Il fondatore e presidente emerito di Brembo Alberto Bombassei (Ansa)
Intesa con Ningbo per la diffusione su larga scala in Cina della piattaforma innovativa.
Accelerazione sulla dorsale Brembo-Cina. Il gruppo bergamasco ha annunciato una partnership con Ningbo Huaxiang Electronic, formalizzata attraverso accordi di joint venture, per localizzare nel mercato cinese Sensify, la piattaforma di frenata intelligente sviluppata dall’azienda italiana.
Non si tratta di una cessione di controllo né di una vendita di asset industriali: Brembo resta protagonista del progetto e l’operazione viene presentata come un passaggio necessario per diffondere su larga scala una tecnologia destinata ai veicoli di nuova generazione.
Certo, il tema tecnologico c’è. Sensify non è un componente qualunque. È una piattaforma brake-by-wire, priva di fluido, che combina hardware, software e capacità di adattamento al veicolo. In altre parole, contiene competenze chiave in uno dei settori più sensibili dell’auto del futuro: la gestione digitale della sicurezza, dell’elettronica e dell’interazione tra meccanica e software. Localizzarla in Cina significa entrare nel più grande mercato automobilistico mondiale, ma anche esporre parte dell’ecosistema tecnologico a un contesto in cui la linea tra collaborazione industriale, trasferimento di know-how e costruzione di capacità domestiche è spesso sottile.
Il caso Stellantis è esemplificativo, anche se diverso. Il gruppo ha investito 1,5 miliardi di euro in Leapmotor, diventandone azionista strategico, e ha dato vita a Leapmotor International, joint venture 51% Stellantis e 49% Leapmotor, con diritti esclusivi per vendere e produrre fuori dalla Greater China i prodotti del costruttore cinese. Nel 2026 la collaborazione è stata ulteriormente rafforzata. Qui il flusso tecnologico appare in parte invertito: non è solo l’Europa che porta know-how in Cina, ma anche la Cina che porta piattaforme elettriche, velocità di sviluppo e costi competitivi in Europa. Il punto, però, resta lo stesso: l’industria automobilistica occidentale sta accettando una dipendenza crescente da architetture, fornitori e partner cinesi.
Anche l’Italia conosce bene questa dinamica. Ferretti, simbolo della nautica di lusso, passò sotto il controllo del gruppo cinese Weichai nel 2012, con un investimento complessivo da 374 milioni di euro e una quota del 75% dopo la ristrutturazione del debito. Negli anni successivi la presenza cinese si è ridotta, ma Weichai è rimasto un azionista centrale del gruppo. Pirelli è un altro precedente emblematico: l’ingresso di ChemChina nel 2015 fu letto anche come accesso cinese a tecnologia e competenze nel settore degli pneumatici premium; nel 2023 il governo italiano è poi intervenuto con il Golden power per limitare l’influenza di Sinochem sulla governance del gruppo.
La lista non si ferma qui. Negli anni gli investitori cinesi sono entrati in dossier come Ansaldo Energia, Terna, Snam, Cdp Reti e in varie partecipazioni industriali e finanziarie italiane.
Certo, nel caso di Brembo non si tratta di una vendita, ma di una collaborazione. Una joint venture non equivale a perdere il controllo dell’azienda. Inoltre, produrre e vendere in Cina senza un partner locale è spesso difficile, soprattutto in un settore dominato da costruttori e supply chain cinesi. Ma il tema vero è la protezione del vantaggio competitivo. Anche perché nell’auto elettrica e connessa il valore non sta più soltanto nel singolo pezzo meccanico, ma nell’intelligenza di tutto il sistema. E se la frenata diventa software, il trasferimento di competenze non riguarda più solo una fabbrica: potrebbe interessare il cervello del veicolo.
Di certo, però, ieri a Piazza Affari il mercato ha dimostrato di apprezzare l’accordo voluto dall’azienda della famiglia Bombassei. Ieri il titolo di Brembo è salito del 4,62% a 10,86 euro.
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Ursula von der Leyen (Getty Images)
- La Francia ha il rapporto deficit/Pil costantemente sopra al 5%, mentre la Germania usa i fondi speciali fuori bilancio per investire senza i vincoli di Bruxelles. Poi c’è la Spagna che da tre anni non approva una nuova manovra e quindi tiene i conti ancorati al 2023.
