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2025-11-24
Dalle favelas all’Europa. L’espansione dell’impero dei narcos brasiliani
La maxi retata nelle favelas di rio de Janeiro del novembre 2025 (Ansa)
Il procuratore generale di Rio de Janeiro, Antonio José Campos Moreira, ha ufficializzato una notizia che gli apparati di sicurezza europei temevano da tempo: il Comando Vermelho (CV), la più longeva e temuta organizzazione criminale brasiliana, ha già iniziato a mettere radici nel continente europeo. In un’intervista concessa all’agenzia Lusa, il magistrato ha confermato che cellule legate al gruppo sono operative in Portogallo e coinvolte nel traffico di cocaina e nel riciclaggio di denaro. La presenza è definita ancora «embrionale», ma concreta e strutturata, ed è il primo riconoscimento istituzionale dell’espansione del CV oltre l’Atlantico.
L’organizzazione, nata nelle carceri di Rio alla fine degli anni Settanta dalla collaborazione tra prigionieri politici e criminali comuni, è diventata negli anni un impero criminale capace di controllare interi territori nelle favelas, gestire rotte internazionali, corrompere funzionari e mantenere una struttura paramilitare autonoma. Dopo essersi consolidata in Brasile e aver esteso i propri tentacoli in Paraguay, Bolivia, Venezuela e altri Paesi latinoamericani, ora punta al mercato europeo della droga, dominato da decenni dalla ’ndrangheta calabrese. Secondo gli investigatori, il Portogallo è stato scelto come primo hub europeo per tre motivi principali: condivisione della lingua, presenza di una vasta diaspora brasiliana e ruolo strategico dei porti atlantici. Gli scali di Lisbona, Setúbal e Leixões – già indicati dal Wall Street Journal come una delle principali porte d’ingresso della cocaina sudamericana nell’Ue – vengono usati come punti di sbarco per carichi nascosti in container commerciali.
Il Comando Vermelho nasce negli anni Settanta nel carcere di Ilha Grande, Rio de Janeiro, dall’alleanza tra detenuti comuni e militanti politici di sinistra. Da questa fusione prende forma una struttura criminale organizzata, basata su solidarietà interna e gerarchia. Negli anni Ottanta il CV conquista le favelas di Rio, imponendosi nel traffico di droga e diventando un attore chiave nella criminalità urbana brasiliana. Nel tempo ha affrontato scissioni e guerre con altre fazioni, come il Primeiro Comando da Capital (PCC). Dagli anni 2010, il CV ha esteso le sue attività a livello internazionale, soprattutto nel narcotraffico, e oggi resta uno dei gruppi criminali più potenti e violenti del Brasile, con ramificazioni transnazionali.
In Portogallo il Comando Vermelho avrebbe iniziato a servirsi di imprenditori apparentemente insospettabili, cittadini con doppia nazionalità e società di facciata per movimentare fondi e merci, replicando lo stesso modello già sperimentato in Sud America. La penetrazione non si limita al traffico di stupefacenti: secondo fonti investigative, in alcune zone di Lisbona, Porto e Algarve si stanno verificando episodi di violenza armata, minacce e regolamenti di conti interni alla comunità brasiliana, con dinamiche analoghe a quelle delle favelas. Giovani appena arrivati dal Brasile vengono reclutati come manodopera criminale, e si stanno riproducendo gli stessi linguaggi, le stesse gerarchie e persino i riti simbolici del CV.
