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2019-12-02
La resistenza bugiarda
Getty Images
Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica».
Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche.
Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere.
Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi.
Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità.
Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni.
Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani
La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone».
Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso.
Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione.
In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci».
Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza».
In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia».
Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo».
Le invenzioni che celano la vera storia di Irma
Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta».
Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza.
«Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire.
Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani.
Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti.
Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi
Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico.
Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene».
A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras.
Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti.
Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici.
A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati.
Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura.
Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!».
Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948
La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso...
Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira.
«Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero.
Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
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Un libro riempie i tanti buchi neri che si aprono nel ricostruire le vicende di 75 anni fa a Bologna e in Emilia. Storie mistificate a uso propagandistico e che vanno raccontate di nuovo con verità. Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani. Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Bandiera. Il socialista Otello Bonvicini tradito due volte dai suoi. Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948. Lo speciale contiene cinque articoli. Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica». Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche. Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere. Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi. Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità. Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-killer-di-un-partigiano-celebrato-dai-partigiani" data-post-id="2641488160" data-published-at="1779620469" data-use-pagination="False"> Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone». Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso. Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione. In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci». Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza». In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia». Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-invenzioni-che-celano-la-vera-storia-di-irma" data-post-id="2641488160" data-published-at="1779620469" data-use-pagination="False"> Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta». Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza. «Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire. Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani. Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-socialista-bonvicini-tradito-due-volte-dai-suoi" data-post-id="2641488160" data-published-at="1779620469" data-use-pagination="False"> Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico. Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene». A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras. Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti. Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici. A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati. Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura. Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sepolto-nel-sacrario-anche-un-morto-del-1948" data-post-id="2641488160" data-published-at="1779620469" data-use-pagination="False"> Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948 La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso... Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira. «Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero. Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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