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2021-02-02
La vera trattativa è una baruffa per avere poltrone nel «Contarella»
Nicola Zingaretti (Getty images)
Un ter al lotto: Giuseppe Conte è il vero erede di Romano Prodi, il cui «fattore C», dove C sta per… fortuna, è diventato leggendario. Lo chiamavano «Il mago Romano», i suoi fedelissimi, che ne cantavano le gloriose e fortunose gesta, che consentivano all'ex avversario storico di Silvio Berlusconi di cadere sempre in piedi, anzi di ricavare dalle sue stesse disavventure politiche, grazie alle coincidenze più incredibili, maggiori soddisfazioni. Così, da oggi, il «fattore C» sarà ricordato pure come «fattore Conte»: sembra infatti che la sua carriera da premier per insufficienza di prove sia destinata a continuare.
Mentre, a Montecitorio, il presidente della Camera, Roberto Fico, tiene a bada con garbo e invidiabile pazienza lo stuolo di delegati dei gruppi parlamentari che fingono di litigare sui programmi, in altre separate stanze si discute di cose assai più serie: poltrone, posti, incarichi, spacchettamenti. Il Conte ter sta per vedere la luce, salvo imprevisti (traduzione: salvo improvvisi colpi di testa di Matteo Renzi, che però ormai non ha più corda da tirare, considerato che i suoi non sono disposti a seguirlo nel baratro, tanto più che la delegazione di ministri di Italia viva, nel nuovo governo, sarà più sostanziosa di quella del vituperato Conte bis).
L'esecutivo che si appresta a vedere la luce entro la fine della settimana sarà un mix tra indicazioni del Quirinale e mediazioni tra i partiti: il «Contarella», come anticipato dalla Verità, è in via di definizione. Iniziamo dalle richieste di Renzi: il califfo di Scandicci definisce «fallimentari» le gestioni di quattro ministri, vale a dire Roberto Gualtieri (Economia), Alfonso Bonafede (Giustizia), Nunzia Catalfo (Lavoro) e Roberto Speranza (Salute), e chiede di cambiarli tutti per ottenere di farne saltare almeno un paio. Gualtieri - o chi per lui - ha commesso l'errore di chiedere un endorsement a Confindustria: lo ha ottenuto, col risultato di inimicarsi tutto il resto del governo. Difeso solo da Nicola Zingaretti, Gualtieri potrebbe saltare, e al suo posto andrebbe un tecnico di fiducia del Quirinale: in corsa ci sono l'ex presidente dell'Istat Enrico Giovannini, portavoce e dell'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile; Ernesto Maria Ruffini, direttore dell'Agenzia delle entrate, e Fabio Panetta, ex direttore generale della Banca d'Italia e attualmente membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea.
Al posto di Alfonso Bonafede, quasi ex ministro della Giustizia, andrà un tecnico di fiducia di Sergio Mattarella: in ascesa le quotazioni di Paola Severino, già Guardasigilli del governo guidato da Mario Monti, e solo in subordine c'è l'ipotesi Marta Cartabia, ex presidente della Corte costituzionale e papabile premier tecnico nel caso di una rottura improvvisa delle trattative sul Conte ter. In agguato il vicesegretario dem, Andrea Orlando, già ministro della Giustizia nei governi Renzi e Gentiloni, profilo politico ma che gode della fiducia del Quirinale. Orlando potrebbe in alternativa ricevere una delega al Recovery plan come viceministro dell'Economia. Bonafede andrebbe all'Ambiente, al posto del collega M5s, Sergio Costa. Il nuovo ministro del Lavoro sarebbe Debora Serracchiani, vicepresidente del Pd, che se la gioca con il pentastellato Claudio Cominardi, sottosegretario al Lavoro nel governo Lega-M5s. Salda - pare - la poltrona di Roberto Speranza, ministro della Salute che è difeso a spada tratta da Leu. Sorpresona al ministero dello Sviluppo economico: Giuseppe Conte, udite udite, rivendica pure una pattuglia di ministri «contiani», e vuole al posto di Stefano Patuanelli il supercommissario Domenico Arcuri, che verrebbe promosso pur di togliergli dalle mani la campagna di vaccinazione, che arranca tra le primule e i ciclamini. Patuanelli è ormai fuori dalle grazie di Giuseppi, avendo lavorato per diventare premier al suo posto. In lizza per la poltrona del Mise c'è anche il grillino Stefano Buffagni. Conte vorrebbe, come ministro per il Sud di sua indicazione, anche l'attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Mario Turco, che tra l'altro è al lavoro per la costruzione del famigerato partito di Giuseppi.
