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2025-11-24
Dalle favelas all’Europa. L’espansione dell’impero dei narcos brasiliani
La maxi retata nelle favelas di rio de Janeiro del novembre 2025 (Ansa)
Il procuratore generale di Rio de Janeiro, Antonio José Campos Moreira, ha ufficializzato una notizia che gli apparati di sicurezza europei temevano da tempo: il Comando Vermelho (CV), la più longeva e temuta organizzazione criminale brasiliana, ha già iniziato a mettere radici nel continente europeo. In un’intervista concessa all’agenzia Lusa, il magistrato ha confermato che cellule legate al gruppo sono operative in Portogallo e coinvolte nel traffico di cocaina e nel riciclaggio di denaro. La presenza è definita ancora «embrionale», ma concreta e strutturata, ed è il primo riconoscimento istituzionale dell’espansione del CV oltre l’Atlantico.
L’organizzazione, nata nelle carceri di Rio alla fine degli anni Settanta dalla collaborazione tra prigionieri politici e criminali comuni, è diventata negli anni un impero criminale capace di controllare interi territori nelle favelas, gestire rotte internazionali, corrompere funzionari e mantenere una struttura paramilitare autonoma. Dopo essersi consolidata in Brasile e aver esteso i propri tentacoli in Paraguay, Bolivia, Venezuela e altri Paesi latinoamericani, ora punta al mercato europeo della droga, dominato da decenni dalla ’ndrangheta calabrese. Secondo gli investigatori, il Portogallo è stato scelto come primo hub europeo per tre motivi principali: condivisione della lingua, presenza di una vasta diaspora brasiliana e ruolo strategico dei porti atlantici. Gli scali di Lisbona, Setúbal e Leixões – già indicati dal Wall Street Journal come una delle principali porte d’ingresso della cocaina sudamericana nell’Ue – vengono usati come punti di sbarco per carichi nascosti in container commerciali.
Il Comando Vermelho nasce negli anni Settanta nel carcere di Ilha Grande, Rio de Janeiro, dall’alleanza tra detenuti comuni e militanti politici di sinistra. Da questa fusione prende forma una struttura criminale organizzata, basata su solidarietà interna e gerarchia. Negli anni Ottanta il CV conquista le favelas di Rio, imponendosi nel traffico di droga e diventando un attore chiave nella criminalità urbana brasiliana. Nel tempo ha affrontato scissioni e guerre con altre fazioni, come il Primeiro Comando da Capital (PCC). Dagli anni 2010, il CV ha esteso le sue attività a livello internazionale, soprattutto nel narcotraffico, e oggi resta uno dei gruppi criminali più potenti e violenti del Brasile, con ramificazioni transnazionali.
In Portogallo il Comando Vermelho avrebbe iniziato a servirsi di imprenditori apparentemente insospettabili, cittadini con doppia nazionalità e società di facciata per movimentare fondi e merci, replicando lo stesso modello già sperimentato in Sud America. La penetrazione non si limita al traffico di stupefacenti: secondo fonti investigative, in alcune zone di Lisbona, Porto e Algarve si stanno verificando episodi di violenza armata, minacce e regolamenti di conti interni alla comunità brasiliana, con dinamiche analoghe a quelle delle favelas. Giovani appena arrivati dal Brasile vengono reclutati come manodopera criminale, e si stanno riproducendo gli stessi linguaggi, le stesse gerarchie e persino i riti simbolici del CV.
