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2019-04-16
La sanitopoli umbra: «La governatrice pd pilotava assunzioni puntando sui disabili»
Ansa
Ognuno lavorava per il proprio tornaconto e la gara si era fatta dura soprattutto per i posti riservati alle categorie protette: disabili e lavoratori svantaggiati. I politici sapevano che si sarebbero trasformati in voti e sostegno sicuri. E pretendevano dai vertici della Sanità umbra di piazzare i propri raccomandati.
Speculavano perfino sui lavoratori svantaggiati. L'inchiesta che ha spezzato i tentacoli del Partito democratico che controllavano le assunzioni nell'Asl di Perugia racconta anche questo spaccato. E al centro c'è la presidente Catiuscia Marini, anche lei del Pd. Da qualche giorno fa la finta tonta sul suo coinvolgimento nell'indagine e, addirittura, ha usato parole pesanti per commentare l'inchiesta: «Ha svelato una situazione sconcertante che se confermata è molto grave per la nostra Regione».
Peccato che i magistrati la ritengano coinvolta fino al collo: «Infatti», scrivono nella loro richiesta di misure cautelari i pubblici ministeri Paolo Abbritti e Mario Formisano, «le attività dispiegate per raggiungere l'obiettivo di soddisfare le pretese degli esponenti politici e in particolare dell'assessore Luca Barberini, del presidente della Regione Catiuscia Marini e dell'allora sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci (segretario regionale del Pd sospeso da Nicola Zingaretti, ndr) consentono di cogliere appieno la forza e la solidità del sodalizio criminale». Per la Procura di Perugia, all'interno del settore della Sanità si muoveva un'associazione a delinquere che pilotava i concorsi e che rispondeva alle sollecitazioni politiche. In cambio i manager coinvolti ottenevano il rinnovo della loro carica. Il gip che ha privato alcuni indagati della libertà personale ha escluso che l'accusa di associazione a delinquere potesse reggere, sostenendo però che il Pd aveva messo su «un meccanismo clientelare diffusissimo di cui gli stessi indagati sembrano essere in qualche misura dei semplici ingranaggi». I pupi, quindi.
Dei pupari, probabilmente, c'è traccia negli atti. Ma forse per cautela investigativa i magistrati non hanno scoperto troppo le carte. Si sa per certo, però, che il direttore generale dell'azienda ospedaliera finito ai domiciliari, Emilio Duca, ha confidato al direttore amministrativo Maurizio Valorosi «di aver ricevuto un nome per le categorie protette proprio dalla Marini». Ovviamente la confidenza, captata dagli investigatori, è stata subito trascritta ed è stampata in uno dei documenti dell'inchiesta. Come i commenti sprezzanti di Duca, che sostiene di avere «un chilogrammo di nomi per le categorie protette». E, soprattutto, annotano gli investigatori, «scherzando dice che bisogna fare una verifica per vedere come hanno votato». Perché la finalità era quella: il voto. I raccomandati finivano nelle filiere politiche di questa o quella corrente.
