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2019-04-16
La sanitopoli umbra: «La governatrice pd pilotava assunzioni puntando sui disabili»
Ansa
Ognuno lavorava per il proprio tornaconto e la gara si era fatta dura soprattutto per i posti riservati alle categorie protette: disabili e lavoratori svantaggiati. I politici sapevano che si sarebbero trasformati in voti e sostegno sicuri. E pretendevano dai vertici della Sanità umbra di piazzare i propri raccomandati.
Speculavano perfino sui lavoratori svantaggiati. L'inchiesta che ha spezzato i tentacoli del Partito democratico che controllavano le assunzioni nell'Asl di Perugia racconta anche questo spaccato. E al centro c'è la presidente Catiuscia Marini, anche lei del Pd. Da qualche giorno fa la finta tonta sul suo coinvolgimento nell'indagine e, addirittura, ha usato parole pesanti per commentare l'inchiesta: «Ha svelato una situazione sconcertante che se confermata è molto grave per la nostra Regione».
Peccato che i magistrati la ritengano coinvolta fino al collo: «Infatti», scrivono nella loro richiesta di misure cautelari i pubblici ministeri Paolo Abbritti e Mario Formisano, «le attività dispiegate per raggiungere l'obiettivo di soddisfare le pretese degli esponenti politici e in particolare dell'assessore Luca Barberini, del presidente della Regione Catiuscia Marini e dell'allora sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci (segretario regionale del Pd sospeso da Nicola Zingaretti, ndr) consentono di cogliere appieno la forza e la solidità del sodalizio criminale». Per la Procura di Perugia, all'interno del settore della Sanità si muoveva un'associazione a delinquere che pilotava i concorsi e che rispondeva alle sollecitazioni politiche. In cambio i manager coinvolti ottenevano il rinnovo della loro carica. Il gip che ha privato alcuni indagati della libertà personale ha escluso che l'accusa di associazione a delinquere potesse reggere, sostenendo però che il Pd aveva messo su «un meccanismo clientelare diffusissimo di cui gli stessi indagati sembrano essere in qualche misura dei semplici ingranaggi». I pupi, quindi.
Dei pupari, probabilmente, c'è traccia negli atti. Ma forse per cautela investigativa i magistrati non hanno scoperto troppo le carte. Si sa per certo, però, che il direttore generale dell'azienda ospedaliera finito ai domiciliari, Emilio Duca, ha confidato al direttore amministrativo Maurizio Valorosi «di aver ricevuto un nome per le categorie protette proprio dalla Marini». Ovviamente la confidenza, captata dagli investigatori, è stata subito trascritta ed è stampata in uno dei documenti dell'inchiesta. Come i commenti sprezzanti di Duca, che sostiene di avere «un chilogrammo di nomi per le categorie protette». E, soprattutto, annotano gli investigatori, «scherzando dice che bisogna fare una verifica per vedere come hanno votato». Perché la finalità era quella: il voto. I raccomandati finivano nelle filiere politiche di questa o quella corrente.
«Le indagini», è scritto nella richiesta di misure cautelari, «hanno dimostrato come la classe politica sfrutti a proprio piacimento la struttura organizzativa dell'Azienda ospedaliera di Perugia, preso atto della volontà delle figure di vertice della stessa di asservirsi alle loro volontà». Il meccanismo era semplice: i manager indagati, «attraverso l'occupazione dei posti chiave all'interno dell'Azienda ospedaliera, hanno ottenuto un capillare controllo dei concorsi banditi dalla struttura o dall'Asl Umbria uno, distorcendo completamente il regolare svolgimento delle procedure». E sono stati beccati dalle telecamere perfino mentre si scambiavano le buste con le domande d'esame. L'esistenza dell'inchiesta un po' li preoccupava, nonostante, sostiene l'accusa, ritenevano «di aver operato all'interno di un sistema politico, rispondendo a direttive precise». E per tacitare il timore che avanzava, nelle loro chiacchierate, hanno anche indicato i soggetti che li hanno indotti alla commissione dei reati. I nomi che girano sono sempre i soliti: l'assessore Barberini, la presidente Marini e l'onorevole Bocci. Stando alle captazioni erano i ras della Sanità umbra. Ma qua e là nelle carte compaiono anche altre sollecitazioni esterne. Per la nomina del primario di anestesia, ad esempio, Duca si lascia scappare che il candidato era «sponsorizzato» oltre che dall'assessorato, anche «dalle logge». E in Umbria, si sa, la massoneria è molto presente. Ma ricompare Marini, «a ulteriore conferma delle pressioni ricevute per la nomina», scrivono gli investigatori. E lui: «Ho detto “ma Catiu'... di che cazzo parlate... voi ancora continuate a usare gli stessi strumenti, non v'è bastato?"... no ma non è che gli ho detto così... ma guarda, questo non è nuovo, questo è lavato con Perlana, è uno che nasce di qui, viene dall'ambiente di qui e a 49 anni l'hanno portato a fare il primario... che volevamo fa'? volemo fa' le carte false?? in galera ci andasse qualcun altro, io non ci vado...». E infatti è finito ai domiciliari. Nonostante le accortezze suggerite proprio dalla presidente della Regione.