Ciò che preoccupa maggiormente le autorità europee è il possibile asse con la ’ndrangheta, storicamente leader del narcotraffico nel continente. Gli analisti non escludono la formazione di un nuovo cartello internazionale in cui mafia calabrese, CV e reti africane collaborano, dividono i profitti e condividono servizi logistici, finanziari e militari. Una parte cruciale della strategia espansionistica del Comando Vermelho passa infatti dall’Africa occidentale. Paesi come Guinea-Bissau, Senegal e Costa d’Avorio sono diventati piattaforme logistiche dove la cocaina viene frazionata, ripulita, stoccata e reinstradata verso l’Europa attraverso imbarcazioni di piccolo cabotaggio, container spezzettati, flotte di pescherecci o voli commerciali. In queste aree la presenza dello Stato è debole, i porti sono permeabili alla corruzione e i gruppi armati locali fungono da intermediari ricevendo una parte dei carichi come compensazione. Secondo dati Unodc, il flusso di cocaina dall’Atlantico verso l’Europa è aumentato del 35% in tre anni e il Brasile è oggi il principale Paese di partenza, con oltre 200 tonnellate sequestrate nel solo 2024.
Il CV non agisce con una struttura piramidale ma attraverso cellule semi-indipendenti che rispondono alla leadership di Rio solo per le decisioni strategiche, rendendo difficile colpire il comando centrale e impedendo lo smantellamento completo della rete. L’aspetto più allarmante, sottolinea il procuratore Moreira, è la capacità dell’organizzazione di infiltrarsi nel sistema economico legale. I proventi del narcotraffico vengono reinvestiti in immobili, ristorazione, turismo, attività commerciali e circuiti di import-export. In Portogallo sono stati già identificati investimenti immobiliari sospetti privi di tracciabilità economica plausibile, soprattutto nelle aree di Lisbona e Algarve, dove affluiscono capitali provenienti da società offshore gestite da emissari brasiliani. Il magistrato avverte che l’Europa ha ancora margini per intervenire, ma che il tempo a disposizione è limitato: se non verrà attivata subito una cooperazione giudiziaria e investigativa con Brasile ed Europol, il CV potrebbe consolidarsi e replicare nel Vecchio Continente lo stesso modello che ha imposto in Brasile.
La minaccia non riguarda solo il Comando Vermelho. Nel giugno scorso, la Procura di San Paolo ha rivelato che il Portogallo è anche il Paese europeo con il maggior numero di affiliati al PCC – Primeiro Comando da Capital –, considerato il gruppo criminale più potente del Brasile e storico rivale del CV. Un’inchiesta del Jornal de Notícias ha documentato che 87 membri del PCC risiedono stabilmente in Portogallo, 29 dei quali infiltrati nelle carceri locali, luogo privilegiato di reclutamento e radicalizzazione. Tra gli esponenti più noti figura André de Oliveira Macedo, alias André do Rap, uno dei boss più influenti del PCC, rimasto nascosto in territorio portoghese per oltre un anno prima di fuggire di nuovo.
Con CV e PCC già presenti in Europa e con le mafie italiane ancora dominanti nella distribuzione della cocaina, lo scenario più temuto è la nascita di un blocco criminale transatlantico basato su logistica condivisa, utilizzo di criptovalute, corruzione sistemica, riciclaggio avanzato e mercati paralleli. Non si tratterebbe più di cartelli nazionali che competono, ma di una rete globale in grado di garantire approvvigionamento, protezione armata, copertura finanziaria e infiltrazione economica. Se il Comando Vermelho riuscirà a consolidare la sua presenza in Europa, non si limiterà a esportare droga ma trasferirà metodo, governance criminale e capacità organizzativa. Dalle celle del carcere di Ilha Grande ai porti dell’Atlantico, passando per le coste dell’Africa occidentale e le banche europee, il gruppo sta completando il percorso che lo trasforma da gang brasiliana a player internazionale del crimine organizzato. E, come avverte il procuratore di Rio, la vera battaglia per fermarlo deve ancora cominciare.
I clan balcanici controllano lo snodo africano
Un’alleanza criminale nata nei Balcani occidentali sta assumendo un ruolo centrale nel commercio globale di cocaina, trasformandosi in un operatore logistico chiave per i cartelli sudamericani. A ricostruire l’organigramma di questo sistema è la Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC), secondo cui i clan balcanici acquistano direttamente dai loro fornitori brasiliani – in particolare dal poderoso Primeiro Comando da Capital (PCC) – e si occupano poi delle tratte intermedie fino alle coste africane. Non si tratta più di episodi occasionali, ma di un vero meccanismo industriale.