Italia viva punta alla riconferma di Teresa Bellanova all'Agricoltura (per Renzi tenerla fuori dal governo è veramente molto difficile, anche se ci ha provato), e chiede il Viminale per Ettore Rosato. In alternativa, Rosato potrebbe andare alla Difesa e all'Interno si sposterebbe Lorenzo Guerini. Renzi può cedere sul Mes, ma non sulla Meb: Maria Elena Boschi si avvia a diventare ministro delle Infrastrutture, dicastero che verrà sdoppiato, con i Trasporti al capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio. Addio dunque a Paola De Micheli, mentre sembra salva, incredibilmente, Lucia Azzolina all'Istruzione. Il ministero dello Sport e delle Politiche giovanili verrà sdoppiato: allo Sport resterà Vincenzo Spadafora, mentre alle Politiche giovanili approderà Alessandro Di Battista, giovanotto di belle speranze passato in 48 ore dal «mai più con Renzi» a una poltrona di governo.
I responsabili chiedono due ministeri, uno per Bruno Tabacci e l'altro per Riccardo Merlo: la spunterà Tabacci, che andrà alla Famiglia, mentre Merlo, che puntava agli Affari europei, dovrà rassegnarsi a rinunciare, poiché è blindata la posizione di Enzo Amendola. Dirà probabilmente addio al governo il ministro della Ricerca, Gaetano Manfredi, pronto per la corsa a sindaco di Napoli: al suo posto Davide Faraone (Iv) o Alfonso Bonafede, se non andrà all'Ambiente.
Ai grillini è rimasto solo Giuseppi
Il Movimento 5 svolte (in una settimana) si prepara a ingoiare non solo il ritorno al governo di Italia viva, ma pure una presenza renziana assai più massiccia della precedente. I mal di pancia non mancano, tra i parlamentari grillini, ma le alternative sì: coerenza vorrebbe che, di fronte ai rilanci continui di Matteo Renzi, i pentastellati dicessero: «Basta, siamo pronti ad andare al voto», ma deputati e senatori tengono famiglia e quindi tutto si risolverà con qualche distinguo, o con tre o quattro addii, magari alla Camera, dove la maggioranza non è a rischio, e la legislatura nemmeno.
«Capisco Di Battista, che fa bene a ricordare al mondo chi è Renzi», dice Roberta Lombardi, capogruppo M5s alla Regione Lazio, a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, e aggiunge che se si giungesse a un governo guidato «da una personalità diversa da Conte forse sarebbe opportuno andare su Rousseau. Io non vedo motivazione per cambiarlo a meno di impuntature inspiegabili. Escludo categoricamente un altro nome che non sia Conte», aggiunge la Lombardi. Veti su Renzi? Ma per l'amor di Dio! «No», risponde la Lombardi, «non c'è veto su nessuno che voglia lavorare sui temi, ma certo per lui questa è la prova del nove».
Secondo l'Adnkronos, gli irriducibili grillini si sono dati un nome, «La resistenza», e potrebbero votare no alla fiducia al Conte ter. Riflettori accesi sulla senatrice Barbara Lezzi, ex ministro per il Sud, che ha sempre detto che non avrebbe votato la fiducia a un nuovo governo con Italia viva. Il collega senatore Nicola Morra, presidente della Commissione antimafia, pure ha esternato perplessità sulla rinnovata alleanza con Renzi. Difficile precedere se manterranno la linea al momento del voto di fiducia o, naturalmente per senso di responsabilità e nell'esclusivo interesse del paese, faranno l'ennesimo dietrofront. Sarebbe singolare e per certi aspetti divertente vedere i voti dei responsabili andare a sostituire non più quelli dei renziani, ma quelli dei grillini dissidenti.