Ciò che preoccupa maggiormente le autorità europee è il possibile asse con la ’ndrangheta, storicamente leader del narcotraffico nel continente. Gli analisti non escludono la formazione di un nuovo cartello internazionale in cui mafia calabrese, CV e reti africane collaborano, dividono i profitti e condividono servizi logistici, finanziari e militari. Una parte cruciale della strategia espansionistica del Comando Vermelho passa infatti dall’Africa occidentale. Paesi come Guinea-Bissau, Senegal e Costa d’Avorio sono diventati piattaforme logistiche dove la cocaina viene frazionata, ripulita, stoccata e reinstradata verso l’Europa attraverso imbarcazioni di piccolo cabotaggio, container spezzettati, flotte di pescherecci o voli commerciali. In queste aree la presenza dello Stato è debole, i porti sono permeabili alla corruzione e i gruppi armati locali fungono da intermediari ricevendo una parte dei carichi come compensazione. Secondo dati Unodc, il flusso di cocaina dall’Atlantico verso l’Europa è aumentato del 35% in tre anni e il Brasile è oggi il principale Paese di partenza, con oltre 200 tonnellate sequestrate nel solo 2024.
Il CV non agisce con una struttura piramidale ma attraverso cellule semi-indipendenti che rispondono alla leadership di Rio solo per le decisioni strategiche, rendendo difficile colpire il comando centrale e impedendo lo smantellamento completo della rete. L’aspetto più allarmante, sottolinea il procuratore Moreira, è la capacità dell’organizzazione di infiltrarsi nel sistema economico legale. I proventi del narcotraffico vengono reinvestiti in immobili, ristorazione, turismo, attività commerciali e circuiti di import-export. In Portogallo sono stati già identificati investimenti immobiliari sospetti privi di tracciabilità economica plausibile, soprattutto nelle aree di Lisbona e Algarve, dove affluiscono capitali provenienti da società offshore gestite da emissari brasiliani. Il magistrato avverte che l’Europa ha ancora margini per intervenire, ma che il tempo a disposizione è limitato: se non verrà attivata subito una cooperazione giudiziaria e investigativa con Brasile ed Europol, il CV potrebbe consolidarsi e replicare nel Vecchio Continente lo stesso modello che ha imposto in Brasile.
La minaccia non riguarda solo il Comando Vermelho. Nel giugno scorso, la Procura di San Paolo ha rivelato che il Portogallo è anche il Paese europeo con il maggior numero di affiliati al PCC – Primeiro Comando da Capital –, considerato il gruppo criminale più potente del Brasile e storico rivale del CV. Un’inchiesta del Jornal de Notícias ha documentato che 87 membri del PCC risiedono stabilmente in Portogallo, 29 dei quali infiltrati nelle carceri locali, luogo privilegiato di reclutamento e radicalizzazione. Tra gli esponenti più noti figura André de Oliveira Macedo, alias André do Rap, uno dei boss più influenti del PCC, rimasto nascosto in territorio portoghese per oltre un anno prima di fuggire di nuovo.
Con CV e PCC già presenti in Europa e con le mafie italiane ancora dominanti nella distribuzione della cocaina, lo scenario più temuto è la nascita di un blocco criminale transatlantico basato su logistica condivisa, utilizzo di criptovalute, corruzione sistemica, riciclaggio avanzato e mercati paralleli. Non si tratterebbe più di cartelli nazionali che competono, ma di una rete globale in grado di garantire approvvigionamento, protezione armata, copertura finanziaria e infiltrazione economica. Se il Comando Vermelho riuscirà a consolidare la sua presenza in Europa, non si limiterà a esportare droga ma trasferirà metodo, governance criminale e capacità organizzativa. Dalle celle del carcere di Ilha Grande ai porti dell’Atlantico, passando per le coste dell’Africa occidentale e le banche europee, il gruppo sta completando il percorso che lo trasforma da gang brasiliana a player internazionale del crimine organizzato. E, come avverte il procuratore di Rio, la vera battaglia per fermarlo deve ancora cominciare.
I clan balcanici controllano lo snodo africano
Un’alleanza criminale nata nei Balcani occidentali sta assumendo un ruolo centrale nel commercio globale di cocaina, trasformandosi in un operatore logistico chiave per i cartelli sudamericani. A ricostruire l’organigramma di questo sistema è la Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC), secondo cui i clan balcanici acquistano direttamente dai loro fornitori brasiliani – in particolare dal poderoso Primeiro Comando da Capital (PCC) – e si occupano poi delle tratte intermedie fino alle coste africane. Non si tratta più di episodi occasionali, ma di un vero meccanismo industriale.
