Con Paolo Gambi facciamo il punto sulla situazione dei piccoli Trevallion dopo la visita della garante per l'infanzia nella casa famiglia di Vasto.
Ansa
Dopo aver perso tempo con polemiche inutili (da «L’invito al dialogo del premier? Fa tutto lei» a «Sa il mio numero»), la leader del Partito democratico si scioglie dopo una telefonata del presidente del Consiglio: «Dialogheremo ogni volta che sarà necessario».
«Wilma, dammi la clava!»: il leggendario grido di Fred Flintstone alla moglie, tormentone del cartone animato ambientato nell’età della pietra che spopolò tra gli anni Sessanta e Ottanta, risuona nella mente di chi segue in queste ore il dibattito politico italiano. Parliamo della proposta di Giorgia Meloni di aprire un tavolo di confronto con le opposizioni sulla guerra in Iran, del «no» poi diventato «ni» di Elly Schlein, che l’altro ieri sera, alla Camera, ha risposto alla Meloni chiedendole di «posare la clava».
Ieri mattina, il premier, in un lungo comunicato, è tornato sull’argomento: «Mi corre l’obbligo di rispondere alle dichiarazioni del segretario del Pd, relativamente all’appello all’unità che ho rivolto , in aula, alle opposizioni. Il mio è stato un appello sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. I toni che ho utilizzato nella replica, invece, sono rimasti rispettosi. Nessuna clava, nessuna mancanza di rispetto, nessun insulto. Se non vi è disponibilità da parte dell’opposizione a un coordinamento sulla crisi», aggiunge Meloni, «lo rispetto, ma non se ne dia la responsabilità a me. A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido. Se l’opposizione ha cambiato idea, lo dica chiaramente».
Passano pochi minuti e Schlein controreplica: «La Meloni», dice la leader dem a Sky Tg24, «sta facendo tutto da sola. Lo abbiamo detto ieri: noi ci siamo come ci siamo sempre stati. Ora deve posare la clava». Ancora con questa clava: questi trucchetti retorici (l’avrà partorito quel volpone dello spin della Schlein, Flavio Alivernini?) dopo un po’ stufano. Tocca dar ragione a Carlo Calenda, che raccoglie l’invito al tavolo di confronto ma, esasperato, sbotta: «Io penso che questa apertura sia tardiva», commenta il leader di Azione, «ma va colta. Se invece inizia il battibecco tra Meloni e Schlein in cui una dice: “No, perché la clava l’hai usata tu”, “No, la clava l’hai usata tu”, io direi la clava e la fava. Il mondo sta saltando per aria per mano di tre pazzi, Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu: non possiamo non avere mai un momento di unità nazionale».
Dopodiché Schlein, sempre a proposito dell’invito al dialogo, la mette sul «chi chiama chi», altro elemento di fondamentale rilevanza nelle ore in cui il mondo intero trema per le conseguenze della guerra scatenata da Usa e Israele in Iran: «L’abbiamo già detto che siamo disponibili», sottolinea Elly, «il mio numero ce l’ha, io l’ho chiamata diverse volte quando serviva. A giugno, quando ci fu il primo attacco, fu io a chiamarla». Non si capisce a cosa servirebbe una telefonata dopo che la Meloni ha rivolto il suo invito prima in Parlamento e poi attraverso un comunicato ufficiale, ma gli addetti ai lavori sanno bene che l’ego della Schlein quando riceve una telefonata da Palazzo Chigi si gonfia a dismisura. E così, nel pomeriggio, annuncia tutta contenta: «Mi ha telefonato il presidente Meloni, siamo rimaste d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che fosse necessario in una situazione, quella che riguarda il conflitto in Medio Oriente, molto preoccupante anche in riferimento all’attacco che c'è stato alla nostra base a Erbil». Niente tavolo, niente confronto, addio alla clava e tanti saluti agli alleati di centrosinistra: la Schlein, pregustando altre telefonate di Giorgia, si scioglie in un brodo di giuggiole.