Gli investigatori spiegano che una quota rilevante dei carichi – spesso superiori alle due o tre tonnellate – viaggia occultata fuori dai tradizionali container commerciali. Molta cocaina viene caricata negli scafi di pescherecci modificati o trasferita con piccoli natanti veloci fino alle acque territoriali dell’Africa occidentale. Una volta a terra, il prodotto viene smistato in depositi nascosti tra il Golfo di Guinea e i Paesi limitrofi, dove squadre specializzate lo suddividono e lo reimballano per le rotte successive. A sorvegliare questi punti di passaggio ci sono complici reclutati sul posto: addetti portuali corrotti, appartenenti alle forze di sicurezza e imprenditori di facciata.
Secondo Saša Djordjević, uno degli analisti principali della GI-TOC, la forza di questi sodalizi non sta nella violenza, ma nella capacità di mimetizzarsi: «Utilizzano intermediari per garantire l’accesso, le protezioni politiche e il collegamento con i cartelli, riducendo così i rischi e lasciando poche tracce». Quella degli intermediari è diventata la firma dei trafficanti ex jugoslavi: strutture flessibili, modulari, che possono essere smontate e ricostruite rapidamente, sempre un passo avanti rispetto alle autorità. L’Africa, per anni semplice zona di passaggio, oggi è diventata il centro di gravità del traffico di cocaina diretto verso l’Europa. L’aumento record della produzione in America Latina, insieme ai controlli serrati sulle rotte dirette e all’esplosione della domanda europea, ha trasformato le coste occidentali africane nella nuova dorsale logistica dello smercio. Come sottolinea Fatjona Mejdini, responsabile dell’Osservatorio sui mercati criminali del GI-TOC, «la regione non è più solo un corridoio: è diventata una componente indispensabile della catena di approvvigionamento globale». Il dossier della Global Initiative stima che oggi circa un terzo della cocaina consumata in Europa transiti dall’Africa occidentale. Se la tendenza dovesse consolidarsi, entro cinque anni la quota potrebbe raggiungere il 50%. Dopo la sosta nei depositi costieri, la droga riparte alla volta dell’Europa su container destinati ai porti del Nord – dall’Atlantico fino ad Anversa – oppure attraverso itinerari più agili, via motoscafi veloci, fino agli arcipelaghi di Capo Verde o delle Canarie, che fungono da stazioni di rifornimento e cambio equipaggi.
Al vertice operativo della rotta africana si contendono il territorio due gruppi rivali originari del Montenegro: il clan Kavač, presente in Sierra Leone, e gli Škaljari, attivi soprattutto tra Senegal e Gambia. Entrambi lavorano fianco a fianco con il PCC e con la ’ndrangheta, che da oltre vent’anni rappresenta l’intermediario privilegiato per il mercato europeo. Questa espansione criminale è favorita dalla debolezza strutturale degli Stati coinvolti: porti in crescita ma senza controlli adeguati, traffici marittimi intensificati, forze di polizia a corto di mezzi e governi facilmente infiltrabili. Il risultato è una rotta sempre più redditizia e difficile da intercettare. La nuova «“autostrada della coca» passa dall’Africa, e rischia di diventare irreversibile se non verrà fermata adesso.
«Con la ’ndrangheta c’è già un rapporto di cooperazione»
Antonio Nicaso docente universitario e saggista è tra massimi esperti internazionali di mafie e narcotraffico.
Quali sono gli indicatori concreti che confermano la presenza del Comando Vermelho in Portogallo e, più in generale, in Europa?
