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2019-12-02
La resistenza bugiarda
Getty Images
Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica».
Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche.
Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere.
Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi.
Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità.
Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni.
Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani
La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone».
Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso.
Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione.
In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci».
Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza».
In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia».
Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo».
Le invenzioni che celano la vera storia di Irma
Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta».
Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza.
«Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire.
Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani.
Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti.
Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi
Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico.
Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene».
A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras.
Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti.
Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici.
A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati.
Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura.
Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!».
Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948
La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso...
Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira.
«Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero.
Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
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Un libro riempie i tanti buchi neri che si aprono nel ricostruire le vicende di 75 anni fa a Bologna e in Emilia. Storie mistificate a uso propagandistico e che vanno raccontate di nuovo con verità. Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani. Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Bandiera. Il socialista Otello Bonvicini tradito due volte dai suoi. Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948. Lo speciale contiene cinque articoli. Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica». Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche. Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere. Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi. Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità. Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-killer-di-un-partigiano-celebrato-dai-partigiani" data-post-id="2641488160" data-published-at="1780641148" data-use-pagination="False"> Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone». Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso. Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione. In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci». Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza». In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia». Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-invenzioni-che-celano-la-vera-storia-di-irma" data-post-id="2641488160" data-published-at="1780641148" data-use-pagination="False"> Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta». Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza. «Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire. Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani. Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-socialista-bonvicini-tradito-due-volte-dai-suoi" data-post-id="2641488160" data-published-at="1780641148" data-use-pagination="False"> Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico. Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene». A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras. Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti. Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici. A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati. Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura. Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sepolto-nel-sacrario-anche-un-morto-del-1948" data-post-id="2641488160" data-published-at="1780641148" data-use-pagination="False"> Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948 La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso... Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira. «Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero. Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
(iStock)
E ieri ha portato a casa la sua missione con il voto favorevole della maggioranza (Pd, Avs-Ecolò e Lista Funaro), il no di Italia viva e l’astensione di M5s e Spc (Sinistra progetto comune). Non proprio un bel segnale per il campo largo, anche se grillini e rifondaroli sono all’opposizione.
Fatto sta che da domani anche nelle zone che vanno da Campo di Marte e San Jacopino fino alle aree Bronzino e Pier Vettori, Fonderia e Petrarca (sottozona A3 e A4), gli Airbnb saranno tabù. Per intenderci, le sottozone A3 e A4 corrispondono a 11,21 chilometri quadrati e racchiudono 67.780 abitazioni.
Non uno scherzo. Anche perché da tempo i paletti fiorentini sono i più rigidi del Paese. Oltre a non ammettere nuove autorizzazioni per i cosiddetti contratti turistici, ora anche nei territori più periferici (l’allargamento riguarda più di 500 nuove strade) saranno «inammissibili» cucine inferiori ai 9 metri quadrati, l’impatto acustico dovrà essere limitato entro determinate soglie e a chi dovesse violare le regole saranno comminate sanzioni fino a 10.000 euro.
Insomma, un’altra bella botta per la proprietà privata e per i cittadini che magari hanno ricevuto un piccolo immobile in donazione, hanno sempre pagato le tasse e rispettato le regole, ma ora non sono liberi di metterlo a reddito come meglio credono.
«Non ho gradito i tempi e le modalità con cui è stata frettolosamente portata in aula la delibera», spiega alla Verità il vicepresidente del consiglio comunale, lato Fratelli d’Italia, Alessandro Draghi, «l’emergenza abitativa non può ricadere sui privati. Bloccare le locazioni turistiche nella corona attorno ai viali vuol dire semplicemente trasferire il fenomeno ancor più in periferia».
E la pensano allo stesso modo le oltre 400 persone che si sono riunite ieri in piazza della Signoria per protestare contro la delibera. «Il settore degli affitti brevi», spiegano i promotori del Coordinamento 4 Giugno, «coinvolge ormai migliaia di famiglie fiorentine e rappresenta una componente importante dell’economia cittadina. È sbagliato indicarlo come il principale responsabile del problema abitativo. Esiste certamente un tema casa e un disagio abitativo, che non va sottovalutato. Ma la risposta non può essere quella di limitare la proprietà privata o colpire i piccoli proprietari. Il problema si affronta aumentando l’offerta di alloggi attraverso la rigenerazione urbana, il recupero del patrimonio inutilizzato e l’acquisizione di nuovo patrimonio abitativo da destinare alla locazione a canoni sostenibili». Quindi i dettagli del caso Firenze. «Oggi, il Comune ha oltre 800 alloggi in edilizia residenziale pubblica inutilizzati e di conseguenza non può aggiungere il problema abitativo ai piccoli proprietari privati perché non è credibile oltre che ingiusto. Noi diciamo sì alle regole e ai controlli contro l’abusivismo, ma no a provvedimenti ideologici che rischiano di penalizzare famiglie, lavoratori e piccoli risparmiatori senza produrre benefici concreti sul fronte dell’emergenza abitativa».