- Ue e Bce aprono a deroghe al Patto per gli investimenti verdi. Meloni in pressing: «Bruxelles agisca con coraggio sull’energia».
Lo speciale contiene due articoli.
Qualche giorno fa Giorgia Meloni ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere alla crisi energetica la stessa flessibilità già concessa alle spese per la difesa, la clausola di salvaguardia nazionale che consente temporaneamente di sforare i limiti del Patto. Probabilmente si tratta di una coincidenza, ma tre documenti usciti in questi giorni certificano la fondatezza della posizione italiana e misurano il costo che l’Italia paga per rispettare regole che gli altri Paesi interpretano con molta più libertà.
Il primo documento è il rapporto Ocse sulle politiche industriali di venti Paesi sviluppati. Nel complesso, tra il 2019 e i 2023 la spesa media in sussidi e sgravi fiscali alle imprese è salita dall’1,34% all’1,55% del Pil. Quasi tutti i Paesi analizzati hanno aumentato il sostegno pubblico alle proprie industrie. La Germania ha quasi triplicato la propria spesa, portandola dallo 0,52% all’1,16% del Pil in quattro anni, spingendo soprattutto sui sussidi diretti, cresciuti dallo 0,24% allo 0,84% del Pil. La Francia si è mantenuta all’1,73%. Il Regno Unito ha superato il 3% del Pil, mentre Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno addirittura beneficiato dei fondi strutturali europei, che hanno moltiplicato la loro capacità di intervento. L’Italia si è fermata intorno all'1% del Pil, nella metà bassa della classifica.
Il rapporto Ocse entra anche nella qualità della spesa, e lì scopriamo che l’Italia è il Paese che più di tutti si affida a strumenti finanziari come garanzie e prestiti pubblici, che nel 2023 erano l’1,42% del Pil, il secondo valore più alto tra i Paesi analizzati. Il fondo di garanzia per le Pmi e strumenti analoghi sono classificati dal rapporto come strumenti difensivi, utili per sostenere le imprese esistenti ma non per trasformarne la struttura produttiva. Nel frattempo, Germania, Finlandia e Lituania hanno aumentato il venture capital pubblico. La Germania ha quasi raddoppiato i sussidi diretti alle imprese in quattro anni finanziando in buona parte i programmi di copertura dei costi energetici industriali, il cosiddetto freno sul prezzo dell’elettricità e del gas, misure che da sole valgono rispettivamente lo 0,27% e lo 0,20% del Pil tedesco. Risorse che la Germania ha trovato in parte attraverso i Sondervermögen, fondi speciali fuori bilancio che aggirano il freno costituzionale al debito, finanziando investimenti che non figurano nei conti pubblici ordinari. La Francia sfora stabilmente il 5% di deficit (previsto il 5,7% nel 2027) ma non pare che a Bruxelles si strappino i capelli per questo. In queste condizioni, l’Italia cresce meno perché più attenta all’equilibrio dei conti.
Il secondo documento è la mappa delle misure anticrisi energetica adottate dopo il blocco dello stretto di Hormuz, pubblicata dalla Commissione europea. Questa fotografa lo stesso divario registrato dall’Ocse, ma su un piano più contingente legato alla crisi energetica attuale.
Il governo italiano ha emanato provvedimenti per il taglio delle accise sui carburanti, per un costo attorno al miliardo di euro. La Spagna ha varato un pacchetto da 5 miliardi. L'Irlanda da 750 milioni. La Francia oltre 300 milioni per il solo mese di maggio. Il caso spagnolo merita una nota a parte, perché la Spagna non approva una legge di bilancio dal 2023, senza aver neppure presentato una bozza per gli anni successivi, con i conti prorogati da tre anni per le difficoltà parlamentari del governo di Pedro Sánchez.
Il terzo documento, pubblicato giovedì, è la summa delle previsioni economiche di primavera della Commissione, che tagliano le stime di crescita dell’Italia allo 0,5% per il 2026.
