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2018-07-12
«La rivolta dei migranti è un’esagerazione»
ansa
«La situazione è stata pesantemente ingigantita. Non ci sono state insurrezioni né pestaggi». A dirlo è Cristiano Vattuone, responsabile tecnico della Vroon Offshore services Srl di Genova, cioè la società proprietaria della nave Vos Thalassa. Fa capo a un grande gruppo olandese che si occupa di navigazione e gestisce, fra l'altro, le navi Vos Hestia e Vos Prudence. La prima è stata utilizzata dalla Ong Save The Children, la seconda da Medici senza frontiere. Ora la collaborazione con le associazioni umanitarie è finita, ma resta che la Vroon ha parecchia esperienza anche nelle operazioni Sar, cioè quelle di ricerca e soccorso dei migranti.
La Vos Thalassa - che presta servizio presso una piattaforma petrolifera della francese Total - nei giorni scorsi ha recuperato 67 migranti che si trovavano a bordo di un barchino non lontano dalle coste libiche. «Li abbiamo visti fisicamente», spiega Vattuone, che non si trovava a bordo ma seguiva direttamente le operazioni. «Abbiamo informato l'Imrcc di Roma (il centro di coordinamento dei salvataggi, ndr), il quale ci ha detto che avrebbe contatto la Guardia costiera libica».
Dopodiché è accaduto ciò che abbiamo raccontato ieri. I responsabili della Vroon hanno inviato diverse mail alle autorità italiane denunciando una grave situazione di rischio a bordo della nave.
Il contenuto di queste email, in effetti, suona abbastanza allarmante. Già domenica sera, i responsabili della nave scrivono che «i migranti a bordo hanno mostrato segni di rivolta!». E chiedono «che il caso sia trattato con estrema urgenza anche al fine di non compromettere l'equipaggio della nave nonché l'assetto».
Lunedì emerge un quadro più completo della situazione: «Alle 22.00», dicono dalla Vos Thalassa, «la nave è partita per il punto d'incontro con la motovedetta libica. Alle 23.00 circa qualcuno dei migranti in possesso di telefoni e Gps ha accertato che la nave dirigeva verso Sud. È iniziato così uno stato di agitazione. I migranti in gran numero dirigevano verso il marinaio di guardia chiedendo spiegazioni in modo molto agitato e chiedendo di poter parlare con qualche ufficiale o comandante».
La situazione appare abbastanza chiara: i migranti, all'idea di finire su una motovedetta libica che li avrebbe riportati al punto di partenza, si sarebbero infuriati. Così, la situazione a bordo sarebbe diventata esplosiva.
Nelle email inviate dalla Vos Thalassa si legge che il primo ufficiale della nave sarebbe corso in coperta, e i migranti lo avrebbero «accerchiato [...] chiedendo spiegazioni e manifestando un forte disappunto, spintonando lo stesso e minacciandolo. [...] Per tranquillizzare la situazione abbiamo dovuto affermare che verrà una motovedetta italiana». «Ad un possibile intervento libico ci sarebbe stata una reazione non certo pacifica», scrivono ancora dalla Vos Thalassa.
Più il tempo passa, più le email sono gravide di angoscia. «Vi informiamo che la situazione sta degenerando a bordo», comunicano lunedì dalla Vos Thalassa al Centro di coordinamento di Roma. «Le persone danno segni di agitazione, chiedendo insistentemente quando verranno recuperati. Da parte nostra richiediamo una tempestiva soluzione a questa situazione che potrebbe degenerare ancora». Poco dopo, un'altra mail: «Siamo seriamente preoccupati per l'incolumità del nostro equipaggio e della nostra nave battente bandiera italiana. [...] Pochi minuti fa è arrivata [...] una motovedetta libica incaricata di prendere i 67 migranti e riportarli probabilmente in Libia. È evidente che, non appena i migranti se ne renderanno conto, reagiranno in malo modo e faranno di tutto per evitare di essere trasbordati. [...] Non possiamo permetterci di mettere a repentaglio la vita del nostro equipaggio, che ha il diritto sacrosanto di tornare a casa dalle proprie famiglie».