Anche perché poi succede che i fondi e le società immobiliari abbiano il via libera alle locazioni brevi di appartamenti di extra lusso, mentre i privati restano a bocca asciutta.
Contraddizione che è diventata palese quando il Tar, qualche giorno fa, ha dato il via libera alla possibilità di fare attività di Airbnb in un mega palazzo vicino al Duomo che conta più di 100 alloggi extra lusso.
Il complesso Bufalini è di proprietà della società di gestione del risparmio Namira, che ha acquistato i circa 18.000 metri quadrati del complesso nel 2024 da Tom Barrack e oggi lo gestisce attraverso il fondo Kalon.
Perché Namira può fare Airbnb e i fiorentini no? Di chi è la colpa? Secondo i giudici del tribunale regionale, la variante di aprile del piano urbanistico comunale dello scorso anno aveva escluso il complesso Bufalini dal blocco previsto per gli Airbnb (in base anche a una convenzione del 2017, che non escludeva la destinazione turistica) e anche se la Funaro ha approvato un regolamento che vieta nuovi affitti brevi nell’area Unesco, «la licenza» resta.
Il sindaco si dice pronto a ricorrere al Consiglio di Stato, ma non risponde ad alcune semplici domande che molti dei suoi cittadini le stanno ponendo.
Esistono altri immobili in centro nella stessa situazione? Sono state concesse ulteriori eccezioni alle rigidissime regole imposte dalla sinistra? Sono ipotizzabili nuove varianti urbanistiche nel centro della città che aprono le porte agli affitti brevi, magari per i soliti alloggi extra lusso in mano ai fondi?
La Funaro non risponde. Ma se emergessero nuovi edifici che per un motivo o per l’altro ottengono l’autorizzazione a fare Airbnb, al danno per i cittadini fiorentini si aggiungerebbe la beffa, e il sindaco perderebbe completamente la faccia.
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Rocco Basilico e Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
A stipularla Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico sotto la regia della madre, Nicoletta Zampillo ultima moglie di Leonardo Del Vecchio. l’accordo spiana la strada a Leonardo Del Vecchio verso la maggioranza assoluta di Delfin, la cassaforte di famiglia. Vuol dire controllare un impero globale. La holding oggi vale circa 42 miliardi e che custodisce non soltanto il controllo di Essilor Luxottica, ma anche partecipazioni strategiche in Generali, Monte dei Paschi di Siena e Unicredit.
Dentro quelle mura lussemburghesi si concentrano quote, potere, dividendi, influenza e soprattutto la lunga ombra di uno dei più grandi imprenditori italiani del dopoguerra. Ecco perché la tregua assume un significato che va ben oltre il tradizionale romanzo familiare degli eredi. Sul tavolo c’era l’architettura di uno degli snodi più delicati del capitalismo italiano. Per settimane la tensione era salita come la pressione dentro una pentola dimenticata sul fuoco.
Da una parte Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito del fondatore di Luxottica, impegnato a portare a termine il grande riassetto della holding. Dall’altra Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo e del banchiere Paolo Basilico, deciso a contestare il percorso scelto per la redistribuzione delle quote. La battaglia si era rapidamente trasferita nelle aule del Granducato. Basilico aveva impugnato davanti al Tribunale del Lussemburgo le delibere approvate dall’assemblea di Delfin. Nel mirino c’erano due decisioni particolarmente rilevanti: l’aumento dei dividendi e soprattutto l’operazione destinata a consentire a Leonardo Maria di acquistare il 25% della holding detenuto dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio.
Una partita gigantesca. Perché quel 25% rappresenta una quota che, ai valori correnti della cassaforte, sfiora gli 11 miliardi. Una di quelle somme che smettono di essere denaro e diventano geografia economica.
L’operazione avrebbe portato Leonardo Maria Del Vecchio al 37,5% di Delfin, consolidando una posizione destinata a renderlo il principale punto di riferimento della governance futura. Un progetto complesso anche dal punto di vista finanziario.
Per sostenere l’acquisto era infatti previsto un finanziamento da circa 10 miliardi una delle operazioni più rilevanti mai viste in una vicenda successoria italiana. Un’architettura che richiedeva stabilità, certezze giuridiche e soprattutto l’assenza di nuvole legali all’orizzonte.
Le contestazioni giudiziarie rischiavano invece di trasformarsi in una fastidiosa sabbia negli ingranaggi.
Nel frattempo si era aggiunto un altro capitolo.
A fine maggio Nicoletta Zampillo aveva inviato una lettera al consiglio di amministrazione di Delfin manifestando la volontà di rimettere in discussione la rinuncia effettuata nel 2022 a metà della quota del 25% a lei destinata dal marito a favore del figlio Rocco.
