True
2019-03-06
La sanità pubblica passa la puntura per far cambiare il sesso ai minori
Unsplash
L'ultimo passo è stato compiuto, l'Italia pagherà la puntura per il cambio di sesso agli adolescenti. La triptorelina, medicinale che blocca gli ormoni e permette di sospendere la pubertà, è stata inserita nel paniere di quelli a carico del Servizio sanitario nazionale e potrà essere somministrata a spese dello Stato. Una decisione che sorprende e spiazza, ma non lascia spazio a ripensamenti poiché è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 2 marzo scorso.
Con il provvedimento, l'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) stabilisce di «includere la triptorelina nell'elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale per l'impiego in casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l'identità di genere (disforia di genere), con diagnosi confermata da una équipe multidisciplinare e specialistica e in cui l'assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva». Così si spalanca la porta, con il decisivo contributo dello Stato, alla sospensione della pubertà su base chimica in attesa che l'individuo con disturbi di genere capisca a quale sesso voglia appartenere.
La medicina servirebbe per affrontare la disforia di genere, vale a dire quel disturbo dell'identità in conseguenza del quale il bambino o la bambina percepiscono che il loro sesso biologico non corrisponde alla loro identità. Da domani un trattamento di sei mesi - il minimo per ottenere gli effetti desiderati del blocco dello sviluppo sessuale - costerà 1.152 euro a carico della collettività. Ma la statistica indica in due o tre anni il periodo di blocco dello sviluppo sull'adolescente nei casi più complicati. È una vittoria della lobby transgender, che favorisce la cultura della transessualità non solo dentro ambienti accademici, sociali e scolastici, ma anche dentro gli ambulatori medici.
In realtà la disforia di genere è molto rara, colpisce una persona su 9.000 e nell'80% dei casi si risolve al momento della pubertà. Ma c'è un aspetto di cui gli esperti del ministero e quelli dell'Aifa non hanno tenuto conto. Da quando le teorie gender hanno invaso i media con suggestioni gay e lesbo pubblicizzate come alternative allo sviluppo naturale della personalità (bambini usati come cavie transgender nella moda e nel cinema, perfino una copertina shock del National Geographic), nei centri specializzati le richieste di aiuto sono decuplicate, con gli adolescenti in prima linea, senza alcun riguardo per una fragilità psicologica determinata dall'età. Stiamo infatti parlando di somministrazioni a bambini di età inferiore a 8 anni se femmine e a età inferiore a 10 se maschi.
Con questa decisione il nostro Paese si allinea all'Inghilterra, dove ci sono cliniche abilitate a cambiare il sesso degli adolescenti seguendo il cosiddetto «gender variant» e dove il supporto farmacologico è del tutto gratuito. Nel dicembre 2017 La Verità entrò nella Tavistock e Portman Foundation Clinic, ospedale pubblico di Londra in cui minori vengono curati per cambiare sesso. E poiché la maggior parte dei bambini esplora la sua sessualità attorno agli 8 o 9 anni, quella sarebbe l'età giusta per diagnosticare la disforia di genere. È evidente come tutto ciò sia in balìa di soggettività con un perimetro indefinito.
Il tema è controverso e un luminare come Maurizio Bini, ginecologo e andrologo, direttore del laboratorio per la transizione di genere dell'Ospedale Niguarda di Milano, mostra più di una perplessità: «Lavoro in questo settore da 30 anni e ho trattato migliaia di casi. Ebbene, in una sola occasione ho ritenuto in coscienza di fare ricorso a questo farmaco. L'utilizzo della triptorelina è delicatissimo, nessuno può prendersi da solo la responsabilità di bloccare lo sviluppo sessuale di un adolescente se non per motivi davvero gravi».
È il contrario di ciò che sta per accadere, con il farmaco nel paniere e di conseguenza la possibilità di accedervi con disinvoltura, senza neppure un costo per chi intende farne uso. Il rischio di giocare con la salute sessuale e psicologica dei minori è molto alto. Va ricordato che l'uso del medicinale per bloccare la pubertà fisiologica necessita di una prescrizione «off label», vale a dire un trattamento per situazioni non previste dalla scheda tecnica del prodotto, che è stato realizzato per combattere carcinomi della prostata, della mammella, fibromi uterini non operabili o per trattamento prechirurgico dei fibromi uterini.
