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2022-09-01
La Russia chiude i rubinetti per tutti. Orbán fa da sé e aumenta le scorte
Viktor Orbán (Getty images)
A Mosca non giocano a briscola. Ma quello calato ieri dai russi è il classico carico da undici all’italiana. Arriva un’altra stretta. Come peraltro già annunciato, Gazprom blocca il gasdotto Nord Stream 1. La condotta, che corre sotto il mar Baltico fino alle coste tedesche, ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno. Motivo ufficiale del fermo: manutenzione dell’impianto. Ma il gruppo russo, che ha chiuso il primo semestre con un utile record da 2,5 trilioni di rubli, pari a 41,2 miliardi di euro, da oggi sospende anche le forniture all’operatore francese Engie, vista la supposta inosservanza di alcune clausole contrattuali. Fino a «ricezione completa dei pagamenti per il gas fornito», dettaglia un comunicato. Il ministro dell’Energia transalpino, Agnes Pannier-Runacher, accusa però la Russia di «usare il gas come arma di guerra». Il Cremlino replica: sarebbero invece le sanzioni occidentali a causare quei «problemi tecnologici» che impediscono l’uso del gasdotto.
Comunque sia: Nord Stream 1 era stato già chiuso per dieci giorni a luglio. Sempre per riparazioni, sostiene Gazprom. Di certo, negli ultimi tempi, ha funzionato solo al 20 per cento della capacità. «Apparecchiature difettose» giurano i russi. Ma il timore generalizzato è che Mosca voglia far aumentare ancora i prezzi, già insostenibilmente aumentati nell’ultimo anno. Il blocco stavolta dovrebbe durare tre giorni. Ma ha comunque ripercussioni in tutta Europa. L’Eni conferma: sono arrivati 20 milioni di metri cubi di gas, invece che i 27 milioni dei giorni scorsi. Intanto, Gazprom prosegue con la fortunata diversificazione degli affari: «Le esportazioni verso la Cina, nei primo otto mesi del 2022, aumentano del 60 per cento» informa Alexey Miller, amministratore delegato della compagnia. Ed entro la fine dell’anno, aggiunge, comincerà il «flusso di gas dal giacimento di Kovykta al gasdotto Power of Siberia».
Insomma, tutti gli impegni presi con Pechino fino al 2023 saranno rispettati. Il manager stima che i prezzi potranno superare i «4.000 dollari per mille metri cubi nei periodi di picco invernale». L’attuale crisi del gas, sentenzia Miller su Telegram, sarebbe però il «risultato delle decisioni normative europee e della politica delle sanzioni».
L’Unione arranca. Gli Usa promettono, finalmente, di potenziare le forniture. Già, ma quando? Nel frattempo, l’Ungheria firma un salvifico contratto con Gazprom. Zoltan Kovacs, portavoce del premier Viktor Orbán, annuncia «la fornitura di massimo 5,8 milioni di metri cubi circa di gas naturale in più su base giornaliera, in aggiunta alla quantità contrattuale già in essere». L’approvvigionamento energetico ungherese, con quest’aggiunta, sarebbe dunque «al sicuro». Anche se circa la metà delle terme magiare, tra le più celebri in Europa, assicurano i media di Budapest, rischia di chiudere entro il prossimo inverno. I costi di esercizio sarebbero già saliti del 30 per cento del 2022.
Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam, intanto, scende a 240 euro al megawattora. Solo ad agosto, sul mese precedente, è aumentato però del 25 per cento. La lieve decrescita, oltre che alla speranza di un patto europeo sull’energia, potrebbe essere collegata anche ai dati di riempimento dei siti di stoccaggio. La Germania supera l’83 per cento. In Italia il dato è lievemente inferiore: 82 per cento. Mentre la media, nell’Ue, scende all’80 per cento. La speranza è che, a questo punto, la domanda continui a decrescere. E i costi a diminuire. Rispetto a un anno fa, il prezzo s’è comunque quasi decuplicato. L’ennesimo catastrofico allarme è di Confcommercio. Secondo le stime dell’associazione, sono a rischio 120.000 aziende e 370.000 posti di lavoro in Italia. Commercio al dettaglio, alimentare, ristorazione, turismo, trasporti. È il solito bollettino di guerra energetica. Rincari delle bollette fino a tre volte nel 2022. E fino a cinque volte rispetto al 2019, prima della pandemia. Parlando a Palermo, proprio con alcuni commercianti, il leader della Lega, Matteo Salvini, evoca unità: «Faccio un appello a Letta, Conte e Di Maio per unirsi a me e dire a Parlamento e governo che questi soldi servono adesso. Servono trenta miliardi subito, seguiamo la Francia». Ma nel Consiglio dei ministri previsto per domani non si dovrebbe parlare di energia.