Le previsioni aggiungono un elemento che mette in difficoltà la posizione italiana, perché nonostante le chiare difficoltà e i problemi che stanno per arrivare, annunciati da più parti, la crescita del Pil italiano è rivista allo 0,5% nel 2026, contro lo 0,8% stimato lo scorso autunno. Secondo le regole europee, una crescita, per quanto anemica, ci sarà, e dunque non ci sarebbe bisogno di nessuna flessibilità. Quello 0,5% è però figlio di uno scenario intermedio, non dello scenario peggiore, che è quello che invece ha le maggiori probabilità di avverarsi. Del resto, le previsioni economiche della Ue sono note per essere sbagliate. Ma perché farci finire in recessione quando lo si può evitare?
Il risultato pratico è che l’Italia non può intervenire con la stessa forza degli altri Paesi colpiti dalla stessa crisi energetica, perché la sua economia non è ancora abbastanza in difficoltà da giustificare deroghe, ma è già abbastanza in difficoltà da subire lo choc. A quanto pare, insomma, in Europa solo chi infrange le regole può crescere. Si tratta di una asimmetria evidente, certificata dai numeri della stessa Commissione e dell’Ocse. Ieri il Commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, dopo la riunione dell’Ecofin, ha affermato: «Le previsioni economiche primaverili della Commissione europea confermano che la crisi energetica scatenata dal conflitto in Medio Oriente sta creando uno choc stagflazionistico per l’economia europea. Stiamo valutando diverse opzioni». Quali che siano, non c’è da sperare che Bruxelles cambi atteggiamento.
L'Europa ci fa sforare solo se continuiamo a ucciderci di green
Nei palazzi di Bruxelles le parole non fanno rumore. Scivolano piuttosto tra una clausola e un allegato tecnico. Eppure, sotto questa superficie liscia si sta consumando una partita tutt’altro che neutra: chi paga la transizione? Chi paga l’energia? Chi paga - in ultima istanza - la crescita quando la crescita non cresce abbastanza? La sintesi è questa: l’Europa ci concede spazio di bilancio, solo se continuiamo a ucciderci di green mal digerito.
Non è una frase ufficiale. È il sottotesto. La prima a forzare il perimetro è Giorgia Meloni che, dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il primo ministro irlandese Micheál Martin prova a spostare l’asse della discussione: energia come sicurezza nazionale, non come variabile della contabilità pubblica. «Viviamo in un contesto di circostanze eccezionali che legittimano una estensione della flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa, anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica. Anche l’energia è sicurezza, anche l’economia è sicurezza. Non si tratta di essere autorizzati a fare maggiore debito ma di allocare meglio quello già previsto». È un cambio di grammatica politica: la sicurezza non è solo tutela dei confini e armi, ma bolletta e produzione industriale. Non meno deciso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al termine della riunione dell’Eurogruppo. Nessuna retorica, solo contabilità che cerca spazio dentro altra contabilità. «Ci sono diverse soluzioni», dice, «un mix di possibilità: utilizzo dei fondi di coesione, rimodulazione delle risorse del Pnrr, e possibili margini sulla spesa netta che il Tesoro sta ancora valutando nei numeri». Non cambiare il tavolo, ma limarne gli angoli.
Dall’altra parte la Commissione non chiude, ma neppure apre. Ursula von der Leyen non ha ancora risposto alla richiesta italiana. E questo silenzio è già una posizione. Vuol dire prudenza, attesa. Più esplicito il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, che mette il punto tecnico dove la politica vorrebbe mettere una virgola: «L’Italia è il Paese che chiede più costantemente ulteriore flessibilità. Complessivamente c’è accordo sulla necessità di una risposta di finanziamenti pubblici che sia mirata, non ricorrendo a uno stimolo di bilancio ampio e generalizzato». Sì ai cerotti, no alle medicazioni sistemiche. Poi arriva la vera chiave di lettura, quella che spiega tutto. La presidente della Bce Christine Lagarde sintetizza il paradigma in tre parole: «Qualsiasi deviazione da questi tre principi - temporanee, mirate (targeted) e calibrate su misura (tailored) - sarebbe dannosa e porterebbe di conseguenza a un diverso orientamento della politica monetaria».