Poiché la responsabilità anche penale della prescrizione off label ricade sul singolo medico, ecco che la decisione dell'Aifa non ha soltanto una valenza economica, ma è destinata a condizionare la sfera deontologica. L'estensione della prescrizione, rafforzata dalla gratuità del trattamento, manleva di fatto i medici dalle possibili ripercussioni, sdoganando definitivamente un trattamento la cui validità scientifica è ancora tutta da dimostrare.
Mentre sul pianeta gay si brinda, rimangono granitiche alcune domande che ogni genitore, ogni politico provvisto di sensibilità nei confronti della famiglia, ogni medico con la stella polare del dubbio non può non porsi. Due su tutte: com'è possibile che un bimbo a quell'età conosca davvero il significato della parola sesso? Non si corre il rischio di inseguire anche in questo caso le pulsioni di una minoranza di moda? Un farmaco non sembra la miglior risposta, anche se è gratis.
«Letteratura carente». Il comitato di bioetica approva con molti dubbi
Un parere favorevole, ma molto controverso, è arrivato dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) sulla somministrazione della triptorelina (Trp) ad adolescenti con disforia di genere (Dg). Lo scorso luglio gli esperti del Cnb - nella risposta alla richiesta dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) - hanno sollevato molti dubbi e assunto un orientamento «prudenziale» sia sul piano scientifico sia etico, sull'utilizzo della triptorelina negli adolescenti che non si riconoscono nel proprio sesso. Secondo il Cnb, bloccare chimicamente per qualche anno lo sviluppo puberale, aiuterebbe ad alleviare il peso del difficile percorso di definizione dell'identità di genere, ma tra molti distinguo e perplessità. Nelle conclusioni, il documento con cautela dice che, limitatamente ai casi in cui gli altri interventi psichiatrici e psicoterapeutici siano risultati inefficaci e con la supervisione di un'equipe medica specialistica, questa prescrizione off label (cioè con indicazioni diverse da quelle autorizzate, che principalmente riguardano i tumori e la pubertà precoce) della triptorelina è eticamente accettabile, mantenendo come punto di riferimento primario la reale e grave sofferenza degli adolescenti con disforia di genere. Addentrandosi nel testo, si leggono una serie di affermazioni e contrapposizioni, ed emergono questioni che il comitato governativo non risolve. Tutti gli esperti, ad esempio, concordano sulla sostanziale carenza di letteratura scientifica su sicurezza ed efficacia di questo trattamento. Anche la stessa diagnosi di disforia di genere è difficile, dato che è una condizione che fluttua tra patologia, condizione psicosociale e libera scelta. Dati i presupposti, è chiaro che resti un grande punto di domanda sul fatto che il blocco temporaneo del solo sviluppo fisico, in un adolescente con Dg, possa effettivamente costituire una condizione «favorevole» alla risoluzione del suo dissidio d'identità, dato che la soluzione è nel «riallineamento» del soma alla percezione psichica del soggetto. Riassume bene le principali questioni irrisolte Assuntina Morresi, che nella postilla - unica voce fuori dal coro dei membri del Cnb - elenca le sue critiche: una letteratura scientifica a sostegno «veramente carente»; «la ratio stessa del metodo (il criterio della “neutralità" di genere) e infine il profilo bioetico (il consenso informato del minore)». Con un corpo bambino e una mente più adulta, confusi di per sé e fuori dall'evoluzione fisiologica ormonale, c'è da chiedersi come possono questi ragazzi non sentirsi sempre più diversi dai coetanei. In un quadro così complesso, con un documentato aumento dei casi di suicidio per questi ragazzi, come si devono considerare i detransitioner, ossia coloro che dopo un percorso di cambiamento di genere vogliono tornare al genere di partenza, dopo la terapia? Anche il consenso informato è tutt'altro che scontato da parte di adolescenti in queste condizioni psicologiche. Il cambio di sesso, inoltre, comporta sterilità: a 12 anni si sa davvero cosa significhi? Resta, infine il timore che, nonostante l'auspicato atteggiamento prudenziale, nella pratica clinica, anche per carenza di risorse, il farmaco finisca per essere la scorciatoia per risolvere una questione così complessa e delicata.
