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2020-02-19
La stretta di Messina. Con il modello Ambroveneto addomestica i vecchi nemici
Giovanni Bazoli (Ansa)
«Non intendo, almeno per il momento, dare alcun commento, se non per precisare che io ho conosciuto la decisione di Intesa Sanpaolo ieri sera, al momento della comunicazione ai mercati, perché i responsabili della banca hanno ritenuto - credo correttamente, data la mia posizione e la mia storia - di non coinvolgermi in alcun modo nella decisione». Con questa nota stringata diffusa ieri mattina Giovanni Bazoli si è tirato fuori dall'operazione che coinvolge due banche a lui assai care. Intesa, che ha praticamente fondato e di cui è ancora presidente emerito, e Ubi, nata dalla fusione tra le due anime - quella bergamasca della Popolare di Bergamo e quella bresciana di Banca Lombarda - di cui il professore era stato ideatore e protagonista. Bazoli prende, dunque, le distanze mettendo così preventivamente a tacere le voci di una possibile sua regìa dell'operazione. Anche alla luce del suo coinvolgimento nell'inchiesta della procura di Bergamo per presunte irregolarità in tema di vigilanza (è stato rinviato a giudizio nell'aprile 2018 insieme, tra gli altri, con l'attuale ad di Ubi, Victor Massiah). Accuse da cui si è sempre difeso con forza. L'operazione Intesa-Ubi, dunque, è tutta farina del sacco di Carlo Messina. Eppure, agli appassionati di storia bancaria ieri è tornato in mente il «metodo Bazoli» e l'impronta che il professore ha lasciato in questi anni sugli assetti del sistema contribuendo a gettarne le fondamenta. Sin da quando negli anni Ottanta Beniamino Andreatta lo sceglie per rifondare il Banco Ambrosiano reduce dalla tempesta Calvi.
Il primo passo sarà la fusione con la Banca cattolica del Veneto che darà vita all' Ambroveneto, ma è solo l'inizio di una completa trasformazione del sistema bancario italiano in cui l'opera diplomatica del professore bresciano si rivelerà decisiva. Da avvocato di provincia a «banchiere per caso», Bazoli diventerà l'artefice di un matrimonio dopo l'altro: prima tra l'Ambroveneto e la Cariplo, più tardi battezzata Banca Intesa, poi tra Intesa e Cassa di risparmio di Parma e Piacenza, per culminare con l'acquisizione della Comit, la più prestigiosa tra le ex banche pubbliche italiane nonché la più importante banca laica del Paese. Un lungo percorso che porterà, dopo la fusione avvenuta nel 2006 fra Intesa e il Sanpaolo di Torino, alla nascita del big del credito. Il «metodo Bazoli» consiste nel procedere con aggregazioni amichevoli, perché «la prima regola in una trattativa è capire quello che vogliono gli altri», brandendo nello stesso tempo lo scudo contro le aggressioni ostili. Ogni volta il regista dell'aggressione sembra essere l'allora Grande vecchio della finanza laica nonché numero uno di Mediobanca: Enrico Cuccia.
Ma i tempi cambiano. Oggi la vigilanza di tutte le banche europee è affidata alla Bce. Cuccia non c'è più, Mediobanca ha detto addio da tempo alla logica dei «salotti buoni», Unipol ha inglobato la Fondiaria Sai reduce dal crac dei Ligresti. Rotti gli equilibri, non ci sono più Don Camillo e Peppone. Bazoli lo ha capito e ha aperto il capitale agli investitori stranieri come Blackrock avviando quella che lui stesso ha definito qualche anno fa una transizione ordinata verso il futuro assetto del sistema bancario italiano, mettendo a frutto il proprio network di relazioni internazionali prima di ritirarsi dalla ribalta finanziaria. Con la sponda dell'amico Giuseppe Guzzetti, ex dominus delle fondazioni (intanto scese nel capitale delle banche), anch'egli ritiratosi dalla scena di Cariplo e Acri.