Gli investigatori spiegano che una quota rilevante dei carichi – spesso superiori alle due o tre tonnellate – viaggia occultata fuori dai tradizionali container commerciali. Molta cocaina viene caricata negli scafi di pescherecci modificati o trasferita con piccoli natanti veloci fino alle acque territoriali dell’Africa occidentale. Una volta a terra, il prodotto viene smistato in depositi nascosti tra il Golfo di Guinea e i Paesi limitrofi, dove squadre specializzate lo suddividono e lo reimballano per le rotte successive. A sorvegliare questi punti di passaggio ci sono complici reclutati sul posto: addetti portuali corrotti, appartenenti alle forze di sicurezza e imprenditori di facciata.
Secondo Saša Djordjević, uno degli analisti principali della GI-TOC, la forza di questi sodalizi non sta nella violenza, ma nella capacità di mimetizzarsi: «Utilizzano intermediari per garantire l’accesso, le protezioni politiche e il collegamento con i cartelli, riducendo così i rischi e lasciando poche tracce». Quella degli intermediari è diventata la firma dei trafficanti ex jugoslavi: strutture flessibili, modulari, che possono essere smontate e ricostruite rapidamente, sempre un passo avanti rispetto alle autorità. L’Africa, per anni semplice zona di passaggio, oggi è diventata il centro di gravità del traffico di cocaina diretto verso l’Europa. L’aumento record della produzione in America Latina, insieme ai controlli serrati sulle rotte dirette e all’esplosione della domanda europea, ha trasformato le coste occidentali africane nella nuova dorsale logistica dello smercio. Come sottolinea Fatjona Mejdini, responsabile dell’Osservatorio sui mercati criminali del GI-TOC, «la regione non è più solo un corridoio: è diventata una componente indispensabile della catena di approvvigionamento globale». Il dossier della Global Initiative stima che oggi circa un terzo della cocaina consumata in Europa transiti dall’Africa occidentale. Se la tendenza dovesse consolidarsi, entro cinque anni la quota potrebbe raggiungere il 50%. Dopo la sosta nei depositi costieri, la droga riparte alla volta dell’Europa su container destinati ai porti del Nord – dall’Atlantico fino ad Anversa – oppure attraverso itinerari più agili, via motoscafi veloci, fino agli arcipelaghi di Capo Verde o delle Canarie, che fungono da stazioni di rifornimento e cambio equipaggi.
Al vertice operativo della rotta africana si contendono il territorio due gruppi rivali originari del Montenegro: il clan Kavač, presente in Sierra Leone, e gli Škaljari, attivi soprattutto tra Senegal e Gambia. Entrambi lavorano fianco a fianco con il PCC e con la ’ndrangheta, che da oltre vent’anni rappresenta l’intermediario privilegiato per il mercato europeo. Questa espansione criminale è favorita dalla debolezza strutturale degli Stati coinvolti: porti in crescita ma senza controlli adeguati, traffici marittimi intensificati, forze di polizia a corto di mezzi e governi facilmente infiltrabili. Il risultato è una rotta sempre più redditizia e difficile da intercettare. La nuova «“autostrada della coca» passa dall’Africa, e rischia di diventare irreversibile se non verrà fermata adesso.
«Con la ’ndrangheta c’è già un rapporto di cooperazione»
Antonio Nicaso docente universitario e saggista è tra massimi esperti internazionali di mafie e narcotraffico.
Quali sono gli indicatori concreti che confermano la presenza del Comando Vermelho in Portogallo e, più in generale, in Europa?