In Canada transessuali minorenni anche se i genitori sono contrari
«I vostri figli non sono figli vostri», recita l'incipit di una famosa poesia di Khalil Gibran che però, trasformato nella sentenza di un tribunale, suona in modo sinistro.
È quanto succede nel Canada di Justin Trudeau, dove il giudice Gregory Bowden, a proposito del caso di una quattordicenne desiderosa di sottoporsi al trattamento ormonale per diventare maschio, ha dato il suo placet nonostante la netta opposizione del padre, così esautorato della propria potestà. «Mentre il padre non acconsente al trattamento», sono state le parole di Bowden, «sono convinto che il consenso della figlia sia sufficiente affinché il trattamento proceda».
Un pronunciamento che, sia pure formalmente motivato nell'interesse della giovane («potrebbe tentare ancora il suicidio se il trattamento venisse rimandato»), eclissa del tutto quel primato educativo della famiglia già pesantemente messo in crisi in questi anni.
In attesa di capire quali esiti e ripercussioni avrà questa vicenda canadese, dall'Inghilterra arriva un'altra storia che suffraga la denuncia sull'attività del Gender identity development service (Gids) di cui ha raccontato ieri La Verità, il centro inglese accusato anche da professionisti che ci hanno lavorato, come lo psicoterapeuta Marcus Evans, di trattare il cambio di sesso dei minori con eccessiva disinvoltura, arrivando a incentivarlo. È quella di Autumn Norris, raccontata sul sito della Bbc da Sophie Madden.
In breve, è successo che un paio di anni fa Anthony, un bambino di 7 anni di Shifnal, paese della contea dello Shropshire, ha iniziato ad assumere atteggiamenti singolari, se non proprio femminili; tipo l'abitudine di adoperare due asciugamani, uno per il corpo e uno per i capelli, come son più solite fare le ragazzine. Questo finché un giorno, riferisce Fran Norris, il piccolo se n'è uscito con una confessione esplicita: «Ho qualcosa a dirti, mamma. Io non sono Anthony, e non posso esserlo. Sono una femmina, non un maschio».
Per le due settimane successive la cosa è stata tenuta in qualche modo nascosta, con Anthony che si recava a scuola come se nulla fosse salvo poi, a casa, dare sfogo alla propria femminilità con con tanto di trucchi ed extension per capelli.
Poi la famiglia ha maturato la decisione dapprima di informare l'istituto e di indirizzare il figlio al Tavistock Centre, all'interno del quale si trova il citato Gids, accusato di prendere la riassegnazione sessuale dei minori un po' troppo alla leggera. Critiche che un fondamento sembrano averlo dato che, nonostante la giovanissima età del paziente, nei colloqui con Autumn Norris i medici pare abbiano già parlato di farmaci e in particolare degli ormoni bloccanti della pubertà in vista del cambiamento chirurgico del sesso.
«Cose che potrebbero servire in futuro, se continuerà a vivere da ragazza», puntualizza la madre, secondo la quale quelli del Gids non si «sarebbero spinti troppo in profondità». Se lo dice lei.
Intanto però a suo figlio la riassegnazione sessuale è stata già prospettata come opzione percorribile, lasciando quasi intendere che ora l'anomalia, per lui maschio, sarebbe desiderare di voler restare tale. Condotta grave se si pensa che l'American College of Pediatricians ritiene che «condizionare i bambini prospettando loro come normale e sana una vita di rappresentazione chimica e chirurgica del sesso opposto sia abuso di minori». Senza dimenticare che, nel caso fosse la famiglia a cambiare idea, non è affatto detto che possa interferire nelle decisioni del figlio minorenne. Canada, ahinoi, docet.