Insomma, considerati i toni di queste missive, era un po' difficile per le autorità italiane rifiutare un intervento. Tra l'altro, le mail facevano esplicitamente riferimento a una rivolta. «Sì, nelle mail che abbiamo mandato a Roma lo abbiamo scritto, assolutamente», conferma Vattuone. E ripete: «A me interessa che noi siamo tutelati».
A bordo «ci sono stati momenti di tensione, di confusione», spiega il responsabile tecnico. «Io sono sempre stato in contatto con il comandante, ovviamente la tensione saliva, anche perché siamo stati due giorni e mezzo in attesa». La tensione è cresciuta perché «i migranti non volevano essere riconsegnati ai libici che poi non si sa che cosa ne facciano». Ma, specifica di nuovo Vattuone, non ci sono state «rivolte».
Ecco, questo è il punto poco chiaro. Vattuone, parlando con La Verità, ripete più volte che a bordo «non è stato picchiato nessuno, non ci sono stati pestaggi» e che «non c'è stata una rivolta». Sostiene che sui giornali siano finite informazioni parziali e che la situazione sia stata «pesantemente ingigantita». Solo che, a creare allarme, e a finire sui giornali, sono state soprattutto le mail inviate all'Imrcc di Roma proprio dalla Vos Thalassa e dalla Vroon, in cui si parla chiaramente di rivolte, minacce, spintoni e rischi per l'incolumità del personale.
Risulta evidente che la prima preoccupazione di chi gestiva la nave fosse quella di sollecitare un intervento italiano. Forse i libici tardavano troppo ad arrivare, forse il personale della Vos Thalassa temeva che, all'arrivo della motovedetta nordafricana, potesse davvero scoppiare un putiferio. In ogni caso, i migranti dovevano scendere dalla nave il prima possibile.
«Se vedo un gommone che affonda», dice Vattuone, «sono tenuto al soccorso. Ma pretendo poi che ci siano sviluppi immediati. Non possiamo stare una settimana con 60-70 persone a bordo in attesa di indicazioni. Non possiamo stare una settimana a cercare i porti che decidono loro. Abbiamo sollecitato Roma, certo», continua, «dobbiamo sollecitare perché vengano trovate soluzioni rapide». E la soluzione più rapida, a quanto pare, era la nave Diciotti della Guardia costiera. Nei prossimi giorni, forse, capiremo che cosa è successo davvero a bordo della Vos Thalassa. L'equipaggio è stato sentito dalla Guardia costiera, e vedremo che cosa emergerà.
Nel frattempo, però, resta la sensazione che al largo della Libia sia avvenuto l'ennesimo, brutto pasticcio.
Francesco Borgonovo
Mossa a tenaglia su tedeschi e Nato per sigillare davvero i confini a Sud
«È stato un incontro molto positivo, con la Germania abbiamo obiettivi comuni: meno sbarchi, meno morti, meno immigrati clandestini e più espulsioni». Sono le 19.30 di ieri, quando Matteo Salvini commenta con poche ma incisive parole l'incontro con il collega ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer. Il bilaterale è il primo appuntamento in agenda della intensa quanto delicata due giorni di Salvini a Innsbruck, dove il vicepremier si trova da ieri per partecipare alla riunione informale dei ministri della Giustizia e degli Interni dell'Unione europea. «Abbiamo fatto tre passi avanti», aggiunge Salvini, «l'obiettivo sia dell'Italia che della Germania è avere meno clandestini. Abbiamo chiesto e ottenuto supporto per intervenire sulle frontiere esterne, supporto e soldi per l'Africa. Interverremo per suddividere i migranti che sbarcano in Italia».
Il tema più complesso da affrontare, come previsto, è stato quello dei «movimenti secondari» degli immigrati, ovvero gli spostamenti degli stessi tra i diversi Paesi europei. Il «falco» bavarese Seehofer vuole che gli immigrati arrivati in Germania dopo essere stati registrati nel Paese di «primo approdo», che nella stragrande maggioranza dei casi è l'Italia, vengano rispediti indietro. «Prima di ricollocare qualcuno in Italia», commenta Salvini al termine del bilaterale con Seehofer, «voglio dislocare qualcuno dall'Italia. A me interessa il saldo positivo: avere un immigrato in meno da mantenere. Siamo disponibili ad aumentare i controlli alle frontiere, ma occorre maggiore collaborazione tra gli Stati europei. Penso che sia iniziata una positiva collaborazione per entrambi i governi e per entrambi i popoli con l'obiettivo di avere maggior sicurezza e minore immigrazione in entrambi i Paesi».