In ogni caso, la base parlamentare pentastellata non farà nulla per difendere Alfonso Bonafede, ormai destinato a dire addio al ministero della Giustizia: «Non ci ha mai interpellato», dice alla Verità un deputato grillino di primo piano, «e adesso non può contare sul nostro sostegno». Chi si trova al centro di una vera e propria bufera è don Vito Crimi, reggente del M5s, il cui incarico è formalmente terminato lo scorso 31 dicembre, ma che si trova a traghettare i pentastellati in questa delicata fase di trattative. Crimi, che ambirebbe alla carica di ministro dell'Interno, è sulla graticola: tra deputati e senatori non manca chi prevede una vera e propria Caporetto nelle trattative, con una delegazione grillina al governo ridotta all'osso. In molti vorrebbero che fosse il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a condurre le trattative, ma Giggino nicchia, rispettoso dei ruoli. Sarà molto interessante, piuttosto, scoprire come farà Alessandro Di Battista, vate del grillismo duro e puro, pasdaran del «mai più con Renzi», a giustificare il suo probabile ingresso nel Conte ter, manco a dirlo insieme ai renziani, a partire da Maria Elena Boschi. Probabilmente, Dibba farà ricorso alla favoletta del senso di responsabilità, del supremo interesse del Paese, della necessità di non lasciare che i fondi del Recovery plan vengano gestiti da un governo privo della guida sicura e disinteressata del M5s. A Di Battista basterà poco per convincere i suoi follower, già ampiamente vaccinati contro le capriole dialettiche grilline.
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Altro che programmi, si negozia sui ministeri, dove anche il Colle piazzerà suoi emissari: tecnici per Giustizia ed Economia, Maria Elena Boschi alle Infrastrutture, Ettore Rosato a Difesa o Viminale. È pronto uno scranno persino per DibbaLa Lombardi blinda il prof: «Altri nomi dovranno passare per Rousseau». Sul resto, il M5s è pronto a ingoiare di tutto. In Senato, però, si teme la defezione di Lezzi e MorraLo speciale contiene due articoliUn ter al lotto: Giuseppe Conte è il vero erede di Romano Prodi, il cui «fattore C», dove C sta per… fortuna, è diventato leggendario. Lo chiamavano «Il mago Romano», i suoi fedelissimi, che ne cantavano le gloriose e fortunose gesta, che consentivano all'ex avversario storico di Silvio Berlusconi di cadere sempre in piedi, anzi di ricavare dalle sue stesse disavventure politiche, grazie alle coincidenze più incredibili, maggiori soddisfazioni. Così, da oggi, il «fattore C» sarà ricordato pure come «fattore Conte»: sembra infatti che la sua carriera da premier per insufficienza di prove sia destinata a continuare. Mentre, a Montecitorio, il presidente della Camera, Roberto Fico, tiene a bada con garbo e invidiabile pazienza lo stuolo di delegati dei gruppi parlamentari che fingono di litigare sui programmi, in altre separate stanze si discute di cose assai più serie: poltrone, posti, incarichi, spacchettamenti. Il Conte ter sta per vedere la luce, salvo imprevisti (traduzione: salvo improvvisi colpi di testa di Matteo Renzi, che però ormai non ha più corda da tirare, considerato che i suoi non sono disposti a seguirlo nel baratro, tanto più che la delegazione di ministri di Italia viva, nel nuovo governo, sarà più sostanziosa di quella del vituperato Conte bis). L'esecutivo che si appresta a vedere la luce entro la fine della settimana sarà un mix tra indicazioni del Quirinale e mediazioni tra i partiti: il «Contarella», come anticipato dalla Verità, è in via di definizione. Iniziamo dalle richieste di Renzi: il califfo di Scandicci definisce «fallimentari» le gestioni di quattro ministri, vale a dire Roberto Gualtieri (Economia), Alfonso Bonafede (Giustizia), Nunzia Catalfo (Lavoro) e Roberto Speranza (Salute), e chiede di cambiarli tutti per ottenere di farne saltare almeno un paio. Gualtieri - o chi per lui - ha commesso l'errore di chiedere un endorsement a Confindustria: lo ha ottenuto, col risultato di inimicarsi tutto il resto del governo. Difeso solo da Nicola Zingaretti, Gualtieri potrebbe saltare, e al suo posto andrebbe un tecnico di fiducia del Quirinale: in corsa ci sono l'ex presidente dell'Istat Enrico Giovannini, portavoce e dell'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile; Ernesto Maria Ruffini, direttore dell'Agenzia delle entrate, e Fabio Panetta, ex direttore generale della Banca d'Italia e attualmente membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea. Al posto di Alfonso Bonafede, quasi ex ministro della Giustizia, andrà un tecnico di fiducia di Sergio Mattarella: in ascesa le quotazioni di Paola Severino, già Guardasigilli del governo guidato da Mario Monti, e solo in subordine c'è l'ipotesi Marta Cartabia, ex presidente della Corte costituzionale e papabile premier tecnico nel caso di una rottura improvvisa delle trattative sul Conte ter. In agguato il vicesegretario dem, Andrea Orlando, già ministro della Giustizia nei governi Renzi e Gentiloni, profilo politico ma che gode della fiducia del Quirinale. Orlando potrebbe in alternativa ricevere una delega al Recovery plan come viceministro dell'Economia. Bonafede andrebbe all'Ambiente, al posto del collega M5s, Sergio Costa. Il nuovo ministro del Lavoro sarebbe Debora Serracchiani, vicepresidente del Pd, che se la gioca con il pentastellato Claudio Cominardi, sottosegretario al Lavoro nel governo Lega-M5s. Salda - pare - la poltrona di Roberto Speranza, ministro della Salute che è difeso a spada tratta da Leu. Sorpresona al ministero dello Sviluppo economico: Giuseppe Conte, udite udite, rivendica pure una pattuglia di ministri «contiani», e vuole al posto di Stefano Patuanelli il supercommissario Domenico Arcuri, che verrebbe promosso pur di togliergli dalle mani la campagna di vaccinazione, che arranca tra le primule e i ciclamini. Patuanelli è ormai fuori dalle grazie di Giuseppi, avendo lavorato per diventare premier al suo posto. In lizza per la poltrona del Mise c'è anche il grillino Stefano Buffagni. Conte vorrebbe, come ministro per il Sud di sua indicazione, anche l'attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Mario Turco, che tra l'altro è al lavoro per la costruzione del famigerato partito di Giuseppi. Italia viva punta alla riconferma di Teresa Bellanova all'Agricoltura (per Renzi tenerla fuori dal governo è veramente molto difficile, anche se ci ha provato), e chiede il Viminale per Ettore Rosato. In alternativa, Rosato potrebbe andare alla Difesa e all'Interno si sposterebbe Lorenzo Guerini. Renzi può cedere sul Mes, ma non sulla Meb: Maria Elena Boschi si avvia a diventare ministro delle Infrastrutture, dicastero che verrà sdoppiato, con i Trasporti al capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio. Addio dunque a Paola De Micheli, mentre sembra salva, incredibilmente, Lucia Azzolina all'Istruzione. Il ministero dello Sport e delle Politiche giovanili verrà sdoppiato: allo Sport resterà Vincenzo Spadafora, mentre alle Politiche giovanili approderà Alessandro Di Battista, giovanotto di belle speranze passato in 48 ore dal «mai più con Renzi» a una poltrona di governo. I responsabili chiedono due ministeri, uno per Bruno Tabacci e l'altro per Riccardo Merlo: la spunterà Tabacci, che andrà alla Famiglia, mentre Merlo, che puntava agli Affari europei, dovrà rassegnarsi a rinunciare, poiché è blindata la posizione di Enzo Amendola. Dirà probabilmente addio al governo il ministro della Ricerca, Gaetano Manfredi, pronto per la corsa a sindaco di Napoli: al suo posto Davide Faraone (Iv) o Alfonso Bonafede, se non andrà