Continua a leggereRiduci
La triptorelina, creata per curare i tumori, viene usata anche per sospendere lo sviluppo ormonale in vista della pubertà. E da adesso il servizio sanitario nazionale copre le prescrizioni nei casi di disforia di genere.«Letteratura carente». Il comitato di bioetica approva con molti dubbi. La relazione con cui il Cnb esprime parere favorevole è zeppa di perplessità, sia deontologiche sia di natura clinica.In Canada transessuali minorenni anche se i genitori sono contrari. Tribunale dà via libera a una quattordicenne. Pure in Inghilterra è boom di richieste.Lo speciale comprende tre articoli. L'ultimo passo è stato compiuto, l'Italia pagherà la puntura per il cambio di sesso agli adolescenti. La triptorelina, medicinale che blocca gli ormoni e permette di sospendere la pubertà, è stata inserita nel paniere di quelli a carico del Servizio sanitario nazionale e potrà essere somministrata a spese dello Stato. Una decisione che sorprende e spiazza, ma non lascia spazio a ripensamenti poiché è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 2 marzo scorso. Con il provvedimento, l'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) stabilisce di «includere la triptorelina nell'elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale per l'impiego in casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l'identità di genere (disforia di genere), con diagnosi confermata da una équipe multidisciplinare e specialistica e in cui l'assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva». Così si spalanca la porta, con il decisivo contributo dello Stato, alla sospensione della pubertà su base chimica in attesa che l'individuo con disturbi di genere capisca a quale sesso voglia appartenere. La medicina servirebbe per affrontare la disforia di genere, vale a dire quel disturbo dell'identità in conseguenza del quale il bambino o la bambina percepiscono che il loro sesso biologico non corrisponde alla loro identità. Da domani un trattamento di sei mesi - il minimo per ottenere gli effetti desiderati del blocco dello sviluppo sessuale - costerà 1.152 euro a carico della collettività. Ma la statistica indica in due o tre anni il periodo di blocco dello sviluppo sull'adolescente nei casi più complicati. È una vittoria della lobby transgender, che favorisce la cultura della transessualità non solo dentro ambienti accademici, sociali e scolastici, ma anche dentro gli ambulatori medici.In realtà la disforia di genere è molto rara, colpisce una persona su 9.000 e nell'80% dei casi si risolve al momento della pubertà. Ma c'è un aspetto di cui gli esperti del ministero e quelli dell'Aifa non hanno tenuto conto. Da quando le teorie gender hanno invaso i media con suggestioni gay e lesbo pubblicizzate come alternative allo sviluppo naturale della personalità (bambini usati come cavie transgender nella moda e nel cinema, perfino una copertina shock del National Geographic), nei centri specializzati le richieste di aiuto sono decuplicate, con gli adolescenti in prima linea, senza alcun riguardo per una fragilità psicologica determinata dall'età. Stiamo infatti parlando di somministrazioni a bambini di età inferiore a 8 anni se femmine e a età inferiore a 10 se maschi.Con questa decisione il nostro Paese si allinea all'Inghilterra, dove ci sono cliniche abilitate a cambiare il sesso degli adolescenti seguendo il cosiddetto «gender variant» e dove il supporto farmacologico è del tutto gratuito. Nel dicembre 2017 La Verità entrò nella Tavistock e Portman Foundation Clinic, ospedale pubblico di Londra in cui minori vengono curati per cambiare sesso. E poiché la maggior parte dei bambini esplora la sua sessualità attorno agli 8 o 9 anni, quella sarebbe l'età giusta per diagnosticare la disforia di genere. È evidente come tutto ciò sia in balìa di soggettività con un perimetro indefinito. Il tema è controverso e un luminare come Maurizio Bini, ginecologo e andrologo, direttore del laboratorio per la transizione di genere dell'Ospedale Niguarda di Milano, mostra più di una perplessità: «Lavoro in questo settore da 30 anni e ho trattato migliaia di casi. Ebbene, in una sola occasione ho ritenuto in coscienza di fare ricorso a questo farmaco. L'utilizzo della triptorelina è delicatissimo, nessuno può prendersi da solo la responsabilità di bloccare lo sviluppo sessuale di un adolescente se non per motivi davvero gravi». È il contrario di ciò che sta per accadere, con il farmaco nel paniere e di conseguenza la possibilità di accedervi con disinvoltura, senza neppure un costo per