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2023-01-08
La tregua di Natale in Ucraina è un disastro
Vladimir Putin (Ansa)
Scambi di accuse e rimpalli di responsabilità. Come per tutti gli altri aspetti del conflitto, anche sul mancato rispetto della tregua natalizia ordinata da Vladimir Putin per la vigilia e il giorno del Natale ortodosso, Kiev e Mosca si addebitano a vicenda le colpe. Secondo il capo dell’amministrazione regionale di Lugansk, Sergei Gaidai, le truppe russe hanno continuato a condurre operazioni militari. «Come c’erano i bombardamenti, così restano, come pure i tentativi di attaccare le nostre posizioni», ha detto Gaidai. La parte russa ha invece accusato gli ucraini di avere bombardato Donetsk proprio mentre stava iniziando la tregua unilaterale. Le autorità separatiste dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, dichiarata annessa dalla Russia, hanno affermato che l’esercito ucraino ha lanciato sei razzi su Makiivka. L’ufficio stampa del servizio di frontiera statale dell’Ucraina riferisce invece che è stato sventato un attacco della fanteria russa a postazioni ucraine vicino a Bakhmut. Sarebbero stati uccisi un comandante e un mitragliere, il resto dell’unità di fanteria sarebbe fuggito. Inoltre Michail Ravzozhaev, il governatore di Sebastopoli, in Crimea, ha detto che nella notte tra il 6 e 7 gennaio i sistemi di difesa antiaerea hanno intercettato e abbattuto un drone sul porto che ospita la base della Flotta russa del Mar Nero.
Uno dei settori più duramente contesi continua a essere quello intorno alla città di Kreminna, nell’Oblast di Lugansk. Nelle ultime tre settimane, i combattimenti intorno a Kreminna si sono concentrati sul terreno boscoso a Ovest della città. «Con i boschi di conifere che forniscono una certa copertura dall’osservazione aerea anche in inverno, è probabile che entrambe le parti abbiano difficoltà a regolare con precisione il fuoco dell’artiglieria», spiega l’intelligence britannica, rilevando che i combattimenti si sono in gran parte ridotti a scontri di fanteria a piedi e a breve distanza. «È molto probabile che i comandanti russi considerino la pressione intorno a Kreminna come una minaccia al fianco destro del loro settore di Bakhmut, che considerano fondamentale per qualsiasi futura avanzata per occupare il resto dell’Oblast di Donetsk», rilevano ancora gli inglesi. Che nel frattempo annunciano una conferenza a Londra, a marzo, che indagherà sui presunti crimini di guerra in Ucraina.
La Russia però respinge tutte le accuse e il ministero della Difesa russo ha dichiarato che Mosca ha continuato «a osservare la tregua per il Natale in Ucraina, malgrado gli attacchi da parte di Kiev in violazione di essa». Secondo il portavoce della Difesa, Igor Konashenkov, «l’insieme delle truppe russe nell’area dell’operazione speciale dalle 12 del 6 gennaio osserva il cessate il fuoco lungo l’intera linea di contatto, mentre il regime di Kiev ha continuato a bombardare gli insediamenti e le posizioni russe il giorno precedente». Non è così per Kiev, che imputa a Mosca la morte di un pompiere e il ferimento di altri quattro dopo un bombardamento a una caserma dei vigili del fuoco a Kherson, poco prima del cessate il fuoco. L’amministrazione regionale di Yanushevych ha pubblicato un video che mostra veicoli dei servizi di emergenza danneggiati, una pozza di sangue e un corpo coperto. Non solo, secondo l’intelligence ucraina «la Russia si prepara a mobilitare altri 500.000 militari», come ha riportato il Guardian.