Nel nuovo mondo gli schieramenti si decidono in base alle convenienze del momento e ai problemi da risolvere. Questo Messina lo ha imparato dal maestro. Tanto che nell'operazione annunciata lunedì notte sono coinvolti ex nemici o comunque soggetti non vicini alla galassia di Intesa. A cominciare proprio da Mediobanca che è stata assoldata come advisor finanziario unico nell'offerta pubblica di scambio sul 100% su Ubi. Un mandato ottenuto grazie ai buoni rapporti tessuti con Messina e Francesco Canzonieri, responsabile del corporate e investment banking del gruppo di Piazzetta Cuccia. E testato sul campo - allora però come controparte di Intesa - nelle operazioni Intrum, Nexi e Prelios. «Poi se mi chiedete chi scegliere tra Mediobanca e Banca Imi, è chiaro che rispondo che è meglio Imi, no way», ha detto con una battuta Messina durante la conferenza stampa di ieri pomeriggio alla quale hanno partecipato, schierati in prima fila, anche i vertici della banca di investimento di Intesa.
Non solo. Gli esperti di Piazzetta Cuccia cureranno anche l'aumento di capitale di Bper da 1 miliardo per rilevare i 400/500 sportelli in eccesso che Intesa ha stimato di dover dismettere per superare le criticità di concentrazione con la rete di Ubi. Candidata a rilevare attività assicurative nell'ambito dell'operazione è poi Unipol (che di Bper è primo azionista con il 20%), altro soggetto in buoni rapporti con Mediobanca da quando la compagnia è stata aiutata a realizzare la fusione con Sai. Messina ha dunque fatto di necessità virtù. Per tutti. Perché la compagnia bolognese guidata da Carlo Cimbri aumenterà la propria influenza e Bper accrescerà significativamente le proprie dimensioni diventando il quarto gruppo bancario nazionale, alle spalle di Intesa, Unicredit e Banco Bpm. E Mediobanca che - dimenticate le vecchie ruggini e anche quelle più recenti emerse nel 2017 durante il tentato blitz di Intesa sulle Generali - è pronta a guidare le prossime mosse del valzer delle fusioni inaugurato da Messina.
E le fondazioni stavolta non toccano palla
Il progetto Ubi non è stato condiviso dalle fondazioni, la cui presenza nel capitale di Intesa resta comunque «un elemento strategico per l'Italia», ha detto ieri l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Assicurando che «la diluizione dei nostri azionisti sarà minima, parliamo del 10% delle loro azioni. Rimarranno più o meno nella posizione di oggi». Secondo i calcoli degli analisti di Equita, l'offerta è subordinata al raggiungimento di una quota del 67% del capitale di Ubi, propedeutico al controllo dell'assemblea straordinaria. Le fondazioni azioniste di Intesa subirebbero una diluizione molto limitata nel nuovo soggetto bancario (da 14,8% a 13,1%), mentre gli azionisti di controllo di Ubi (Fondazioni e imprenditori, ora al 16%) scenderebbero al 2%», sottolineano gli analisti.
Resta però il fatto che prima del cda di lunedì sera che ha dato il via all'operazione annunciata poi nella notte, né la Compagnia Sanpaolo né la Fondazione Cariplo - azionisti storici di Intesa rispettivamente con il 6,7% e il 4,3% - sarebbero state al conoscenza del piano messo a punto dal banchiere. Qualcuno ha del resto notato lo scarso tempismo con cui proprio ieri mattina è comparsa sulle pagine del Sole 24 Ore una lunga intervista del presidente della Cariplo, Giovanni Fosti: «Stiamo vivendo un momento di equilibrio, perché toccarlo?», ha risposto riferendosi alla possibile revisione della quota nel capitale della banca. Quasi ignaro della notizia che sarebbe stata diffusa dall'istituto.