«È stato il procuratore generale dello Stato di Rio de Janeiro, Campos Moreira a fare riferimento alla presenza di affiliati al CV in Portogallo, annunciando un protocollo di cooperazione con la magistratura portoghese per monitorare questo fenomeno emergente. Sul piano europeo, gli indicatori più concreti derivano dal mercato della cocaina. Ci sono almeno tre rotte che coinvolgono il Portogallo. Le prime due passano accanto ai due arcipelaghi portoghesi nell’Oceano Atlantico, dove molte imbarcazioni fanno scalo: le Azzorre e Madeira. La terza rotta corre lungo la costa dell’Africa occidentale e comprende Paesi con cui il Portogallo ha affinità storiche, come Capo Verde e Guinea-Bissau. Cambiano anche le modalità di trasporto. Quest’anno, il Portogallo ha intercettato un narco-sommergibile con 1,7 tonnellate di cocaina diretto verso le proprie coste. A questo si aggiungono indagini francesi che collegano casi di omicidi, rapine e traffici all’influenza del CV, individuando reti dormienti attive soprattutto tra Francia continentale e Guyana francese».
Il CV potrebbe davvero costruire un’alleanza stabile con la ’ndrangheta?
«La ‘ndrangheta ha avuto sempre rapporti con il PCC, anche se recentemente, alcuni collaboratori di giustizia hanno fatto riferimento a contatti operativi tra broker della mafia calabrese ed esponenti del CV. Non parlerei però di alleanze, ma di cooperazione funzionale basata sul mutuo interesse, ovvero un rapporto fluido, dinamico, pragmatico, destinato a modificarsi a seconda delle rotte, della pressione investigativa e degli equilibri interni alle due organizzazioni».
In che modo l’utilizzo di società di facciata, logistica portuale e paradisi fiscali sta cambiando le strategie del narcotraffico brasiliano?
«Recentemente, alcune indagini come quella denominata Carbono Oculto hanno messo in evidenza la capacità del PCC di gestire fondi di investimento e di utilizzare strutture fintech come sportelli bancari. L’utilizzo sempre più sistematico di società di facciata, infrastrutture logistiche portuali e paradisi fiscali sta trasformando profondamente le strategie del narcotraffico brasiliano, segnando una netta discontinuità rispetto alle modalità del passato».
Le comunità brasiliane in Europa rischiano di essere infiltrate o usate come copertura? Quali segnali devono allarmare i servizi di sicurezza?
«Le “mele marce” esistono ovunque, e il compito dei servizi di sicurezza è individuare comportamenti sospetti, non colpire identità collettive. La prevenzione passa proprio da questo equilibrio tra attenzione operativa e rifiuto delle generalizzazioni. I segnali da monitorare non riguardano le comunità in quanto tali, bensì comportamenti specifici: movimenti finanziari anomali legati a società appena create; traffici frequenti e inspiegabili verso aree sensibili del narcotraffico; la presenza di soggetti con precedenti rilevanti per reati di droga che improvvisamente ottengono residenze, visti o attività commerciali senza una chiara giustificazione economica; reti di connazionali che operano in settori a rischio – come logistica e porti – con dinamiche di forte chiusura e controllo interno».
Qual è lo scenario peggiore se l’Europa non interviene subito? Parliamo di una nuova «mafia transatlantica» o di un fenomeno contenibile?
«Lo scenario peggiore non sarebbe la nascita di una nuova “mafia transatlantica” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto il consolidamento di reti criminali ibride, capaci di unire la violenza e la flessibilità delle fazioni brasiliane con la capacità logistica e finanziaria delle mafie europee. È uno scenario indesiderabile ma non inevitabile, e oggi è ancora contenibile con interventi tempestivi. La finestra per farlo è aperta, ma non lo resterà per sempre».