Intanto si allarga la frattura tra la Chiesa ortodossa ucraina e quella facente capo al Patriarcato di Mosca. «Dieci mesi di attacchi su vasta scala, uccisioni e torture di civili, di terribili atrocità e distruzione di intere città hanno dimostrato che non abbiamo motivo per fidarci delle dichiarazioni della Russia, né dell’esistenza di valori morali tra i suoi leader, compresi quelli ecclesiastici», ha affermato Epifanio I, il metropolita della Chiesa ortodossa di Kiev e di tutta l’Ucraina. Il presidente Zelensky ha confermato questa rottura sospendendo la cittadinanza a 13 sacerdoti della Chiesa ortodossa ucraina che fanno capo al Patriarcato di Mosca. Il decreto con cui si dispone la sospensione non è stato reso pubblico perché contiene informazioni personali, ma la motivazione dello stesso è che in alcune chiese sarebbe stato rinvenuto materiale propagandistico e passaporti russi. La decisione di Zelensky è stata definita dalla portavoce degli Esteri del Cremlino, Maria Zakharova, «satanismo». Secondo il Patriarca di Mosca, Kirill, russi e ucraini «sono una singola nazione» e la Chiesa deve fare «tutto il possibile perché non diventino nemici», mentre l’Ucraina sta «cercando di separare le due popolazioni».
Intanto il presidente russo, Vladimir Putin, ha assistito alla messa del Natale ortodosso nella Cattedrale dell’Annunciazione del Cremlino a Mosca. Il sito di opposizione bielorusso Nexta ha rilanciato le immagini in cui si vede Putin da solo in una sala con il celebrante. Nexta sottolinea la solitudine del presidente «uscito dal suo bunker». In Ucraina, invece, il Natale è stato celebrato dal metropolita Epifanio nella cattedrale della Santa Dormizione a Kiev.
«L’Ue manda aiuti nei posti sbagliati»
Anno nuovo, ma Unione europea di sempre. Chi sperava di vedere nel 2023 un’Europa più attenta e oculata nell’impiego delle risorse, rimarrà probabilmente deluso. Di sicuro, per dire, son rimasti delusi in Ucraina, dove si sono visti indirizzare aiuti agricoli, se non a casaccio, comunque non mirati; ma andiamo con ordine, riepilogando i fatti.
È notizia di appena tre giorni fa il finanziamento, da parte dell’Ue, di un progetto, attuato dall’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), per sostenere il funzionamento, il rafforzamento e il consolidamento del settore dell’agricoltura e della pesca e il loro adattamento alla guerra, le cui conseguenze sono state e sono, come si può immaginare, devastanti.
Secondo una recente indagine proprio della Fao, effettuata su un campione di 5.200 intervistati, gli effetti del conflitto hanno finora portato alla riduzione o all’azzeramento della produzione di un agricoltore su quattro. Di qui l’intervento europeo, con un programma di investimenti che sarà lanciato a partire dal prossimo marzo attraverso il Registro agrario statale dell’Ucraina. Complessivamente, si parla di uno stanziamento di aiuti per 15,5 milioni di dollari, pari a 14,6 milioni di euro.
«I fondi dell’Ue per questo progetto della Fao», ha dichiarato Christian Ben Hell, responsabile di settore per l’agricoltura presso la delegazione dell’Ue in Ucraina, «mirano a ristabilire o rafforzare la funzionalità a livello prebellico della filiera agricola». «Ciò è necessario per soddisfare le esigenze alimentari delle popolazioni locali e sfollate nell’Ovest», ha aggiunto Hell, «e affrontare l’insicurezza alimentare in altre parti del Paese, nell’immediato e nel breve termine. Sarà inoltre fondamentale per evitare una crisi alimentare nel 2023». In termini analoghi si è espresso, nel presentare questo fondo, anche Pierre Vauthier, capo dell’ufficio della Fao in Ucraina.