Di certo, però, ieri l'operazione Ubi ha ricevuto la benedizione del predecessore di Fosti ed ex dominus dell'Acri, Giuseppe Guzzetti: «Va nella direzione del rafforzamento del sistema bancario italiano. Conoscendo la competenza e la serietà di Messina, dei suoi collaboratori e del cda, se hanno elaborato questa proposta avranno valutato tutti gli elementi sulla positività dell'operazione», ha commentato all'agenzia Radiocor. Aggiungendo che la direzione è quella «auspicata» anche dai regolatori «ed è da ritenere che sia fatta con tutti gli elementi positivi sia per Intesa Sanpaolo che per Ubi. Questa operazione consente un ulteriore rafforzamento sul territorio e coinvolge due banche che negli ultimi tempi sono molto impegnate nel sociale».
Brinda anche il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo, che la definisce un'operazione «meravigliosa» confermando la «grandissima fiducia nel management di Intesa Sanpaolo, in quello che ha fatto e in quello che farà».
Quanto alle fondazioni azioniste di Ubi (tra cui Caricuneo, primo socio con il 5,9% del capitale), l'ad Messina ha rivolto un invito a «partecipare alla creazione di un campione italiano che rimane italiano», promettendo un flusso stabile e crescente di dividendi. In attesa che il cda di Ubi si esprima, per ora a parlare sono solo i grandi soci della banca riuniti nel patto Car, che definiscono l'istituto «centrale per l'Italia e il suo sistema bancario» ma chiedono «tempo» per valutare l'offerta. Proprio al patto che ha quasi il 20% di Ubi potrebbero aprirsi spazi nella governance della nuova realtà. In casa di Intesa c'è comunque fiducia che l'ops vada in porto, confidando su un premio considerato alto, nella difficile possibilità che si materializzino delle controfferte e sul fatto che il 60-70% del capitale è in mano ai fondi internazionali. Messina è poi fiducioso sul via libera della Bce perché la «mossa è in linea con le aspettative della Vigilanza».
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Scatta una riorganizzazione dell'intero sistema che ricorda le operazioni di Bazoli. Ne guadagneranno anche l'advisor Mediobanca, Unipol e Bper.Le loro quote saranno diluite ma è stata promessa una compensazione: incasseranno dividendi più alti.Lo speciale contiene due articoli«Non intendo, almeno per il momento, dare alcun commento, se non per precisare che io ho conosciuto la decisione di Intesa Sanpaolo ieri sera, al momento della comunicazione ai mercati, perché i responsabili della banca hanno ritenuto - credo correttamente, data la mia posizione e la mia storia - di non coinvolgermi in alcun modo nella decisione». Con questa nota stringata diffusa ieri mattina Giovanni Bazoli si è tirato fuori dall'operazione che coinvolge due banche a lui assai care. Intesa, che ha praticamente fondato e di cui è ancora presidente emerito, e Ubi, nata dalla fusione tra le due anime - quella bergamasca della Popolare di Bergamo e quella bresciana di Banca Lombarda - di cui il professore era stato ideatore e protagonista. Bazoli prende, dunque, le distanze mettendo così preventivamente a tacere le voci di una possibile sua regìa dell'operazione. Anche alla luce del suo coinvolgimento nell'inchiesta della procura di Bergamo per presunte irregolarità in tema di vigilanza (è stato rinviato a giudizio nell'aprile 2018 insieme, tra gli altri, con l'attuale ad di Ubi, Victor Massiah). Accuse da cui si è sempre difeso con forza. L'operazione Intesa-Ubi, dunque, è tutta farina del sacco di Carlo Messina. Eppure, agli appassionati di storia bancaria ieri è tornato in mente il «metodo Bazoli» e l'impronta che il professore ha lasciato in questi anni sugli assetti del sistema contribuendo a gettarne le fondamenta. Sin da quando negli anni Ottanta Beniamino Andreatta lo sceglie per rifondare il Banco Ambrosiano reduce dalla tempesta Calvi. Il primo passo sarà la fusione con la Banca cattolica del