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2022-09-01
La Russia chiude i rubinetti per tutti. Orbán fa da sé e aumenta le scorte
Viktor Orbán (Getty images)
A Mosca non giocano a briscola. Ma quello calato ieri dai russi è il classico carico da undici all’italiana. Arriva un’altra stretta. Come peraltro già annunciato, Gazprom blocca il gasdotto Nord Stream 1. La condotta, che corre sotto il mar Baltico fino alle coste tedesche, ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno. Motivo ufficiale del fermo: manutenzione dell’impianto. Ma il gruppo russo, che ha chiuso il primo semestre con un utile record da 2,5 trilioni di rubli, pari a 41,2 miliardi di euro, da oggi sospende anche le forniture all’operatore francese Engie, vista la supposta inosservanza di alcune clausole contrattuali. Fino a «ricezione completa dei pagamenti per il gas fornito», dettaglia un comunicato. Il ministro dell’Energia transalpino, Agnes Pannier-Runacher, accusa però la Russia di «usare il gas come arma di guerra». Il Cremlino replica: sarebbero invece le sanzioni occidentali a causare quei «problemi tecnologici» che impediscono l’uso del gasdotto.
Comunque sia: Nord Stream 1 era stato già chiuso per dieci giorni a luglio. Sempre per riparazioni, sostiene Gazprom. Di certo, negli ultimi tempi, ha funzionato solo al 20 per cento della capacità. «Apparecchiature difettose» giurano i russi. Ma il timore generalizzato è che Mosca voglia far aumentare ancora i prezzi, già insostenibilmente aumentati nell’ultimo anno. Il blocco stavolta dovrebbe durare tre giorni. Ma ha comunque ripercussioni in tutta Europa. L’Eni conferma: sono arrivati 20 milioni di metri cubi di gas, invece che i 27 milioni dei giorni scorsi. Intanto, Gazprom prosegue con la fortunata diversificazione degli affari: «Le esportazioni verso la Cina, nei primo otto mesi del 2022, aumentano del 60 per cento» informa Alexey Miller, amministratore delegato della compagnia. Ed entro la fine dell’anno, aggiunge, comincerà il «flusso di gas dal giacimento di Kovykta al gasdotto Power of Siberia».
Insomma, tutti gli impegni presi con Pechino fino al 2023 saranno rispettati. Il manager stima che i prezzi potranno superare i «4.000 dollari per mille metri cubi nei periodi di picco invernale». L’attuale crisi del gas, sentenzia Miller su Telegram, sarebbe però il «risultato delle decisioni normative europee e della politica delle sanzioni».
L’Unione arranca. Gli Usa promettono, finalmente, di potenziare le forniture. Già, ma quando? Nel frattempo, l’Ungheria firma un salvifico contratto con Gazprom. Zoltan Kovacs, portavoce del premier Viktor Orbán, annuncia «la fornitura di massimo 5,8 milioni di metri cubi circa di gas naturale in più su base giornaliera, in aggiunta alla quantità contrattuale già in essere». L’approvvigionamento energetico ungherese, con quest’aggiunta, sarebbe dunque «al sicuro». Anche se circa la metà delle terme magiare, tra le più celebri in Europa, assicurano i media di Budapest, rischia di chiudere entro il prossimo inverno. I costi di esercizio sarebbero già saliti del 30 per cento del 2022.
Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam, intanto, scende a 240 euro al megawattora. Solo ad agosto, sul mese precedente, è aumentato però del 25 per cento. La lieve decrescita, oltre che alla speranza di un patto europeo sull’energia, potrebbe essere collegata anche ai dati di riempimento dei siti di stoccaggio. La Germania supera l’83 per cento. In Italia il dato è lievemente inferiore: 82 per cento. Mentre la media, nell’Ue, scende all’80 per cento. La speranza è che, a questo punto, la domanda continui a decrescere. E i costi a diminuire. Rispetto a un anno fa, il prezzo s’è comunque quasi decuplicato. L’ennesimo catastrofico allarme è di Confcommercio. Secondo le stime dell’associazione, sono a rischio 120.000 aziende e 370.000 posti di lavoro in Italia. Commercio al dettaglio, alimentare, ristorazione, turismo, trasporti. È il solito bollettino di guerra energetica. Rincari delle bollette fino a tre volte nel 2022. E fino a cinque volte rispetto al 2019, prima della pandemia. Parlando a Palermo, proprio con alcuni commercianti, il leader della Lega, Matteo Salvini, evoca unità: «Faccio un appello a Letta, Conte e Di Maio per unirsi a me e dire a Parlamento e governo che questi soldi servono adesso. Servono trenta miliardi subito, seguiamo la Francia». Ma nel Consiglio dei ministri previsto per domani non si dovrebbe parlare di energia.