«Le indagini», è scritto nella richiesta di misure cautelari, «hanno dimostrato come la classe politica sfrutti a proprio piacimento la struttura organizzativa dell'Azienda ospedaliera di Perugia, preso atto della volontà delle figure di vertice della stessa di asservirsi alle loro volontà». Il meccanismo era semplice: i manager indagati, «attraverso l'occupazione dei posti chiave all'interno dell'Azienda ospedaliera, hanno ottenuto un capillare controllo dei concorsi banditi dalla struttura o dall'Asl Umbria uno, distorcendo completamente il regolare svolgimento delle procedure». E sono stati beccati dalle telecamere perfino mentre si scambiavano le buste con le domande d'esame. L'esistenza dell'inchiesta un po' li preoccupava, nonostante, sostiene l'accusa, ritenevano «di aver operato all'interno di un sistema politico, rispondendo a direttive precise». E per tacitare il timore che avanzava, nelle loro chiacchierate, hanno anche indicato i soggetti che li hanno indotti alla commissione dei reati. I nomi che girano sono sempre i soliti: l'assessore Barberini, la presidente Marini e l'onorevole Bocci. Stando alle captazioni erano i ras della Sanità umbra. Ma qua e là nelle carte compaiono anche altre sollecitazioni esterne. Per la nomina del primario di anestesia, ad esempio, Duca si lascia scappare che il candidato era «sponsorizzato» oltre che dall'assessorato, anche «dalle logge». E in Umbria, si sa, la massoneria è molto presente. Ma ricompare Marini, «a ulteriore conferma delle pressioni ricevute per la nomina», scrivono gli investigatori. E lui: «Ho detto “ma Catiu'... di che cazzo parlate... voi ancora continuate a usare gli stessi strumenti, non v'è bastato?"... no ma non è che gli ho detto così... ma guarda, questo non è nuovo, questo è lavato con Perlana, è uno che nasce di qui, viene dall'ambiente di qui e a 49 anni l'hanno portato a fare il primario... che volevamo fa'? volemo fa' le carte false?? in galera ci andasse qualcun altro, io non ci vado...». E infatti è finito ai domiciliari. Nonostante le accortezze suggerite proprio dalla presidente della Regione.
È stata lei, stando alle intercettazioni, a dire al direttore generale come fare per evitare di beccarsi un virus spia dalla Procura. Ed è con lei che si lamenta di non riuscire a cancellare dal proprio telefono un messaggio ricevuto. Lei appare preoccupata per il contenuto e aiuta Duca a eliminarlo. Gli investigatori però l'avevano già messo agli atti e hanno ricostruito che il direttore generale avrebbe dovuto consegnare in anticipo le domande di un concorso. La risposta di Marini è stata questa: «Aspettami, passa in consiglio». Ed è finita nei guai.
Danzì, la capolista grillina all’Ue indagata a Brindisi per un recinto
Da subcommissaria di Brindisi partecipò a una riunione tecnica durante la quale fu autorizzata sul lungomare una recinzione chilometrica e molto vistosa per creare un varco doganale per l'autorità portuale. La zona però era di competenza comunale e la questione è finita in mano alla magistratura. L'irregolarità amministrativa costa l'iscrizione nel registro degli indagati della capolista alle Europee del Movimento 5 stelle nel collegio Nord ovest, Maria Angela Danzì. La Procura di Brindisi ipotizza il reato di invasione di terreni pubblici. Un'accusa che pare non mettere comunque in pericolo la sua candidatura. Il Movimento 5 stelle, a quanto si apprende, non sarebbe intenzionato a ritirarla dalla corsa alle Europee, in quanto il suo coinvolgimento sarebbe in una indagine definita «irrilevante».
Il nome di Danzì è contenuto in un invito a comparire destinato a un altro indagato, il dirigente comunale Fabio Lacinio, che è stato convocato dal pubblico ministero Raffaele Casto a rendere delle dichiarazioni in Procura (altri indagati sono già stati sentiti dagli investigatori). L'inchiesta, che è nella sua fase iniziale, è uno stralcio di un'altra indagine più ampia che ha riguardato la security portuale del porto di Brindisi. Al centro delle verifiche del pubblico ministero, stando a quanto ricostruisce Brindisi report, ci sarebbero tutti gli atti successivi all'ordinanza del dirigente del settore Urbanistica del Comune che porta la data del 20 dicembre 2016, con la quale venne ordinata la sospensione dei lavori di realizzazione della recinzione, con immediato ripristino dello stato dei luoghi e rimozione delle opere realizzate. Tutte abusive, stando a quanto era stato scritto in quel provvedimento municipale.
Quelle opere, contestate dalla giunta caduta due anni fa per le dimissioni di 17 consiglieri, vennero poi autorizzate dalla gestione commissariale guidata da Santi Giuffrè, tra il 2017 e il 2018. Danzì, nome scelto da Luigi Di Maio nella rosa di cinque capolista donna per le Europee, si occupò della contesa, partecipando a una riunione tecnica ed è finita nell'inchiesta affidata al sostituto procuratore Raffaele Casto.