Le famose tre T.
Temporanee: perché ciò che diventa permanente cambia il debito strutturale.
Mirate (targeted): perché il denaro pubblico non deve più essere pioggia, ma bisturi (per esempio investimenti green).
Calibrate (tailored): perché ogni Paese ha una sua fragilità, ma nessuno può trasformarla in licenza di spesa.
Ed è qui che il discorso diventa meno tecnico e più politico. Perché il punto non è solo quanto si spende, ma per cosa si spende. La Commissione segnala che una larga parte delle misure energetiche adottate negli ultimi anni non è stata selettiva: tagli generalizzati, riduzioni orizzontali, interventi che abbassano il prezzo dei carburanti ma non cambiano la struttura. Da qui il paradosso che diventa provocazione: l’Europa concede flessibilità solo se la spesa non alimenta il consumo di gas e petrolio. Se invece lo prolunga, la flessibilità si restringe. Una disciplina climatico-fiscale. Quasi una doppia chiave di lettura: bilancio e CO2. Il quadro finale è quello di un’Europa che non è né rigida né flessibile. È selettiva. Il debito italiano resta tra i più alti dell’Unione. I margini fiscali si riducono. I tassi tendono a salire. La crescita non decolla abbastanza da rendere il problema meno urgente. Alla fine, la questione non è se l’Europa ci farà sforare o no. La domanda vera è un’altra: in quale direzione ci lascia sforare. Se verso la riproposizione delle vecchie abitudini energetiche, la risposta sarà no. Se verso l’obbligo green, allora il margine si apre. Ed è qui che il linguaggio tecnico si trasforma in politica pura: perché dietro ogni «targeted measure» o «temporary deviation» si nasconde la stessa scelta di fondo: quale economia costruire mentre si cerca di non far saltare quella che già esiste. Tutta questione di tempo, direzione e pazienza istituzionale.
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Fabio Sartorelli, musicologo e mattatore della rassegna In controluce al Teatro Duse di Bologna, ci parla del suono dell’amore (e degli amori) nelle opere di Mozart. Dalle avventure di Don Giovanni fino al Flauto magico, passando dalla folle giornata delle Nozze di Figaro.
Nichi Vendola (Ansa)
È trascorso troppo tempo: l’ex governatore esce dal procedimento. All’epoca dell’inchiesta sul polo industriale, fu intercettato mentre faceva ironia su un reporter maltrattato per le domande sui dati oncologici.
Per l’ex governatore pugliese Nichi Vendola la prescrizione è stata più veloce della verità giudiziaria. E, con la sua posizione, dal processo ribattezzato «Ambiente svenduto», che gli era costato 3 anni e 6 mesi prima che una Corte d’appello decidesse che era tutto da rifare, trasferendo il fascicolo da Taranto a Potenza, escono dalle aule di udienza anche le famose, intercettate, risate sulle domande per i tumori.
Non con un’assoluzione nel merito, né con una sentenza che certifichi che il fatto non sussiste. Ma con un «non luogo a procedere per intervenuta prescrizione». Lo ha deciso, ieri, la Corte d’assise di Potenza, presieduta da Marcello Rotondi, durante la terza udienza dibattimentale. Per l’ex presidente della Regione Puglia e altri 14 imputati, stando alla giustizia, il tempo è scaduto. D’altra parte, tenere in vita un procedimento enorme, con 350 parti civili (che poi sono diventate 280), esploso come uno dei più devastanti processi ambientali italiani e ripartito da zero dopo l’annullamento della sentenza di primo grado, non era facile. Dentro quei faldoni c’erano i quartieri rossi di polvere minerale, le ciminiere diventate orizzonte obbligatorio, la conta dei tumori, gli operai sul filo che divideva il loro futuro tra stipendio e salute. I 270 anni di carcere complessivi per i 26 condannati del primo processo (risalente al 31 maggio 2021) sono evaporati per un vizio che sembra uscito da un manuale di cavillistica giudiziaria: la presenza di due giudici onorari tra le parti civili (che al momento della costituzione avevano pure già dismesso le funzioni esercitate in quel distretto). Un dettaglio procedurale al quale, però, la Corte d’Assise d’Appello di Taranto ha dato un peso notevole, tanto da averlo considerato sufficiente per cancellare tutto il