«È stato il procuratore generale dello Stato di Rio de Janeiro, Campos Moreira a fare riferimento alla presenza di affiliati al CV in Portogallo, annunciando un protocollo di cooperazione con la magistratura portoghese per monitorare questo fenomeno emergente. Sul piano europeo, gli indicatori più concreti derivano dal mercato della cocaina. Ci sono almeno tre rotte che coinvolgono il Portogallo. Le prime due passano accanto ai due arcipelaghi portoghesi nell’Oceano Atlantico, dove molte imbarcazioni fanno scalo: le Azzorre e Madeira. La terza rotta corre lungo la costa dell’Africa occidentale e comprende Paesi con cui il Portogallo ha affinità storiche, come Capo Verde e Guinea-Bissau. Cambiano anche le modalità di trasporto. Quest’anno, il Portogallo ha intercettato un narco-sommergibile con 1,7 tonnellate di cocaina diretto verso le proprie coste. A questo si aggiungono indagini francesi che collegano casi di omicidi, rapine e traffici all’influenza del CV, individuando reti dormienti attive soprattutto tra Francia continentale e Guyana francese».
Il CV potrebbe davvero costruire un’alleanza stabile con la ’ndrangheta?
«La ‘ndrangheta ha avuto sempre rapporti con il PCC, anche se recentemente, alcuni collaboratori di giustizia hanno fatto riferimento a contatti operativi tra broker della mafia calabrese ed esponenti del CV. Non parlerei però di alleanze, ma di cooperazione funzionale basata sul mutuo interesse, ovvero un rapporto fluido, dinamico, pragmatico, destinato a modificarsi a seconda delle rotte, della pressione investigativa e degli equilibri interni alle due organizzazioni».
In che modo l’utilizzo di società di facciata, logistica portuale e paradisi fiscali sta cambiando le strategie del narcotraffico brasiliano?
«Recentemente, alcune indagini come quella denominata Carbono Oculto hanno messo in evidenza la capacità del PCC di gestire fondi di investimento e di utilizzare strutture fintech come sportelli bancari. L’utilizzo sempre più sistematico di società di facciata, infrastrutture logistiche portuali e paradisi fiscali sta trasformando profondamente le strategie del narcotraffico brasiliano, segnando una netta discontinuità rispetto alle modalità del passato».
Le comunità brasiliane in Europa rischiano di essere infiltrate o usate come copertura? Quali segnali devono allarmare i servizi di sicurezza?
«Le “mele marce” esistono ovunque, e il compito dei servizi di sicurezza è individuare comportamenti sospetti, non colpire identità collettive. La prevenzione passa proprio da questo equilibrio tra attenzione operativa e rifiuto delle generalizzazioni. I segnali da monitorare non riguardano le comunità in quanto tali, bensì comportamenti specifici: movimenti finanziari anomali legati a società appena create; traffici frequenti e inspiegabili verso aree sensibili del narcotraffico; la presenza di soggetti con precedenti rilevanti per reati di droga che improvvisamente ottengono residenze, visti o attività commerciali senza una chiara giustificazione economica; reti di connazionali che operano in settori a rischio – come logistica e porti – con dinamiche di forte chiusura e controllo interno».
Qual è lo scenario peggiore se l’Europa non interviene subito? Parliamo di una nuova «mafia transatlantica» o di un fenomeno contenibile?
«Lo scenario peggiore non sarebbe la nascita di una nuova “mafia transatlantica” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto il consolidamento di reti criminali ibride, capaci di unire la violenza e la flessibilità delle fazioni brasiliane con la capacità logistica e finanziaria delle mafie europee. È uno scenario indesiderabile ma non inevitabile, e oggi è ancora contenibile con interventi tempestivi. La finestra per farlo è aperta, ma non lo resterà per sempre».
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Alcune cellule del famigerato Comando Vermelho sono operative in Portogallo. In tre anni il flusso di cocaina verso il Vecchio continente è cresciuto del 35%.I porti di Paesi come Sierra Leone, Senegal e Gambia sono sempre più cruciali per il passaggio della droga.L’esperto Antonio Nicaso: «L’uso sempre più sistematico di società di facciata e paradisi fiscali segna una discontinuità. Le autorità non hanno molto tempo per contenere questi sviluppi».Lo speciale contiene tre articoli.Il procuratore generale di Rio de Janeiro, Antonio José Campos Moreira, ha ufficializzato una notizia che gli apparati di sicurezza europei temevano da tempo: il Comando Vermelho (CV), la più longeva e temuta organizzazione criminale brasiliana, ha già iniziato a mettere radici nel continente europeo. In un’intervista concessa all’agenzia Lusa, il magistrato ha confermato che cellule legate al gruppo sono operative in Portogallo e coinvolte nel traffico di cocaina e nel riciclaggio di denaro. La presenza è definita ancora «embrionale», ma concreta e strutturata, ed è il primo riconoscimento istituzionale dell’espansione del CV oltre l’Atlantico. L’organizzazione, nata nelle carceri di Rio alla fine degli anni Settanta dalla collaborazione tra prigionieri politici e criminali comuni, è diventata negli anni un impero criminale capace di controllare interi territori nelle favelas, gestire rotte internazionali, corrompere funzionari e mantenere una struttura paramilitare autonoma. Dopo essersi consolidata in Brasile e aver esteso i propri tentacoli in Paraguay, Bolivia, Venezuela e altri Paesi latinoamericani, ora punta al mercato europeo della droga, dominato da decenni dalla ’ndrangheta calabrese. Secondo gli investigatori, il Portogallo è stato scelto come primo hub europeo per tre motivi principali: condivisione della lingua, presenza di una vasta diaspora brasiliana e ruolo strategico dei porti atlantici. Gli scali di Lisbona, Setúbal e Leixões – già indicati dal Wall Street Journal come una delle principali porte d’ingresso della cocaina sudamericana nell’Ue – vengono usati come punti di sbarco per carichi nascosti in container commerciali. Il Comando Vermelho nasce negli anni Settanta nel carcere di Ilha Grande, Rio de Janeiro, dall’alleanza tra detenuti comuni e militanti politici di sinistra. Da questa fusione prende forma una struttura criminale organizzata, basata su solidarietà interna e gerarchia. Negli anni Ottanta il CV conquista le favelas di Rio, imponendosi nel traffico di droga e diventando un attore chiave nella criminalità urbana brasiliana. Nel tempo ha affrontato scissioni e guerre con altre fazioni, come il Primeiro Comando da Capital (PCC). Dagli anni 2010, il CV ha esteso le sue attività a livello internazionale, soprattutto nel narcotraffico, e oggi resta uno dei gruppi criminali più potenti e violenti del Brasile, con ramificazioni transnazionali.In Portogallo il Comando Vermelho avrebbe iniziato a servirsi di imprenditori apparentemente insospettabili, cittadini con doppia nazionalità e società di facciata per movimentare fondi e merci, replicando lo stesso modello già sperimentato in Sud America. La penetrazione non si limita al traffico di stupefacenti: secondo fonti investigative, in alcune zone di Lisbona, Porto e Algarve si stanno verificando episodi di violenza armata, minacce e regolamenti di conti interni alla comunità brasiliana, con dinamiche analoghe a quelle delle favelas. Giovani appena arrivati dal Brasile vengono reclutati come manodopera criminale, e si stanno riproducendo gli stessi linguaggi, le stesse gerarchie e persino i riti simbolici del CV. Ciò che preoccupa maggiormente le autorità europee è il possibile asse con la ’ndrangheta, storicamente leader del narcotraffico nel continente. Gli analisti non escludono la formazione di un nuovo cartello internazionale in cui mafia calabrese, CV e reti africane collaborano, dividono i profitti e condividono servizi logistici, finanziari e militari. Una parte cruciale