L'Autorità portuale impugnò l'ordinanza al Tar, ma dopo un confronto a colpi di carte bollate i due enti si accordarono. La soluzione fu questa: bastò introdurre dei pannelli trasparenti in sostituzione di quelli in grigliato metallico. Nell'accordo si precisò anche che «la realizzazione delle modifiche, in considerazione dell'interesse pubblico di cui sono portatrici le parti, determinerebbe il venir meno dell'interesse del Comune di Brindisi al mantenimento degli effetti dell'ordinanza dirigenziale». Pace fatta.
Ma per la Procura c'era una notizia di reato, che ora viene approfondita. Le verifiche ruotano proprio attorno all'iter autorizzativo e alla contestazione della giunta comunale che aveva dichiarato abusiva la recinzione chilometrica che correva lungo il tratto di porto interno, ordinando lo stop ai lavori, il ripristino dei luoghi e lo smontaggio della parte già realizzata perché, ipotizza ora la Procura, costruita su terreni comunali.
Oltre a Danzì sono indagati Ugo Patroni Griffi, presidente dell'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale, Francesco Di Leverano dirigente dell'Autorità portuale, il direttore dei lavori Gianluca Fischetto, il dirigente comunale Fabio Lacinio e i funzionari Antonio Iaia e Teodoro Indini.
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Per Catiuscia Marini i pm parlano di «sodalizio criminale». Scrive il gip: i dem hanno messo su «un meccanismo clientelare diffusissimo».Il reato contestato a Maria Angela Danzì, capolista grillina all'Ue, è «invasione di terreni pubblici». Il M5s: «Resta dov'è, l'inchiesta è irrilevante».Lo speciale contiene due articoli.Ognuno lavorava per il proprio tornaconto e la gara si era fatta dura soprattutto per i posti riservati alle categorie protette: disabili e lavoratori svantaggiati. I politici sapevano che si sarebbero trasformati in voti e sostegno sicuri. E pretendevano dai vertici della Sanità umbra di piazzare i propri raccomandati. Speculavano perfino sui lavoratori svantaggiati. L'inchiesta che ha spezzato i tentacoli del Partito democratico che controllavano le assunzioni nell'Asl di Perugia racconta anche questo spaccato. E al centro c'è la presidente Catiuscia Marini, anche lei del Pd. Da qualche giorno fa la finta tonta sul suo coinvolgimento nell'indagine e, addirittura, ha usato parole pesanti per commentare l'inchiesta: «Ha svelato una situazione sconcertante che se confermata è molto grave per la nostra Regione». Peccato che i magistrati la ritengano coinvolta fino al collo: «Infatti», scrivono nella loro richiesta di misure cautelari i pubblici ministeri Paolo Abbritti e Mario Formisano, «le attività dispiegate per raggiungere l'obiettivo di soddisfare le pretese degli esponenti politici e in particolare dell'assessore Luca Barberini, del presidente della Regione Catiuscia Marini e dell'allora sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci (segretario regionale del Pd sospeso da Nicola Zingaretti, ndr) consentono di cogliere appieno la forza e la solidità del sodalizio criminale». Per la Procura di Perugia, all'interno del settore della Sanità si muoveva un'associazione a delinquere che pilotava i concorsi e che rispondeva alle sollecitazioni politiche. In cambio i manager coinvolti ottenevano il rinnovo della loro carica. Il gip che ha privato alcuni indagati della libertà personale ha escluso che l'accusa di associazione a delinquere potesse reggere, sostenendo però che il Pd aveva messo su «un meccanismo clientelare diffusissimo di cui gli stessi indagati sembrano essere in qualche misura dei semplici ingranaggi». I pupi, quindi. Dei pupari, probabilmente, c'è traccia negli atti. Ma forse per cautela investigativa i magistrati non hanno scoperto troppo le carte. Si sa per certo, però, che il direttore generale dell'azienda ospedaliera finito ai domiciliari, Emilio Duca, ha confidato al direttore amministrativo Maurizio Valorosi «di aver ricevuto un nome per le categorie protette proprio dalla Marini». Ovviamente la confidenza, captata dagli investigatori, è stata subito trascritta ed è stampata in uno dei documenti dell'inchiesta. Come i commenti sprezzanti