«La Germania», sottolinea Salvini, «appoggia la nostra richiesta di ottenere dall'Europa maggiori fondi per gestire i confini esterni. Siamo i due Paesi più colpiti dal l'immigrazione. Ovviamente i soldi non li vogliamo per noi, ma per gestire i confini esterni e per l'Africa. L'obiettivo è stipulare accordi con i Paesi africani solo se accettano la riammissione dei loro cittadini emigrati illegalmente. Con Seehofer abbiamo affrontato anche il tema delle missioni navali europee», prosegue Salvini, «ora tutti quelli che arrivano in Italia, restano qui. Non sarà più così. L'Europa deve indicare la Libia come porto sicuro. La modifica di Dublino è lunga. Noi già la settimana prossima inizieremo a chiedere il cambio della missione europea Sophia che ha portato 45.000 immigrati in Italia. Se invece che arrivare 45.000 in Italia, fossero suddivisi tra tutti i paesi dell'Unione, avremmo numeri e problemi diversi. Abbiamo finalmente avuto un bilaterale italo-tedesco, invece del solito franco-tedesco. Sono d'accordo con la proposta della presidenza austriaca di realizzare dei centri per migranti fuori dall'Europa. Ho visto il collega tedesco, lo rivedrò con l'austriaco, e vedrò anche il mio omologo francese, che sono curioso di incontrare, e quello svizzero. E questo», conclude Salvini, «lo dedico a quelli che dicono che l'Italia è isolata». Seehofer, da parte sua, ha definito «positivo» il vertice con Salvini e ne ha annunciato un altro «a luglio».
Oggi infatti Salvini si ritroverà di nuovo insieme a Seehofer: alle 7.30 è in programma il trilaterale il ministro tedesco ed il ministro austriaco Herbert Kickl. Dalle 9 alle 12 è prevista la sessione di lavoro di tutti i ministri dell'Unione; al termine, Salvini ha in programma un bilaterale con la consigliera federale Svizzera, Simonetta Sommaruga; alle 13 di oggi l'ultimo appuntamento, l'incontro con il ministro dell'Interno francese Gérard Collomb.
Ieri mattina, il premier Giuseppe Conte e Salvini si sono incontrati per perfezionare la strategia che avrebbero portato avanti rispettivamente al vertice Nato di Bruxelles e a quello dei ministri di Innsbruck.
Il governo procede in perfetta armonia. La prova, se ne ve fosse bisogno, è quanto scritto ieri su Facebook dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, che i media progressisti dipingono in dissenso con Conte e Salvini. «Al summit Nato di Bruxelles», ha scritto la Trenta, «insieme al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e al ministro (degli Esteri, ndr) Enzo Moavero Milanesi, l'Italia ha fatto sentire la sua voce. In particolare, abbiamo chiesto una Nato più versatile e flessibile, che oltre ad Est sappia guardare anche a Sud, dunque nel Mediterraneo, una regione complessa quanto strategicamente importante per il nostro Paese. Vogliamo», ha aggiunto la Trenta, «una Nato che dia maggiore sostegno anche all'Ue sulle principali sfide che ci troviamo di fronte: lotta al terrorismo e lotta al traffico di esseri umani». Un maggiore coinvolgimento dell'Alleanza atlantica nella lotta all'invasione di immigrati è necessario, indispensabile, tanto più che, come ieri ha ammonito anche il premier Giuseppe Conte, «anche dalla stessa immigrazione potrebbero venire rischi e pericoli di foreign fighters. In questo quadro destabilizzato sia sul fronte mediorientale che in alcune aree nordafricane», ha aggiunto Conte, «potrebbero arrivare queste minacce, questi pericoli, per cui siamo qui per ribadire queste posizioni e rafforzare questi nostri interessi. E, con i nostri interessi, quelli di tutti gli alleati». Contrastare l'invasione di immigrati, vuol dire contrastare il terrorismo islamico internazionale.