La settimana prossima, invece, dovrebbe esserci un vertice dei ministri europei. Sarà discussa l’eterna ipotesi di un tetto al prezzo del gas. E la possibilità di sganciare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del metano. Eppure, nonostante la contingente catastrofe, le eventuali misure «di emergenza» potrebbero venire approvate solo nelle prossime settimane. Bene che vada. Perché ci sono Paesi, come l’Olanda, che intanto con la crisi del gas continuano ad arricchirsi. Tanto che, spiegano fonti della Commissione europea, le strombazzate riforme strutturali del settore sono previste per «l’inizio del prossimo anno».
Mentre l’Europa si muove come un pachidermico torpedone, l’Ungheria però accelera bruscamente. Il nuovo accordo, con Gazprom, prevede quasi sei milioni di metri cubi al giorno in più. Una quantità che, secondo le prime stime, potrebbe valere circa 16 milioni di euro. Budapest, insomma fa da sé: ha una dipendenza del gas che arriva al venti per cento, quasi tutto proviene da Mosca. Non ha tempo né interesse di accodarsi agli altri. Orbán è il primo a rompere l’ipotetico fronte comune. Ma potrebbe non essere l’ultimo.
Così la Spagna tiene bassi i prezzi
In questi giorni non si parla d’altro: il tetto ai prezzi dell’energia. Spesso si cita la Spagna come esempio di stato membro dell’Ue che ha introdotto con successo un meccanismo di price cap sul gas. In realtà, il governo spagnolo, assieme a quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, ha introdotto nel giugno scorso un sistema di prezzi massimi che riguarda sì il gas, ma solo quello utilizzato dai produttori di energia elettrica. Sinora Spagna e Portogallo sono gli unici Paesi europei che hanno introdotto questa misura. In cosa consiste questo sistema? Il mercato elettrico spagnolo spot, come tutti quelli europei, si basa sul meccanismo di prezzo marginale. Ogni giorno, viene eseguita un’asta tra i produttori per coprire la domanda di energia. I produttori offrono una quantità di energia ad un certo prezzo (orario, per tutte le 24 ore del giorno dopo), che si basa sui costi di produzione di ciascun impianto. Il gestore del mercato impila le 24 coppie di valori quantità/prezzo, dal meno caro al più costoso e incrocia le curve di domanda e offerta (quantità/prezzo). Il punto di incrocio delle due curve rappresenta il prezzo marginale, cioè quello a cui tutti i produttori venderanno l’energia in quell’ora. Dunque, il prezzo marginale è il prezzo più alto dell’intero sistema, quello cui l’impianto che soddisfa l’ultimo tratto della curva di domanda è disposto a vendere la propria energia. Tutti gli impianti che hanno offerto a prezzi inferiori incasseranno il prezzo marginale. Chi ha offerto le sue quantità sopra il prezzo marginale resterà fuori dal mercato e non produrrà. Di solito, gli impianti più costosi, quindi quelli che fissano il prezzo marginale, sono quelli alimentati a gas. Il tetto al prezzo interviene qui e fissa legalmente il costo del gas per i produttori a gas ad un valore pari a 40 euro al MWh. Il gestore del mercato avrà dunque una seconda curva di offerta con il prezzo calmierato, che darà un altro prezzo marginale, certamente più basso visti i prezzi correnti del gas. La differenza tra i prezzi viene moltiplicata per le quantità e l’importo risultante viene addebitato come tassa ai consumatori. In questo modo, l’incidenza del maggiore costo del gas viene stemperata. Concretamente, da metà giugno a metà agosto questo sistema ha ottenuto in Spagna il risultato di abbassare il prezzo dell’energia elettrica spot (cioè quella consegnata il giorno dopo) di 155 euro al MWh in media, passando da 299 a 144 euro al MWh. I consumatori però hanno pagato una tassa di 109 euro al MWh, quindi la riduzione complessiva del prezzo è stata di 46 euro al MWh, vale a dire il 15% circa. Poco o tanto che sia, è una riduzione. Ma anche questo sistema non è esente da pecche, la prima delle quali è che nelle reti interconnesse provoca incentivi a sovra-produrre per esportare nei mercati vicini. È quello che già accade sulla frontiera tra Spagna e Francia, dove ormai la Spagna esporta strutturalmente energia elettrica in Francia. Sono intervenuti i gestori delle reti spagnola e francese per limitare del 30% la capacità di interconnessione, proprio per evitare eccessi nel mercato.