Veneto che darà vita all' Ambroveneto, ma è solo l'inizio di una completa trasformazione del sistema bancario italiano in cui l'opera diplomatica del professore bresciano si rivelerà decisiva. Da avvocato di provincia a «banchiere per caso», Bazoli diventerà l'artefice di un matrimonio dopo l'altro: prima tra l'Ambroveneto e la Cariplo, più tardi battezzata Banca Intesa, poi tra Intesa e Cassa di risparmio di Parma e Piacenza, per culminare con l'acquisizione della Comit, la più prestigiosa tra le ex banche pubbliche italiane nonché la più importante banca laica del Paese. Un lungo percorso che porterà, dopo la fusione avvenuta nel 2006 fra Intesa e il Sanpaolo di Torino, alla nascita del big del credito. Il «metodo Bazoli» consiste nel procedere con aggregazioni amichevoli, perché «la prima regola in una trattativa è capire quello che vogliono gli altri», brandendo nello stesso tempo lo scudo contro le aggressioni ostili. Ogni volta il regista dell'aggressione sembra essere l'allora Grande vecchio della finanza laica nonché numero uno di Mediobanca: Enrico Cuccia.Ma i tempi cambiano. Oggi la vigilanza di tutte le banche europee è affidata alla Bce. Cuccia non c'è più, Mediobanca ha detto addio da tempo alla logica dei «salotti buoni», Unipol ha inglobato la Fondiaria Sai reduce dal crac dei Ligresti. Rotti gli equilibri, non ci sono più Don Camillo e Peppone. Bazoli lo ha capito e ha aperto il capitale agli investitori stranieri come Blackrock avviando quella che lui stesso ha definito qualche anno fa una transizione ordinata verso il futuro assetto del sistema bancario italiano, mettendo a frutto il proprio network di relazioni internazionali prima di ritirarsi dalla ribalta finanziaria. Con la sponda dell'amico Giuseppe Guzzetti, ex dominus delle fondazioni (intanto scese nel capitale delle banche), anch'egli ritiratosi dalla scena di Cariplo e Acri. Nel nuovo mondo gli schieramenti si decidono in base alle convenienze del momento e ai problemi da risolvere. Questo Messina lo ha imparato dal maestro. Tanto che nell'operazione annunciata lunedì notte sono coinvolti ex nemici o comunque soggetti non vicini alla galassia di Intesa. A cominciare proprio da Mediobanca che è stata assoldata come advisor finanziario unico nell'offerta pubblica di scambio sul 100% su Ubi. Un mandato ottenuto grazie ai buoni rapporti tessuti con Messina e Francesco Canzonieri, responsabile del corporate e investment banking del gruppo di Piazzetta Cuccia. E testato sul campo - allora però come controparte di Intesa - nelle operazioni Intrum, Nexi e Prelios. «Poi se mi chiedete chi scegliere tra Mediobanca e Banca Imi, è chiaro che rispondo che è meglio Imi, no way», ha detto con una battuta Messina durante la conferenza stampa di ieri pomeriggio alla quale hanno partecipato, schierati in prima fila, anche i vertici della banca di investimento di Intesa.Non solo. Gli esperti di Piazzetta Cuccia cureranno anche l'aumento di capitale di Bper da 1 miliardo per rilevare i 400/500 sportelli in eccesso che Intesa ha stimato di dover dismettere per superare le criticità di concentrazione con la rete di Ubi. Candidata a rilevare attività assicurative nell'ambito dell'operazione è poi Unipol (che di Bper è primo azionista con il 20%), altro soggetto in buoni rapporti con Mediobanca da quando la compagnia è stata aiutata a realizzare la fusione con Sai. Messina ha dunque fatto di necessità virtù. Per tutti. Perché la compagnia bolognese guidata da Carlo Cimbri aumenterà la propria influenza e Bper accrescerà significativamente le proprie dimensioni diventando il quarto gruppo bancario nazionale, alle spalle di Intesa, Unicredit e Banco Bpm. E Mediobanca che - dimenticate le vecchie ruggini e anche quelle più recenti emerse nel 2017 durante il tentato blitz di Intesa sulle Generali - è pronta a guidare le prossime mosse del valzer delle fusioni inaugurato da Messina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-stretta-di-messina-con-il-modello-ambroveneto-addomestica-i-vecchi-nemici-2645188809.