Carlo Tarallo
La polizia cerca prove sulla Diciotti
I 67 migranti trasbordati lunedì sulla nave Diciotti della Guardia costiera italiana sono in viaggio verso Trapani, dove con molta probabilità attraccheranno all'alba di oggi.
Nel frattempo, sull'imbarcazione solo saliti funzionari della Questura di Trapani, dello Sco della polizia e della Guardia costiera, con l'obiettivo di identificare i migranti e raccogliere i documenti sul presunto tentativo di dirottamento del rimorchiatore d'altura battente bandiera italiana Vos Thalassa, che fa servizio alla piattaforma petrolifera della francese Total, il cui equipaggio, dopo aver soccorso i migranti, li voleva consegnare alla Guardia costiera libica.
Alcuni di loro, forse un paio, quando hanno capito che rischiavano di tornare a Tripoli, hanno minacciato di morte gli uomini dell'equipaggio. La Procura competente sarà quella di Trapani, la stessa che si è occupata dell'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina nei confronti della Ong tedesca Jugend Retten, che lo scorso anno ha sequestrato la nave Iuventa e che qualche giorno fa ha messo sotto indagine il capitano più 20 uomini dell'equipaggio. Ora tocca ai salvati dalla Vos Thalassa e poi finiti sulla Diciotti.
La soluzione, per il ministro Matteo Salvini, è questa: «Se c'è gente che ha minacciato e aggredito, non finirà in un albergo ma in galera». Manette. E poi espulsioni. «Io non darò autorizzazione a nessun tipo di sbarco, finché non ci sarà garanzia per la sicurezza degli italiani che delinquenti, non profughi, che hanno dirottato con la violenza una nave, finiscano in cella e poi vengano riportati il prima possibile nei propri Paesi», aveva intimato Salvini. Il ministro pentastellato Danilo Toninelli, però, ha deciso di far attraccare la nave a Trapani. E il pattugliatore della Guardia costiera ha preso a navigare a cinque miglia all'ora in direzione della Sicilia. Il tutto è accaduto mentre erano attese le decisioni del tavolo operativo con i vertici della Marina, della Guardia costiera e delle forze dell'ordine, presieduto da Salvini al Viminale, per stabilire una volta per tutte le modalità operative in caso di soccorsi in acque di zona Sar libica che, ripete da tempo il ministro, è di esclusiva competenza delle motovedette libiche.
«Salvini anche oggi fa un'invasione di campo per avere visibilità; questa volta a essere totalmente bypassata è la magistratura», ha sparato a zero Roberto Saviano, scrivendo un post su Facebook. «Salvini», secondo Saviano, «preso da delirio di onnipotenza e credendo di disporre personalmente di tutti i poteri dello Stato, dice che «il governo agisce con una sola voce e una sola testa», la sua». La risposta di Salvini è stata immediata: «Altri insulti, altra querela». È stata immediata anche la risposta della polizia di Stato che, appena ricevuta la segnalazione della Guardia costiera ha avviato le indagini. Il ministro Toninelli ha parlato di «minacce di morte» e di «condotte che hanno messo a repentaglio la vita» di 12 marinai del rimorchiatore italiano. A quel punto la Guardia costiera ha deciso di mandare la nave Diciotti oltre a un elicottero della Marina militare.
Al momento quella della polizia non è una attività investigativa delegata da una Procura, ma si tratta di accertamenti svolti d'iniziativa. Le notizie raccolte a bordo della nave, però, verranno riferite immediatamente all'autorità giudiziaria competente.