all'Ambiente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-vera-trattativa-e-una-baruffa-per-avere-poltrone-nel-contarella-2650239694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ai-grillini-e-rimasto-solo-giuseppi" data-post-id="2650239694" data-published-at="1612214216" data-use-pagination="False"> Ai grillini è rimasto solo Giuseppi Il Movimento 5 svolte (in una settimana) si prepara a ingoiare non solo il ritorno al governo di Italia viva, ma pure una presenza renziana assai più massiccia della precedente. I mal di pancia non mancano, tra i parlamentari grillini, ma le alternative sì: coerenza vorrebbe che, di fronte ai rilanci continui di Matteo Renzi, i pentastellati dicessero: «Basta, siamo pronti ad andare al voto», ma deputati e senatori tengono famiglia e quindi tutto si risolverà con qualche distinguo, o con tre o quattro addii, magari alla Camera, dove la maggioranza non è a rischio, e la legislatura nemmeno. «Capisco Di Battista, che fa bene a ricordare al mondo chi è Renzi», dice Roberta Lombardi, capogruppo M5s alla Regione Lazio, a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, e aggiunge che se si giungesse a un governo guidato «da una personalità diversa da Conte forse sarebbe opportuno andare su Rousseau. Io non vedo motivazione per cambiarlo a meno di impuntature inspiegabili. Escludo categoricamente un altro nome che non sia Conte», aggiunge la Lombardi. Veti su Renzi? Ma per l'amor di Dio! «No», risponde la Lombardi, «non c'è veto su nessuno che voglia lavorare sui temi, ma certo per lui questa è la prova del nove». Secondo l'Adnkronos, gli irriducibili grillini si sono dati un nome, «La resistenza», e potrebbero votare no alla fiducia al Conte ter. Riflettori accesi sulla senatrice Barbara Lezzi, ex ministro per il Sud, che ha sempre detto che non avrebbe votato la fiducia a un nuovo governo con Italia viva. Il collega senatore Nicola Morra, presidente della Commissione antimafia, pure ha esternato perplessità sulla rinnovata alleanza con Renzi. Difficile precedere se manterranno la linea al momento del voto di fiducia o, naturalmente per senso di responsabilità e nell'esclusivo interesse del paese, faranno l'ennesimo dietrofront. Sarebbe singolare e per certi aspetti divertente vedere i voti dei responsabili andare a sostituire non più quelli dei renziani, ma quelli dei grillini dissidenti. In ogni caso, la base parlamentare pentastellata non farà nulla per difendere Alfonso Bonafede, ormai destinato a dire addio al ministero della Giustizia: «Non ci ha mai interpellato», dice alla Verità un deputato grillino di primo piano, «e adesso non può contare sul nostro sostegno». Chi si trova al centro di una vera e propria bufera è don Vito Crimi, reggente del M5s, il cui incarico è formalmente terminato lo scorso 31 dicembre, ma che si trova a traghettare i pentastellati in questa delicata fase di trattative. Crimi, che ambirebbe alla carica di ministro dell'Interno, è sulla graticola: tra deputati e senatori non manca chi prevede una vera e propria Caporetto nelle trattative, con una delegazione grillina al governo ridotta all'osso. In molti vorrebbero che fosse il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a condurre le trattative, ma Giggino nicchia, rispettoso dei ruoli. Sarà molto interessante, piuttosto, scoprire come farà Alessandro Di Battista, vate del grillismo duro e puro, pasdaran del «mai più con Renzi», a giustificare il suo probabile ingresso nel Conte ter, manco a dirlo insieme ai renziani, a partire da Maria Elena Boschi. Probabilmente, Dibba farà ricorso alla favoletta del senso di responsabilità, del supremo interesse del Paese, della necessità di non lasciare che i fondi del Recovery plan vengano gestiti da un governo privo della guida sicura e disinteressata del M5s. A Di Battista basterà poco per convincere i suoi follower, già ampiamente vaccinati contro le capriole dialettiche grilline.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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