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2022-09-01
La Russia chiude i rubinetti per tutti. Orbán fa da sé e aumenta le scorte
Viktor Orbán (Getty images)
A Mosca non giocano a briscola. Ma quello calato ieri dai russi è il classico carico da undici all’italiana. Arriva un’altra stretta. Come peraltro già annunciato, Gazprom blocca il gasdotto Nord Stream 1. La condotta, che corre sotto il mar Baltico fino alle coste tedesche, ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno. Motivo ufficiale del fermo: manutenzione dell’impianto. Ma il gruppo russo, che ha chiuso il primo semestre con un utile record da 2,5 trilioni di rubli, pari a 41,2 miliardi di euro, da oggi sospende anche le forniture all’operatore francese Engie, vista la supposta inosservanza di alcune clausole contrattuali. Fino a «ricezione completa dei pagamenti per il gas fornito», dettaglia un comunicato. Il ministro dell’Energia transalpino, Agnes Pannier-Runacher, accusa però la Russia di «usare il gas come arma di guerra». Il Cremlino replica: sarebbero invece le sanzioni occidentali a causare quei «problemi tecnologici» che impediscono l’uso del gasdotto.
Comunque sia: Nord Stream 1 era stato già chiuso per dieci giorni a luglio. Sempre per riparazioni, sostiene Gazprom. Di certo, negli ultimi tempi, ha funzionato solo al 20 per cento della capacità. «Apparecchiature difettose» giurano i russi. Ma il timore generalizzato è che Mosca voglia far aumentare ancora i prezzi, già insostenibilmente aumentati nell’ultimo anno. Il blocco stavolta dovrebbe durare tre giorni. Ma ha comunque ripercussioni in tutta Europa. L’Eni conferma: sono arrivati 20 milioni di metri cubi di gas, invece che i 27 milioni dei giorni scorsi. Intanto, Gazprom prosegue con la fortunata diversificazione degli affari: «Le esportazioni verso la Cina, nei primo otto mesi del 2022, aumentano del 60 per cento» informa Alexey Miller, amministratore delegato della compagnia. Ed entro la fine dell’anno, aggiunge, comincerà il «flusso di gas dal giacimento di Kovykta al gasdotto Power of Siberia».
Insomma, tutti gli impegni presi con Pechino fino al 2023 saranno rispettati. Il manager stima che i prezzi potranno superare i «4.000 dollari per mille metri cubi nei periodi di picco invernale». L’attuale crisi del gas, sentenzia Miller su Telegram, sarebbe però il «risultato delle decisioni normative europee e della politica delle sanzioni».
L’Unione arranca. Gli Usa promettono, finalmente, di potenziare le forniture. Già, ma quando? Nel frattempo, l’Ungheria firma un salvifico contratto con Gazprom. Zoltan Kovacs, portavoce del premier Viktor Orbán, annuncia «la fornitura di massimo 5,8 milioni di metri cubi circa di gas naturale in più su base giornaliera, in aggiunta alla quantità contrattuale già in essere». L’approvvigionamento energetico ungherese, con quest’aggiunta, sarebbe dunque «al sicuro». Anche se circa la metà delle terme magiare, tra le più celebri in Europa, assicurano i media di Budapest, rischia di chiudere entro il prossimo inverno. I costi di esercizio sarebbero già saliti del 30 per cento del 2022.
Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam, intanto, scende a 240 euro al megawattora. Solo ad agosto, sul mese precedente, è aumentato però del 25 per cento. La lieve decrescita, oltre che alla speranza di un patto europeo sull’energia, potrebbe essere collegata anche ai dati di riempimento dei siti di stoccaggio. La Germania supera l’83 per cento. In Italia il dato è lievemente inferiore: 82 per cento. Mentre la media, nell’Ue, scende all’80 per cento. La speranza è che, a questo punto, la domanda continui a decrescere. E i costi a diminuire. Rispetto a un anno fa, il prezzo s’è comunque quasi decuplicato. L’ennesimo catastrofico allarme è di Confcommercio. Secondo le stime dell’associazione, sono a rischio 120.000 aziende e 370.000 posti di lavoro in Italia. Commercio al dettaglio, alimentare, ristorazione, turismo, trasporti. È il solito bollettino di guerra energetica. Rincari delle bollette fino a tre volte nel 2022. E fino a cinque volte rispetto al 2019, prima della pandemia. Parlando a Palermo, proprio con alcuni commercianti, il leader della Lega, Matteo Salvini, evoca unità: «Faccio un appello a Letta, Conte e Di Maio per unirsi a me e dire a Parlamento e governo che questi soldi servono adesso. Servono trenta miliardi subito, seguiamo la Francia». Ma nel Consiglio dei ministri previsto per domani non si dovrebbe parlare di energia.