Fabio Amendolara
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Parla Cristiano Vattuone, responsabile tecnico della società che controlla la Vos Thalassa: «Situazione ingigantita, non c'è stato nessun ammutinamento». Le mail di allarme alle autorità italiane? «Volevamo che le persone fossero trasbordate al più presto». Matteo Salvini a Innsbruck trova un'intesa con Horst Seehofer: «Meno sbarchi, più espulsioni e più soldi ai Paesi africani che apriranno ai rimpatri». E Giuseppe Conte, a Bruxelles, chiede attenzione: «Tutelare le frontiere sul Mediterraneo». La polizia cerca prove sulla Diciotti. Agenti sulla nave che stamattina sbarcherà a Trapani i 67 salvati al largo della Libia. Tracce di comunicazioni e testimonianze raccolte saranno consegnate alla Procura . Lo speciale contiene tre articoli «La situazione è stata pesantemente ingigantita. Non ci sono state insurrezioni né pestaggi». A dirlo è Cristiano Vattuone, responsabile tecnico della Vroon Offshore services Srl di Genova, cioè la società proprietaria della nave Vos Thalassa. Fa capo a un grande gruppo olandese che si occupa di navigazione e gestisce, fra l'altro, le navi Vos Hestia e Vos Prudence. La prima è stata utilizzata dalla Ong Save The Children, la seconda da Medici senza frontiere. Ora la collaborazione con le associazioni umanitarie è finita, ma resta che la Vroon ha parecchia esperienza anche nelle operazioni Sar, cioè quelle di ricerca e soccorso dei migranti. La Vos Thalassa - che presta servizio presso una piattaforma petrolifera della francese Total - nei giorni scorsi ha recuperato 67 migranti che si trovavano a bordo di un barchino non lontano dalle coste libiche. «Li abbiamo visti fisicamente», spiega Vattuone, che non si trovava a bordo ma seguiva direttamente le operazioni. «Abbiamo informato l'Imrcc di Roma (il centro di coordinamento dei salvataggi, ndr), il quale ci ha detto che avrebbe contatto la Guardia costiera libica». Dopodiché è accaduto ciò che abbiamo raccontato ieri. I responsabili della Vroon hanno inviato diverse mail alle autorità italiane denunciando una grave situazione di rischio a bordo della nave. Il contenuto di queste email, in effetti, suona abbastanza allarmante. Già domenica sera, i responsabili della nave scrivono che «i migranti a bordo hanno mostrato segni di rivolta!». E chiedono «che il caso sia trattato con estrema urgenza anche al fine di non compromettere l'equipaggio della nave nonché l'assetto». Lunedì emerge un quadro più completo della situazione: «Alle 22.00», dicono dalla Vos Thalassa, «la nave è partita per il punto d'incontro con la motovedetta libica. Alle 23.00 circa qualcuno dei migranti in possesso di telefoni e Gps ha accertato che la nave dirigeva verso Sud. È iniziato così uno stato di agitazione. I migranti in gran numero dirigevano verso il marinaio di guardia chiedendo spiegazioni in modo molto agitato e chiedendo di poter parlare con qualche ufficiale o comandante». La situazione appare abbastanza chiara: i migranti, all'idea di finire su una motovedetta libica che li avrebbe riportati al punto di partenza, si sarebbero infuriati. Così, la situazione a bordo sarebbe diventata esplosiva. Nelle email inviate dalla Vos Thalassa si legge che il primo ufficiale della nave sarebbe corso in coperta, e i migranti lo avrebbero «accerchiato [...] chiedendo spiegazioni e manifestando un forte disappunto, spintonando lo stesso e minacciandolo. [...] Per tranquillizzare la situazione abbiamo dovuto affermare che verrà una motovedetta italiana». «Ad un possibile intervento libico ci sarebbe stata una reazione non certo pacifica», scrivono ancora dalla Vos Thalassa. Più il tempo passa, più le email sono gravide di angoscia. «Vi informiamo che la situazione sta degenerando a bordo», comunicano lunedì dalla Vos Thalassa al Centro di coordinamento di Roma. «Le persone danno segni di agitazione, chiedendo insistentemente quando verranno recuperati. Da parte nostra richiediamo una tempestiva soluzione a questa situazione che potrebbe degenerare ancora». Poco dopo, un'altra mail: «Siamo seriamente preoccupati per l'incolumità del nostro equipaggio e della nostra nave battente bandiera italiana. [...] Pochi minuti fa è arrivata [...] una motovedetta libica incaricata di prendere i 67 migranti e riportarli probabilmente in Libia. È evidente che, non appena i migranti se ne renderanno conto, reagiranno in malo modo e faranno di tutto per evitare di essere trasbordati. [...] Non possiamo permetterci di mettere a repentaglio la vita del nostro equipaggio, che ha il diritto sacrosanto di tornare a casa dalle proprie famiglie». Insomma, considerati i toni di queste missive, era un po' difficile per le autorità italiane rifiutare un intervento. Tra l'altro, le mail facevano esplicitamente riferimento a una rivolta. «Sì, nelle mail che abbiamo mandato a Roma lo abbiamo scritto, assolutamente», conferma Vattuone. E ripete: «A me interessa che noi siamo tutelati». A bordo «ci sono stati momenti di tensione, di confusione», spiega il responsabile tecnico. «Io sono sempre stato in contatto con il comandante, ovviamente la tensione saliva, anche perché siamo stati due giorni e mezzo in attesa». La tensione è cresciuta perché «i migranti non volevano essere riconsegnati ai libici che poi non si sa che cosa ne facciano». Ma, specifica di nuovo Vattuone, non ci sono state «rivolte». Ecco, questo è il punto poco chiaro. Vattuone, parlando con La Verità, ripete più volte che a bordo «non è stato picchiato nessuno, non ci sono stati pestaggi» e che «non c'è stata una rivolta». Sostiene che sui giornali siano finite informazioni parziali e che la situazione sia stata «pesantemente ingigantita». Solo che, a creare allarme, e a finire sui giornali, sono state soprattutto le mail inviate all'Imrcc di Roma proprio dalla Vos Thalassa e dalla Vroon, in cui si parla chiaramente di rivolte, minacce, spintoni e rischi per l'incolumità del personale. Risulta evidente che la prima preoccupazione di chi gestiva la nave fosse quella di sollecitare un intervento italiano. Forse i libici tardavano troppo ad arrivare, forse il personale della Vos Thalassa temeva che, all'arrivo della motovedetta nordafricana, potesse davvero scoppiare un putiferio. In ogni caso, i migranti dovevano scendere dalla nave il prima possibile. «Se vedo un gommone che affonda», dice Vattuone, «sono tenuto al soccorso. Ma pretendo poi che ci siano sviluppi immediati. Non possiamo stare una settimana con 60-70 persone a bordo in attesa di indicazioni. Non possiamo stare una settimana a cercare i porti che decidono loro. Abbiamo sollecitato Roma, certo», continua, «dobbiamo sollecitare perché vengano trovate soluzioni rapide». E la soluzione più rapida, a quanto pare, era la nave Diciotti della Guardia costiera. Nei prossimi giorni, forse, capiremo che cosa è successo davvero a bordo della Vos Thalassa. L'equipaggio è stato sentito dalla Guardia costiera, e vedremo che cosa emergerà. Nel frattempo, però, resta la sensazione che al largo della Libia sia avvenuto l'ennesimo, brutto pasticcio. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-rivolta-dei-migranti-e-unesagerazione-2585815623.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mossa-a-tenaglia-su-tedeschi-e-nato-per-sigillare-davvero-i-confini-a-sud" data-post-id="2585815623" data-published-at="1781782691" data-use-pagination="False"> Mossa a tenaglia su tedeschi e Nato per sigillare davvero i confini a Sud «È stato un incontro molto positivo, con la Germania abbiamo obiettivi comuni: meno sbarchi, meno morti, meno immigrati clandestini e più espulsioni». Sono le 19.30 di ieri, quando Matteo Salvini commenta con poche ma incisive parole l'incontro con il collega ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer. Il bilaterale è il primo appuntamento in agenda della intensa quanto delicata due giorni di Salvini a Innsbruck, dove il vicepremier si trova da ieri per partecipare alla riunione informale dei ministri della Giustizia e degli Interni dell'Unione europea. «Abbiamo fatto tre passi avanti», aggiunge Salvini, «l'obiettivo sia dell'Italia che della Germania è avere