chi intende farne uso. Il rischio di giocare con la salute sessuale e psicologica dei minori è molto alto. Va ricordato che l'uso del medicinale per bloccare la pubertà fisiologica necessita di una prescrizione «off label», vale a dire un trattamento per situazioni non previste dalla scheda tecnica del prodotto, che è stato realizzato per combattere carcinomi della prostata, della mammella, fibromi uterini non operabili o per trattamento prechirurgico dei fibromi uterini. Poiché la responsabilità anche penale della prescrizione off label ricade sul singolo medico, ecco che la decisione dell'Aifa non ha soltanto una valenza economica, ma è destinata a condizionare la sfera deontologica. L'estensione della prescrizione, rafforzata dalla gratuità del trattamento, manleva di fatto i medici dalle possibili ripercussioni, sdoganando definitivamente un trattamento la cui validità scientifica è ancora tutta da dimostrare. Mentre sul pianeta gay si brinda, rimangono granitiche alcune domande che ogni genitore, ogni politico provvisto di sensibilità nei confronti della famiglia, ogni medico con la stella polare del dubbio non può non porsi. Due su tutte: com'è possibile che un bimbo a quell'età conosca davvero il significato della parola sesso? Non si corre il rischio di inseguire anche in questo caso le pulsioni di una minoranza di moda? Un farmaco non sembra la miglior risposta, anche se è gratis. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-sanita-pubblica-passa-la-puntura-per-far-cambiare-il-sesso-ai-minori-2630749202.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="letteratura-carente-il-comitato-di-bioetica-approva-con-molti-dubbi" data-post-id="2630749202" data-published-at="1774136928" data-use-pagination="False"> «Letteratura carente». Il comitato di bioetica approva con molti dubbi Un parere favorevole, ma molto controverso, è arrivato dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) sulla somministrazione della triptorelina (Trp) ad adolescenti con disforia di genere (Dg). Lo scorso luglio gli esperti del Cnb - nella risposta alla richiesta dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) - hanno sollevato molti dubbi e assunto un orientamento «prudenziale» sia sul piano scientifico sia etico, sull'utilizzo della triptorelina negli adolescenti che non si riconoscono nel proprio sesso. Secondo il Cnb, bloccare chimicamente per qualche anno lo sviluppo puberale, aiuterebbe ad alleviare il peso del difficile percorso di definizione dell'identità di genere, ma tra molti distinguo e perplessità. Nelle conclusioni, il documento con cautela dice che, limitatamente ai casi in cui gli altri interventi psichiatrici e psicoterapeutici siano risultati inefficaci e con la supervisione di un'equipe medica specialistica, questa prescrizione off label (cioè con indicazioni diverse da quelle autorizzate, che principalmente riguardano i tumori e la pubertà precoce) della triptorelina è eticamente accettabile, mantenendo come punto di riferimento primario la reale e grave sofferenza degli adolescenti con disforia di genere. Addentrandosi nel testo, si leggono una serie di affermazioni e contrapposizioni, ed emergono questioni che il comitato governativo non risolve. Tutti gli esperti, ad esempio, concordano sulla sostanziale carenza di letteratura scientifica su sicurezza ed efficacia di questo trattamento. Anche la stessa diagnosi di disforia di genere è difficile, dato che è una condizione che fluttua tra patologia, condizione psicosociale e libera scelta. Dati i presupposti, è chiaro che resti un grande punto di domanda sul fatto che il blocco temporaneo del solo sviluppo fisico, in un adolescente con Dg, possa effettivamente costituire una condizione «favorevole» alla risoluzione del suo dissidio d'identità, dato che la soluzione è nel «riallineamento» del soma alla percezione psichica del soggetto. Riassume bene le principali questioni irrisolte Assuntina Morresi, che nella postilla - unica voce fuori dal coro dei membri del Cnb - elenca le sue critiche: una letteratura scientifica a sostegno «veramente carente»; «la ratio stessa del metodo (il criterio della “neutralità" di genere) e infine il profilo bioetico (il consenso informato del minore)». Con un corpo bambino e una mente più adulta, confusi di per sé e fuori dall'evoluzione fisiologica ormonale, c'è da chiedersi come possono questi ragazzi non sentirsi sempre più diversi dai coetanei. In un quadro così complesso, con un documentato aumento dei casi di suicidio per questi ragazzi, come si devono considerare i