di Duca, che sostiene di avere «un chilogrammo di nomi per le categorie protette». E, soprattutto, annotano gli investigatori, «scherzando dice che bisogna fare una verifica per vedere come hanno votato». Perché la finalità era quella: il voto. I raccomandati finivano nelle filiere politiche di questa o quella corrente. «Le indagini», è scritto nella richiesta di misure cautelari, «hanno dimostrato come la classe politica sfrutti a proprio piacimento la struttura organizzativa dell'Azienda ospedaliera di Perugia, preso atto della volontà delle figure di vertice della stessa di asservirsi alle loro volontà». Il meccanismo era semplice: i manager indagati, «attraverso l'occupazione dei posti chiave all'interno dell'Azienda ospedaliera, hanno ottenuto un capillare controllo dei concorsi banditi dalla struttura o dall'Asl Umbria uno, distorcendo completamente il regolare svolgimento delle procedure». E sono stati beccati dalle telecamere perfino mentre si scambiavano le buste con le domande d'esame. L'esistenza dell'inchiesta un po' li preoccupava, nonostante, sostiene l'accusa, ritenevano «di aver operato all'interno di un sistema politico, rispondendo a direttive precise». E per tacitare il timore che avanzava, nelle loro chiacchierate, hanno anche indicato i soggetti che li hanno indotti alla commissione dei reati. I nomi che girano sono sempre i soliti: l'assessore Barberini, la presidente Marini e l'onorevole Bocci. Stando alle captazioni erano i ras della Sanità umbra. Ma qua e là nelle carte compaiono anche altre sollecitazioni esterne. Per la nomina del primario di anestesia, ad esempio, Duca si lascia scappare che il candidato era «sponsorizzato» oltre che dall'assessorato, anche «dalle logge». E in Umbria, si sa, la massoneria è molto presente. Ma ricompare Marini, «a ulteriore conferma delle pressioni ricevute per la nomina», scrivono gli investigatori. E lui: «Ho detto “ma Catiu'... di che cazzo parlate... voi ancora continuate a usare gli stessi strumenti, non v'è bastato?"... no ma non è che gli ho detto così... ma guarda, questo non è nuovo, questo è lavato con Perlana, è uno che nasce di qui, viene dall'ambiente di qui e a 49 anni l'hanno portato a fare il primario... che volevamo fa'? volemo fa' le carte false?? in galera ci andasse qualcun altro, io non ci vado...». E infatti è finito ai domiciliari. Nonostante le accortezze suggerite proprio dalla presidente della Regione. È stata lei, stando alle intercettazioni, a dire al direttore generale come fare per evitare di beccarsi un virus spia dalla Procura. Ed è con lei che si lamenta di non riuscire a cancellare dal proprio telefono un messaggio ricevuto. Lei appare preoccupata per il contenuto e aiuta Duca a eliminarlo. Gli investigatori però l'avevano già messo agli atti e hanno ricostruito che il direttore generale avrebbe dovuto consegnare in anticipo le domande di un concorso. La risposta di Marini è stata questa: «Aspettami, passa in consiglio». Ed è finita nei guai.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-sanitopoli-umbra-la-governatrice-pd-pilotava-assunzioni-puntando-sui-disabili-2634723674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="danzi-la-capolista-grillina-allue-indagata-a-brindisi-per-un-recinto" data-post-id="2634723674" data-published-at="1769870687" data-use-pagination="False"> Danzì, la capolista grillina all’Ue indagata a Brindisi per un recinto Da subcommissaria di Brindisi partecipò a una riunione tecnica durante la quale fu autorizzata sul lungomare una recinzione chilometrica e molto vistosa per creare un varco doganale per l'autorità portuale. La zona però era di competenza comunale e la questione è finita in mano alla magistratura. L'irregolarità amministrativa costa l'iscrizione nel registro degli indagati della capolista alle Europee del Movimento 5 stelle nel collegio Nord ovest, Maria Angela Danzì. La Procura di Brindisi ipotizza il reato di invasione di terreni pubblici. Un'accusa che pare non mettere comunque in pericolo la sua candidatura. Il Movimento 5 stelle, a quanto si apprende, non sarebbe intenzionato a ritirarla dalla corsa alle Europee, in quanto il