Tutto bene, dunque? Non proprio. Infatti, per quanto le finalità del progetto siano valide - e per quanto la situazione della sicurezza alimentare in Ucraina, purtroppo, si sia rapidamente deteriorata in seguito allo scoppio della guerra - c’è il rischio che questi aiuti possano servire a poco. E per una ragione semplice: sono destinati alle aree sbagliate o, comunque, meno flagellate dal conflitto. Gli aiuti Ue andranno a finanziare infatti il rilancio della filiera agricola delle regioni occidentali di Leopoli, Ivano-Frankivska, Zakarpatska e parti dell’Oblast di Chernivetska. Piccolo problema: le aree maggiormente in sofferenza sono altre.
«Noto che questo progetto sta aiutando gli agricoltori dell’Ovest, ma non credo che siano loro quelli che hanno sofferto di più», ha fatto presente Nataliia Gordiichuk, a capo dell’Ufv - acronimo di Ukrainian food valley, organizzazione senza scopo di lucro per lo sviluppo dell’ecosistema agroalimentare - e proprietaria di un’azienda di distribuzione alimentare. A Euractiv.com Gordiichuk ha fatto inoltre presente come i 15,5 milioni di dollari di aiuti andranno a beneficio del Paesaggio collinare dell’Ucraina occidentale, dove «non ci sono vasti campi coltivabili, ma più che altro quella che chiamiamo un’attività di nicchia», con riferimento ad attività più prossime al turismo, che producono formaggio, vini e miele, e all’allevamento di animali come capre e pecore.
Peccato, ha aggiunto ancora la dirigente dell’Ufv, che le regioni che «forniscono la sicurezza alimentare» a Kiev, attraverso la produzione di grano e mais, siano altre, vale a dire quella centrale, orientale e meridionale del Paese. Dunque, ancora una volta l’Ue, in una fase economicamente delicata per tutti - per quanto resti fondamentale prestare aiuto alimentare all’Ucraina - dimostra di non azzeccarne una.
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Resta alta la tensione in occasione del Natale ortodosso e della tregua mancata per le feste. Mentre le parti continuano ad accusarsi a vicenda. L’intelligence degli invasi assicura: «Mosca invierà altri 500.000 militari».«L’Ue manda aiuti nei posti sbagliati». Il nuovo piano da 15 milioni dell’Unione e della Fao per risollevare l’agricoltura ucraina fa discutere. Gli interessati protestano: «L’Ovest del Paese non è l’area più bisognosa».Lo speciale comprende due articoli.Scambi di accuse e rimpalli di responsabilità. Come per tutti gli altri aspetti del conflitto, anche sul mancato rispetto della tregua natalizia ordinata da Vladimir Putin per la vigilia e il giorno del Natale ortodosso, Kiev e Mosca si addebitano a vicenda le colpe. Secondo il capo dell’amministrazione regionale di Lugansk, Sergei Gaidai, le truppe russe hanno continuato a condurre operazioni militari. «Come c’erano i bombardamenti, così restano, come pure i tentativi di attaccare le nostre posizioni», ha detto Gaidai. La parte russa ha invece accusato gli ucraini di avere bombardato Donetsk proprio mentre stava iniziando la tregua unilaterale. Le autorità separatiste dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, dichiarata annessa dalla Russia, hanno affermato che l’esercito ucraino ha lanciato sei razzi su Makiivka. L’ufficio stampa del servizio di frontiera statale dell’Ucraina riferisce invece che è stato sventato un attacco della fanteria russa a postazioni ucraine vicino a Bakhmut. Sarebbero stati uccisi un comandante e un mitragliere, il resto dell’unità di fanteria sarebbe fuggito. Inoltre Michail Ravzozhaev, il governatore di Sebastopoli, in Crimea, ha detto che nella notte tra il 6 e 7 gennaio i sistemi di difesa antiaerea hanno intercettato e abbattuto un drone sul porto che ospita la base della Flotta russa del Mar Nero. Uno dei settori più duramente contesi continua a essere quello intorno alla città di Kreminna, nell’Oblast di Lugansk. Nelle ultime tre settimane, i