detransitioner, ossia coloro che dopo un percorso di cambiamento di genere vogliono tornare al genere di partenza, dopo la terapia? Anche il consenso informato è tutt'altro che scontato da parte di adolescenti in queste condizioni psicologiche. Il cambio di sesso, inoltre, comporta sterilità: a 12 anni si sa davvero cosa significhi? Resta, infine il timore che, nonostante l'auspicato atteggiamento prudenziale, nella pratica clinica, anche per carenza di risorse, il farmaco finisca per essere la scorciatoia per risolvere una questione così complessa e delicata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-sanita-pubblica-passa-la-puntura-per-far-cambiare-il-sesso-ai-minori-2630749202.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-canada-transessuali-minorenni-anche-se-i-genitori-sono-contrari" data-post-id="2630749202" data-published-at="1774136928" data-use-pagination="False"> In Canada transessuali minorenni anche se i genitori sono contrari «I vostri figli non sono figli vostri», recita l'incipit di una famosa poesia di Khalil Gibran che però, trasformato nella sentenza di un tribunale, suona in modo sinistro. È quanto succede nel Canada di Justin Trudeau, dove il giudice Gregory Bowden, a proposito del caso di una quattordicenne desiderosa di sottoporsi al trattamento ormonale per diventare maschio, ha dato il suo placet nonostante la netta opposizione del padre, così esautorato della propria potestà. «Mentre il padre non acconsente al trattamento», sono state le parole di Bowden, «sono convinto che il consenso della figlia sia sufficiente affinché il trattamento proceda». Un pronunciamento che, sia pure formalmente motivato nell'interesse della giovane («potrebbe tentare ancora il suicidio se il trattamento venisse rimandato»), eclissa del tutto quel primato educativo della famiglia già pesantemente messo in crisi in questi anni. In attesa di capire quali esiti e ripercussioni avrà questa vicenda canadese, dall'Inghilterra arriva un'altra storia che suffraga la denuncia sull'attività del Gender identity development service (Gids) di cui ha raccontato ieri La Verità, il centro inglese accusato anche da professionisti che ci hanno lavorato, come lo psicoterapeuta Marcus Evans, di trattare il cambio di sesso dei minori con eccessiva disinvoltura, arrivando a incentivarlo. È quella di Autumn Norris, raccontata sul sito della Bbc da Sophie Madden. In breve, è successo che un paio di anni fa Anthony, un bambino di 7 anni di Shifnal, paese della contea dello Shropshire, ha iniziato ad assumere atteggiamenti singolari, se non proprio femminili; tipo l'abitudine di adoperare due asciugamani, uno per il corpo e uno per i capelli, come son più solite fare le ragazzine. Questo finché un giorno, riferisce Fran Norris, il piccolo se n'è uscito con una confessione esplicita: «Ho qualcosa a dirti, mamma. Io non sono Anthony, e non posso esserlo. Sono una femmina, non un maschio». Per le due settimane successive la cosa è stata tenuta in qualche modo nascosta, con Anthony che si recava a scuola come se nulla fosse salvo poi, a casa, dare sfogo alla propria femminilità con con tanto di trucchi ed extension per capelli. Poi la famiglia ha maturato la decisione dapprima di informare l'istituto e di indirizzare il figlio al Tavistock Centre, all'interno del quale si trova il citato Gids, accusato di prendere la riassegnazione sessuale dei minori un po' troppo alla leggera. Critiche che un fondamento sembrano averlo dato che, nonostante la giovanissima età del paziente, nei colloqui con Autumn Norris i medici pare abbiano già parlato di farmaci e in particolare degli ormoni bloccanti della pubertà in vista del cambiamento chirurgico del sesso. «Cose che potrebbero servire in futuro, se continuerà a vivere da ragazza», puntualizza la madre, secondo la quale quelli del Gids non si «sarebbero spinti troppo in profondità». Se lo dice lei. Intanto però a suo figlio la riassegnazione sessuale è stata già prospettata come opzione percorribile, lasciando quasi intendere che ora l'anomalia, per lui maschio, sarebbe desiderare di voler restare tale. Condotta grave se si pensa che l'American College of Pediatricians ritiene che «condizionare i bambini prospettando loro come normale e sana una vita di rappresentazione chimica e chirurgica del sesso opposto sia abuso di minori». Senza dimenticare che, nel caso fosse la famiglia a cambiare idea, non è affatto detto che possa interferire nelle decisioni del figlio minorenne. Canada, ahinoi, docet.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci