconducibili al famigerato Ku Klux Klan. In altre parole, si tratta di una vicenda che solleva numerosi interrogativi sui metodi e la trasparenza di una delle Ong più influenti del panorama americano.
Secondo quanto ricostruito finora dal Dipartimento di Giustizia, i flussi di denaro si sarebbero sviluppati nel corso di diversi anni attraverso canali indiretti, conti schermati e intermediari, finendo per raggiungere individui inseriti in organizzazioni estremiste come il National socialist movement e Aryan nations. Al centro dell’indagine ci sono ipotesi di frode, riciclaggio e false dichiarazioni, con l’accusa - formulata in termini ancora preliminari - che una parte dei fondi raccolti per contrastare l’estremismo sia stata invece convogliata, almeno indirettamente, verso gli stessi ambienti oggetto di monitoraggio. Il procuratore generale Todd Blanche, subentrato di recente a Pam Bondi, ha parlato in una conferenza stampa di «serie preoccupazioni» sui meccanismi finanziari dell’organizzazione, sottolineando la necessità di chiarire «se si tratti di attività investigativa legittima o di qualcosa che va oltre». Senza girarci intorno, Blanche ha dichiarato che l’Splc «faceva l’esatto opposto di ciò che dichiarava ai propri donatori», arrivando a evocare il rischio che l’organizzazione «non smantellasse l’estremismo, ma finisse per finanziarlo». Per comprendere la portata di questo scandalo, è necessario ricordare che cos’è il Southern poverty law center. Fondato nel 1971, l’Splc è una Ong specializzata nella difesa dei diritti civili e nel monitoraggio dei cosiddetti «hate groups». Nel corso degli anni ha acquisito sempre più peso nel dibattito pubblico americano: le sue liste sulle organizzazioni estremiste vengono utilizzate da media, piattaforme digitali e istituzioni come riferimento per identificare e classificare i movimenti radicali. L’Splc, peraltro, è dotato di una struttura finanziaria imponente, con entrate annuali nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari e un patrimonio accumulato che supera i 700 milioni. Un attore privato, dunque, ma con un peso crescente nel definire i confini stessi dell’estremismo negli Stati Uniti.
Insomma, la situazione è delicata, dato che i democratici hanno spesso agitato lo spauracchio del suprematismo bianco per meri calcoli elettorali. Basti pensare che Joe Biden lo citò come una delle principali minacce alla stabilità del sistema politico americano, nonché come uno dei motivi che lo avevano spinto a candidarsi contro Donald Trump (ovviamente accusato di complicità con questi ambienti). Ed è proprio grazie a questa presunta emergenza che il ruolo di organizzazioni come l’Splc si è rafforzato, contribuendo a orientare la percezione pubblica e, indirettamente, alcune scelte politiche. Ora l’inchiesta del Dipartimento di Giustizia rischia seriamente di rompere il giocattolo dei dem.
Dal canto suo, l’Ong respinge le accuse e rivendica la legittimità della propria condotta. I fondi finiti sotto la lente degli investigatori, sostiene l’Splc, sarebbero stati utilizzati per pagare informatori infiltrati all’interno di gruppi estremisti, con l’obiettivo di monitorarne le attività e prevenire possibili violenze. Una strategia che, secondo la difesa, rientra nelle normali tecniche investigative e che sarebbe stata adottata anche da altre realtà impegnate nel contrasto al radicalismo.
È qui, però, che si apre una zona grigia destinata a pesare sull’esito dell’indagine. Da un lato, l’uso di informatori retribuiti è una pratica nota e, in determinati contesti, considerata legittima. Dall’altro, la natura e l’entità dei flussi finanziari sollevano inquietanti interrogativi sul labile confine tra monitoraggio e sostegno indiretto. Nelle sue dichiarazioni, Blanche ha insistito proprio su questo punto, parlando della necessità di «fare piena luce su un sistema che presenta elementi difficili da conciliare con la missione dichiarata dell’organizzazione». La questione è davvero delicata. Qualora fosse provato il finanziamento di questi gruppuscoli suprematisti, l’interrogativo si pone da sé: escludendo un’improbabile complicità ideologica tra l’Ong e ambienti contigui al Ku Klux Klan, sorgerebbe il sospetto che l’Splc finisca per alimentare proprio quei «gruppi d’odio» da cui trae influenza, visibilità e risorse. Per ora, l’indagine è alle fasi iniziali e non sono state emesse condanne. Ma il caso ha già riaperto la discussione sul ruolo e i metodi di quegli attori privati che, pur non essendo istituzioni, contribuiscono in modo decisivo a definire le categorie del dibattito pubblico. Con il rischio, però, di inquinarlo per portare acqua al proprio mulino.
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