suo coinvolgimento sarebbe in una indagine definita «irrilevante». Il nome di Danzì è contenuto in un invito a comparire destinato a un altro indagato, il dirigente comunale Fabio Lacinio, che è stato convocato dal pubblico ministero Raffaele Casto a rendere delle dichiarazioni in Procura (altri indagati sono già stati sentiti dagli investigatori). L'inchiesta, che è nella sua fase iniziale, è uno stralcio di un'altra indagine più ampia che ha riguardato la security portuale del porto di Brindisi. Al centro delle verifiche del pubblico ministero, stando a quanto ricostruisce Brindisi report, ci sarebbero tutti gli atti successivi all'ordinanza del dirigente del settore Urbanistica del Comune che porta la data del 20 dicembre 2016, con la quale venne ordinata la sospensione dei lavori di realizzazione della recinzione, con immediato ripristino dello stato dei luoghi e rimozione delle opere realizzate. Tutte abusive, stando a quanto era stato scritto in quel provvedimento municipale. Quelle opere, contestate dalla giunta caduta due anni fa per le dimissioni di 17 consiglieri, vennero poi autorizzate dalla gestione commissariale guidata da Santi Giuffrè, tra il 2017 e il 2018. Danzì, nome scelto da Luigi Di Maio nella rosa di cinque capolista donna per le Europee, si occupò della contesa, partecipando a una riunione tecnica ed è finita nell'inchiesta affidata al sostituto procuratore Raffaele Casto. L'Autorità portuale impugnò l'ordinanza al Tar, ma dopo un confronto a colpi di carte bollate i due enti si accordarono. La soluzione fu questa: bastò introdurre dei pannelli trasparenti in sostituzione di quelli in grigliato metallico. Nell'accordo si precisò anche che «la realizzazione delle modifiche, in considerazione dell'interesse pubblico di cui sono portatrici le parti, determinerebbe il venir meno dell'interesse del Comune di Brindisi al mantenimento degli effetti dell'ordinanza dirigenziale». Pace fatta. Ma per la Procura c'era una notizia di reato, che ora viene approfondita. Le verifiche ruotano proprio attorno all'iter autorizzativo e alla contestazione della giunta comunale che aveva dichiarato abusiva la recinzione chilometrica che correva lungo il tratto di porto interno, ordinando lo stop ai lavori, il ripristino dei luoghi e lo smontaggio della parte già realizzata perché, ipotizza ora la Procura, costruita su terreni comunali. Oltre a Danzì sono indagati Ugo Patroni Griffi, presidente dell'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale, Francesco Di Leverano dirigente dell'Autorità portuale, il direttore dei lavori Gianluca Fischetto, il dirigente comunale Fabio Lacinio e i funzionari Antonio Iaia e Teodoro Indini.
Il condirettore della Verità Massimo De’ Manzoni intervista il generale Vannacci su Ucraina, remigrazione e tensioni politiche italiane.
Oltre 3.000 agricoltori si sono riuniti all’evento di Coldiretti al Parco della Musica, per un confronto sugli impegni europei e sulle sfide da affrontare. L’associazione di categoria denuncia gli aspetti che penalizzano i produttori italiani: «C’è un problema di concorrenza sleale quando non c’è la tracciabilità, quando si siglano accordi di libero scambio che non prevedono le stesse regole» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Kevin Warsh, 55 anni, è il nuovo presidente della Federal Reserve (Ansa)
Il messaggio della Casa Bianca diffuso sui social è tutto miele e celebrazione: Warsh «passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore». Trump lo conosce «da molto tempo». Assicura che «non deluderà mai». Tradotto dal linguaggio presidenziale: fidatevi, questa volta ho scelto bene. In effetti la designazione è meno lineare di quanto sembri. Warsh, 55 anni, curriculum da manuale all’interno del sistema finanziario Usa, è storicamente catalogato come un falco. Uno di quelli che sull’inflazione non scherzano, che guardano con sospetto i tagli dei tassi e che vorrebbero una Fed più snella, con un bilancio ridotto. Non esattamente il profilo ideale per un presidente come Trump che sogna un costo del denaro all’1% e che ha definito Jerome Powell un «idiota» per aver tenuto i tassi troppo alti.