Un passaggio che aveva contribuito ad aumentare ulteriormente la temperatura.
Gli osservatori finanziari seguivano gli sviluppi come si segue una finale di Champions League. Per una ragione semplice: dietro la disputa familiare c’erano asset che pesano enormemente sugli equilibri economici del Paese. Delfin possiede infatti il 32,4% di Essilor Luxottica, il campione mondiale dell’occhialeria nato dalla fusione che ha cambiato la geografia del settore. Ma non basta. Controlla anche il 17,5% di Monte dei Paschi di Siena, il 10% di Generali e il 2,7% di Unicredit.
Tradotto dal linguaggio delle partecipazioni a quello della realtà: una quota rilevante del risparmio italiano, del credito alle imprese, delle assicurazioni e della finanza nazionale passa direttamente o indirettamente sotto l’ombrello della cassaforte creata da Del Vecchio.
Secondo quanto emerge dalle ricostruzioni delle ultime ore, sia Leonardo Maria Del Vecchio sia Rocco Basilico si sarebbero impegnati a ritirare le rispettive iniziative giudiziarie. Una scelta che consente di sbloccare un'impasse che durava ormai da settimane e che rischiava di allungare ulteriormente i tempi del riassetto.
La tregua arriva a quattro anni dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio.
Quattro anni nei quali l’eredità del fondatore ha continuato a esercitare una forza gravitazionale impressionante. Come accade spesso nelle grandi dinastie imprenditoriali, il patrimonio non è soltanto una questione economica. È anche una questione di leadership, di visione, di equilibrio tra rami familiari e di gestione del potere.
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Ansa
Anzi, ieri è stato ucciso, da una bomba di mortaio, un casco blu del contingente Onu Unifil. È accaduto nell’area di Marjayoun, vicino Dibbine, nell’avamposto «Miguel de Cervantes» di militari spagnoli. La granata ha ucciso un militare di nazionalità serba e ha ferito un militare spagnolo e uno salvadoregno.
Il caduto era il sergente Milovan Jovanovic, che avrebbe compiuto 37 anni domani, essendo nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo e lascia una moglie e due figli. Il suo decesso è avvenuto dopo un vano ricovero in elicottero al Centro medico universitario di Beirut. Si conferma una volta di più la precaria posizione dell’Unifil, schierato in Libano dal 1978 e sempre fra due fuochi. Attualmente l’Unifil è sotto il comando del generale italiano Diodato Abagnara e conta 7.478 uomini, fra cui 746 italiani. L’esercito israeliano ha attribuito a Hezbollah la morte del serbo, affermando che «una serie di colpi di mortaio provenienti dalla zona di Qotrani ed effettuati da Hezbollah». Poi l’esercito libanese rilevava: «Le truppe israeliane si sono ritirate da Debbine, nel distretto di Marjeyoun, per facilitare il monitoraggio del cessate il fuoco».
Nella notte era arrivato l’assenso di Beirut a un cessate il fuoco concordato con Israele, con la mediazione dell’amministrazione americana di Donald Trump. Accordo basato sul disarmo di Hezbollah e su «aree pilota» sgomberate dalla presenza israeliana e di Hezbollah e presidiate da truppe libanesi. Alla milizia sciita si chiede il ritiro a Nord del fiume Litani. Il presidente libanese Joseph Aoun ha affermato che «i negoziati sono stati difficili e sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano Marco Rubio». La tregua diverrebbe effettiva «24 ore dall’approvazione definitiva» e sarebbe preparatoria di negoziati dal 22 giugno. Da parte israeliana, il premier Benjamin Netanyahu ha discusso l’accordo con il suo gabinetto di sicurezza nazionale, ma il problema pare lo stesso del precedente cessate il fuoco di ottobre 2024: il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi. Se il ministro della Difesa Israel Katz si dice soddisfatto, il titolare della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, parla di «grave errore» evocando complicità fra governo libanese e sciiti. Naim Qassem, capo di Hezbollah, ha già definito l’accordo «una capitolazione e una sconfitta». Stando a indiscrezioni del giornale israeliano Haaretz, Qassem rifiuterebbe l’accordo su impulso dell’Iran, dato che gli ayatollah non intendono separare la crisi nel Golfo Persico da quella libanese, come invece vorrebbe Trump.
