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2019-01-29
Migranti sequestrati dalla Ong
Ansa
Sono molte le partite (politica, giuridica, internazionale) che si giocano sulla Sea Watch 3, la nave con 47 immigrati a bordo ancora bloccata a largo delle coste di Siracusa. Un'ordinanza firmata dal comandante della Capitaneria di porto di Siracusa, Luigi D'Aniello, ha proibito la navigazione nello specchio d'acqua all'interno della baia di Santa Panagia, per un raggio di mezzo miglio dall'imbarcazione dell'Ong tedesca. Lo scopo è chiaramente quello di evitare di trasformare la nave in una passerella per politici folgorati sulla via della solidarietà, sulla scia di quanto già fatto da Nicola Fratoianni, Riccardo Magi e Stefania Prestigiacomo, anche se il provvedimento non ha impedito ieri al Pd di replicare la performance.
Sul primo blitz dei parlamentari si è nel frattempo abbattuta la condanna di Matteo Salvini, secondo cui i politici saliti a bordo «non hanno rispettato le norme igienico sanitarie. Possono portare a terra di tutto e di più». Il vicepremier ha anche ribadito che «sulla Sea Watch non ci sono donne e bambini». Un particolare, questo, su cui è interessante anche quanto detto dal Procuratore di Siracusa, Fabio Scavone, secondo cui «alcuni minorenni hanno un'età dubbia». La Procura ha aperto un fascicolo d'indagine senza reati né indagati, ma ci ha tenuto a precisare che il comandante dell'imbarcazione «non ha commesso alcun reato e non è stata neppure presa in considerazione al momento l'ipotesi di un eventuale sequestro della nave». Per Scavone Sea Watch «ha salvato i migranti e scelto quella che appariva la rotta più sicura in quel momento».
Già, la rotta più sicura. È un altro dei livelli in cui si colloca la querelle, quello internazionale. L'Ong è tedesca, la nave batte bandiera olandese, i migranti sono stati avvistati in zona Sar libica, il porto sicuro più vicino è in Tunisia: perché devono sbarcare in Italia? È l'aspetto su cui spinge il governo italiano. L'Ong, dal canto suo, ha tentato di spiegare sul suo profilo Twitter come siano finiti a Lampedusa: lo scorso 23 gennaio, dopo aver previsto l'arrivo di una forte perturbazione da Nordovest, l'imbarcazione avrebbe avvisato il centro di coordinamento olandese e la Capitaneria di porto di Lampedusa. Una volta appresa l'impossibilità di attraccare sull'isola siciliana, il governo olandese ha cercato di mettersi in contatto con quello tunisino, ma senza successo. Sea Watch ha comunque sottolineato di non aver mai ricevuto dall'Olanda alcuna risposta in merito alla richiesta di un porto rifugio in Tunisia. «Per queste ragioni, il comandante della nave ha quindi optato per una rotta meno vessatoria, verso Nord», ha spiegato la Ong. Peccato che Lampedusa disti più del doppio rispetto a Zarzis, primo porto tunisino nei paraggi. Questo complicato intrigo di rimpalli e mezze verità nasconde una serie di responsabilità politiche. Prendiamo il governo olandese. Sì, quello salito al potere dopo le elezioni del marzo 2017 in cui, si disse, venne sconfitto il populismo e trionfarono i valori dell'Europa. Eppure è lo stesso esecutivo che, chiamato in ballo in queste ore, manda a dire di non voler «partecipare a misure ad hoc per lo sbarco». E puntualizza: «Quelli che non hanno diritto alla protezione internazionale devono essere mandati indietro immediatamente al loro arrivo ai confini europei», come afferma il loro ministero della Giustizia. Siamo alla distinzione tra veri e falsi profughi, lo stesso concetto che, quando è espresso da Salvini, viene presentato dalla stampa di sinistra come l'anticamera delle selezioni razziali stile Auschwitz.
Tutto da capire, poi, è il ruolo della Tunisia. Sul Paese nordafricano punta il dito il leghista Claudio Borghi, che in un post su Facebook scrive: «Alla Sea Watch ricordo che se è vero (come da loro video) che l'incontro con il gommone dei “migranti" è avvenuto al largo di Zuara, a pochissima distanza da lì c'è Djerba con un ottimo Club Med francese oppure se preferiscono qualcosa di tedesco c'è il lussuosissimo Tui». Insomma, per Borghi, «anche senza bisogno di chiedere al governo olandese se la Tunisia è sicura, basta documentarsi per sapere che l'anno scorso ci sono andati 8 milioni di turisti. Quindi se veramente vuoi “salvare dei naufraghi" allora basta riportarli a riva e lì non ci sono predoni ma gente che sta facendo i balli di gruppo e stappando champagne, se invece l'intento è portare a termine la rotta iniziata dagli scafisti allora il discorso è differente. Basta che non ci prendiamo in giro».