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Alcune cellule del famigerato Comando Vermelho sono operative in Portogallo. In tre anni il flusso di cocaina verso il Vecchio continente è cresciuto del 35%.I porti di Paesi come Sierra Leone, Senegal e Gambia sono sempre più cruciali per il passaggio della droga.L’esperto Antonio Nicaso: «L’uso sempre più sistematico di società di facciata e paradisi fiscali segna una discontinuità. Le autorità non hanno molto tempo per contenere questi sviluppi».Lo speciale contiene tre articoli.Il procuratore generale di Rio de Janeiro, Antonio José Campos Moreira, ha ufficializzato una notizia che gli apparati di sicurezza europei temevano da tempo: il Comando Vermelho (CV), la più longeva e temuta organizzazione criminale brasiliana, ha già iniziato a mettere radici nel continente europeo. In un’intervista concessa all’agenzia Lusa, il magistrato ha confermato che cellule legate al gruppo sono operative in Portogallo e coinvolte nel traffico di cocaina e nel riciclaggio di denaro. La presenza è definita ancora «embrionale», ma concreta e strutturata, ed è il primo riconoscimento istituzionale dell’espansione del CV oltre l’Atlantico. L’organizzazione, nata nelle carceri di Rio alla fine degli anni Settanta dalla collaborazione tra prigionieri politici e criminali comuni, è diventata negli anni un impero criminale capace di controllare interi territori nelle favelas, gestire rotte internazionali, corrompere funzionari e mantenere una struttura paramilitare autonoma. Dopo essersi consolidata in Brasile e aver esteso i propri tentacoli in Paraguay, Bolivia, Venezuela e altri Paesi latinoamericani, ora punta al mercato europeo della droga, dominato da decenni dalla ’ndrangheta calabrese. Secondo gli investigatori, il Portogallo è stato scelto come primo hub europeo per tre motivi principali: condivisione della lingua, presenza di una vasta diaspora brasiliana e ruolo strategico dei porti atlantici. Gli scali di Lisbona, Setúbal e Leixões – già indicati dal Wall Street Journal come una delle principali porte d’ingresso della cocaina sudamericana nell’Ue – vengono usati come punti di sbarco per carichi nascosti in container commerciali. Il Comando Vermelho nasce negli anni Settanta nel carcere di Ilha Grande, Rio de Janeiro, dall’alleanza tra detenuti comuni e militanti politici di sinistra. Da questa fusione prende forma una struttura criminale organizzata, basata su solidarietà interna e gerarchia. Negli anni Ottanta il CV conquista le favelas di Rio, imponendosi nel traffico di droga e diventando un attore chiave nella criminalità urbana brasiliana. Nel tempo ha affrontato scissioni e guerre con altre fazioni, come il Primeiro Comando da Capital (PCC). Dagli anni 2010, il CV ha esteso le sue attività a livello internazionale, soprattutto nel narcotraffico, e oggi resta uno dei gruppi criminali più potenti e violenti del Brasile, con ramificazioni transnazionali.In Portogallo il Comando Vermelho avrebbe iniziato a servirsi di imprenditori apparentemente insospettabili, cittadini con doppia nazionalità e società di facciata per movimentare fondi e merci, replicando lo stesso modello già sperimentato in Sud America. La penetrazione non si limita al traffico di stupefacenti: secondo fonti investigative, in alcune zone di Lisbona, Porto e Algarve si stanno verificando episodi di violenza armata, minacce e regolamenti di conti interni alla comunità brasiliana, con dinamiche analoghe a quelle delle favelas. Giovani appena arrivati dal Brasile vengono reclutati come manodopera criminale, e si stanno riproducendo gli stessi linguaggi, le stesse gerarchie e persino i riti simbolici del CV. Ciò che preoccupa maggiormente le autorità europee è il possibile asse con la ’ndrangheta, storicamente leader del narcotraffico nel continente. Gli analisti non escludono la formazione di un nuovo cartello internazionale in cui mafia calabrese, CV e reti africane collaborano, dividono i profitti e condividono servizi logistici, finanziari e militari. Una parte cruciale della strategia