La settimana prossima, invece, dovrebbe esserci un vertice dei ministri europei. Sarà discussa l’eterna ipotesi di un tetto al prezzo del gas. E la possibilità di sganciare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del metano. Eppure, nonostante la contingente catastrofe, le eventuali misure «di emergenza» potrebbero venire approvate solo nelle prossime settimane. Bene che vada. Perché ci sono Paesi, come l’Olanda, che intanto con la crisi del gas continuano ad arricchirsi. Tanto che, spiegano fonti della Commissione europea, le strombazzate riforme strutturali del settore sono previste per «l’inizio del prossimo anno».
Mentre l’Europa si muove come un pachidermico torpedone, l’Ungheria però accelera bruscamente. Il nuovo accordo, con Gazprom, prevede quasi sei milioni di metri cubi al giorno in più. Una quantità che, secondo le prime stime, potrebbe valere circa 16 milioni di euro. Budapest, insomma fa da sé: ha una dipendenza del gas che arriva al venti per cento, quasi tutto proviene da Mosca. Non ha tempo né interesse di accodarsi agli altri. Orbán è il primo a rompere l’ipotetico fronte comune. Ma potrebbe non essere l’ultimo.
Così la Spagna tiene bassi i prezzi
In questi giorni non si parla d’altro: il tetto ai prezzi dell’energia. Spesso si cita la Spagna come esempio di stato membro dell’Ue che ha introdotto con successo un meccanismo di price cap sul gas. In realtà, il governo spagnolo, assieme a quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, ha introdotto nel giugno scorso un sistema di prezzi massimi che riguarda sì il gas, ma solo quello utilizzato dai produttori di energia elettrica. Sinora Spagna e Portogallo sono gli unici Paesi europei che hanno introdotto questa misura. In cosa consiste questo sistema? Il mercato elettrico spagnolo spot, come tutti quelli europei, si basa sul meccanismo di prezzo marginale. Ogni giorno, viene eseguita un’asta tra i produttori per coprire la domanda di energia. I produttori offrono una quantità di energia ad un certo prezzo (orario, per tutte le 24 ore del giorno dopo), che si basa sui costi di produzione di ciascun impianto. Il gestore del mercato impila le 24 coppie di valori quantità/prezzo, dal meno caro al più costoso e incrocia le curve di domanda e offerta (quantità/prezzo). Il punto di incrocio delle due curve rappresenta il prezzo marginale, cioè quello a cui tutti i produttori venderanno l’energia in quell’ora. Dunque, il prezzo marginale è il prezzo più alto dell’intero sistema, quello cui l’impianto che soddisfa l’ultimo tratto della curva di domanda è disposto a vendere la propria energia. Tutti gli impianti che hanno offerto a prezzi inferiori incasseranno il prezzo marginale. Chi ha offerto le sue quantità sopra il prezzo marginale resterà fuori dal mercato e non produrrà. Di solito, gli impianti più costosi, quindi quelli che fissano il prezzo marginale, sono quelli alimentati a gas. Il tetto al prezzo interviene qui e fissa legalmente il costo del gas per i produttori a gas ad un valore pari a 40 euro al MWh. Il gestore del mercato avrà dunque una seconda curva di offerta con il prezzo calmierato, che darà un altro prezzo marginale, certamente più basso visti i prezzi correnti del gas. La differenza tra i prezzi viene moltiplicata per le quantità e l’importo risultante viene addebitato come tassa ai consumatori. In questo modo, l’incidenza del maggiore costo del gas viene stemperata. Concretamente, da metà giugno a metà agosto questo sistema ha ottenuto in Spagna il risultato di abbassare il prezzo dell’energia elettrica spot (cioè quella consegnata il giorno dopo) di 155 euro al MWh in media, passando da 299 a 144 euro al MWh. I consumatori però hanno pagato una tassa di 109 euro al MWh, quindi la riduzione complessiva del prezzo è stata di 46 euro al MWh, vale a dire il 15% circa. Poco o tanto che sia, è una riduzione. Ma anche questo sistema non è esente da pecche, la prima delle quali è che nelle reti interconnesse provoca incentivi a sovra-produrre per esportare nei mercati vicini. È quello che già accade sulla frontiera tra Spagna e Francia, dove ormai la Spagna esporta strutturalmente energia elettrica in Francia. Sono intervenuti i gestori delle reti spagnola e francese per limitare del 30% la capacità di interconnessione, proprio per evitare eccessi nel mercato.