Sorprende, in effetti, che ci si facciano tanti problemi circa la sicurezza di un Paese che, solo poche settimane fa, la prestigiosa rivista americana Travel and Leisure ha inserito tra le 50 migliori destinazioni al mondo da visitare nel 2019. L'anno scorso, le entrate finanziarie derivanti dal turismo nel Paese sono aumentate del 45% rispetto al 2017, il che significa che i porti tunisini funzionano e pure bene. E, per non farci mancare nulla, l'Unione europea ha appena annunciato un finanziamento alla Tunisia di 305 milioni di euro. Lo stipendio per pagare un centralinista della Guardia costiera, a occhio e croce, dovrebbe uscirci. Ma è di tutta evidenza che nessuno - tunisini, olandesi, tedeschi, attivisti delle Ong, euroburocrati, buonisti di casa nostra - ha interesse a far cadere il tabù dell'Italia «unico porto sicuro».
Non foss'altro che per mettere in difficoltà Salvini. Che la questione sia più politica che «solidale» lo si capisce anche dallo sfrontato braccio di ferro dell'Ong: «Dovranno sbarcare tutti o nessuno», era scritto nel comunicato firmato dall'armatore e stilato da Giorgia Lunardi, portavoce dell'Ong.
Il fatto è che l'Italia deve tornare a essere il campo profughi d'Europa. Anche a costo di continuare a giocare sulla pelle dei disperati.
La sfilata del Pd in cerca di martirio. Orfini e Martina indagati in coppia
Per lunghe e interminabili ore, il Pd ha temuto di non riuscire a perdere voti altrettanto velocemente di Forza Italia sulla vicenda Sea Watch. Ma ieri l'impegno indefesso di una pattuglia guidata dal segretario uscente Maurizio Martina ha forse scongiurato il rischio. Con una sorpresa finale: i membri della delegazione si sono pure lamentati di essersi beccati una denuncia.
Riassunto delle puntate precedenti: domenica pomeriggio il Pd aveva solennemente proclamato la «staffetta democratica», annunciando la presenza a bordo dei parlamentari del Pd, a rotazione, «finché ai 47 migranti non sarà permesso di sbarcare in Italia». E per dar corpo alla promessa, la formazione schierata al porto di Siracusa contava - oltre a Martina - Matteo Orfini, Davide Faraone, Carmelo Miceli, Francesco Verducci e Fausto Raciti. Bruciati sul tempo dal trio Riccardo Magi (+Europa), Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), Stefania Prestigiacomo (Forza Italia), e senza neanche poter sfoggiare la messa in piega della deputata forzista, il sestetto del Pd partiva in evidente svantaggio.
Ma il vero dramma si è consumato quando, per 16-18 ore, ai sei democratici non è riuscita l'impresa di salire a bordo, superando il cordone sanitario stabilito dalle autorità. Gli account Twitter dei sei malcapitati dem hanno offerto una cronaca dettagliata, roba da «tutto il molo minuto per minuto». Ha cominciato Martina verso le 18 dell'altra sera: «Sono in partenza per Siracusa e in contatto con gli operatori della Sea Watch». Prima notazione interessante: nessuno sa se il Pd sia più in contatto con lavoratori e operai, ma in compenso Martina si messaggia con le Ong del mare. Poi, dopo le 22, l'arrivo e l'amara sorpresa: non lo fanno salire. «Ora a Siracusa. Denunciamo violazione di legge, lo sbarco non si può impedire».
Poi nessuna notizia per 10 ore: presumiamo dedicate a vitto, alloggio e inevitabili esigenze fisiologiche. Martina ricompare ieri mattina: in edicola (sul Corriere della Sera), in tv (ad Agorà su Rai 3 e a L'aria che tira su La 7), e naturalmente su Twitter: «Chiediamo l'attracco immediato della Sea Watch. Non ci si può voltare dall'altra parte». E ancora: «È nostro dovere essere a Siracusa, come siamo stati a Catania nei giorni della Diciotti».
A dar manforte sul molo e sui social ci pensa Matteo Orfini. Ecco il tweet delle 13 di ieri: «A Siracusa abbiamo appena incontrato gli operatori della Sea Watch. Prima che ascoltati vanno ringraziati. Sono un presidio coraggioso di umanità». Inenarrabili i commenti degli utenti, letteralmente imbestialiti verso la delegazione Pd: «Sono solo dei pirati»; «C'era pure Minniti?»; «È evidente che il 4 marzo non v'è bastato».
Insomma, un disastro. Ma la valorosa pattuglia del Pd non si perde d'animo. Il più scatenato è Faraone che alle 13 tuona: «Stavamo per prendere un gommone e salire a bordo della Sea Watch e Salvini ha ordinato di non far salire nessuno. Ancora una volta ha violato la legge».