della strategia espansionistica del Comando Vermelho passa infatti dall’Africa occidentale. Paesi come Guinea-Bissau, Senegal e Costa d’Avorio sono diventati piattaforme logistiche dove la cocaina viene frazionata, ripulita, stoccata e reinstradata verso l’Europa attraverso imbarcazioni di piccolo cabotaggio, container spezzettati, flotte di pescherecci o voli commerciali. In queste aree la presenza dello Stato è debole, i porti sono permeabili alla corruzione e i gruppi armati locali fungono da intermediari ricevendo una parte dei carichi come compensazione. Secondo dati Unodc, il flusso di cocaina dall’Atlantico verso l’Europa è aumentato del 35% in tre anni e il Brasile è oggi il principale Paese di partenza, con oltre 200 tonnellate sequestrate nel solo 2024. Il CV non agisce con una struttura piramidale ma attraverso cellule semi-indipendenti che rispondono alla leadership di Rio solo per le decisioni strategiche, rendendo difficile colpire il comando centrale e impedendo lo smantellamento completo della rete. L’aspetto più allarmante, sottolinea il procuratore Moreira, è la capacità dell’organizzazione di infiltrarsi nel sistema economico legale. I proventi del narcotraffico vengono reinvestiti in immobili, ristorazione, turismo, attività commerciali e circuiti di import-export. In Portogallo sono stati già identificati investimenti immobiliari sospetti privi di tracciabilità economica plausibile, soprattutto nelle aree di Lisbona e Algarve, dove affluiscono capitali provenienti da società offshore gestite da emissari brasiliani. Il magistrato avverte che l’Europa ha ancora margini per intervenire, ma che il tempo a disposizione è limitato: se non verrà attivata subito una cooperazione giudiziaria e investigativa con Brasile ed Europol, il CV potrebbe consolidarsi e replicare nel Vecchio Continente lo stesso modello che ha imposto in Brasile. La minaccia non riguarda solo il Comando Vermelho. Nel giugno scorso, la Procura di San Paolo ha rivelato che il Portogallo è anche il Paese europeo con il maggior numero di affiliati al PCC – Primeiro Comando da Capital –, considerato il gruppo criminale più potente del Brasile e storico rivale del CV. Un’inchiesta del Jornal de Notícias ha documentato che 87 membri del PCC risiedono stabilmente in Portogallo, 29 dei quali infiltrati nelle carceri locali, luogo privilegiato di reclutamento e radicalizzazione. Tra gli esponenti più noti figura André de Oliveira Macedo, alias André do Rap, uno dei boss più influenti del PCC, rimasto nascosto in territorio portoghese per oltre un anno prima di fuggire di nuovo. Con CV e PCC già presenti in Europa e con le mafie italiane ancora dominanti nella distribuzione della cocaina, lo scenario più temuto è la nascita di un blocco criminale transatlantico basato su logistica condivisa, utilizzo di criptovalute, corruzione sistemica, riciclaggio avanzato e mercati paralleli. Non si tratterebbe più di cartelli nazionali che competono, ma di una rete globale in grado di garantire approvvigionamento, protezione armata, copertura finanziaria e infiltrazione economica. Se il Comando Vermelho riuscirà a consolidare la sua presenza in Europa, non si limiterà a esportare droga ma trasferirà metodo, governance criminale e capacità organizzativa. Dalle celle del carcere di Ilha Grande ai porti dell’Atlantico, passando per le coste dell’Africa occidentale e le banche europee, il gruppo sta completando il percorso che lo trasforma da gang brasiliana a player internazionale del crimine organizzato. E, come avverte il procuratore di Rio, la vera battaglia per fermarlo deve ancora cominciare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/narcotraffico-brasile-europa-2674336742.