È stata lei, stando alle intercettazioni, a dire al direttore generale come fare per evitare di beccarsi un virus spia dalla Procura. Ed è con lei che si lamenta di non riuscire a cancellare dal proprio telefono un messaggio ricevuto. Lei appare preoccupata per il contenuto e aiuta Duca a eliminarlo. Gli investigatori però l'avevano già messo agli atti e hanno ricostruito che il direttore generale avrebbe dovuto consegnare in anticipo le domande di un concorso. La risposta di Marini è stata questa: «Aspettami, passa in consiglio». Ed è finita nei guai.
Danzì, la capolista grillina all’Ue indagata a Brindisi per un recinto
Da subcommissaria di Brindisi partecipò a una riunione tecnica durante la quale fu autorizzata sul lungomare una recinzione chilometrica e molto vistosa per creare un varco doganale per l'autorità portuale. La zona però era di competenza comunale e la questione è finita in mano alla magistratura. L'irregolarità amministrativa costa l'iscrizione nel registro degli indagati della capolista alle Europee del Movimento 5 stelle nel collegio Nord ovest, Maria Angela Danzì. La Procura di Brindisi ipotizza il reato di invasione di terreni pubblici. Un'accusa che pare non mettere comunque in pericolo la sua candidatura. Il Movimento 5 stelle, a quanto si apprende, non sarebbe intenzionato a ritirarla dalla corsa alle Europee, in quanto il suo coinvolgimento sarebbe in una indagine definita «irrilevante».
Il nome di Danzì è contenuto in un invito a comparire destinato a un altro indagato, il dirigente comunale Fabio Lacinio, che è stato convocato dal pubblico ministero Raffaele Casto a rendere delle dichiarazioni in Procura (altri indagati sono già stati sentiti dagli investigatori). L'inchiesta, che è nella sua fase iniziale, è uno stralcio di un'altra indagine più ampia che ha riguardato la security portuale del porto di Brindisi. Al centro delle verifiche del pubblico ministero, stando a quanto ricostruisce Brindisi report, ci sarebbero tutti gli atti successivi all'ordinanza del dirigente del settore Urbanistica del Comune che porta la data del 20 dicembre 2016, con la quale venne ordinata la sospensione dei lavori di realizzazione della recinzione, con immediato ripristino dello stato dei luoghi e rimozione delle opere realizzate. Tutte abusive, stando a quanto era stato scritto in quel provvedimento municipale.
Quelle opere, contestate dalla giunta caduta due anni fa per le dimissioni di 17 consiglieri, vennero poi autorizzate dalla gestione commissariale guidata da Santi Giuffrè, tra il 2017 e il 2018. Danzì, nome scelto da Luigi Di Maio nella rosa di cinque capolista donna per le Europee, si occupò della contesa, partecipando a una riunione tecnica ed è finita nell'inchiesta affidata al sostituto procuratore Raffaele Casto.
L'Autorità portuale impugnò l'ordinanza al Tar, ma dopo un confronto a colpi di carte bollate i due enti si accordarono. La soluzione fu questa: bastò introdurre dei pannelli trasparenti in sostituzione di quelli in grigliato metallico. Nell'accordo si precisò anche che «la realizzazione delle modifiche, in considerazione dell'interesse pubblico di cui sono portatrici le parti, determinerebbe il venir meno dell'interesse del Comune di Brindisi al mantenimento degli effetti dell'ordinanza dirigenziale». Pace fatta.
Ma per la Procura c'era una notizia di reato, che ora viene approfondita. Le verifiche ruotano proprio attorno all'iter autorizzativo e alla contestazione della giunta comunale che aveva dichiarato abusiva la recinzione chilometrica che correva lungo il tratto di porto interno, ordinando lo stop ai lavori, il ripristino dei luoghi e lo smontaggio della parte già realizzata perché, ipotizza ora la Procura, costruita su terreni comunali.
Oltre a Danzì sono indagati Ugo Patroni Griffi, presidente dell'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale, Francesco Di Leverano dirigente dell'Autorità portuale, il direttore dei lavori Gianluca Fischetto, il dirigente comunale Fabio Lacinio e i funzionari Antonio Iaia e Teodoro Indini.