meno clandestini. Abbiamo chiesto e ottenuto supporto per intervenire sulle frontiere esterne, supporto e soldi per l'Africa. Interverremo per suddividere i migranti che sbarcano in Italia». Il tema più complesso da affrontare, come previsto, è stato quello dei «movimenti secondari» degli immigrati, ovvero gli spostamenti degli stessi tra i diversi Paesi europei. Il «falco» bavarese Seehofer vuole che gli immigrati arrivati in Germania dopo essere stati registrati nel Paese di «primo approdo», che nella stragrande maggioranza dei casi è l'Italia, vengano rispediti indietro. «Prima di ricollocare qualcuno in Italia», commenta Salvini al termine del bilaterale con Seehofer, «voglio dislocare qualcuno dall'Italia. A me interessa il saldo positivo: avere un immigrato in meno da mantenere. Siamo disponibili ad aumentare i controlli alle frontiere, ma occorre maggiore collaborazione tra gli Stati europei. Penso che sia iniziata una positiva collaborazione per entrambi i governi e per entrambi i popoli con l'obiettivo di avere maggior sicurezza e minore immigrazione in entrambi i Paesi». «La Germania», sottolinea Salvini, «appoggia la nostra richiesta di ottenere dall'Europa maggiori fondi per gestire i confini esterni. Siamo i due Paesi più colpiti dal l'immigrazione. Ovviamente i soldi non li vogliamo per noi, ma per gestire i confini esterni e per l'Africa. L'obiettivo è stipulare accordi con i Paesi africani solo se accettano la riammissione dei loro cittadini emigrati illegalmente. Con Seehofer abbiamo affrontato anche il tema delle missioni navali europee», prosegue Salvini, «ora tutti quelli che arrivano in Italia, restano qui. Non sarà più così. L'Europa deve indicare la Libia come porto sicuro. La modifica di Dublino è lunga. Noi già la settimana prossima inizieremo a chiedere il cambio della missione europea Sophia che ha portato 45.000 immigrati in Italia. Se invece che arrivare 45.000 in Italia, fossero suddivisi tra tutti i paesi dell'Unione, avremmo numeri e problemi diversi. Abbiamo finalmente avuto un bilaterale italo-tedesco, invece del solito franco-tedesco. Sono d'accordo con la proposta della presidenza austriaca di realizzare dei centri per migranti fuori dall'Europa. Ho visto il collega tedesco, lo rivedrò con l'austriaco, e vedrò anche il mio omologo francese, che sono curioso di incontrare, e quello svizzero. E questo», conclude Salvini, «lo dedico a quelli che dicono che l'Italia è isolata». Seehofer, da parte sua, ha definito «positivo» il vertice con Salvini e ne ha annunciato un altro «a luglio». Oggi infatti Salvini si ritroverà di nuovo insieme a Seehofer: alle 7.30 è in programma il trilaterale il ministro tedesco ed il ministro austriaco Herbert Kickl. Dalle 9 alle 12 è prevista la sessione di lavoro di tutti i ministri dell'Unione; al termine, Salvini ha in programma un bilaterale con la consigliera federale Svizzera, Simonetta Sommaruga; alle 13 di oggi l'ultimo appuntamento, l'incontro con il ministro dell'Interno francese Gérard Collomb. Ieri mattina, il premier Giuseppe Conte e Salvini si sono incontrati per perfezionare la strategia che avrebbero portato avanti rispettivamente al vertice Nato di Bruxelles e a quello dei ministri di Innsbruck. Il governo procede in perfetta armonia. La prova, se ne ve fosse bisogno, è quanto scritto ieri su Facebook dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, che i media progressisti dipingono in dissenso con Conte e Salvini. «Al summit Nato di Bruxelles», ha scritto la Trenta, «insieme al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e al ministro (degli Esteri, ndr) Enzo Moavero Milanesi, l'Italia ha fatto sentire la sua voce. In particolare, abbiamo chiesto una Nato più versatile e flessibile, che oltre ad Est sappia guardare anche a Sud, dunque nel Mediterraneo, una regione complessa quanto strategicamente importante per il nostro Paese. Vogliamo», ha aggiunto la Trenta, «una Nato che dia maggiore sostegno anche all'Ue sulle principali sfide che ci troviamo di fronte: lotta al terrorismo e lotta al traffico di esseri