primo giudizio. E, così, il processo-monstre (nel palazzo di giustizia di Potenza per ospitare imputati, difensori e parti civili è stato necessario collegare tre diverse aule in videoconferenza), presentato all’epoca come la Norimberga ambientale italiana, è stato risucchiato nelle sabbie mobili della procedura. Nonostante il calendario serrato col quale i giudici potentini hanno cercato di tenere in pista i faldoni giunti dalla Puglia, infatti, altri 14 imputati, oltre a Vendola, prendono l’uscita laterale e lasciano definitivamente l’aula. Il Codacons, che ha annunciato di valutare la possibilità di procedere in sede civile contro l’ex governatore, ha cercato di aggrapparsi a una consolazione: «L’unica nota positiva è che la prescrizione non consiste in un riconoscimento di innocenza e si verifica poiché ci è voluto troppo tempo per svolgere il processo». E il tempo è il cuore di questa vicenda simbolo di una doppia paralisi italiana: quella industriale, per una delle fabbriche più contestate del Paese, e quella giudiziaria, per una macchina processuale che è stata capace di divorare reati gravissimi. Come la concussione, accusa che veniva contestata a Vendola, leader della sinistra radicale e ambientalista. Finché non sono arrivate le intercettazioni. E quel passaggio sui tumori, nell’estate del 2010 (ma diventato pubblico nel 2013), destinato a inseguirlo per sempre: mentre era al telefono con Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, commentò di aver riso di gusto («complimenti, io e il mio capo di gabinetto siamo stati a ridere per un quarto d’ora») quando lo stesso Archinà aveva strappato il microfono dalle mani di un giornalista che stava facendo a Emilio Riva alcune domande sull’incidenza delle malattie. Una «scena fantastica», la definì l’ex presidente pugliese. E per qualche istante l’attenzione si spostò dalla questione giudiziaria a quella politica. Ma Archinà era considerato dagli inquirenti uno dei principali artefici delle presunte attività illecite del polo siderurgico tarantino. «Dica a Riva che il presidente non si è defilato», assicurò Vendola ad Archinà proprio durante quella chiacchierata. E finì sul registro degli indagati per concussione, in concorso proprio con Archinà, per ipotizzate pressioni esercitate sul direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, orientate ad ammorbidire un report sui dati ambientali legati all’inquinamento attribuito all’Ilva. Vendola non si dimise (né per le risate né per le accuse). E tentò un’arrampicata sostenendo che non stava certo ridendo delle morti per i tumori ma del gesto di Archinà di fronte al giornalista. L’unico a cui ha chiesto scusa. Una posizione che diventò politicamente imbarazzante quando la Procura tarantina dispose il sequestro degli impianti. E raggiunse livelli critici quando scattarono gli arresti per sette persone, Archinà compreso, accusato di aver elargito una mazzetta a un consulente tecnico della Procura. Da quel momento l’Ilva non fu più soltanto una fabbrica. Diventò il romanzo nero dell’industrialismo italiano. Con vagoni di documentazione investigativa passati già attraverso una quantità impressionante di stazioni giudiziarie: indagine, rinvio a giudizio, primo dibattimento, sentenza di condanna, appello, annullamento totale del processo, trasferimento da Taranto a Potenza, nuova udienza preliminare, nuovo rinvio a giudizio e nuova ripartenza davanti alla Corte d’assise lucana. A ogni stazione è sceso qualcuno. All’ultima è toccato a Vendola e al suo bagaglio di imbarazzanti intercettazioni. Ma, ricorda il Codacons, «uscire da un processo contenente accuse così gravi con una sentenza di prescrizione fa riflettere, anche perché esiste un istituto apposito che consente all’imputato di rinunciare alla prescrizione, percorrendo la strada della ricerca dell’assoluzione piena, nel merito. In questo caso, almeno per ora, non è stato così». Vendola si era già autoassolto, definendo, all’epoca, la sua condanna a Taranto «una mostruosità giuridica». Ora alla sbarra restano 16 imputati e tre società. Ma il terminal del primo grado è ancora lontano.
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