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2022-09-01
La Russia chiude i rubinetti per tutti. Orbán fa da sé e aumenta le scorte
Viktor Orbán (Getty images)
A Mosca non giocano a briscola. Ma quello calato ieri dai russi è il classico carico da undici all’italiana. Arriva un’altra stretta. Come peraltro già annunciato, Gazprom blocca il gasdotto Nord Stream 1. La condotta, che corre sotto il mar Baltico fino alle coste tedesche, ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno. Motivo ufficiale del fermo: manutenzione dell’impianto. Ma il gruppo russo, che ha chiuso il primo semestre con un utile record da 2,5 trilioni di rubli, pari a 41,2 miliardi di euro, da oggi sospende anche le forniture all’operatore francese Engie, vista la supposta inosservanza di alcune clausole contrattuali. Fino a «ricezione completa dei pagamenti per il gas fornito», dettaglia un comunicato. Il ministro dell’Energia transalpino, Agnes Pannier-Runacher, accusa però la Russia di «usare il gas come arma di guerra». Il Cremlino replica: sarebbero invece le sanzioni occidentali a causare quei «problemi tecnologici» che impediscono l’uso del gasdotto.
Comunque sia: Nord Stream 1 era stato già chiuso per dieci giorni a luglio. Sempre per riparazioni, sostiene Gazprom. Di certo, negli ultimi tempi, ha funzionato solo al 20 per cento della capacità. «Apparecchiature difettose» giurano i russi. Ma il timore generalizzato è che Mosca voglia far aumentare ancora i prezzi, già insostenibilmente aumentati nell’ultimo anno. Il blocco stavolta dovrebbe durare tre giorni. Ma ha comunque ripercussioni in tutta Europa. L’Eni conferma: sono arrivati 20 milioni di metri cubi di gas, invece che i 27 milioni dei giorni scorsi. Intanto, Gazprom prosegue con la fortunata diversificazione degli affari: «Le esportazioni verso la Cina, nei primo otto mesi del 2022, aumentano del 60 per cento» informa Alexey Miller, amministratore delegato della compagnia. Ed entro la fine dell’anno, aggiunge, comincerà il «flusso di gas dal giacimento di Kovykta al gasdotto Power of Siberia».
Insomma, tutti gli impegni presi con Pechino fino al 2023 saranno rispettati. Il manager stima che i prezzi potranno superare i «4.000 dollari per mille metri cubi nei periodi di picco invernale». L’attuale crisi del gas, sentenzia Miller su Telegram, sarebbe però il «risultato delle decisioni normative europee e della politica delle sanzioni».
L’Unione arranca. Gli Usa promettono, finalmente, di potenziare le forniture. Già, ma quando? Nel frattempo, l’Ungheria firma un salvifico contratto con Gazprom. Zoltan Kovacs, portavoce del premier Viktor Orbán, annuncia «la fornitura di massimo 5,8 milioni di metri cubi circa di gas naturale in più su base giornaliera, in aggiunta alla quantità contrattuale già in essere». L’approvvigionamento energetico ungherese, con quest’aggiunta, sarebbe dunque «al sicuro». Anche se circa la metà delle terme magiare, tra le più celebri in Europa, assicurano i media di Budapest, rischia di chiudere entro il prossimo inverno. I costi di esercizio sarebbero già saliti del 30 per cento del 2022.
Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam, intanto, scende a 240 euro al megawattora. Solo ad agosto, sul mese precedente, è aumentato però del 25 per cento. La lieve decrescita, oltre che alla speranza di un patto europeo sull’energia, potrebbe essere collegata anche ai dati di riempimento dei siti di stoccaggio. La Germania supera l’83 per cento. In Italia il dato è lievemente inferiore: 82 per cento. Mentre la media, nell’Ue, scende all’80 per cento. La speranza è che, a questo punto, la domanda continui a decrescere. E i costi a diminuire. Rispetto a un anno fa, il prezzo s’è comunque quasi decuplicato. L’ennesimo catastrofico allarme è di Confcommercio. Secondo le stime dell’associazione, sono a rischio 120.000 aziende e 370.000 posti di lavoro in Italia. Commercio al dettaglio, alimentare, ristorazione, turismo, trasporti. È il solito bollettino di guerra energetica. Rincari delle bollette fino a tre volte nel 2022. E fino a cinque volte rispetto al 2019, prima della pandemia. Parlando a Palermo, proprio con alcuni commercianti, il leader della Lega, Matteo Salvini, evoca unità: «Faccio un appello a Letta, Conte e Di Maio per unirsi a me e dire a Parlamento e governo che questi soldi servono adesso. Servono trenta miliardi subito, seguiamo la Francia». Ma nel Consiglio dei ministri previsto per domani non si dovrebbe parlare di energia.