umani». Un maggiore coinvolgimento dell'Alleanza atlantica nella lotta all'invasione di immigrati è necessario, indispensabile, tanto più che, come ieri ha ammonito anche il premier Giuseppe Conte, «anche dalla stessa immigrazione potrebbero venire rischi e pericoli di foreign fighters. In questo quadro destabilizzato sia sul fronte mediorientale che in alcune aree nordafricane», ha aggiunto Conte, «potrebbero arrivare queste minacce, questi pericoli, per cui siamo qui per ribadire queste posizioni e rafforzare questi nostri interessi. E, con i nostri interessi, quelli di tutti gli alleati». Contrastare l'invasione di immigrati, vuol dire contrastare il terrorismo islamico internazionale. 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Nel frattempo, sull'imbarcazione solo saliti funzionari della Questura di Trapani, dello Sco della polizia e della Guardia costiera, con l'obiettivo di identificare i migranti e raccogliere i documenti sul presunto tentativo di dirottamento del rimorchiatore d'altura battente bandiera italiana Vos Thalassa, che fa servizio alla piattaforma petrolifera della francese Total, il cui equipaggio, dopo aver soccorso i migranti, li voleva consegnare alla Guardia costiera libica. Alcuni di loro, forse un paio, quando hanno capito che rischiavano di tornare a Tripoli, hanno minacciato di morte gli uomini dell'equipaggio. La Procura competente sarà quella di Trapani, la stessa che si è occupata dell'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina nei confronti della Ong tedesca Jugend Retten, che lo scorso anno ha sequestrato la nave Iuventa e che qualche giorno fa ha messo sotto indagine il capitano più 20 uomini dell'equipaggio. Ora tocca ai salvati dalla Vos Thalassa e poi finiti sulla Diciotti. La soluzione, per il ministro Matteo Salvini, è questa: «Se c'è gente che ha minacciato e aggredito, non finirà in un albergo ma in galera». Manette. E poi espulsioni. «Io non darò autorizzazione a nessun tipo di sbarco, finché non ci sarà garanzia per la sicurezza degli italiani che delinquenti, non profughi, che hanno dirottato con la violenza una nave, finiscano in cella e poi vengano riportati il prima possibile nei propri Paesi», aveva intimato Salvini. Il ministro pentastellato Danilo Toninelli, però, ha deciso di far attraccare la nave a Trapani. E il pattugliatore della Guardia costiera ha preso a navigare a cinque miglia all'ora in direzione della Sicilia. Il tutto è accaduto mentre erano attese le decisioni del tavolo operativo con i vertici della Marina, della Guardia costiera e delle forze dell'ordine, presieduto da Salvini al Viminale, per stabilire una volta per tutte le modalità operative in caso di soccorsi in acque di zona Sar libica che, ripete da tempo il ministro, è di esclusiva competenza delle motovedette libiche. «Salvini anche oggi fa un'invasione di campo per avere visibilità; questa volta a essere totalmente bypassata è la magistratura», ha sparato a zero Roberto Saviano, scrivendo un post su Facebook. «Salvini», secondo Saviano, «preso da delirio di onnipotenza e credendo di disporre personalmente di tutti i poteri dello Stato, dice che «il governo agisce con una sola voce e una sola testa», la sua». La risposta di Salvini è stata immediata: «Altri insulti, altra querela». È stata immediata anche la risposta della polizia di Stato che, appena ricevuta la segnalazione della Guardia costiera ha avviato le indagini. Il ministro Toninelli ha parlato di «minacce di morte» e di «condotte che hanno messo a repentaglio la vita» di 12 marinai del rimorchiatore italiano. A quel punto la Guardia costiera ha deciso di mandare la nave Diciotti oltre a un elicottero della Marina militare. Al momento quella della polizia non è una attività investigativa delegata da una Procura, ma si tratta di accertamenti svolti d'iniziativa. Le notizie raccolte a bordo della nave, però, verranno riferite immediatamente all'autorità giudiziaria competente. Fabio Amendolara
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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