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Per Catiuscia Marini i pm parlano di «sodalizio criminale». Scrive il gip: i dem hanno messo su «un meccanismo clientelare diffusissimo».Il reato contestato a Maria Angela Danzì, capolista grillina all'Ue, è «invasione di terreni pubblici». Il M5s: «Resta dov'è, l'inchiesta è irrilevante».Lo speciale contiene due articoli.Ognuno lavorava per il proprio tornaconto e la gara si era fatta dura soprattutto per i posti riservati alle categorie protette: disabili e lavoratori svantaggiati. I politici sapevano che si sarebbero trasformati in voti e sostegno sicuri. E pretendevano dai vertici della Sanità umbra di piazzare i propri raccomandati. Speculavano perfino sui lavoratori svantaggiati. L'inchiesta che ha spezzato i tentacoli del Partito democratico che controllavano le assunzioni nell'Asl di Perugia racconta anche questo spaccato. E al centro c'è la presidente Catiuscia Marini, anche lei del Pd. Da qualche giorno fa la finta tonta sul suo coinvolgimento nell'indagine e, addirittura, ha usato parole pesanti per commentare l'inchiesta: «Ha svelato una situazione sconcertante che se confermata è molto grave per la nostra Regione». Peccato che i magistrati la ritengano coinvolta fino al collo: «Infatti», scrivono nella loro richiesta di misure cautelari i pubblici ministeri Paolo Abbritti e Mario Formisano, «le attività dispiegate per raggiungere l'obiettivo di soddisfare le pretese degli esponenti politici e in particolare dell'assessore Luca Barberini, del presidente della Regione Catiuscia Marini e dell'allora sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci (segretario regionale del Pd sospeso da Nicola Zingaretti, ndr) consentono di cogliere appieno la forza e la solidità del sodalizio criminale». Per la Procura di Perugia, all'interno del settore della Sanità si muoveva un'associazione a delinquere che pilotava i concorsi e che rispondeva alle sollecitazioni politiche. In cambio i manager coinvolti ottenevano il rinnovo della loro carica. Il gip che ha privato alcuni indagati della libertà personale ha escluso che l'accusa di associazione a delinquere potesse reggere, sostenendo però che il Pd aveva messo su «un meccanismo clientelare diffusissimo di cui gli stessi indagati sembrano essere in qualche misura dei semplici ingranaggi». I pupi, quindi. Dei pupari, probabilmente, c'è traccia negli atti. Ma forse per cautela investigativa i magistrati non hanno scoperto troppo le carte. Si sa per certo, però, che il direttore generale dell'azienda ospedaliera finito ai domiciliari, Emilio Duca, ha confidato al direttore amministrativo Maurizio Valorosi «di aver ricevuto un nome per le categorie protette proprio dalla Marini». Ovviamente la confidenza, captata dagli investigatori, è stata subito trascritta ed è stampata in uno dei documenti dell'inchiesta. Come i commenti sprezzanti di Duca, che sostiene di avere «un chilogrammo di nomi per le categorie protette». E, soprattutto, annotano gli investigatori, «scherzando dice che bisogna fare una verifica per vedere come hanno votato». Perché la finalità era quella: il voto. I raccomandati finivano nelle filiere politiche di questa o quella corrente. «Le indagini», è scritto nella richiesta di misure cautelari, «hanno dimostrato come la classe politica sfrutti a proprio piacimento la struttura organizzativa dell'Azienda ospedaliera di Perugia, preso atto della volontà delle figure di vertice della stessa di asservirsi alle loro volontà». Il meccanismo era semplice: i manager indagati, «attraverso l'occupazione dei posti chiave all'interno dell'Azienda ospedaliera, hanno ottenuto un capillare controllo dei concorsi banditi dalla struttura o dall'Asl Umbria uno, distorcendo completamente il regolare svolgimento delle procedure». E sono stati beccati dalle telecamere perfino mentre si scambiavano le buste con le domande d'esame. L'esistenza dell'inchiesta un po' li preoccupava, nonostante, sostiene l'accusa, ritenevano «di aver operato all'interno di un sistema politico, rispondendo a direttive precise». E per tacitare il timore che avanzava, nelle loro chiacchierate, hanno anche indicato i soggetti che li hanno indotti alla commissione dei reati. I nomi che girano sono sempre i soliti: l'assessore Barberini, la presidente Marini e l'onorevole Bocci. Stando alle captazioni erano i ras della Sanità umbra. Ma qua e là nelle carte compaiono anche altre sollecitazioni esterne. Per la nomina del primario di anestesia, ad esempio, Duca si lascia scappare che il candidato era «sponsorizzato» oltre che dall'assessorato, anche «dalle logge». E in Umbria, si sa, la massoneria è molto presente. Ma ricompare Marini, «a ulteriore conferma delle pressioni ricevute per la nomina», scrivono gli investigatori. E lui: «Ho detto “ma Catiu'... di che cazzo parlate... voi ancora continuate a usare gli stessi strumenti, non v'è bastato?"