La settimana prossima, invece, dovrebbe esserci un vertice dei ministri europei. Sarà discussa l’eterna ipotesi di un tetto al prezzo del gas. E la possibilità di sganciare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del metano. Eppure, nonostante la contingente catastrofe, le eventuali misure «di emergenza» potrebbero venire approvate solo nelle prossime settimane. Bene che vada. Perché ci sono Paesi, come l’Olanda, che intanto con la crisi del gas continuano ad arricchirsi. Tanto che, spiegano fonti della Commissione europea, le strombazzate riforme strutturali del settore sono previste per «l’inizio del prossimo anno».
Mentre l’Europa si muove come un pachidermico torpedone, l’Ungheria però accelera bruscamente. Il nuovo accordo, con Gazprom, prevede quasi sei milioni di metri cubi al giorno in più. Una quantità che, secondo le prime stime, potrebbe valere circa 16 milioni di euro. Budapest, insomma fa da sé: ha una dipendenza del gas che arriva al venti per cento, quasi tutto proviene da Mosca. Non ha tempo né interesse di accodarsi agli altri. Orbán è il primo a rompere l’ipotetico fronte comune. Ma potrebbe non essere l’ultimo.
Così la Spagna tiene bassi i prezzi
In questi giorni non si parla d’altro: il tetto ai prezzi dell’energia. Spesso si cita la Spagna come esempio di stato membro dell’Ue che ha introdotto con successo un meccanismo di price cap sul gas. In realtà, il governo spagnolo, assieme a quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, ha introdotto nel giugno scorso un sistema di prezzi massimi che riguarda sì il gas, ma solo quello utilizzato dai produttori di energia elettrica. Sinora Spagna e Portogallo sono gli unici Paesi europei che hanno introdotto questa misura. In cosa consiste questo sistema? Il mercato elettrico spagnolo spot, come tutti quelli europei, si basa sul meccanismo di prezzo marginale. Ogni giorno, viene eseguita un’asta tra i produttori per coprire la domanda di energia. I produttori offrono una quantità di energia ad un certo prezzo (orario, per tutte le 24 ore del giorno dopo), che si basa sui costi di produzione di ciascun impianto. Il gestore del mercato impila le 24 coppie di valori quantità/prezzo, dal meno caro al più costoso e incrocia le curve di domanda e offerta (quantità/prezzo). Il punto di incrocio delle due curve rappresenta il prezzo marginale, cioè quello a cui tutti i produttori venderanno l’energia in quell’ora. Dunque, il prezzo marginale è il prezzo più alto dell’intero sistema, quello cui l’impianto che soddisfa l’ultimo tratto della curva di domanda è disposto a vendere la propria energia. Tutti gli impianti che hanno offerto a prezzi inferiori incasseranno il prezzo marginale. Chi ha offerto le sue quantità sopra il prezzo marginale resterà fuori dal mercato e non produrrà. Di solito, gli impianti più costosi, quindi quelli che fissano il prezzo marginale, sono quelli alimentati a gas. Il tetto al prezzo interviene qui e fissa legalmente il costo del gas per i produttori a gas ad un valore pari a 40 euro al MWh. Il gestore del mercato avrà dunque una seconda curva di offerta con il prezzo calmierato, che darà un altro prezzo marginale, certamente più basso visti i prezzi correnti del gas. La differenza tra i prezzi viene moltiplicata per le quantità e l’importo risultante viene addebitato come tassa ai consumatori. In questo modo, l’incidenza del maggiore costo del gas viene stemperata. Concretamente, da metà giugno a metà agosto questo sistema ha ottenuto in Spagna il risultato di abbassare il prezzo dell’energia elettrica spot (cioè quella consegnata il giorno dopo) di 155 euro al MWh in media, passando da 299 a 144 euro al MWh. I consumatori però hanno pagato una tassa di 109 euro al MWh, quindi la riduzione complessiva del prezzo è stata di 46 euro al MWh, vale a dire il 15% circa. Poco o tanto che sia, è una riduzione. Ma anche questo sistema non è esente da pecche, la prima delle quali è che nelle reti interconnesse provoca incentivi a sovra-produrre per esportare nei mercati vicini. È quello che già accade sulla frontiera tra Spagna e Francia, dove ormai la Spagna esporta strutturalmente energia elettrica in Francia. Sono intervenuti i gestori delle reti spagnola e francese per limitare del 30% la capacità di interconnessione, proprio per evitare eccessi nel mercato.