Ma nulla può fermare i parlamentari democratici sulla strada delle telecamere (e della perdita di voti), e quindi i sei chiedono e ottengono un incontro con il prefetto e con la Capitaneria di porto. Alla fine, ricevono il sospirato via libera. È proprio Faraone ad annunciarlo trionfante: «Terminato l'incontro in Prefettura. La delegazione dei parlamentari del @pdnetwork salirà a bordo intorno alle 15.30 Finalmente!». Lo segue a ruota Orfini, altrettanto barricadero: «Stiamo salendo sulla Sea Watch. Finché il governo non aprirà il porto e li farà sbarcare, noi non arretreremo di un passo in questa battaglia di umanità».
A fine giornata, la discesa, l'agognata passerella nei tg, con relativo lamento per l'ipotesi di denuncia. Il primo a riemergere è stato Orfini: «Io e Martina siamo appena rientrati in porto. Ora stiamo facendo l'elezione di domicilio perché a quanto pare siamo indagati per essere saliti sulla nave». Ma in rete non si è impietosito quasi nessuno, e uno gli ha subito risposto: «Lo sapevi anche prima». Estenuato e sofferente Martina: «Basta guardare negli occhi quelle persone per capire che è disumano quello che stanno facendo. Fateli sbarcare, fateli sbarcare, fateli sbarcare». Ma la polemica del Pd - a quanto pare - è contro Salvini, mica contro gli scafisti.
Non si hanno notizie precise di come questo spettacolo sia stato seguito dai 47 immigrati a bordo della nave. Un sospetto lo avanza sempre su Twitter, con un commento fulminante, l'account @nonexpedit: «Se non li salvano quelli della Sea Watch, i deputati del Pd non li salva più nessuno». A noi resta un dubbio. Ma il Pd, negli anni in cui era al governo, non poteva dedicare altrettanta energia e passione agli sbancati dai crac bancari, ai disoccupati, ai terremotati, ai lavoratori anziani bersagliati dalla legge Fornero?
I magistrati scrivono sonetti per lo sbarco
Magistrati democratici, pro migranti e pure poeti. Sono 60 i togati dell'Emilia Romagna che, utilizzando questa volta una forma aulica, si sono pubblicamente allineati all'idea che bisogna «insorgere», contro la chiusura dei porti all'arrivo dei clandestini, voluta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini. Lo hanno fatto sabato scorso, poco prima dell'inizio della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, sottoscrivendo un foglio in cui erano riportate le parole che don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera, aveva pronunciato qualche giorno prima, schierandosi apertamente contro le politiche di governo in materia di immigrazione.
«Dobbiamo insorgere quando vengono violati i più elementari diritti umani. Dobbiamo assumerci la nostra responsabilità come cittadini e come cristiani. Il primo grande naufragio è quello delle nostre coscienze», aveva sostenuto Ciotti qualche giorno fa in una intervista dopo l'esplosione del caso della Sea Watch 3. E se la massima del fondatore di Libera, vergata sul foglio, non fosse bastata per far capire da che parte stiano i giudici firmatari, ecco apparire, subito sotto, anche una poesia dedicata ai sedicenti profughi. A scriverla un magistrato di sorveglianza a Santa Maria Capua Vetere, Marco Puglia, che ha messo in versi le ipotetiche parole di un bambino che sta attraversando il mare a bordo di un gommone e, disperato, si rivolge alla madre: «Mamma perché nessuno ci viene ad aiutare? Ho freddo ed ho paura a restare qui nel mare», c'è scritto all'inizio del componimento, riportato sul manifesto.
Nonostante la netta presa di posizione, ancora più forte ora che sul ministro dell'Interno pende la richiesta di un processo, per Magistratura Democratica che ha promosso la sottoscrizione, non c'è nessuna «questione ideologica» alla base del gesto. Secondo Carlo Sorgi, presidente di sezione del Tribunale del Lavoro di Bologna, nonché segretario regionale della corrente, a firmare il foglio sarebbero stati «magistrati dalle sensibilità trasversali», con la volontà di esprimere «non una posizione ideologica ma uno stato d'animo di profonda partecipazione agli attuali accadimenti». In altre parole, per i sottoscrittori, si sarebbe trattato semplicemente di un modo per «sensibilizzare su un tema in questo momento fondamentale, la tutela e la salvaguardia della vita umana», mentre la poesia «serve a richiamare l'attenzione su un principio indispensabile per qualsiasi consesso civile e che è al di sopra di tutto».
A proposito di Magistratura Democratica, Nicola La Mantia, Sandra Levanti e Paolo Corda - i tre giudici del Tribunale dei ministri di Catania che hanno chiesto al Senato l'autorizzazione a procedere per Salvini - secondo quanto risulta sarebbero iscritti alla corrente di sinistra delle toghe, così come anche Luigi Patronaggio, il procuratore ad Agrigento da cui ha preso il via l'indagine sulla nave Diciotti (e che ha ipotizzato in prima battuta il sequestro a scopo di coazione a carico del leader leghista). Recentemente Magistratura Democratica, attraverso il sito Web di riferimento, si era espressa senza mezzi termini anche sulla vicenda di Riace, definendo quello messo in piedi dal sindaco, Mimmo Lucano, un «modello di integrazione e di pacifica convivenza», minato e poi distrutto «dal rifiuto dell'idea e del progetto di comunità che la nostra Costituzione costruisce sulla forza unificante dei principi di pari dignità, di eguaglianza e di solidarietà».