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-clan-balcanici-controllano-lo-snodo-africano" data-post-id="2674336742" data-published-at="1763985782" data-use-pagination="False"> I clan balcanici controllano lo snodo africano Un’alleanza criminale nata nei Balcani occidentali sta assumendo un ruolo centrale nel commercio globale di cocaina, trasformandosi in un operatore logistico chiave per i cartelli sudamericani. A ricostruire l’organigramma di questo sistema è la Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC), secondo cui i clan balcanici acquistano direttamente dai loro fornitori brasiliani – in particolare dal poderoso Primeiro Comando da Capital (PCC) – e si occupano poi delle tratte intermedie fino alle coste africane. Non si tratta più di episodi occasionali, ma di un vero meccanismo industriale.Gli investigatori spiegano che una quota rilevante dei carichi – spesso superiori alle due o tre tonnellate – viaggia occultata fuori dai tradizionali container commerciali. Molta cocaina viene caricata negli scafi di pescherecci modificati o trasferita con piccoli natanti veloci fino alle acque territoriali dell’Africa occidentale. Una volta a terra, il prodotto viene smistato in depositi nascosti tra il Golfo di Guinea e i Paesi limitrofi, dove squadre specializzate lo suddividono e lo reimballano per le rotte successive. A sorvegliare questi punti di passaggio ci sono complici reclutati sul posto: addetti portuali corrotti, appartenenti alle forze di sicurezza e imprenditori di facciata.Secondo Saša Djordjević, uno degli analisti principali della GI-TOC, la forza di questi sodalizi non sta nella violenza, ma nella capacità di mimetizzarsi: «Utilizzano intermediari per garantire l’accesso, le protezioni politiche e il collegamento con i cartelli, riducendo così i rischi e lasciando poche tracce». Quella degli intermediari è diventata la firma dei trafficanti ex jugoslavi: strutture flessibili, modulari, che possono essere smontate e ricostruite rapidamente, sempre un passo avanti rispetto alle autorità. L’Africa, per anni semplice zona di passaggio, oggi è diventata il centro di gravità del traffico di cocaina diretto verso l’Europa. L’aumento record della produzione in America Latina, insieme ai controlli serrati sulle rotte dirette e all’esplosione della domanda europea, ha trasformato le coste occidentali africane nella nuova dorsale logistica dello smercio. Come sottolinea Fatjona Mejdini, responsabile dell’Osservatorio sui mercati criminali del GI-TOC, «la regione non è più solo un corridoio: è diventata una componente indispensabile della catena di approvvigionamento globale». Il dossier della Global Initiative stima che oggi circa un terzo della cocaina consumata in Europa transiti dall’Africa occidentale. Se la tendenza dovesse consolidarsi, entro cinque anni la quota potrebbe raggiungere il 50%. Dopo la sosta nei depositi costieri, la droga riparte alla volta dell’Europa su container destinati ai porti del Nord – dall’Atlantico fino ad Anversa – oppure attraverso itinerari più agili, via motoscafi veloci, fino agli arcipelaghi di Capo Verde o delle Canarie, che fungono da stazioni di rifornimento e cambio equipaggi.Al vertice operativo della rotta africana si contendono il territorio due gruppi rivali originari del Montenegro: il clan Kavač, presente in Sierra Leone, e gli Škaljari, attivi soprattutto tra Senegal e Gambia. Entrambi lavorano fianco a fianco con il PCC e con la ’ndrangheta, che da oltre vent’anni rappresenta l’intermediario privilegiato per il mercato europeo. Questa espansione criminale è favorita dalla debolezza strutturale degli Stati coinvolti: porti in crescita ma senza controlli adeguati, traffici marittimi intensificati, forze di polizia a corto di mezzi e governi facilmente infiltrabili. Il risultato è una rotta sempre più redditizia e difficile da intercettare. La nuova «“autostrada della coca» passa dall’Africa, e rischia di diventare irreversibile se non verrà fermata adesso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/narcotraffico-brasile-europa-2674336742.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-la-ndrangheta-ce-gia-un-rapporto-di-cooperazione" data-post-id="2674336742" data-published-at="1763985782" data-use-pagination="False"> «Con la ’ndrangheta c’è già un rapporto di cooperazione» Antonio Nicaso docente universitario e saggista è tra massimi esperti internazionali di mafie e narcotraffico.Quali sono gli indicatori concreti che confermano la presenza del Comando Vermelho in Portogallo e, più in generale, in Europa?