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-le-fondazioni-stavolta-non-toccano-palla" data-post-id="2645188809" data-published-at="1778621367" data-use-pagination="False"> E le fondazioni stavolta non toccano palla Il progetto Ubi non è stato condiviso dalle fondazioni, la cui presenza nel capitale di Intesa resta comunque «un elemento strategico per l'Italia», ha detto ieri l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Assicurando che «la diluizione dei nostri azionisti sarà minima, parliamo del 10% delle loro azioni. Rimarranno più o meno nella posizione di oggi». Secondo i calcoli degli analisti di Equita, l'offerta è subordinata al raggiungimento di una quota del 67% del capitale di Ubi, propedeutico al controllo dell'assemblea straordinaria. Le fondazioni azioniste di Intesa subirebbero una diluizione molto limitata nel nuovo soggetto bancario (da 14,8% a 13,1%), mentre gli azionisti di controllo di Ubi (Fondazioni e imprenditori, ora al 16%) scenderebbero al 2%», sottolineano gli analisti. Resta però il fatto che prima del cda di lunedì sera che ha dato il via all'operazione annunciata poi nella notte, né la Compagnia Sanpaolo né la Fondazione Cariplo - azionisti storici di Intesa rispettivamente con il 6,7% e il 4,3% - sarebbero state al conoscenza del piano messo a punto dal banchiere. Qualcuno ha del resto notato lo scarso tempismo con cui proprio ieri mattina è comparsa sulle pagine del Sole 24 Ore una lunga intervista del presidente della Cariplo, Giovanni Fosti: «Stiamo vivendo un momento di equilibrio, perché toccarlo?», ha risposto riferendosi alla possibile revisione della quota nel capitale della banca. Quasi ignaro della notizia che sarebbe stata diffusa dall'istituto. Di certo, però, ieri l'operazione Ubi ha ricevuto la benedizione del predecessore di Fosti ed ex dominus dell'Acri, Giuseppe Guzzetti: «Va nella direzione del rafforzamento del sistema bancario italiano. Conoscendo la competenza e la serietà di Messina, dei suoi collaboratori e del cda, se hanno elaborato questa proposta avranno valutato tutti gli elementi sulla positività dell'operazione», ha commentato all'agenzia Radiocor. Aggiungendo che la direzione è quella «auspicata» anche dai regolatori «ed è da ritenere che sia fatta con tutti gli elementi positivi sia per Intesa Sanpaolo che per Ubi. Questa operazione consente un ulteriore rafforzamento sul territorio e coinvolge due banche che negli ultimi tempi sono molto impegnate nel sociale». Brinda anche il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo, che la definisce un'operazione «meravigliosa» confermando la «grandissima fiducia nel management di Intesa Sanpaolo, in quello che ha fatto e in quello che farà». Quanto alle fondazioni azioniste di Ubi (tra cui Caricuneo, primo socio con il 5,9% del capitale), l'ad Messina ha rivolto un invito a «partecipare alla creazione di un campione italiano che rimane italiano», promettendo un flusso stabile e crescente di dividendi. In attesa che il cda di Ubi si esprima, per ora a parlare sono solo i grandi soci della banca riuniti nel patto Car, che definiscono l'istituto «centrale per l'Italia e il suo sistema bancario» ma chiedono «tempo» per valutare l'offerta. Proprio al patto che ha quasi il 20% di Ubi potrebbero aprirsi spazi nella governance della nuova realtà. In casa di Intesa c'è comunque fiducia che l'ops vada in porto, confidando su un premio considerato alto, nella difficile possibilità che si materializzino delle controfferte e sul fatto che il 60-70% del capitale è in mano ai fondi internazionali. Messina è poi fiducioso sul via libera della Bce perché la «mossa è in linea con le aspettative della Vigilanza».
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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