La settimana prossima, invece, dovrebbe esserci un vertice dei ministri europei. Sarà discussa l’eterna ipotesi di un tetto al prezzo del gas. E la possibilità di sganciare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del metano. Eppure, nonostante la contingente catastrofe, le eventuali misure «di emergenza» potrebbero venire approvate solo nelle prossime settimane. Bene che vada. Perché ci sono Paesi, come l’Olanda, che intanto con la crisi del gas continuano ad arricchirsi. Tanto che, spiegano fonti della Commissione europea, le strombazzate riforme strutturali del settore sono previste per «l’inizio del prossimo anno».
Mentre l’Europa si muove come un pachidermico torpedone, l’Ungheria però accelera bruscamente. Il nuovo accordo, con Gazprom, prevede quasi sei milioni di metri cubi al giorno in più. Una quantità che, secondo le prime stime, potrebbe valere circa 16 milioni di euro. Budapest, insomma fa da sé: ha una dipendenza del gas che arriva al venti per cento, quasi tutto proviene da Mosca. Non ha tempo né interesse di accodarsi agli altri. Orbán è il primo a rompere l’ipotetico fronte comune. Ma potrebbe non essere l’ultimo.
Così la Spagna tiene bassi i prezzi
In questi giorni non si parla d’altro: il tetto ai prezzi dell’energia. Spesso si cita la Spagna come esempio di stato membro dell’Ue che ha introdotto con successo un meccanismo di price cap sul gas. In realtà, il governo spagnolo, assieme a quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, ha introdotto nel giugno scorso un sistema di prezzi massimi che riguarda sì il gas, ma solo quello utilizzato dai produttori di energia elettrica. Sinora Spagna e Portogallo sono gli unici Paesi europei che hanno introdotto questa misura. In cosa consiste questo sistema? Il mercato elettrico spagnolo spot, come tutti quelli europei, si basa sul meccanismo di prezzo marginale. Ogni giorno, viene eseguita un’asta tra i produttori per coprire la domanda di energia. I produttori offrono una quantità di energia ad un certo prezzo (orario, per tutte le 24 ore del giorno dopo), che si basa sui costi di produzione di ciascun impianto. Il gestore del mercato impila le 24 coppie di valori quantità/prezzo, dal meno caro al più costoso e incrocia le curve di domanda e offerta (quantità/prezzo). Il punto di incrocio delle due curve rappresenta il prezzo marginale, cioè quello a cui tutti i produttori venderanno l’energia in quell’ora. Dunque, il prezzo marginale è il prezzo più alto dell’intero sistema, quello cui l’impianto che soddisfa l’ultimo tratto della curva di domanda è disposto a vendere la propria energia. Tutti gli impianti che hanno offerto a prezzi inferiori incasseranno il prezzo marginale. Chi ha offerto le sue quantità sopra il prezzo marginale resterà fuori dal mercato e non produrrà. Di solito, gli impianti più costosi, quindi quelli che fissano il prezzo marginale, sono quelli alimentati a gas. Il tetto al prezzo interviene qui e fissa legalmente il costo del gas per i produttori a gas ad un valore pari a 40 euro al MWh. Il gestore del mercato avrà dunque una seconda curva di offerta con il prezzo calmierato, che darà un altro prezzo marginale, certamente più basso visti i prezzi correnti del gas. La differenza tra i prezzi viene moltiplicata per le quantità e l’importo risultante viene addebitato come tassa ai consumatori. In questo modo, l’incidenza del maggiore costo del gas viene stemperata. Concretamente, da metà giugno a metà agosto questo sistema ha ottenuto in Spagna il risultato di abbassare il prezzo dell’energia elettrica spot (cioè quella consegnata il giorno dopo) di 155 euro al MWh in media, passando da 299 a 144 euro al MWh. I consumatori però hanno pagato una tassa di 109 euro al MWh, quindi la riduzione complessiva del prezzo è stata di 46 euro al MWh, vale a dire il 15% circa. Poco o tanto che sia, è una riduzione. Ma anche questo sistema non è esente da pecche, la prima delle quali è che nelle reti interconnesse provoca incentivi a sovra-produrre per esportare nei mercati vicini. È quello che già accade sulla frontiera tra Spagna e Francia, dove ormai la Spagna esporta strutturalmente energia elettrica in Francia. Sono intervenuti i gestori delle reti spagnola e francese per limitare del 30% la capacità di interconnessione, proprio per evitare eccessi nel mercato.