... no ma non è che gli ho detto così... ma guarda, questo non è nuovo, questo è lavato con Perlana, è uno che nasce di qui, viene dall'ambiente di qui e a 49 anni l'hanno portato a fare il primario... che volevamo fa'? volemo fa' le carte false?? in galera ci andasse qualcun altro, io non ci vado...». E infatti è finito ai domiciliari. Nonostante le accortezze suggerite proprio dalla presidente della Regione. È stata lei, stando alle intercettazioni, a dire al direttore generale come fare per evitare di beccarsi un virus spia dalla Procura. Ed è con lei che si lamenta di non riuscire a cancellare dal proprio telefono un messaggio ricevuto. Lei appare preoccupata per il contenuto e aiuta Duca a eliminarlo. Gli investigatori però l'avevano già messo agli atti e hanno ricostruito che il direttore generale avrebbe dovuto consegnare in anticipo le domande di un concorso. La risposta di Marini è stata questa: «Aspettami, passa in consiglio». Ed è finita nei guai.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-sanitopoli-umbra-la-governatrice-pd-pilotava-assunzioni-puntando-sui-disabili-2634723674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="danzi-la-capolista-grillina-allue-indagata-a-brindisi-per-un-recinto" data-post-id="2634723674" data-published-at="1767731728" data-use-pagination="False"> Danzì, la capolista grillina all’Ue indagata a Brindisi per un recinto Da subcommissaria di Brindisi partecipò a una riunione tecnica durante la quale fu autorizzata sul lungomare una recinzione chilometrica e molto vistosa per creare un varco doganale per l'autorità portuale. La zona però era di competenza comunale e la questione è finita in mano alla magistratura. L'irregolarità amministrativa costa l'iscrizione nel registro degli indagati della capolista alle Europee del Movimento 5 stelle nel collegio Nord ovest, Maria Angela Danzì. La Procura di Brindisi ipotizza il reato di invasione di terreni pubblici. Un'accusa che pare non mettere comunque in pericolo la sua candidatura. Il Movimento 5 stelle, a quanto si apprende, non sarebbe intenzionato a ritirarla dalla corsa alle Europee, in quanto il suo coinvolgimento sarebbe in una indagine definita «irrilevante». Il nome di Danzì è contenuto in un invito a comparire destinato a un altro indagato, il dirigente comunale Fabio Lacinio, che è stato convocato dal pubblico ministero Raffaele Casto a rendere delle dichiarazioni in Procura (altri indagati sono già stati sentiti dagli investigatori). L'inchiesta, che è nella sua fase iniziale, è uno stralcio di un'altra indagine più ampia che ha riguardato la security portuale del porto di Brindisi. Al centro delle verifiche del pubblico ministero, stando a quanto ricostruisce Brindisi report, ci sarebbero tutti gli atti successivi all'ordinanza del dirigente del settore Urbanistica del Comune che porta la data del 20 dicembre 2016, con la quale venne ordinata la sospensione dei lavori di realizzazione della recinzione, con immediato ripristino dello stato dei luoghi e rimozione delle opere realizzate. Tutte abusive, stando a quanto era stato scritto in quel provvedimento municipale. Quelle opere, contestate dalla giunta caduta due anni fa per le dimissioni di 17 consiglieri, vennero poi autorizzate dalla gestione commissariale guidata da Santi Giuffrè, tra il 2017 e il 2018. Danzì, nome scelto da Luigi Di Maio nella rosa di cinque capolista donna per le Europee, si occupò della contesa, partecipando a una riunione tecnica ed è finita nell'inchiesta affidata al sostituto procuratore Raffaele Casto. L'Autorità portuale impugnò l'ordinanza al Tar, ma dopo un confronto a colpi di carte bollate i due enti si accordarono. La soluzione fu questa: bastò introdurre dei pannelli trasparenti in sostituzione di quelli in grigliato metallico. Nell'accordo si precisò anche che «la realizzazione delle modifiche, in considerazione dell'interesse pubblico di cui sono portatrici le parti, determinerebbe il venir meno dell'interesse del Comune di Brindisi al mantenimento degli effetti dell'ordinanza dirigenziale». Pace fatta. Ma per la Procura c'era una notizia di reato, che ora viene approfondita. Le verifiche ruotano proprio attorno all'iter autorizzativo e alla contestazione della giunta comunale che aveva dichiarato abusiva la recinzione chilometrica che correva lungo il tratto di porto interno, ordinando lo stop ai lavori, il ripristino dei luoghi e lo smontaggio della parte già realizzata perché, ipotizza ora la Procura, costruita su terreni comunali. Oltre a Danzì sono indagati Ugo Patroni Griffi, presidente dell'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale, Francesco Di Leverano dirigente dell'Autorità portuale, il direttore dei lavori Gianluca Fischetto, il dirigente comunale Fabio Lacinio e i funzionari Antonio Iaia e Teodoro Indini.
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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