Ma Elly nell’intervista a Sky va oltre: «Giorgia Meloni», evidenzia la leader del Pd, «non riesce mai a dire di no a Trump. Quindi noi chiediamo un governo che dica da subito, come ha fatto la Spagna, che oltre gli accordi già in vigore che nessuno mette in discussione, non ci sarebbe un’autorizzazione per supportare questi attacchi militari illegali». Elly evidentemente dimentica o finge di dimenticare che in realtà la Spagna del nuovo idolo della sinistra internazionale, Pedro Sánchez, sull’utilizzo delle basi americane sul proprio territorio si sta comportando esattamente come tutti gli altri alleati europei, ovvero che le stesse basi continuano a essere utilizzate dai militari statunitensi in base agli accordi bilaterali sussistenti. Sánchez si sta giocando (bene) una partita esclusivamente propagandistica perché in estrema difficoltà sul fronte interno, e in questo senso un aiuto glielo fornisce inconsapevolmente proprio The Donald, attaccandolo e irrobustendo la sua immagine di unico hombre vertical europeo. «Invece di dire a Trump di fermarsi», riflette ancora la Schlein, vogliamo diventare dipendenti dal gas degli Usa invece che da quello della Russia». Altra affermazione puramente demagogica: al di là del fatto che lo stesso Sánchezcontinua ad acquistare Gnl sia dalla Russia che dall’America, Elly dimentica un’indimenticabile affermazione di Mario Draghi, che nell’aprile 2022, a guerra in Ucraina iniziata, proclamò: «Se ci propongono l’embargo sul gas e se l’Unione europea è uniforme su questo, noi saremo ben contenti di seguire, qualunque sia lo strumento che considereremo più importante, più efficace, per permettere una pace. Questo è quello che vogliamo. Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Di fronte a queste due cose cosa preferiamo? La pace, oppure star tranquilli col termosifone acceso, anzi ormai l’aria condizionata accesa tutta l’estate? Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?». Draghi era all’epoca presidente del Consiglio di un governo sostenuto anche (e soprattutto) dal Pd, con Fdi unico partito di opposizione. Chi sa se Elly se lo ricorda. In caso contrario, la Meloni potrebbe mandarle un Whatsapp.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier a Milano a sostegno del Sì: «Quante mistificazioni, ogni volta che si prova a cambiare qualcosa in Italia si urla alla svolta illiberale. Questa non è una legge contro i magistrati, ma per il bene dei tanti che non si sono mai piegati alla logica delle correnti».
Le vie attorno al teatro Parenti di Milano sono blindate da polizia e carabinieri. La manifestazione della sinistra, capeggiata da Potere al popolo, arriva puntuale. Soliti slogan e manifesti: «Scacciamo il governo Meloni», «No alla guerra sociale». All’interno del teatro, però, tutto fila liscio. La maratona in sostegno del referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo prosegue senza interruzioni.
Si alternano sul palco membri del governo, rappresentanti di sinistra, magistrati e vittime della malagiustizia. Cercano di fare chiarezza sulle ragioni del Sì. Anche se chi è qui sa già cosa votare. Una signora attempata si avvicina a una delle organizzatrici: «Scusi, ho 87 anni e so già che metterò la X sul Sì ma», aggiunge scherzando, «se non mi fate entrare a vedere la Meloni mi toccherà votare No». «Lei non ha la faccia di una che è contraria alla riforma», ribatte l’organizzatrice. Una soluzione si trova e il voto si salva.
Sul palco si alternano i sostenitori del Sì: Galeazzo Bignami («La domanda non è “vuoi una magistratura sotto la politica?”. Ma è “vuoi liberare la giustizia dalla politica?”. Perché è quello che noi con questa riforma facciamo. E lo facciamo non per privilegiare una parte o un’altra»); Ignazio La Russa («Chi ha la mia età ed è anche più giovane ricorderà il nostro vecchio slogan: un solo interesse da difendere, l’Italia»); l’ex senatore del Pd, Stefano Esposito, che racconta i suoi problemi con la malagiustizia («Io ne ho persi sette di anni della mia vita. Ma non è un problema di Esposito, ma dei cittadini che non arrivano dove sono arrivato io, perché si fermano prima, perché non ce la fanno più, perché non hanno gli strumenti») e Domenico Pagliari, il cui padre è stato ammazzato da un camorrista per futili motivi. Fatica a parlare, si commuove quando ricorda quel 6 luglio di tanti anni fa, mentre abbracciava il padre insanguinato. Il killer non doveva essere fuori, ma era comunque a Pescara: «Un magistrato gli diede una licenza da passare in un centro Caritas, ma il direttore di questa struttura non era nemmeno stato avvisato». Continua Pagliari, rivolgendosi al magistrato che «liberò» il killer: «Avrai festeggiato tanti compleanni coi tuoi figli e i tuoi nipoti, mio padre no». Per Sabino Cassese, «questi cambiamenti non fanno fare un passo indietro, ma un passo avanti nell’indipendenza dei giudici e dei pm, perché ne specializzano la funzione e ne riconoscono a pieno il ruolo». Un concetto ribadito dal ministro Carlo Nordio: «Questa riforma libererà la magistratura, svincolandola dalle correnti». E poi: «Nei primi anni Ottanta la magistratura godeva della credibilità dell’80%, adesso quasi la metà».