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Nel giorno in cui Mosca ferma il flusso di gas diretto verso l’Ue, l’Ungheria sigla un accordo con Gazprom per farsi mandare 5,8 milioni di metri cubi al giorno in più. Gli Usa: potenzieremo le forniture all’Europa.Il governo di Madrid e quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, hanno introdotto nel giugno scorso un tetto al costo del combustibile usato dai produttori.Lo speciale contiene due articoliA Mosca non giocano a briscola. Ma quello calato ieri dai russi è il classico carico da undici all’italiana. Arriva un’altra stretta. Come peraltro già annunciato, Gazprom blocca il gasdotto Nord Stream 1. La condotta, che corre sotto il mar Baltico fino alle coste tedesche, ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno. Motivo ufficiale del fermo: manutenzione dell’impianto. Ma il gruppo russo, che ha chiuso il primo semestre con un utile record da 2,5 trilioni di rubli, pari a 41,2 miliardi di euro, da oggi sospende anche le forniture all’operatore francese Engie, vista la supposta inosservanza di alcune clausole contrattuali. Fino a «ricezione completa dei pagamenti per il gas fornito», dettaglia un comunicato. Il ministro dell’Energia transalpino, Agnes Pannier-Runacher, accusa però la Russia di «usare il gas come arma di guerra». Il Cremlino replica: sarebbero invece le sanzioni occidentali a causare quei «problemi tecnologici» che impediscono l’uso del gasdotto.Comunque sia: Nord Stream 1 era stato già chiuso per dieci giorni a luglio. Sempre per riparazioni, sostiene Gazprom. Di certo, negli ultimi tempi, ha funzionato solo al 20 per cento della capacità. «Apparecchiature difettose» giurano i russi. Ma il timore generalizzato è che Mosca voglia far aumentare ancora i prezzi, già insostenibilmente aumentati nell’ultimo anno. Il blocco stavolta dovrebbe durare tre giorni. Ma ha comunque ripercussioni in tutta Europa. L’Eni conferma: sono arrivati 20 milioni di metri cubi di gas, invece che i 27 milioni dei giorni scorsi. Intanto, Gazprom prosegue con la fortunata diversificazione degli affari: «Le esportazioni verso la Cina, nei primo otto mesi del 2022, aumentano del 60 per cento» informa Alexey Miller, amministratore delegato della compagnia. Ed entro la fine dell’anno, aggiunge, comincerà il «flusso di gas dal giacimento di Kovykta al gasdotto Power of Siberia». Insomma, tutti gli impegni presi con Pechino fino al 2023 saranno rispettati. Il manager stima che i prezzi potranno superare i «4.000 dollari per mille metri cubi nei periodi di picco invernale». L’attuale crisi del gas, sentenzia Miller su Telegram, sarebbe però il «risultato delle decisioni normative europee e della politica delle sanzioni».L’Unione arranca. Gli Usa promettono, finalmente, di potenziare le forniture. Già, ma quando? Nel frattempo, l’Ungheria firma un salvifico contratto con Gazprom. Zoltan Kovacs, portavoce del premier Viktor Orbán, annuncia «la fornitura di massimo 5,8 milioni di metri cubi circa di gas naturale in più su base giornaliera, in aggiunta alla quantità contrattuale già in essere». L’approvvigionamento energetico ungherese, con quest’aggiunta, sarebbe dunque «al sicuro». Anche se circa la metà delle terme magiare, tra le più celebri in Europa, assicurano i media di Budapest, rischia di chiudere entro il prossimo inverno. I costi di esercizio sarebbero già saliti del 30 per cento del 2022.Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam, intanto, scende a 240 euro al megawattora. Solo ad agosto, sul mese precedente, è aumentato però del 25 per cento. La lieve decrescita, oltre che alla speranza di un patto europeo sull’energia, potrebbe essere collegata anche ai dati di riempimento dei siti di stoccaggio. La Germania supera l’83 per cento. In Italia il dato è lievemente inferiore: 82 per cento. Mentre la media, nell’Ue, scende all’80 per cento. La speranza è che, a questo punto, la domanda continui a decrescere. E i costi a diminuire. Rispetto a un anno fa, il prezzo s’è comunque quasi decuplicato. L’ennesimo catastrofico allarme è di Confcommercio. Secondo le stime dell’associazione, sono a rischio 120.000 aziende e 370.000 posti di lavoro in Italia. Commercio al dettaglio, alimentare, ristorazione, turismo, trasporti. È il solito bollettino di guerra energetica. Rincari delle bollette fino a tre volte nel 2022. E fino a cinque volte rispetto al 2019, prima della pandemia. Parlando a Palermo, proprio con alcuni commercianti, il leader della Lega, Matteo Salvini, evoca unità: «Faccio un appello a Letta, Conte e Di Maio per unirsi a me e dire a Parlamento e governo che questi soldi servono adesso. Servono trenta miliardi subito, seguiamo la Francia». Ma nel Consiglio dei ministri previsto per domani non si