espansionistica del Comando Vermelho passa infatti dall’Africa occidentale. Paesi come Guinea-Bissau, Senegal e Costa d’Avorio sono diventati piattaforme logistiche dove la cocaina viene frazionata, ripulita, stoccata e reinstradata verso l’Europa attraverso imbarcazioni di piccolo cabotaggio, container spezzettati, flotte di pescherecci o voli commerciali. In queste aree la presenza dello Stato è debole, i porti sono permeabili alla corruzione e i gruppi armati locali fungono da intermediari ricevendo una parte dei carichi come compensazione. Secondo dati Unodc, il flusso di cocaina dall’Atlantico verso l’Europa è aumentato del 35% in tre anni e il Brasile è oggi il principale Paese di partenza, con oltre 200 tonnellate sequestrate nel solo 2024. Il CV non agisce con una struttura piramidale ma attraverso cellule semi-indipendenti che rispondono alla leadership di Rio solo per le decisioni strategiche, rendendo difficile colpire il comando centrale e impedendo lo smantellamento completo della rete. L’aspetto più allarmante, sottolinea il procuratore Moreira, è la capacità dell’organizzazione di infiltrarsi nel sistema economico legale. I proventi del narcotraffico vengono reinvestiti in immobili, ristorazione, turismo, attività commerciali e circuiti di import-export. In Portogallo sono stati già identificati investimenti immobiliari sospetti privi di tracciabilità economica plausibile, soprattutto nelle aree di Lisbona e Algarve, dove affluiscono capitali provenienti da società offshore gestite da emissari brasiliani. Il magistrato avverte che l’Europa ha ancora margini per intervenire, ma che il tempo a disposizione è limitato: se non verrà attivata subito una cooperazione giudiziaria e investigativa con Brasile ed Europol, il CV potrebbe consolidarsi e replicare nel Vecchio Continente lo stesso modello che ha imposto in Brasile. La minaccia non riguarda solo il Comando Vermelho. Nel giugno scorso, la Procura di San Paolo ha rivelato che il Portogallo è anche il Paese europeo con il maggior numero di affiliati al PCC – Primeiro Comando da Capital –, considerato il gruppo criminale più potente del Brasile e storico rivale del CV. Un’inchiesta del Jornal de Notícias ha documentato che 87 membri del PCC risiedono stabilmente in Portogallo, 29 dei quali infiltrati nelle carceri locali, luogo privilegiato di reclutamento e radicalizzazione. Tra gli esponenti più noti figura André de Oliveira Macedo, alias André do Rap, uno dei boss più influenti del PCC, rimasto nascosto in territorio portoghese per oltre un anno prima di fuggire di nuovo. Con CV e PCC già presenti in Europa e con le mafie italiane ancora dominanti nella distribuzione della cocaina, lo scenario più temuto è la nascita di un blocco criminale transatlantico basato su logistica condivisa, utilizzo di criptovalute, corruzione sistemica, riciclaggio avanzato e mercati paralleli. Non si tratterebbe più di cartelli nazionali che competono, ma di una rete globale in grado di garantire approvvigionamento, protezione armata, copertura finanziaria e infiltrazione economica. Se il Comando Vermelho riuscirà a consolidare la sua presenza in Europa, non si limiterà a esportare droga ma trasferirà metodo, governance criminale e capacità organizzativa. Dalle celle del carcere di Ilha Grande ai porti dell’Atlantico, passando per le coste dell’Africa occidentale e le banche europee, il gruppo sta completando il percorso che lo trasforma da gang brasiliana a player internazionale del crimine organizzato. E, come avverte il procuratore di Rio, la vera battaglia per fermarlo deve ancora cominciare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/narcotraffico-brasile-europa-2674336742.