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Nel giorno in cui Mosca ferma il flusso di gas diretto verso l’Ue, l’Ungheria sigla un accordo con Gazprom per farsi mandare 5,8 milioni di metri cubi al giorno in più. Gli Usa: potenzieremo le forniture all’Europa.Il governo di Madrid e quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, hanno introdotto nel giugno scorso un tetto al costo del combustibile usato dai produttori.Lo speciale contiene due articoliA Mosca non giocano a briscola. Ma quello calato ieri dai russi è il classico carico da undici all’italiana. Arriva un’altra stretta. Come peraltro già annunciato, Gazprom blocca il gasdotto Nord Stream 1. La condotta, che corre sotto il mar Baltico fino alle coste tedesche, ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi all’anno. Motivo ufficiale del fermo: manutenzione dell’impianto. Ma il gruppo russo, che ha chiuso il primo semestre con un utile record da 2,5 trilioni di rubli, pari a 41,2 miliardi di euro, da oggi sospende anche le forniture all’operatore francese Engie, vista la supposta inosservanza di alcune clausole contrattuali. Fino a «ricezione completa dei pagamenti per il gas fornito», dettaglia un comunicato. Il ministro dell’Energia transalpino, Agnes Pannier-Runacher, accusa però la Russia di «usare il gas come arma di guerra». Il Cremlino replica: sarebbero invece le sanzioni occidentali a causare quei «problemi tecnologici» che impediscono l’uso del gasdotto.Comunque sia: Nord Stream 1 era stato già chiuso per dieci giorni a luglio. Sempre per riparazioni, sostiene Gazprom. Di certo, negli ultimi tempi, ha funzionato solo al 20 per cento della capacità. «Apparecchiature difettose» giurano i russi. Ma il timore generalizzato è che Mosca voglia far aumentare ancora i prezzi, già insostenibilmente aumentati nell’ultimo anno. Il blocco stavolta dovrebbe durare tre giorni. Ma ha comunque ripercussioni in tutta Europa. L’Eni conferma: sono arrivati 20 milioni di metri cubi di gas, invece che i 27 milioni dei giorni scorsi. Intanto, Gazprom prosegue con la fortunata diversificazione degli affari: «Le esportazioni verso la Cina, nei primo otto mesi del 2022, aumentano del 60 per cento» informa Alexey Miller, amministratore delegato della compagnia. Ed entro la fine dell’anno, aggiunge, comincerà il «flusso di gas dal giacimento di Kovykta al gasdotto Power of Siberia». Insomma, tutti gli impegni presi con Pechino fino al 2023 saranno rispettati. Il manager stima che i prezzi potranno superare i «4.000 dollari per mille metri cubi nei periodi di picco invernale». L’attuale crisi del gas, sentenzia Miller su Telegram, sarebbe però il «risultato delle decisioni normative europee e della politica delle sanzioni».L’Unione arranca. Gli Usa promettono, finalmente, di potenziare le forniture. Già, ma quando? Nel frattempo, l’Ungheria firma un salvifico contratto con Gazprom. Zoltan Kovacs, portavoce del premier Viktor Orbán, annuncia «la fornitura di massimo 5,8 milioni di metri cubi circa di gas naturale in più su base giornaliera, in aggiunta alla quantità contrattuale già in essere». L’approvvigionamento energetico ungherese, con quest’aggiunta, sarebbe dunque «al sicuro». Anche se circa la metà delle terme magiare, tra le più celebri in Europa, assicurano i media di Budapest, rischia di chiudere entro il prossimo inverno. I costi di esercizio sarebbero già saliti del 30 per cento del 2022.Il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam, intanto, scende a 240 euro al megawattora. Solo ad agosto, sul mese precedente, è aumentato però del 25 per cento. La lieve decrescita, oltre che alla speranza di un patto europeo sull’energia, potrebbe essere collegata anche ai dati di riempimento dei siti di stoccaggio. La Germania supera l’83 per cento. In Italia il dato è lievemente inferiore: 82 per cento. Mentre la media, nell’Ue, scende all’80 per cento. La speranza è che, a questo punto, la domanda continui a decrescere. E i costi a diminuire. Rispetto a un anno fa, il prezzo s’è comunque quasi decuplicato. L’ennesimo catastrofico allarme è di Confcommercio. Secondo le stime dell’associazione, sono a rischio 120.000 aziende e 370.000 posti di lavoro in Italia. Commercio al dettaglio, alimentare, ristorazione, turismo, trasporti. È il solito bollettino di guerra energetica. Rincari delle bollette fino a tre volte nel 2022. E fino a cinque volte rispetto al 2019, prima della pandemia. Parlando a Palermo, proprio con alcuni commercianti, il leader della Lega, Matteo Salvini, evoca unità: «Faccio un appello a Letta, Conte e Di Maio per unirsi a me e dire a Parlamento e governo che questi soldi servono adesso. Servono trenta miliardi subito, seguiamo la Francia». Ma nel Consiglio dei ministri previsto per