Eppure, proprio qui sta la chiave politica dell’operazione. Perché il Warsh del 2026 non è più il falco del passato. Negli ultimi mesi ha ammorbidito il tono: ha parlato della necessità di abbassare il costo del denaro, invocato addirittura un «cambio di regime» nella politica monetaria. Una trasformazione che lo rende perfetto per Trump: abbastanza ortodosso da non far scattare l’allarme sull’indipendenza della Fed, abbastanza flessibile da non chiudere la porta a futuri tagli.
Un compromesso che non delude i mercati. Il Wall Street Journal, che rappresenta la voce della grande comunità finanziaria Usa parla di una «scelta giusta». Crollano i metalli preziosi. L’oro perde il 10% scivolando ben sotto i 5.000 dollari. Performance peggiore per l’argento che lascia sul parterre il 27% e saluta quota 100 dollari l’oncia. Il messaggio è chiaro: Warsh viene percepito come una nomina «tradizionale». Chi temeva una designazione totalmente asservita al presidente tira un sospiro di sollievo. La Fed non diventerà una succursale della Casa Bianca. Anche per questo Wall Street inciampa: il taglio dei tassi, è rimandato alla primavera e forse anche dopo. Non a caso il dollaro recupera sull’euro portando il cambio sotto 1,19.
Dopo mesi di tensioni, attacchi frontali a Powell e un’inchiesta giudiziaria sulla ristrutturazione della sede della Fed finita nel mirino del Congresso, Trump aveva bisogno di una figura che spegnesse l’incendio senza rinunciare al controllo politico della narrazione. Gli altri due candidati (Rick Rieder, personaggio di spicco di Wall Street, e Christopher Waller, nominato da Trump nel consiglio Fed) erano considerati troppo vicini al presidente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, è uscito di scena perché secondo le previsioni rischiava di inciampare nel voto contrario del Senato cui spetta l’ultima parola sulla nomina. Warsh, invece, mette tutti d’accordo: repubblicani, investitori, falchi e colombe.
La sua storia personale è molto indicativa. Laureato a Stanford e ad Harvard. Primo lavoro in Morgan Stanley a 25 anni, la Casa Bianca di George W. Bush come consigliere economico, poi la Fed, dove entra a 35 anni diventando il più giovane governatore di sempre. Nel 2008 è al fianco del mitico governatore Ben Bernanke nel pieno della crisi finanziaria globale. Da allora accademia, consigli di amministrazione, raffinati centri di ricerca economica. Un uomo che conosce i mercati e conosce il potere.
Trump lo voleva già nel 2017. Allora scelse Powell. Tre anni dopo gli chiese, quasi con rammarico: «Perché non hai insistito di più?». Stavolta non ce n’è stato bisogno. Anche perché Warsh è parte di un universo che Trump conosce bene: è sposato con Jane Lauder, erede dell’impero Estée Lauder, figlia di Ronald Lauder, grande finanziatore delle campagne repubblicane e sostenitore di alcune delle più ambiziose idee geopolitiche trumpiane.
Ora la palla passa al Senato, dove la maggioranza è risicata e l’audizione davanti alla Commissione bancaria sarà tutt’altro che una formalità. Ma il segnale politico è già arrivato: Trump ha scelto una Fed che non sia né ostaggio dei falchi né prigioniera delle colombe. Una banca centrale che resti indipendente sulla carta, ma abbastanza disponibile da non intralciare il progetto economico della Casa Bianca. Kevin Warsh, il falco che potrebbe diventare colomba, è la sintesi perfetta di questa ambiguità. E forse, per Trump, è proprio questa la qualità più preziosa.
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