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-clan-balcanici-controllano-lo-snodo-africano" data-post-id="2674336742" data-published-at="1763985782" data-use-pagination="False"> I clan balcanici controllano lo snodo africano Un’alleanza criminale nata nei Balcani occidentali sta assumendo un ruolo centrale nel commercio globale di cocaina, trasformandosi in un operatore logistico chiave per i cartelli sudamericani. A ricostruire l’organigramma di questo sistema è la Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC), secondo cui i clan balcanici acquistano direttamente dai loro fornitori brasiliani – in particolare dal poderoso Primeiro Comando da Capital (PCC) – e si occupano poi delle tratte intermedie fino alle coste africane. Non si tratta più di episodi occasionali, ma di un vero meccanismo industriale.Gli investigatori spiegano che una quota rilevante dei carichi – spesso superiori alle due o tre tonnellate – viaggia occultata fuori dai tradizionali container commerciali. Molta cocaina viene caricata negli scafi di pescherecci modificati o trasferita con piccoli natanti veloci fino alle acque territoriali dell’Africa occidentale. Una volta a terra, il prodotto viene smistato in depositi nascosti tra il Golfo di Guinea e i Paesi limitrofi, dove squadre specializzate lo suddividono e lo reimballano per le rotte successive. A sorvegliare questi punti di passaggio ci sono complici reclutati sul posto: addetti portuali corrotti, appartenenti alle forze di sicurezza e imprenditori di facciata.Secondo Saša Djordjević, uno degli analisti principali della GI-TOC, la forza di questi sodalizi non sta nella violenza, ma nella capacità di mimetizzarsi: «Utilizzano intermediari per garantire l’accesso, le protezioni politiche e il collegamento con i cartelli, riducendo così i rischi e lasciando poche tracce». Quella degli intermediari è diventata la firma dei trafficanti ex jugoslavi: strutture flessibili, modulari, che possono essere smontate e ricostruite rapidamente, sempre un passo avanti rispetto alle autorità. L’Africa, per anni semplice zona di passaggio, oggi è diventata il centro di gravità del traffico di cocaina diretto verso l’Europa. L’aumento record della produzione in America Latina, insieme ai controlli serrati sulle rotte dirette e all’esplosione della domanda europea, ha trasformato le coste occidentali africane nella nuova dorsale logistica dello smercio. Come sottolinea Fatjona Mejdini, responsabile dell’Osservatorio sui mercati criminali del GI-TOC, «la regione non è più solo un corridoio: è diventata una componente indispensabile della catena di approvvigionamento globale». Il dossier della Global Initiative stima che oggi circa un terzo della cocaina consumata in Europa transiti dall’Africa occidentale. Se la tendenza dovesse consolidarsi, entro cinque anni la quota potrebbe raggiungere il 50%. Dopo la sosta nei depositi costieri, la droga riparte alla volta dell’Europa su container destinati ai porti del Nord – dall’Atlantico fino ad Anversa – oppure attraverso itinerari più agili, via motoscafi veloci, fino agli arcipelaghi di Capo Verde o delle Canarie, che fungono da stazioni di rifornimento e cambio equipaggi.Al vertice operativo della rotta africana si contendono il territorio due gruppi rivali originari del Montenegro: il clan Kavač, presente in Sierra Leone, e gli Škaljari, attivi soprattutto tra Senegal e Gambia. Entrambi lavorano fianco a fianco con il PCC e con la ’ndrangheta, che da oltre vent’anni rappresenta l’intermediario privilegiato per il mercato europeo. Questa espansione criminale è favorita dalla debolezza strutturale degli Stati coinvolti: porti in crescita ma senza controlli adeguati, traffici marittimi intensificati, forze di polizia a corto di mezzi e governi facilmente infiltrabili. Il risultato è una rotta sempre più redditizia e difficile da intercettare. La nuova «“autostrada della coca» passa dall’Africa, e rischia di diventare irreversibile se non verrà fermata adesso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/narcotraffico-brasile-europa-2674336742.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-la-ndrangheta-ce-gia-un-rapporto-di-cooperazione" data-post-id="2674336742" data-published-at="1763985782" data-use-pagination="False"> «Con la ’ndrangheta c’è già un rapporto di cooperazione» Antonio Nicaso docente universitario e saggista è tra massimi esperti internazionali di mafie e narcotraffico.Quali sono gli indicatori concreti che confermano la presenza del Comando Vermelho in Portogallo e, più in generale, in Europa?