
E fu così che, un bel giorno, le grandi menti del progressismo si destarono e scoprirono di aver contratto una grave malattia: il «dirittismo». Ne parla Alessandro Barbano, direttore del Mattino, in un saggio intitolato Troppi diritti. L'Italia tradita dalla libertà (Mondadori). A suo parere, «in Italia il primato dei diritti ha assunto da almeno quattro decenni le forme di una vera e propria ideologia politica». Il dirittismo, appunto, che si basa sulla «estensione senza limiti, accanto ai diritti politici, dei diritti civili e anche di quelli sociali».
Il dirittismo, spiega Barbano, «è figlio della tecnica. È un esito tecnocratico della democrazia. Ed è nemico della politica». Esso prevede, infatti, che siano i «tecnocrati-giudici a dare le risposte più attese». Come? «Costituzionalizzando i bisogni, ma anche i desideri, e trasformandoli in diritti, sottraendoli alla lotta politica, ma anche al loro rapporto con i doveri».
L'analisi di Barbano è chirurgica: «Poiché la tecnica apriva, grazie ai suoi potenti mezzi, nuove possibilità, ciò che diveniva possibile era di per sé stesso anche giusto. Così le possibilità sono diventate desideri e i desideri diritti». Se posso interrompere una gravidanza ingoiando una pillola, allora diventa mio diritto farlo. Se posso avere figli grazie alla maternità surrogata, allora nessuno mi può negare il diritto di utilizzarla. Avanti di questo passo, ogni pretesa diventa legittima, e chi si oppone viene dipinto come un oscurantista, un bigotto, un razzista. Non esistono più limiti, e la politica si trasforma in una specie di «dirittificio», il suo unico scopo diviene quello di soddisfare le richieste delle minoranze, dei gruppi, degli attivisti riuniti in protesta.
Barbano non è l'unico a rendersi conto dei disastri causati da tale modo di pensare. Rosaria Conte, celebre scienziata cognitiva, ha da poco pubblicato un libretto intitolato La trappola dei diritti (Castelvecchi), in cui spiega come la «cultura dei diritti», portata all'estremo, abbia condotto alla morte della sinistra. «Affidarsi alla cultura dei diritti», ha scritto la Conte, «vuol dire arrendersi all'idea di una società che si struttura come somma di individui e nella quale ognuno concepisce sé stesso come una centrale di diritti senza doveri». Persino Gustavo Zagrebelsky, nume tutelare del progressismo italico, poco tempo fa ha prodotto un pamphlet in cui esprimeva idee analoghe (Diritti per forza, Einaudi).
La riflessione, tuttavia, non si ferma al nostro Paese. Un po' ovunque filosofi e pensatori di sinistra si stanno misurando con la patologica proliferazione dei diritti. Lo ha fatto, tra gli altri, l'americano Mark Lilla, docente alla Columbia University (il suo libro L'identità non è di sinistra. Oltre l'antipolitica, uscirà a maggio per Marsilio). Lilla ha biasimato non poco i democratici americani, rei di essersi occupati soltanto della difesa di identità particolari. E mentre i dem si battevano per consentire ai transgender di utilizzare i bagni delle donne o piagnucolavano per la carenza di attori neri fra i nominati agli Oscar, i lavoratori americani si impoverivano, perdevano il posto o venivano strangolati dalla crisi economica.
La stessa cosa è accaduta qui. La sinistra italiana, negli ultimi anni, si è trasformata in una sorta di agenzia di pubbliche relazioni intenzionata a portare avanti le istanze di tutte le minoranze possibili e immaginabili. Direte: ma che c'importa, in fondo, dei malanni del progressismo? Beh, il fatto è che la sinistra ha portato al governo la sua ossessione «dirittista». Ha fatto di tutto per garantire ai migranti ogni diritto disponibile, comunicando ai nuovi arrivati che qui avrebbero avuto enormi possibilità e quasi nessun dovere. La campagna per lo ius soli è andata avanti per mesi, e c'è chi ancora coltiva il sogno della cittadinanza facile.
Identico atteggiamento è stato tenuto nei confronti di una minoranza aggressiva e pretenziosa come quella islamica. E intanto che si blandivano i musulmani, bisognava tenere buoni anche gli omosessuali, e le femministe, e poi gli attivisti antirazzisti e antifascisti... Associazioni, movimenti, sindacati: tutti si sono messi in coda muniti di cartelli per reclamare i propri «diritti», e in gran parte sono stati accontentati, a discapito della collettività.
È proprio come dice Alessandro Barbano: ogni desiderio si è trasformato in diritto. Ed è molto bello che, oggi, tanti illustri studiosi si accorgano del problema. Purtroppo, tornare indietro è molto difficile, se non impossibile. Anche perché la questione del «dirittismo» non si esaurisce a sinistra. I progressisti, in realtà, si sono limitati a fornire una copertura ideologica, una foglia di fico politicamente corretta, al sistema economico chiamato neoliberismo. Ovvero un sistema che tramuta i cittadini in consumatori, dividendoli a seconda del segmento di mercato che occupano. I diritti, in questa prospettiva, sono un bene di consumo come un altro. Al centro di tutto c'è sempre, immancabilmente, il desiderio sfrenato che deve essere soddisfatto immediatamente. Sotto i nostri occhi si sviluppa tutta la potenza del narcisismo, sotto forma di gruppi e gruppuscoli che battono il piede per essere accontentati, e che fanno le vittime se le istituzioni non intervengono immediatamente a soddisfare le loro richieste. Così perdiamo una marea di tempo a concentrarci sugli interessi particolari, e le questioni davvero rilevanti passano in secondo piano. Per coccolare le minoranze, si trascurano tutti gli altri.
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