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Nel giorno in cui Mosca ferma il flusso di gas diretto verso l’Ue, l’Ungheria sigla un accordo con Gazprom per farsi mandare 5,8 milioni di metri cubi al giorno in più. Gli Usa: potenzieremo le forniture all’Europa.Il governo di Madrid e quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, hanno introdotto nel giugno scorso un tetto al costo del combustibile usato dai produttori.Lo speciale contiene due articoliA Mosca non giocano a briscola. Ma quello calato ieri dai russi è il classico carico da undici all’italiana. Arriva un’altra stretta. Come peraltro già annunciato, Gazprom blocca il gasdotto Nord Stream 1. La condotta, che corre sotto il mar Baltico fino alle coste tedesche, ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno. Motivo ufficiale del fermo: manutenzione dell’impianto. Ma il gruppo russo, che ha chiuso il primo semestre con un utile record da 2,5 trilioni di rubli, pari a 41,2 miliardi di euro, da oggi sospende anche le forniture all’operatore francese Engie, vista la supposta inosservanza di alcune clausole contrattuali. Fino a «ricezione completa dei pagamenti per il gas fornito», dettaglia un comunicato. Il ministro dell’Energia transalpino, Agnes Pannier-Runacher, accusa però la Russia di «usare il gas come arma di guerra». Il Cremlino replica: sarebbero invece le sanzioni occidentali a causare quei «problemi tecnologici» che impediscono l’uso del gasdotto.Comunque sia: Nord Stream 1 era stato già chiuso per dieci giorni a luglio. Sempre per riparazioni, sostiene Gazprom. Di certo, negli ultimi tempi, ha funzionato solo al 20 per cento della capacità. «Apparecchiature difettose» giurano i russi. Ma il timore generalizzato è che Mosca voglia far aumentare ancora i prezzi, già insostenibilmente aumentati nell’ultimo anno. Il blocco stavolta dovrebbe durare tre giorni. Ma ha comunque ripercussioni in tutta Europa. L’Eni conferma: sono arrivati 20 milioni di metri cubi di gas, invece che i 27 milioni dei giorni scorsi. Intanto, Gazprom prosegue con la fortunata diversificazione degli affari: «Le esportazioni verso la Cina, nei primo otto mesi del 2022, aumentano del 60 per cento» informa Alexey Miller, amministratore delegato della compagnia. Ed entro la fine dell’anno, aggiunge, comincerà il «flusso di gas dal giacimento di Kovykta al gasdotto Power of Siberia». Insomma, tutti gli impegni presi con Pechino fino al 2023 saranno rispettati. Il manager stima che i prezzi potranno superare i «4.000 dollari per mille metri cubi nei periodi di picco invernale». L’attuale crisi del gas, sentenzia Miller su Telegram, sarebbe però il «risultato delle decisioni normative europee e della politica delle sanzioni».L’Unione arranca. Gli Usa promettono, finalmente, di potenziare le forniture. Già, ma quando? Nel frattempo, l’Ungheria firma un salvifico contratto con Gazprom. Zoltan Kovacs, portavoce del premier Viktor Orbán, annuncia «la fornitura di massimo 5,8 milioni di metri cubi circa di gas naturale in più su base giornaliera, in aggiunta alla quantità contrattuale già in essere». L’approvvigionamento energetico ungherese, con quest’aggiunta, sarebbe dunque «al sicuro». Anche se circa la metà delle terme magiare, tra le più celebri in Europa, assicurano i media di Budapest, rischia di chiudere entro il prossimo inverno. I costi di esercizio sarebbero già saliti del 30 per cento del 2022.Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam, intanto, scende a 240 euro al megawattora. Solo ad agosto, sul mese precedente, è aumentato però del 25 per cento. La lieve decrescita, oltre che alla speranza di un patto europeo sull’energia, potrebbe essere collegata anche ai dati di riempimento dei siti di stoccaggio. La Germania supera l’83 per cento. In Italia il dato è lievemente inferiore: 82 per cento. Mentre la media, nell’Ue, scende all’80 per cento. La speranza è che, a questo punto, la domanda continui a decrescere. E i costi a diminuire. Rispetto a un anno fa, il prezzo s’è comunque quasi decuplicato. L’ennesimo catastrofico allarme è di Confcommercio. Secondo le stime dell’associazione, sono a rischio 120.000 aziende e 370.000 posti di lavoro in Italia. Commercio al dettaglio, alimentare, ristorazione, turismo, trasporti. È il solito bollettino di guerra energetica. Rincari delle bollette fino a tre volte nel 2022. E fino a cinque volte rispetto al 2019, prima della pandemia. Parlando a Palermo, proprio con alcuni commercianti, il leader della Lega, Matteo Salvini, evoca unità: «Faccio un appello a Letta, Conte e Di Maio per unirsi a me e dire a Parlamento e governo che questi soldi servono adesso. Servono trenta miliardi subito, seguiamo la Francia». Ma nel Consiglio dei ministri previsto per domani non si dovrebbe