dovrebbe parlare di energia.La settimana prossima, invece, dovrebbe esserci un vertice dei ministri europei. Sarà discussa l’eterna ipotesi di un tetto al prezzo del gas. E la possibilità di sganciare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del metano. Eppure, nonostante la contingente catastrofe, le eventuali misure «di emergenza» potrebbero venire approvate solo nelle prossime settimane. Bene che vada. Perché ci sono Paesi, come l’Olanda, che intanto con la crisi del gas continuano ad arricchirsi. Tanto che, spiegano fonti della Commissione europea, le strombazzate riforme strutturali del settore sono previste per «l’inizio del prossimo anno». Mentre l’Europa si muove come un pachidermico torpedone, l’Ungheria però accelera bruscamente. Il nuovo accordo, con Gazprom, prevede quasi sei milioni di metri cubi al giorno in più. Una quantità che, secondo le prime stime, potrebbe valere circa 16 milioni di euro. Budapest, insomma fa da sé: ha una dipendenza del gas che arriva al venti per cento, quasi tutto proviene da Mosca. Non ha tempo né interesse di accodarsi agli altri. Orbán è il primo a rompere l’ipotetico fronte comune. Ma potrebbe non essere l’ultimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-russia-chiude-i-rubinetti-per-tutti-orban-fa-da-se-e-aumenta-le-scorte-2657988081.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-la-spagna-tiene-bassi-i-prezzi" data-post-id="2657988081" data-published-at="1662019004" data-use-pagination="False"> Così la Spagna tiene bassi i prezzi In questi giorni non si parla d’altro: il tetto ai prezzi dell’energia. Spesso si cita la Spagna come esempio di stato membro dell’Ue che ha introdotto con successo un meccanismo di price cap sul gas. In realtà, il governo spagnolo, assieme a quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, ha introdotto nel giugno scorso un sistema di prezzi massimi che riguarda sì il gas, ma solo quello utilizzato dai produttori di energia elettrica. Sinora Spagna e Portogallo sono gli unici Paesi europei che hanno introdotto questa misura. In cosa consiste questo sistema? Il mercato elettrico spagnolo spot, come tutti quelli europei, si basa sul meccanismo di prezzo marginale. Ogni giorno, viene eseguita un’asta tra i produttori per coprire la domanda di energia. I produttori offrono una quantità di energia ad un certo prezzo (orario, per tutte le 24 ore del giorno dopo), che si basa sui costi di produzione di ciascun impianto. Il gestore del mercato impila le 24 coppie di valori quantità/prezzo, dal meno caro al più costoso e incrocia le curve di domanda e offerta (quantità/prezzo). Il punto di incrocio delle due curve rappresenta il prezzo marginale, cioè quello a cui tutti i produttori venderanno l’energia in quell’ora. Dunque, il prezzo marginale è il prezzo più alto dell’intero sistema, quello cui l’impianto che soddisfa l’ultimo tratto della curva di domanda è disposto a vendere la propria energia. Tutti gli impianti che hanno offerto a prezzi inferiori incasseranno il prezzo marginale. Chi ha offerto le sue quantità sopra il prezzo marginale resterà fuori dal mercato e non produrrà. Di solito, gli impianti più costosi, quindi quelli che fissano il prezzo marginale, sono quelli alimentati a gas. Il tetto al prezzo interviene qui e fissa legalmente il costo del gas per i produttori a gas ad un valore pari a 40 euro al MWh. Il gestore del mercato avrà dunque una seconda curva di offerta con il prezzo calmierato, che darà un altro prezzo marginale, certamente più basso visti i prezzi correnti del gas. La differenza tra i prezzi viene moltiplicata per le quantità e l’importo risultante viene addebitato come tassa ai consumatori. In questo modo, l’incidenza del maggiore costo del gas viene stemperata. Concretamente, da metà giugno a metà agosto questo sistema ha ottenuto in Spagna il risultato di abbassare il prezzo dell’energia elettrica spot (cioè quella consegnata il giorno dopo) di 155 euro al MWh in media, passando da 299 a 144 euro al MWh. I consumatori però hanno pagato una tassa di 109 euro al MWh, quindi la riduzione complessiva del prezzo è stata di 46 euro al MWh, vale a dire il 15% circa. Poco o tanto che sia, è una riduzione. Ma anche questo sistema non è esente da pecche, la prima delle quali è che nelle reti interconnesse provoca incentivi a sovra-produrre per esportare nei mercati vicini. È quello che già accade sulla frontiera tra Spagna e Francia, dove ormai la Spagna esporta strutturalmente energia elettrica in Francia. Sono intervenuti i gestori delle reti spagnola e francese per limitare del 30% la capacità di interconnessione, proprio per evitare eccessi nel mercato.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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