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Il porto più sicuro per la Sea Watch era nella vicina Tunisia. Invece la nave ha puntato la prua sull'Italia: un gesto politico teso a forzare la mano. Il fatto è che la linea del governo funziona, come dimostrano i numeri: sta strangolando un turpe business. E in Forza Italia volano gli stracci.Con un giorno di ritardo rispetto a Forza Italia, un gruppo di dem prende un gommone e va a visitare gli africani nonostante i divieti d'avvicinamento. Rientrati in porto annunciano: «Siamo sotto inchiesta».Una sessantina di toghe dell'Emilia Romagna ha siglato un appello pro immigrazione, con tanto di poema.Lo speciale contiene tre articoli.Sono molte le partite (politica, giuridica, internazionale) che si giocano sulla Sea Watch 3, la nave con 47 immigrati a bordo ancora bloccata a largo delle coste di Siracusa. Un'ordinanza firmata dal comandante della Capitaneria di porto di Siracusa, Luigi D'Aniello, ha proibito la navigazione nello specchio d'acqua all'interno della baia di Santa Panagia, per un raggio di mezzo miglio dall'imbarcazione dell'Ong tedesca. Lo scopo è chiaramente quello di evitare di trasformare la nave in una passerella per politici folgorati sulla via della solidarietà, sulla scia di quanto già fatto da Nicola Fratoianni, Riccardo Magi e Stefania Prestigiacomo, anche se il provvedimento non ha impedito ieri al Pd di replicare la performance. Sul primo blitz dei parlamentari si è nel frattempo abbattuta la condanna di Matteo Salvini, secondo cui i politici saliti a bordo «non hanno rispettato le norme igienico sanitarie. Possono portare a terra di tutto e di più». Il vicepremier ha anche ribadito che «sulla Sea Watch non ci sono donne e bambini». Un particolare, questo, su cui è interessante anche quanto detto dal Procuratore di Siracusa, Fabio Scavone, secondo cui «alcuni minorenni hanno un'età dubbia». La Procura ha aperto un fascicolo d'indagine senza reati né indagati, ma ci ha tenuto a precisare che il comandante dell'imbarcazione «non ha commesso alcun reato e non è stata neppure presa in considerazione al momento l'ipotesi di un eventuale sequestro della nave». Per Scavone Sea Watch «ha salvato i migranti e scelto quella che appariva la rotta più sicura in quel momento». Già, la rotta più sicura. È un altro dei livelli in cui si colloca la querelle, quello internazionale. L'Ong è tedesca, la nave batte bandiera olandese, i migranti sono stati avvistati in zona Sar libica, il porto sicuro più vicino è in Tunisia: perché devono sbarcare in Italia? È l'aspetto su cui spinge il governo italiano. L'Ong, dal canto suo, ha tentato di spiegare sul suo profilo Twitter come siano finiti a Lampedusa: lo scorso 23 gennaio, dopo aver previsto l'arrivo di una forte perturbazione da Nordovest, l'imbarcazione avrebbe avvisato il centro di coordinamento olandese e la Capitaneria di porto di Lampedusa. Una volta appresa l'impossibilità di attraccare sull'isola siciliana, il governo olandese ha cercato di mettersi in contatto con quello tunisino, ma senza successo. Sea Watch ha comunque sottolineato di non aver mai ricevuto dall'Olanda alcuna risposta in merito alla richiesta di un porto rifugio in Tunisia. «Per queste ragioni, il comandante della nave ha quindi optato per una rotta meno vessatoria, verso Nord», ha spiegato la Ong. Peccato che Lampedusa disti più del doppio rispetto a Zarzis, primo porto tunisino nei paraggi. Questo complicato intrigo di rimpalli e mezze verità nasconde una serie di responsabilità politiche. Prendiamo il governo olandese. Sì, quello salito al potere dopo le elezioni del marzo 2017 in cui, si disse, venne sconfitto il populismo e trionfarono i valori dell'Europa. Eppure è lo stesso esecutivo che, chiamato in ballo in queste ore, manda a dire di non voler «partecipare a misure ad hoc per lo sbarco». E puntualizza: «Quelli che non hanno diritto alla protezione internazionale devono essere mandati indietro immediatamente al loro arrivo ai confini europei», come afferma il loro ministero della Giustizia. Siamo alla distinzione tra veri e falsi profughi, lo stesso concetto che, quando è espresso da Salvini, viene presentato dalla stampa di sinistra come l'anticamera delle selezioni razziali stile Auschwitz. Tutto da capire, poi, è il ruolo della Tunisia. Sul Paese nordafricano punta il dito il leghista Claudio Borghi, che in un post su Facebook scrive: «Alla Sea Watch ricordo che se è vero (come da loro video) che l'incontro