«È stato il procuratore generale dello Stato di Rio de Janeiro, Campos Moreira a fare riferimento alla presenza di affiliati al CV in Portogallo, annunciando un protocollo di cooperazione con la magistratura portoghese per monitorare questo fenomeno emergente. Sul piano europeo, gli indicatori più concreti derivano dal mercato della cocaina. Ci sono almeno tre rotte che coinvolgono il Portogallo. Le prime due passano accanto ai due arcipelaghi portoghesi nell’Oceano Atlantico, dove molte imbarcazioni fanno scalo: le Azzorre e Madeira. La terza rotta corre lungo la costa dell’Africa occidentale e comprende Paesi con cui il Portogallo ha affinità storiche, come Capo Verde e Guinea-Bissau. Cambiano anche le modalità di trasporto. Quest’anno, il Portogallo ha intercettato un narco-sommergibile con 1,7 tonnellate di cocaina diretto verso le proprie coste. A questo si aggiungono indagini francesi che collegano casi di omicidi, rapine e traffici all’influenza del CV, individuando reti dormienti attive soprattutto tra Francia continentale e Guyana francese».Il CV potrebbe davvero costruire un’alleanza stabile con la ’ndrangheta?«La ‘ndrangheta ha avuto sempre rapporti con il PCC, anche se recentemente, alcuni collaboratori di giustizia hanno fatto riferimento a contatti operativi tra broker della mafia calabrese ed esponenti del CV. Non parlerei però di alleanze, ma di cooperazione funzionale basata sul mutuo interesse, ovvero un rapporto fluido, dinamico, pragmatico, destinato a modificarsi a seconda delle rotte, della pressione investigativa e degli equilibri interni alle due organizzazioni».In che modo l’utilizzo di società di facciata, logistica portuale e paradisi fiscali sta cambiando le strategie del narcotraffico brasiliano?«Recentemente, alcune indagini come quella denominata Carbono Oculto hanno messo in evidenza la capacità del PCC di gestire fondi di investimento e di utilizzare strutture fintech come sportelli bancari. L’utilizzo sempre più sistematico di società di facciata, infrastrutture logistiche portuali e paradisi fiscali sta trasformando profondamente le strategie del narcotraffico brasiliano, segnando una netta discontinuità rispetto alle modalità del passato».Le comunità brasiliane in Europa rischiano di essere infiltrate o usate come copertura? Quali segnali devono allarmare i servizi di sicurezza?«Le “mele marce” esistono ovunque, e il compito dei servizi di sicurezza è individuare comportamenti sospetti, non colpire identità collettive. La prevenzione passa proprio da questo equilibrio tra attenzione operativa e rifiuto delle generalizzazioni. I segnali da monitorare non riguardano le comunità in quanto tali, bensì comportamenti specifici: movimenti finanziari anomali legati a società appena create; traffici frequenti e inspiegabili verso aree sensibili del narcotraffico; la presenza di soggetti con precedenti rilevanti per reati di droga che improvvisamente ottengono residenze, visti o attività commerciali senza una chiara giustificazione economica; reti di connazionali che operano in settori a rischio – come logistica e porti – con dinamiche di forte chiusura e controllo interno».Qual è lo scenario peggiore se l’Europa non interviene subito? Parliamo di una nuova «mafia transatlantica» o di un fenomeno contenibile? «Lo scenario peggiore non sarebbe la nascita di una nuova “mafia transatlantica” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto il consolidamento di reti criminali ibride, capaci di unire la violenza e la flessibilità delle fazioni brasiliane con la capacità logistica e finanziaria delle mafie europee. È uno scenario indesiderabile ma non inevitabile, e oggi è ancora contenibile con interventi tempestivi. La finestra per farlo è aperta, ma non lo resterà per sempre».
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Papa Leone XIV (Ansa)
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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