domani non si dovrebbe parlare di energia.La settimana prossima, invece, dovrebbe esserci un vertice dei ministri europei. Sarà discussa l’eterna ipotesi di un tetto al prezzo del gas. E la possibilità di sganciare i prezzi dell’energia elettrica da quelli del metano. Eppure, nonostante la contingente catastrofe, le eventuali misure «di emergenza» potrebbero venire approvate solo nelle prossime settimane. Bene che vada. Perché ci sono Paesi, come l’Olanda, che intanto con la crisi del gas continuano ad arricchirsi. Tanto che, spiegano fonti della Commissione europea, le strombazzate riforme strutturali del settore sono previste per «l’inizio del prossimo anno». Mentre l’Europa si muove come un pachidermico torpedone, l’Ungheria però accelera bruscamente. Il nuovo accordo, con Gazprom, prevede quasi sei milioni di metri cubi al giorno in più. Una quantità che, secondo le prime stime, potrebbe valere circa 16 milioni di euro. Budapest, insomma fa da sé: ha una dipendenza del gas che arriva al venti per cento, quasi tutto proviene da Mosca. Non ha tempo né interesse di accodarsi agli altri. Orbán è il primo a rompere l’ipotetico fronte comune. Ma potrebbe non essere l’ultimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-russia-chiude-i-rubinetti-per-tutti-orban-fa-da-se-e-aumenta-le-scorte-2657988081.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-la-spagna-tiene-bassi-i-prezzi" data-post-id="2657988081" data-published-at="1662019004" data-use-pagination="False"> Così la Spagna tiene bassi i prezzi In questi giorni non si parla d’altro: il tetto ai prezzi dell’energia. Spesso si cita la Spagna come esempio di stato membro dell’Ue che ha introdotto con successo un meccanismo di price cap sul gas. In realtà, il governo spagnolo, assieme a quello portoghese, dopo un negoziato con Bruxelles, ha introdotto nel giugno scorso un sistema di prezzi massimi che riguarda sì il gas, ma solo quello utilizzato dai produttori di energia elettrica. Sinora Spagna e Portogallo sono gli unici Paesi europei che hanno introdotto questa misura. In cosa consiste questo sistema? Il mercato elettrico spagnolo spot, come tutti quelli europei, si basa sul meccanismo di prezzo marginale. Ogni giorno, viene eseguita un’asta tra i produttori per coprire la domanda di energia. I produttori offrono una quantità di energia ad un certo prezzo (orario, per tutte le 24 ore del giorno dopo), che si basa sui costi di produzione di ciascun impianto. Il gestore del mercato impila le 24 coppie di valori quantità/prezzo, dal meno caro al più costoso e incrocia le curve di domanda e offerta (quantità/prezzo). Il punto di incrocio delle due curve rappresenta il prezzo marginale, cioè quello a cui tutti i produttori venderanno l’energia in quell’ora. Dunque, il prezzo marginale è il prezzo più alto dell’intero sistema, quello cui l’impianto che soddisfa l’ultimo tratto della curva di domanda è disposto a vendere la propria energia. Tutti gli impianti che hanno offerto a prezzi inferiori incasseranno il prezzo marginale. Chi ha offerto le sue quantità sopra il prezzo marginale resterà fuori dal mercato e non produrrà. Di solito, gli impianti più costosi, quindi quelli che fissano il prezzo marginale, sono quelli alimentati a gas. Il tetto al prezzo interviene qui e fissa legalmente il costo del gas per i produttori a gas ad un valore pari a 40 euro al MWh. Il gestore del mercato avrà dunque una seconda curva di offerta con il prezzo calmierato, che darà un altro prezzo marginale, certamente più basso visti i prezzi correnti del gas. La differenza tra i prezzi viene moltiplicata per le quantità e l’importo risultante viene addebitato come tassa ai consumatori. In questo modo, l’incidenza del maggiore costo del gas viene stemperata. Concretamente, da metà giugno a metà agosto questo sistema ha ottenuto in Spagna il risultato di abbassare il prezzo dell’energia elettrica spot (cioè quella consegnata il giorno dopo) di 155 euro al MWh in media, passando da 299 a 144 euro al MWh. I consumatori però hanno pagato una tassa di 109 euro al MWh, quindi la riduzione complessiva del prezzo è stata di 46 euro al MWh, vale a dire il 15% circa. Poco o tanto che sia, è una riduzione. Ma anche questo sistema non è esente da pecche, la prima delle quali è che nelle reti interconnesse provoca incentivi a sovra-produrre per esportare nei mercati vicini. È quello che già accade sulla frontiera tra Spagna e Francia, dove ormai la Spagna esporta strutturalmente energia elettrica in Francia. Sono intervenuti i gestori delle reti spagnola e francese per limitare del 30% la capacità di interconnessione, proprio per evitare eccessi nel mercato.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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