«È stato il procuratore generale dello Stato di Rio de Janeiro, Campos Moreira a fare riferimento alla presenza di affiliati al CV in Portogallo, annunciando un protocollo di cooperazione con la magistratura portoghese per monitorare questo fenomeno emergente. Sul piano europeo, gli indicatori più concreti derivano dal mercato della cocaina. Ci sono almeno tre rotte che coinvolgono il Portogallo. Le prime due passano accanto ai due arcipelaghi portoghesi nell’Oceano Atlantico, dove molte imbarcazioni fanno scalo: le Azzorre e Madeira. La terza rotta corre lungo la costa dell’Africa occidentale e comprende Paesi con cui il Portogallo ha affinità storiche, come Capo Verde e Guinea-Bissau. Cambiano anche le modalità di trasporto. Quest’anno, il Portogallo ha intercettato un narco-sommergibile con 1,7 tonnellate di cocaina diretto verso le proprie coste. A questo si aggiungono indagini francesi che collegano casi di omicidi, rapine e traffici all’influenza del CV, individuando reti dormienti attive soprattutto tra Francia continentale e Guyana francese».Il CV potrebbe davvero costruire un’alleanza stabile con la ’ndrangheta?«La ‘ndrangheta ha avuto sempre rapporti con il PCC, anche se recentemente, alcuni collaboratori di giustizia hanno fatto riferimento a contatti operativi tra broker della mafia calabrese ed esponenti del CV. Non parlerei però di alleanze, ma di cooperazione funzionale basata sul mutuo interesse, ovvero un rapporto fluido, dinamico, pragmatico, destinato a modificarsi a seconda delle rotte, della pressione investigativa e degli equilibri interni alle due organizzazioni».In che modo l’utilizzo di società di facciata, logistica portuale e paradisi fiscali sta cambiando le strategie del narcotraffico brasiliano?«Recentemente, alcune indagini come quella denominata Carbono Oculto hanno messo in evidenza la capacità del PCC di gestire fondi di investimento e di utilizzare strutture fintech come sportelli bancari. L’utilizzo sempre più sistematico di società di facciata, infrastrutture logistiche portuali e paradisi fiscali sta trasformando profondamente le strategie del narcotraffico brasiliano, segnando una netta discontinuità rispetto alle modalità del passato».Le comunità brasiliane in Europa rischiano di essere infiltrate o usate come copertura? Quali segnali devono allarmare i servizi di sicurezza?«Le “mele marce” esistono ovunque, e il compito dei servizi di sicurezza è individuare comportamenti sospetti, non colpire identità collettive. La prevenzione passa proprio da questo equilibrio tra attenzione operativa e rifiuto delle generalizzazioni. I segnali da monitorare non riguardano le comunità in quanto tali, bensì comportamenti specifici: movimenti finanziari anomali legati a società appena create; traffici frequenti e inspiegabili verso aree sensibili del narcotraffico; la presenza di soggetti con precedenti rilevanti per reati di droga che improvvisamente ottengono residenze, visti o attività commerciali senza una chiara giustificazione economica; reti di connazionali che operano in settori a rischio – come logistica e porti – con dinamiche di forte chiusura e controllo interno».Qual è lo scenario peggiore se l’Europa non interviene subito? Parliamo di una nuova «mafia transatlantica» o di un fenomeno contenibile? «Lo scenario peggiore non sarebbe la nascita di una nuova “mafia transatlantica” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto il consolidamento di reti criminali ibride, capaci di unire la violenza e la flessibilità delle fazioni brasiliane con la capacità logistica e finanziaria delle mafie europee. È uno scenario indesiderabile ma non inevitabile, e oggi è ancora contenibile con interventi tempestivi. La finestra per farlo è aperta, ma non lo resterà per sempre».
«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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