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Nel giorno in cui Mosca ferma il flusso di gas diretto verso l’Ue, l’Ungheria sigla un accordo con Gazprom per farsi mandare 5,8 milioni di metri cubi al giorno in più. Gli Usa: potenzieremo le forniture all’Europa.Il governo di Madrid e quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, hanno introdotto nel giugno scorso un tetto al costo del combustibile usato dai produttori.Lo speciale contiene due articoliA Mosca non giocano a briscola. Ma quello calato ieri dai russi è il classico carico da undici all’italiana. Arriva un’altra stretta. Come peraltro già annunciato, Gazprom blocca il gasdotto Nord Stream 1. La condotta, che corre sotto il mar Baltico fino alle coste tedesche, ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno. Motivo ufficiale del fermo: manutenzione dell’impianto. Ma il gruppo russo, che ha chiuso il primo semestre con un utile record da 2,5 trilioni di rubli, pari a 41,2 miliardi di euro, da oggi sospende anche le forniture all’operatore francese Engie, vista la supposta inosservanza di alcune clausole contrattuali. Fino a «ricezione completa dei pagamenti per il gas fornito», dettaglia un comunicato. Il ministro dell’Energia transalpino, Agnes Pannier-Runacher, accusa però la Russia di «usare il gas come arma di guerra». Il Cremlino replica: sarebbero invece le sanzioni occidentali a causare quei «problemi tecnologici» che impediscono l’uso del gasdotto.Comunque sia: Nord Stream 1 era stato già chiuso per dieci giorni a luglio. Sempre per riparazioni, sostiene Gazprom. Di certo, negli ultimi tempi, ha funzionato solo al 20 per cento della capacità. «Apparecchiature difettose» giurano i russi. Ma il timore generalizzato è che Mosca voglia far aumentare ancora i prezzi, già insostenibilmente aumentati nell’ultimo anno. Il blocco stavolta dovrebbe durare tre giorni. Ma ha comunque ripercussioni in tutta Europa. L’Eni conferma: sono arrivati 20 milioni di metri cubi di gas, invece che i 27 milioni dei giorni scorsi. Intanto, Gazprom prosegue con la fortunata diversificazione degli affari: «Le esportazioni verso la Cina, nei primo otto mesi del 2022, aumentano del 60 per cento» informa Alexey Miller, amministratore delegato della compagnia. Ed entro la fine dell’anno, aggiunge, comincerà il «flusso di gas dal giacimento di Kovykta al gasdotto Power of Siberia». Insomma, tutti gli impegni presi con Pechino fino al 2023 saranno rispettati. Il manager stima che i prezzi potranno superare i «4.000 dollari per mille metri cubi nei periodi di picco invernale». L’attuale crisi del gas, sentenzia Miller su Telegram, sarebbe però il «risultato delle decisioni normative europee e della politica delle sanzioni».L’Unione arranca. Gli Usa promettono, finalmente, di potenziare le forniture. Già, ma quando? Nel frattempo, l’Ungheria firma un salvifico contratto con Gazprom. Zoltan Kovacs, portavoce del premier Viktor Orbán, annuncia «la fornitura di massimo 5,8 milioni di metri cubi circa di gas naturale in più su base giornaliera, in aggiunta alla quantità contrattuale già in essere». L’approvvigionamento energetico ungherese, con quest’aggiunta, sarebbe dunque «al sicuro». Anche se circa la metà delle terme magiare, tra le più celebri in Europa, assicurano i media di Budapest, rischia di chiudere entro il prossimo inverno. I costi di esercizio sarebbero già saliti del 30 per cento del 2022.Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam, intanto, scende a 240 euro al megawattora. Solo ad agosto, sul mese precedente, è aumentato però del 25 per cento. La lieve decrescita, oltre che alla speranza di un patto europeo sull’energia, potrebbe essere collegata anche ai dati di riempimento dei siti di stoccaggio. La Germania supera l’83 per cento. In Italia il dato è lievemente inferiore: 82 per cento. Mentre la media, nell’Ue, scende all’80 per cento. La speranza è che, a questo punto, la domanda continui a decrescere. E i costi a diminuire. Rispetto a un anno fa, il prezzo s’è comunque quasi decuplicato. L’ennesimo catastrofico allarme è di Confcommercio. Secondo le stime dell’associazione, sono a rischio 120.000 aziende e 370.000 posti di lavoro in Italia. Commercio al dettaglio, alimentare, ristorazione, turismo, trasporti. È il solito bollettino di guerra energetica. Rincari delle bollette fino a tre volte nel 2022. E fino a cinque volte rispetto al 2019, prima della pandemia. Parlando a Palermo, proprio con alcuni commercianti, il leader della Lega, Matteo Salvini, evoca unità: «Faccio un appello a Letta, Conte e Di Maio per unirsi a me e dire a Parlamento e governo che questi soldi servono adesso. Servono trenta miliardi subito, seguiamo la Francia». Ma nel Consiglio dei ministri previsto per domani non si