combattimenti intorno a Kreminna si sono concentrati sul terreno boscoso a Ovest della città. «Con i boschi di conifere che forniscono una certa copertura dall’osservazione aerea anche in inverno, è probabile che entrambe le parti abbiano difficoltà a regolare con precisione il fuoco dell’artiglieria», spiega l’intelligence britannica, rilevando che i combattimenti si sono in gran parte ridotti a scontri di fanteria a piedi e a breve distanza. «È molto probabile che i comandanti russi considerino la pressione intorno a Kreminna come una minaccia al fianco destro del loro settore di Bakhmut, che considerano fondamentale per qualsiasi futura avanzata per occupare il resto dell’Oblast di Donetsk», rilevano ancora gli inglesi. Che nel frattempo annunciano una conferenza a Londra, a marzo, che indagherà sui presunti crimini di guerra in Ucraina. La Russia però respinge tutte le accuse e il ministero della Difesa russo ha dichiarato che Mosca ha continuato «a osservare la tregua per il Natale in Ucraina, malgrado gli attacchi da parte di Kiev in violazione di essa». Secondo il portavoce della Difesa, Igor Konashenkov, «l’insieme delle truppe russe nell’area dell’operazione speciale dalle 12 del 6 gennaio osserva il cessate il fuoco lungo l’intera linea di contatto, mentre il regime di Kiev ha continuato a bombardare gli insediamenti e le posizioni russe il giorno precedente». Non è così per Kiev, che imputa a Mosca la morte di un pompiere e il ferimento di altri quattro dopo un bombardamento a una caserma dei vigili del fuoco a Kherson, poco prima del cessate il fuoco. L’amministrazione regionale di Yanushevych ha pubblicato un video che mostra veicoli dei servizi di emergenza danneggiati, una pozza di sangue e un corpo coperto. Non solo, secondo l’intelligence ucraina «la Russia si prepara a mobilitare altri 500.000 militari», come ha riportato il Guardian. Intanto si allarga la frattura tra la Chiesa ortodossa ucraina e quella facente capo al Patriarcato di Mosca. «Dieci mesi di attacchi su vasta scala, uccisioni e torture di civili, di terribili atrocità e distruzione di intere città hanno dimostrato che non abbiamo motivo per fidarci delle dichiarazioni della Russia, né dell’esistenza di valori morali tra i suoi leader, compresi quelli ecclesiastici», ha affermato Epifanio I, il metropolita della Chiesa ortodossa di Kiev e di tutta l’Ucraina. Il presidente Zelensky ha confermato questa rottura sospendendo la cittadinanza a 13 sacerdoti della Chiesa ortodossa ucraina che fanno capo al Patriarcato di Mosca. Il decreto con cui si dispone la sospensione non è stato reso pubblico perché contiene informazioni personali, ma la motivazione dello stesso è che in alcune chiese sarebbe stato rinvenuto materiale propagandistico e passaporti russi. La decisione di Zelensky è stata definita dalla portavoce degli Esteri del Cremlino, Maria Zakharova, «satanismo». Secondo il Patriarca di Mosca, Kirill, russi e ucraini «sono una singola nazione» e la Chiesa deve fare «tutto il possibile perché non diventino nemici», mentre l’Ucraina sta «cercando di separare le due popolazioni». Intanto il presidente russo, Vladimir Putin, ha assistito alla messa del Natale ortodosso nella Cattedrale dell’Annunciazione del Cremlino a Mosca. Il sito di opposizione bielorusso Nexta ha rilanciato le immagini in cui si vede Putin da solo in una sala con il celebrante. Nexta sottolinea la solitudine del presidente «uscito dal suo bunker». In Ucraina, invece, il Natale è stato celebrato dal metropolita Epifanio nella cattedrale della Santa Dormizione a Kiev. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-tregua-di-natale-in-ucraina-e-un-disastro-2659083966.