parlare di energia.La settimana prossima, invece, dovrebbe esserci un vertice dei ministri europei. Sarà discussa l’eterna ipotesi di un tetto al prezzo del gas. E la possibilità di sganciare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del metano. Eppure, nonostante la contingente catastrofe, le eventuali misure «di emergenza» potrebbero venire approvate solo nelle prossime settimane. Bene che vada. Perché ci sono Paesi, come l’Olanda, che intanto con la crisi del gas continuano ad arricchirsi. Tanto che, spiegano fonti della Commissione europea, le strombazzate riforme strutturali del settore sono previste per «l’inizio del prossimo anno». Mentre l’Europa si muove come un pachidermico torpedone, l’Ungheria però accelera bruscamente. Il nuovo accordo, con Gazprom, prevede quasi sei milioni di metri cubi al giorno in più. Una quantità che, secondo le prime stime, potrebbe valere circa 16 milioni di euro. Budapest, insomma fa da sé: ha una dipendenza del gas che arriva al venti per cento, quasi tutto proviene da Mosca. Non ha tempo né interesse di accodarsi agli altri. Orbán è il primo a rompere l’ipotetico fronte comune. Ma potrebbe non essere l’ultimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-russia-chiude-i-rubinetti-per-tutti-orban-fa-da-se-e-aumenta-le-scorte-2657988081.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-la-spagna-tiene-bassi-i-prezzi" data-post-id="2657988081" data-published-at="1662019004" data-use-pagination="False"> Così la Spagna tiene bassi i prezzi In questi giorni non si parla d’altro: il tetto ai prezzi dell’energia. Spesso si cita la Spagna come esempio di stato membro dell’Ue che ha introdotto con successo un meccanismo di price cap sul gas. In realtà, il governo spagnolo, assieme a quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, ha introdotto nel giugno scorso un sistema di prezzi massimi che riguarda sì il gas, ma solo quello utilizzato dai produttori di energia elettrica. Sinora Spagna e Portogallo sono gli unici Paesi europei che hanno introdotto questa misura. In cosa consiste questo sistema? Il mercato elettrico spagnolo spot, come tutti quelli europei, si basa sul meccanismo di prezzo marginale. Ogni giorno, viene eseguita un’asta tra i produttori per coprire la domanda di energia. I produttori offrono una quantità di energia ad un certo prezzo (orario, per tutte le 24 ore del giorno dopo), che si basa sui costi di produzione di ciascun impianto. Il gestore del mercato impila le 24 coppie di valori quantità/prezzo, dal meno caro al più costoso e incrocia le curve di domanda e offerta (quantità/prezzo). Il punto di incrocio delle due curve rappresenta il prezzo marginale, cioè quello a cui tutti i produttori venderanno l’energia in quell’ora. Dunque, il prezzo marginale è il prezzo più alto dell’intero sistema, quello cui l’impianto che soddisfa l’ultimo tratto della curva di domanda è disposto a vendere la propria energia. Tutti gli impianti che hanno offerto a prezzi inferiori incasseranno il prezzo marginale. Chi ha offerto le sue quantità sopra il prezzo marginale resterà fuori dal mercato e non produrrà. Di solito, gli impianti più costosi, quindi quelli che fissano il prezzo marginale, sono quelli alimentati a gas. Il tetto al prezzo interviene qui e fissa legalmente il costo del gas per i produttori a gas ad un valore pari a 40 euro al MWh. Il gestore del mercato avrà dunque una seconda curva di offerta con il prezzo calmierato, che darà un altro prezzo marginale, certamente più basso visti i prezzi correnti del gas. La differenza tra i prezzi viene moltiplicata per le quantità e l’importo risultante viene addebitato come tassa ai consumatori. In questo modo, l’incidenza del maggiore costo del gas viene stemperata. Concretamente, da metà giugno a metà agosto questo sistema ha ottenuto in Spagna il risultato di abbassare il prezzo dell’energia elettrica spot (cioè quella consegnata il giorno dopo) di 155 euro al MWh in media, passando da 299 a 144 euro al MWh. I consumatori però hanno pagato una tassa di 109 euro al MWh, quindi la riduzione complessiva del prezzo è stata di 46 euro al MWh, vale a dire il 15% circa. Poco o tanto che sia, è una riduzione. Ma anche questo sistema non è esente da pecche, la prima delle quali è che nelle reti interconnesse provoca incentivi a sovra-produrre per esportare nei mercati vicini. È quello che già accade sulla frontiera tra Spagna e Francia, dove ormai la Spagna esporta strutturalmente energia elettrica in Francia. Sono intervenuti i gestori delle reti spagnola e francese per limitare del 30% la capacità di interconnessione, proprio per evitare eccessi nel mercato.
iStock
Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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