con il gommone dei “migranti" è avvenuto al largo di Zuara, a pochissima distanza da lì c'è Djerba con un ottimo Club Med francese oppure se preferiscono qualcosa di tedesco c'è il lussuosissimo Tui». Insomma, per Borghi, «anche senza bisogno di chiedere al governo olandese se la Tunisia è sicura, basta documentarsi per sapere che l'anno scorso ci sono andati 8 milioni di turisti. Quindi se veramente vuoi “salvare dei naufraghi" allora basta riportarli a riva e lì non ci sono predoni ma gente che sta facendo i balli di gruppo e stappando champagne, se invece l'intento è portare a termine la rotta iniziata dagli scafisti allora il discorso è differente. Basta che non ci prendiamo in giro». Sorprende, in effetti, che ci si facciano tanti problemi circa la sicurezza di un Paese che, solo poche settimane fa, la prestigiosa rivista americana Travel and Leisure ha inserito tra le 50 migliori destinazioni al mondo da visitare nel 2019. L'anno scorso, le entrate finanziarie derivanti dal turismo nel Paese sono aumentate del 45% rispetto al 2017, il che significa che i porti tunisini funzionano e pure bene. E, per non farci mancare nulla, l'Unione europea ha appena annunciato un finanziamento alla Tunisia di 305 milioni di euro. Lo stipendio per pagare un centralinista della Guardia costiera, a occhio e croce, dovrebbe uscirci. Ma è di tutta evidenza che nessuno - tunisini, olandesi, tedeschi, attivisti delle Ong, euroburocrati, buonisti di casa nostra - ha interesse a far cadere il tabù dell'Italia «unico porto sicuro». Non foss'altro che per mettere in difficoltà Salvini. Che la questione sia più politica che «solidale» lo si capisce anche dallo sfrontato braccio di ferro dell'Ong: «Dovranno sbarcare tutti o nessuno», era scritto nel comunicato firmato dall'armatore e stilato da Giorgia Lunardi, portavoce dell'Ong. Il fatto è che l'Italia deve tornare a essere il campo profughi d'Europa. Anche a costo di continuare a giocare sulla pelle dei disperati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-strategia-di-sea-watch-sfruttare-i-clandestini-con-una-rotta-senza-senso-2627345266.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sfilata-del-pd-in-cerca-di-martirio-orfini-e-martina-indagati-in-coppia" data-post-id="2627345266" data-published-at="1778561313" data-use-pagination="False"> La sfilata del Pd in cerca di martirio. Orfini e Martina indagati in coppia Per lunghe e interminabili ore, il Pd ha temuto di non riuscire a perdere voti altrettanto velocemente di Forza Italia sulla vicenda Sea Watch. Ma ieri l'impegno indefesso di una pattuglia guidata dal segretario uscente Maurizio Martina ha forse scongiurato il rischio. Con una sorpresa finale: i membri della delegazione si sono pure lamentati di essersi beccati una denuncia. Riassunto delle puntate precedenti: domenica pomeriggio il Pd aveva solennemente proclamato la «staffetta democratica», annunciando la presenza a bordo dei parlamentari del Pd, a rotazione, «finché ai 47 migranti non sarà permesso di sbarcare in Italia». E per dar corpo alla promessa, la formazione schierata al porto di Siracusa contava - oltre a Martina - Matteo Orfini, Davide Faraone, Carmelo Miceli, Francesco Verducci e Fausto Raciti. Bruciati sul tempo dal trio Riccardo Magi (+Europa), Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), Stefania Prestigiacomo (Forza Italia), e senza neanche poter sfoggiare la messa in piega della deputata forzista, il sestetto del Pd partiva in evidente svantaggio. Ma il vero dramma si è consumato quando, per 16-18 ore, ai sei democratici non è riuscita l'impresa di salire a bordo, superando il cordone sanitario stabilito dalle autorità. Gli account Twitter dei sei malcapitati dem hanno offerto una cronaca dettagliata, roba da «tutto il molo minuto per minuto». Ha cominciato Martina verso le 18 dell'altra sera: «Sono in partenza per Siracusa e in contatto con gli operatori della Sea Watch». Prima notazione interessante: nessuno sa se il Pd sia più in contatto con lavoratori e operai, ma in compenso Martina si messaggia con le Ong del mare. Poi, dopo le 22, l'arrivo e l'amara sorpresa: non lo fanno salire. «Ora a Siracusa. Denunciamo violazione di legge, lo sbarco non si può impedire». Poi nessuna notizia per 10 ore: presumiamo dedicate a vitto, alloggio e inevitabili esigenze fisiologiche. Martina ricompare ieri mattina: in edicola (sul Corriere della Sera), in tv (ad Agorà su Rai 3 e a L'aria che tira su La 7), e naturalmente su Twitter: «Chiediamo l'attracco immediato della Sea Watch. Non ci si può voltare dall'altra parte». E ancora: «È nostro dovere essere a Siracusa, come siamo stati a Catania nei giorni della Diciotti». A dar manforte sul molo e sui social ci pensa Matteo Orfini. Ecco il tweet delle 13 di ieri: «A Siracusa abbiamo appena incontrato gli operatori della Sea Watch. Prima che ascoltati vanno ringraziati. Sono un presidio coraggioso di umanità». Inenarrabili i commenti degli utenti, letteralmente imbestialiti verso la delegazione Pd: «Sono solo dei pirati»; «C'era pure Minniti?»; «È evidente che il 4 marzo non v'è bastato». Insomma, un disastro. Ma la valorosa pattuglia del Pd non si perde d'animo. Il più scatenato è Faraone che alle 13 tuona: «Stavamo per prendere un gommone e salire a bordo della Sea Watch e Salvini ha ordinato di non far salire nessuno. Ancora una volta ha violato la legge». Ma nulla può fermare i parlamentari democratici sulla strada delle telecamere (e della perdita di voti), e quindi i sei chiedono e ottengono un incontro con il prefetto e con la Capitaneria di porto. Alla fine, ricevono il sospirato via libera. È proprio Faraone ad annunciarlo trionfante: «Terminato l'incontro in Prefettura. La delegazione dei parlamentari del @pdnetwork salirà a bordo intorno alle 15.30 Finalmente!». Lo segue a ruota Orfini, altrettanto barricadero: «Stiamo salendo sulla Sea Watch. Finché il governo non aprirà il porto e li farà sbarcare, noi non arretreremo di un passo in questa battaglia di umanità». A fine giornata, la discesa, l'agognata passerella nei tg, con relativo lamento per l'ipotesi di denuncia. Il primo a riemergere è stato Orfini: «Io e Martina siamo appena rientrati in porto. Ora stiamo facendo l'elezione di domicilio perché a quanto pare siamo indagati per essere saliti sulla nave». Ma in rete non si è impietosito quasi nessuno, e uno gli ha subito risposto: «Lo sapevi anche prima». Estenuato e sofferente Martina: «Basta guardare negli occhi quelle persone per capire che è disumano quello che stanno facendo. Fateli sbarcare, fateli sbarcare, fateli sbarcare». Ma la polemica del Pd - a quanto pare - è contro Salvini, mica contro gli scafisti. Non si hanno notizie precise di come questo spettacolo sia stato seguito dai 47 immigrati a bordo della nave. Un sospetto lo avanza sempre su Twitter, con un commento fulminante, l'account @nonexpedit: «Se non li salvano quelli della Sea Watch, i deputati del Pd non li salva più nessuno». A noi resta un dubbio. Ma il Pd, negli anni in cui era al governo, non poteva dedicare altrettanta energia e passione agli sbancati dai crac bancari, ai disoccupati, ai terremotati, ai lavoratori anziani bersagliati dalla legge Fornero? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-strategia-di-sea-watch-sfruttare-i-clandestini-con-una-rotta-senza-senso-2627345266.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-magistrati-scrivono-sonetti-per-lo-sbarco" data-post-id="2627345266" data-published-at="1778561313" data-use-pagination="False"> I magistrati scrivono sonetti per lo sbarco Magistrati democratici, pro migranti e pure poeti. Sono 60 i togati dell'Emilia Romagna che, utilizzando questa volta una forma aulica, si sono pubblicamente allineati all'idea che bisogna «insorgere», contro la chiusura dei porti all'arrivo dei clandestini, voluta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini. Lo hanno fatto sabato scorso, poco prima dell'inizio della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, sottoscrivendo un foglio in cui erano riportate le parole che don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera, aveva pronunciato qualche giorno prima, schierandosi apertamente contro le politiche di governo in materia di immigrazione. «Dobbiamo insorgere quando vengono violati i più elementari diritti umani. Dobbiamo assumerci la nostra responsabilità come cittadini e come cristiani. Il primo grande naufragio è quello delle nostre coscienze», aveva sostenuto Ciotti qualche giorno fa in una intervista dopo l'esplosione del caso della Sea Watch 3. E se la massima del fondatore di Libera, vergata sul foglio, non fosse bastata per far capire da che parte stiano i giudici firmatari, ecco apparire, subito sotto, anche una poesia dedicata ai sedicenti profughi. A scriverla un magistrato di sorveglianza a Santa Maria Capua Vetere, Marco Puglia, che ha messo in versi le ipotetiche parole di un bambino che sta attraversando il mare a bordo di un gommone