dovrebbe parlare di energia.La settimana prossima, invece, dovrebbe esserci un vertice dei ministri europei. Sarà discussa l’eterna ipotesi di un tetto al prezzo del gas. E la possibilità di sganciare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del metano. Eppure, nonostante la contingente catastrofe, le eventuali misure «di emergenza» potrebbero venire approvate solo nelle prossime settimane. Bene che vada. Perché ci sono Paesi, come l’Olanda, che intanto con la crisi del gas continuano ad arricchirsi. Tanto che, spiegano fonti della Commissione europea, le strombazzate riforme strutturali del settore sono previste per «l’inizio del prossimo anno». Mentre l’Europa si muove come un pachidermico torpedone, l’Ungheria però accelera bruscamente. Il nuovo accordo, con Gazprom, prevede quasi sei milioni di metri cubi al giorno in più. Una quantità che, secondo le prime stime, potrebbe valere circa 16 milioni di euro. Budapest, insomma fa da sé: ha una dipendenza del gas che arriva al venti per cento, quasi tutto proviene da Mosca. Non ha tempo né interesse di accodarsi agli altri. Orbán è il primo a rompere l’ipotetico fronte comune. Ma potrebbe non essere l’ultimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-russia-chiude-i-rubinetti-per-tutti-orban-fa-da-se-e-aumenta-le-scorte-2657988081.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-la-spagna-tiene-bassi-i-prezzi" data-post-id="2657988081" data-published-at="1662019004" data-use-pagination="False"> Così la Spagna tiene bassi i prezzi In questi giorni non si parla d’altro: il tetto ai prezzi dell’energia. Spesso si cita la Spagna come esempio di stato membro dell’Ue che ha introdotto con successo un meccanismo di price cap sul gas. In realtà, il governo spagnolo, assieme a quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, ha introdotto nel giugno scorso un sistema di prezzi massimi che riguarda sì il gas, ma solo quello utilizzato dai produttori di energia elettrica. Sinora Spagna e Portogallo sono gli unici Paesi europei che hanno introdotto questa misura. In cosa consiste questo sistema? Il mercato elettrico spagnolo spot, come tutti quelli europei, si basa sul meccanismo di prezzo marginale. Ogni giorno, viene eseguita un’asta tra i produttori per coprire la domanda di energia. I produttori offrono una quantità di energia ad un certo prezzo (orario, per tutte le 24 ore del giorno dopo), che si basa sui costi di produzione di ciascun impianto. Il gestore del mercato impila le 24 coppie di valori quantità/prezzo, dal meno caro al più costoso e incrocia le curve di domanda e offerta (quantità/prezzo). Il punto di incrocio delle due curve rappresenta il prezzo marginale, cioè quello a cui tutti i produttori venderanno l’energia in quell’ora. Dunque, il prezzo marginale è il prezzo più alto dell’intero sistema, quello cui l’impianto che soddisfa l’ultimo tratto della curva di domanda è disposto a vendere la propria energia. Tutti gli impianti che hanno offerto a prezzi inferiori incasseranno il prezzo marginale. Chi ha offerto le sue quantità sopra il prezzo marginale resterà fuori dal mercato e non produrrà. Di solito, gli impianti più costosi, quindi quelli che fissano il prezzo marginale, sono quelli alimentati a gas. Il tetto al prezzo interviene qui e fissa legalmente il costo del gas per i produttori a gas ad un valore pari a 40 euro al MWh. Il gestore del mercato avrà dunque una seconda curva di offerta con il prezzo calmierato, che darà un altro prezzo marginale, certamente più basso visti i prezzi correnti del gas. La differenza tra i prezzi viene moltiplicata per le quantità e l’importo risultante viene addebitato come tassa ai consumatori. In questo modo, l’incidenza del maggiore costo del gas viene stemperata. Concretamente, da metà giugno a metà agosto questo sistema ha ottenuto in Spagna il risultato di abbassare il prezzo dell’energia elettrica spot (cioè quella consegnata il giorno dopo) di 155 euro al MWh in media, passando da 299 a 144 euro al MWh. I consumatori però hanno pagato una tassa di 109 euro al MWh, quindi la riduzione complessiva del prezzo è stata di 46 euro al MWh, vale a dire il 15% circa. Poco o tanto che sia, è una riduzione. Ma anche questo sistema non è esente da pecche, la prima delle quali è che nelle reti interconnesse provoca incentivi a sovra-produrre per esportare nei mercati vicini. È quello che già accade sulla frontiera tra Spagna e Francia, dove ormai la Spagna esporta strutturalmente energia elettrica in Francia. Sono intervenuti i gestori delle reti spagnola e francese per limitare del 30% la capacità di interconnessione, proprio per evitare eccessi nel mercato.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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