Non appena la Meloni appare sul palco si sente «Giorgia, Giorgia». Saluti e ringraziamenti di rito. Poi il premier entra subito nel vivo. «Siamo concentratissimi sulla crisi internazionale, sulla diplomazia e sulle risposte che dobbiamo dare ai cittadini. Ma dobbiamo dare la giusta attenzione al cambiamento epocale che si presenta in Italia con la riforma della giustizia». Meloni ripercorre le ragioni del Sì, imperniando il proprio discorso su una parola: «Coraggio». Che va «oltre gli allarmismi e le mistificazioni. E soprattutto ci vuole coraggio per cambiare le cose anche perché ogni volta che si vuole cambiare qualcosa in questo Paese si urla subito alla svolta illiberale». Al coraggio, prosegue Meloni, si oppone la paura: «Non abbiate paura di preferire il popolo alle caste. E non abbiate paura di ciò che può permettere all’Italia di tornare a correre». La riforma della giustizia era nel programma e, sottolinea Meloni, «noi siamo responsabili. Quest’ultima parola deriva dal latino e significa rispondere agli altri, a chi ti ha affidato il mandato. Quello che vogliamo dimostrare è che c’è qualcuno che è in grado di rispettare la parola data ai cittadini, anche quando è rischioso». E questo anche se in passato i vertici dell’Anm hanno fatto il possibile per far naufragare altre riforme della giustizia. «Vogliamo sistemare quello che non funziona anche per i magistrati, ma soprattutto per i cittadini. Se la giustizia non funziona, lo pagano i cittadini».
Il premier propone poi un elenco di storie per raccontare la «degenerazione del sistema». Un magistrato viene premiato nonostante abbia fatto passare due anni in più a un innocente in carcere. Un uomo viene accusato di aver ucciso una persona, passa oltre vent’anni in carcere. Poi si scopre che la presunta vittima è viva. Crolla la condanna e lo Stato paga centinaia di migliaia di euro l’indennizzo. Ma i magistrati che avevano sostenuto l’accusa continuano a far carriera. «Dobbiamo restituire ai cittadini piena fiducia nella giustizia. Non è una riforma contro i magistrati ma per tutti loro e per i cittadini».
E poi: «Vorrei ricordare i nomi di alcuni vicepresidenti del Csm... Tutte persone degnissime ma pensate che fossero estranee alla politica? Io penso che debba passare qualche anno per chi è stato in politica per entrare» a far parte dei laici del Csm. Meloni tocca poi il cuore della riforma: «Nel sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito. L’unica differenza in quello che introduciamo noi, è che vale solo il merito. E questo toglie alle correnti l’enorme potere che hanno non verso di noi, ma sui magistrati stessi. Ecco perché io considero che questa sia una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si piegavano alla logica delle correnti».
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Donald Trump (Ansa)
Il presidente americano ostenta ottimismo sui social. Ma si prepara al peggio aumentando la produzione interna, sbloccando parte delle riserve e tagliando le spese di trasporto. Auto piena di esplosivo contro sinagoga a Detroit: il guidatore aveva un fucile, ucciso.
Il petrolio rappresenta sempre più il nodo che Donald Trump deve sciogliere per risolvere la crisi iraniana. L’altro ieri, il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha annunciato che, a partire dalla prossima settimana, inizierà a sbloccare 172 milioni di barili dalla Strategic petroleum reserve.
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.
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