e, disperato, si rivolge alla madre: «Mamma perché nessuno ci viene ad aiutare? Ho freddo ed ho paura a restare qui nel mare», c'è scritto all'inizio del componimento, riportato sul manifesto. Nonostante la netta presa di posizione, ancora più forte ora che sul ministro dell'Interno pende la richiesta di un processo, per Magistratura Democratica che ha promosso la sottoscrizione, non c'è nessuna «questione ideologica» alla base del gesto. Secondo Carlo Sorgi, presidente di sezione del Tribunale del Lavoro di Bologna, nonché segretario regionale della corrente, a firmare il foglio sarebbero stati «magistrati dalle sensibilità trasversali», con la volontà di esprimere «non una posizione ideologica ma uno stato d'animo di profonda partecipazione agli attuali accadimenti». In altre parole, per i sottoscrittori, si sarebbe trattato semplicemente di un modo per «sensibilizzare su un tema in questo momento fondamentale, la tutela e la salvaguardia della vita umana», mentre la poesia «serve a richiamare l'attenzione su un principio indispensabile per qualsiasi consesso civile e che è al di sopra di tutto». A proposito di Magistratura Democratica, Nicola La Mantia, Sandra Levanti e Paolo Corda - i tre giudici del Tribunale dei ministri di Catania che hanno chiesto al Senato l'autorizzazione a procedere per Salvini - secondo quanto risulta sarebbero iscritti alla corrente di sinistra delle toghe, così come anche Luigi Patronaggio, il procuratore ad Agrigento da cui ha preso il via l'indagine sulla nave Diciotti (e che ha ipotizzato in prima battuta il sequestro a scopo di coazione a carico del leader leghista). Recentemente Magistratura Democratica, attraverso il sito Web di riferimento, si era espressa senza mezzi termini anche sulla vicenda di Riace, definendo quello messo in piedi dal sindaco, Mimmo Lucano, un «modello di integrazione e di pacifica convivenza», minato e poi distrutto «dal rifiuto dell'idea e del progetto di comunità che la nostra Costituzione costruisce sulla forza unificante dei principi di pari dignità, di eguaglianza e di solidarietà».
Imagoeconomica
Che è già stato rimesso in libertà. E anche questa non è fiction. Ma un copione reale che si ripete troppo spesso. L’ennesimo caso di un aggressore che nel giro di poche ore si ritrova a piede libero. Libero magari di colpire di nuovo. Come farebbe presagire il suo curriculum che vanta precedenti per lesioni personali e invasione di terreni. E che ora, dopo i fatti di sabato sera, si arricchisce di due denunce: lesioni personali aggravate e porto abusivo d’armi. A quanto pare non abbastanza però per far scattare eventuali misure cautelari. Così come non deve essere bastato il sangue davanti alla quale si sono trovati gli agenti dell’Upgsp. (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) della Questura quando sono arrivati sul posto attorno alle 23, in seguito ad una segnalazione. Un uomo sanguinante riverso a terra e una donna con profonde ferite al volto. È lei che avrebbe indicato agli agenti il presunto responsabile dell’aggressione, il trentaseienne tunisino, che in quel momento si stava allontanando rapidamente dal luogo dell’accaduto. Secondo quanto riferito dalla Polizia di Stato, tutto sarebbe scaturito da una lite tra l’uomo e la coppia che passeggiava nei pressi del lago. Poi la discussione sarebbe degenerata fino a trasformarsi in aggressione. Pur di colpire, l’uomo, armato di coltello serramanico, avrebbe inseguito i due fino a raggiungerli e sferrare i colpi. Contro ginocchio, fianco e gluteo nel caso di lui, e poi fendendo il viso di lei. Secondo alcune ricostruzioni, una volta aggrediti i due, l’uomo avrebbe cercato di disfarsi di un oggetto gettandolo sotto un’autovettura parcheggiata. Oggetto che poi si sarebbe rivelato essere un coltello a serramanico, sequestrato dagli agenti come prova dell’aggressione. Una volta fermato, l’uomo avrebbe opposto resistenza. Prima cercando di darsi alla fuga, poi vestendo le parti della presunta vittima. Avrebbe infatti tentato di giustificare il proprio comportamento lamentandosi di essere stato colpito agli occhi da uno spray urticante durante una colluttazione. Salvo poi dichiarare di non sapere chi lo avesse utilizzato contro di lui. Una serie di dettagli che stando a quanto comunicato dalla questura, le forze dell’ordine starebbero ora cercando di approfondire proseguendo le indagini, così da chiarire ulteriormente la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità aggiuntive.