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lue-manda-aiuti-nei-posti-sbagliati" data-post-id="2659083966" data-published-at="1673132272" data-use-pagination="False"> «L’Ue manda aiuti nei posti sbagliati» Anno nuovo, ma Unione europea di sempre. Chi sperava di vedere nel 2023 un’Europa più attenta e oculata nell’impiego delle risorse, rimarrà probabilmente deluso. Di sicuro, per dire, son rimasti delusi in Ucraina, dove si sono visti indirizzare aiuti agricoli, se non a casaccio, comunque non mirati; ma andiamo con ordine, riepilogando i fatti. È notizia di appena tre giorni fa il finanziamento, da parte dell’Ue, di un progetto, attuato dall’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), per sostenere il funzionamento, il rafforzamento e il consolidamento del settore dell’agricoltura e della pesca e il loro adattamento alla guerra, le cui conseguenze sono state e sono, come si può immaginare, devastanti. Secondo una recente indagine proprio della Fao, effettuata su un campione di 5.200 intervistati, gli effetti del conflitto hanno finora portato alla riduzione o all’azzeramento della produzione di un agricoltore su quattro. Di qui l’intervento europeo, con un programma di investimenti che sarà lanciato a partire dal prossimo marzo attraverso il Registro agrario statale dell’Ucraina. Complessivamente, si parla di uno stanziamento di aiuti per 15,5 milioni di dollari, pari a 14,6 milioni di euro. «I fondi dell’Ue per questo progetto della Fao», ha dichiarato Christian Ben Hell, responsabile di settore per l’agricoltura presso la delegazione dell’Ue in Ucraina, «mirano a ristabilire o rafforzare la funzionalità a livello prebellico della filiera agricola». «Ciò è necessario per soddisfare le esigenze alimentari delle popolazioni locali e sfollate nell’Ovest», ha aggiunto Hell, «e affrontare l’insicurezza alimentare in altre parti del Paese, nell’immediato e nel breve termine. Sarà inoltre fondamentale per evitare una crisi alimentare nel 2023». In termini analoghi si è espresso, nel presentare questo fondo, anche Pierre Vauthier, capo dell’ufficio della Fao in Ucraina. Tutto bene, dunque? Non proprio. Infatti, per quanto le finalità del progetto siano valide - e per quanto la situazione della sicurezza alimentare in Ucraina, purtroppo, si sia rapidamente deteriorata in seguito allo scoppio della guerra - c’è il rischio che questi aiuti possano servire a poco. E per una ragione semplice: sono destinati alle aree sbagliate o, comunque, meno flagellate dal conflitto. Gli aiuti Ue andranno a finanziare infatti il rilancio della filiera agricola delle regioni occidentali di Leopoli, Ivano-Frankivska, Zakarpatska e parti dell’Oblast di Chernivetska. Piccolo problema: le aree maggiormente in sofferenza sono altre. «Noto che questo progetto sta aiutando gli agricoltori dell’Ovest, ma non credo che siano loro quelli che hanno sofferto di più», ha fatto presente Nataliia Gordiichuk, a capo dell’Ufv - acronimo di Ukrainian food valley, organizzazione senza scopo di lucro per lo sviluppo dell’ecosistema agroalimentare - e proprietaria di un’azienda di distribuzione alimentare. A Euractiv.com Gordiichuk ha fatto inoltre presente come i 15,5 milioni di dollari di aiuti andranno a beneficio del Paesaggio collinare dell’Ucraina occidentale, dove «non ci sono vasti campi coltivabili, ma più che altro quella che chiamiamo un’attività di nicchia», con riferimento ad attività più prossime al turismo, che producono formaggio, vini e miele, e all’allevamento di animali come capre e pecore. Peccato, ha aggiunto ancora la dirigente dell’Ufv, che le regioni che «forniscono la sicurezza alimentare» a Kiev, attraverso la produzione di grano e mais, siano altre, vale a dire quella centrale, orientale e meridionale del Paese. Dunque, ancora una volta l’Ue, in una fase economicamente delicata per tutti - per quanto resti fondamentale prestare aiuto alimentare all’Ucraina - dimostra di non azzeccarne una.
Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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