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2019-12-02
La resistenza bugiarda
Getty Images
Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica».
Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche.
Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere.
Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi.
Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità.
Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni.
Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani
La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone».
Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso.
Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione.
In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci».
Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza».
In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia».
Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo».
Le invenzioni che celano la vera storia di Irma
Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta».
Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza.
«Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire.
Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani.
Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti.
Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi
Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico.
Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene».
A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras.
Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti.
Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici.
A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati.
Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura.
Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!».
Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948
La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso...
Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira.
«Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero.
Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
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Un libro riempie i tanti buchi neri che si aprono nel ricostruire le vicende di 75 anni fa a Bologna e in Emilia. Storie mistificate a uso propagandistico e che vanno raccontate di nuovo con verità. Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani. Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Bandiera. Il socialista Otello Bonvicini tradito due volte dai suoi. Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948. Lo speciale contiene cinque articoli. Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica». Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche. Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere. Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi. Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità. Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-killer-di-un-partigiano-celebrato-dai-partigiani" data-post-id="2641488160" data-published-at="1780004416" data-use-pagination="False"> Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone». Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso. Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione. In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci». Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza». In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia». Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-invenzioni-che-celano-la-vera-storia-di-irma" data-post-id="2641488160" data-published-at="1780004416" data-use-pagination="False"> Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta». Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza. «Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire. Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani. Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-socialista-bonvicini-tradito-due-volte-dai-suoi" data-post-id="2641488160" data-published-at="1780004416" data-use-pagination="False"> Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico. Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene». A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras. Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti. Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici. A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati. Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura. Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sepolto-nel-sacrario-anche-un-morto-del-1948" data-post-id="2641488160" data-published-at="1780004416" data-use-pagination="False"> Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948 La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso... Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira. «Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero. Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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