Certo è che l’episodio ha destato particolare preoccupazione tra i residenti di Como per la violenza con cui si è consumata la lite, per il coinvolgimento dell’arma da taglio e per la scelta di denunciare l’uomo in stato di libertà. «Vergogna», è uno dei commenti più frequenti che si leggono a compendio degli articoli pubblicati dai giornali locali. «Ogni giorno questo continuo stillicidio di crimini... Basta. Vanno puniti severamente», scrive un altro residente della provincia di Como, notando come il profilo del presunto aggressore confermi un trend costante, quello che vede gli stranieri commettere più reati degli italiani, specialmente nei casi di aggressioni con lama dove il tasso di coinvolgimento degli stranieri sarebbe di circa 6,5 volte più alto. Chiaramente in proporzione e quindi considerando che gli stranieri rappresentano il 10% della popolazione.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Viminale, solo a Como, i cittadini stranieri rappresenterebbero il 43% delle segnalazioni relative a persone denunciate, arrestate o fermate dalle forze di polizia. Spesso e volentieri poi rimesse subito in libertà. Come raccontano i casi di cronaca in tutto il territorio nazionale. Tra i casi più recenti quello di due giovani tunisini che lo scorso gennaio erano stati accusati di aver aggredito un rider nella zona della stazione Termini a Roma. Nonostante il giudice avesse convalidato il fermo, poi la richiesta di custodia cautelare in carcere era stata respinta per mancanza di «gravi indizi di colpevolezza» sufficienti a giustificare la detenzione preventiva. A febbraio era stata la volta di una maxi aggressione tra stranieri avvenuta a Castrovillari. Sei persone erano state identificate e denunciate ma non era stata applicata nessuna misura restrittiva. Uno dei casi più eclatanti resta però quello di un cittadino straniero di 38 anni accusato di aver picchiato e rapinato un cinquantenne che viveva in un camper a Rimini. Già noto per maltrattamenti, il presunto aggressore finisce in manette ma viene scarcerato poco dopo su decisione del giudice per le indagini preliminari. A quanto pare, a detta della toga, non si sarebbe configurata una rapina ma una «semplice» aggressione con un coltello. Era l’aprile del 2023, e da allora, le aggressioni all’arma bianca non sono certo diminuite, ma con circa 30.000 episodi violenti nel biennio 2024/2025, sono aumentate del 5.5%. Chissà perché.
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Condividevano un appartamento ed erano conoscenti. Ma - da quanto si è appreso - l’uomo avrebbe approfittato proprio dell’assenza del marito della giovane mamma per approfittare di lei. La ragazza si è trovata a vivere un dramma. Quel giovane con cui condivideva la casa, gli spazi e le giornate l’avrebbe brutalmente violentata davanti agli occhi del suo piccolo di soli tre mesi di vita. Un incubo.
Quando la giovanissima mamma è riuscita a divincolarsi e l’uomo è scappata, ha potuto avvisare le forze dell’ordine. I carabinieri sono giunti sul posto e hanno trovato la ragazza in evidente stato di choc. La diciassettenne si è recata in ospedale dove è stata sottoposta alle cure del caso e soprattutto a una serie di analisi. La giovane bengalese ha denunciato la violenza subita e ai militari ha raccontato quanto accaduto indicando il suo coinquilino come l’autore dello stupro. Intanto, i carabinieri hanno avviato le indagini e sono alla ricerca di riscontri che possano individuare nel coinquilino bengalese il responsabile della violenza. L’attività investigativa procede, adesso, ad ampio raggio. Sono in corso verifiche pure per accertare le condizioni in cui i tre bengalesi vivevano e la situazione della giovanissima vittima già mamma a diciassettenne anni. Lo stupro di Marghera ha riacceso i riflettori su diverse problematiche che riguardano sia le condizioni di vita degli stranieri in Italia che nuovamente la questione della sicurezza. Sono tanti gli interrogativi che, adesso, preoccupano i residenti di Marghera, ma anche le istituzioni e i cittadini. Non sono rimasti indifferenti all’accaduto i rappresentanti della Lega e, in particolare, il consigliere comunale di Venezia, Alex Bazzaro e l’europarlamentare Anna Maria Cisint. «Un episodio inaccettabile, uno stupro vergognoso che ha avuto come preda una minorenne bengalese. Un’altra vittima della violenza dell’Islam radicale e probabilmente del sistema marcio basato sulle ospitalità. Lo stesso schema che ho già visto a Monfalcone. Una minorenne bengalese già con figli: mi chiedo, una sposa bambina?», ha commentato Cisint. Il consigliere comunale di Venezia va oltre evidenziando la gravità dell’accaduto perché la giovane diciassettenne è stata «stuprata dall’ospite, anche lui islamico». Per Bazzarro, è la punta dell’iceberg di una situazione molto più grave: «Una presenza dietro alla quale spesso si nasconde un mercato nero di subaffitti illegali e posti letto abusivi. Un mercato islamico dell’orrore, dove la donna viene doppiamente svenduta: prima come sposa e madre a soli diciassette e anni, poi viene data in pasto agli ospiti abusivi. Secondo i due esponenti leghisti «per loro la donna vale zero, un oggetto da mercificare. Questa è la pseudo-cultura che la sinistra vuole portare anche nel Comune di Venezia. Per noi questi soggetti devono essere reimpacchettati e spediti da dove sono venuti». Non è la prima volta che la cronaca racconta episodi di violenze e abusi perpetrati da cittadini stranieri ai danni di donne, giovani e adulti. Da Nord a Sud negli ultimi mesi, si è assistito a un’escalation di episodi di violenza e di brutalità. I cittadini si sentono sempre più insicuri e chiedono maggiori controlli e più attenzione verso chi arriva in Italia e delinque. Negli scorsi mesi alcune donne sono state stuprate a Roma mentre facevano una passeggiata nel parco. Episodi diversi per i quali le forze dell’ordine hanno individuato un unico responsabile, un cittadino straniero che girovaga seminando terrore e paura.
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