Un funzionario israeliano ha anticipato alla testata Ynet che l’esercito ebraico «rimarrà nelle aree conquistate» fra cui la cresta del castello di Beaufort, e che «proseguiranno le operazioni per smantellare Hezbollah». Afferma che il senso dell’accordo è «spingere lo stato libanese ad affrontare Hezbollah», risolvendo il problema di una milizia che è uno «Stato nello Stato». Proprio ieri il Consiglio dell’Unione europea ha approvato aiuti per 100 milioni di euro destinati «al rafforzamento dell’esercito libanese». In giornata Israele ha compiuto raid con droni e aerei, colpendo Sohmor e altri siti nella valle della Bekaa, come la diga di Qaraoun, oltre a un’automobile sulla strada Kfar Kila e Zefta, facendo sei morti e otto feriti. Hezbollah ha lanciato razzi sui soldati israeliani, oltre a droni che sono stati abbattuti. Gli sciiti hanno però rivendicato la distruzione di un carro armato israeliano al castello di Beufort con un missile.
Ieri, dopo che il direttore del Mossad, David Barnea, ha lasciato l’incarico a Roman Gofman, il Jerulasem Post ha rivelato che l’uccisione, il 27 settembre 2024, dello storico capo di Hezbollah Hassan Nasrallah con un raid aereo sarebbe dovuta a speciali sistemi di puntamento installati nel suo quartier generale da spie del servizio segreto ebraico. Nel frattempo, è aumentato il numero delle vittime del raid israeliano su Gaza: si parla di 11 morti, inclusi dei bambini.
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Donald Trump (Ansa)
Uno scoglio sul tavolo è del resto quello della crisi libanese: non è infatti un mistero che la Repubblica islamica voglia la risoluzione del conflitto tra Israele ed Hezbollah come parte integrante di un eventuale accordo con la Casa Bianca. «La nostra condizione iniziale per accettare un cessate il fuoco nella guerra regionale è stata un cessate il fuoco su tutti i fronti, Libano compreso», hanno affermato, ieri, i pasdaran, per poi aggiungere: «Il nemico deve cessare urgentemente gli attacchi contro il popolo libanese e ritirarsi immediatamente oltre i confini internazionali, evacuando i territori occupati del Libano e riconoscendo l’integrità territoriale del Libano».
Mercoledì, Washington, Beirut e Gerusalemme avevano emesso un comunicato congiunto, concordando un cessate il fuoco «subordinato alla completa cessazione degli attacchi di Hezbollah». Tuttavia, ieri, il leader della stessa Hezbollah, Naim Qassem, ha bollato l’accordo tra Libano e Israele come una «resa». Ha quindi affermato che gli attacchi contro il Nord dello Stato ebraico proseguiranno fin quando continueranno i bombardamenti israeliani sul Paese dei Cedri. Poco dopo, un funzionario di Hezbollah ha confermato il rifiuto della tregua. Bisognerà quindi capire quale impatto avrà questa situazione sul destino della diplomazia tra Stati Uniti e Iran. D’altronde, un altro scoglio riguarda Hormuz. Ieri, il ministero degli Esteri iraniano ha detto che Teheran «non intende riscuotere tasse di passaggio, dazi di transito o pagamenti per i diritti di transito», ma soltanto delle tariffe di servizio. Non è al momento chiaro come reagirà Washington, che si è sempre espressa contro eventuali pedaggi imposti dalla Repubblica islamica nello Stretto.
Nel frattempo, Donald Trump avrebbe deciso di non riprendere le ostilità con Teheran, a meno che la Repubblica islamica non uccida dei soldati americani. Non solo. Oltre a dire che le trattative con il regime khomeinista starebbero andando «molto bene», il presidente statunitense non ha escluso l’eventualità di incontrare la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei: un Khamenei che, secondo Washington, sarebbe coinvolto nei negoziati e che, ieri, ha esortato gli iraniani a «preservare l’unità nazionale». In tutto questo, mercoledì, il presidente americano ha ammesso di aver definito «pazzo» Benjamin Netanyahu durante un litigio telefonico, ma ha anche cercato di gettare acqua sul fuoco. «Abbiamo lavorato molto bene insieme. Bibi mi piace molto. E lavoro molto bene con lui», ha detto. Lunedì, Trump si era notevolmente irritato con il premier israeliano, ritenendo che i raid dello Stato ebraico su Beirut avrebbero compromesso le trattative in corso tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta cercando di salvaguardare il processo diplomatico con Teheran, tentando di raffrenare sia Hezbollah che Gerusalemme. Tuttavia, nel mezzo di queste manovre complicate, Trump si sta ritrovando a dover affrontare una grana interna. L’altro ieri, la Camera dei rappresentanti, anche attraverso il voto favorevole di quattro deputati repubblicani dissidenti, ha approvato una risoluzione che esige la conclusione del conflitto in Iran: una circostanza che, neanche a dirlo, ha profondamente irritato il presidente statunitense. «Con una votazione insignificante, la Camera ha votato, con quattro repubblicani corrotti e tutti i democratici, per limitare i miei poteri di guerra, proprio nel bel mezzo delle trattative finali per porre fine alla guerra con la Repubblica islamica dell’Iran. Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica?», ha tuonato Trump, ieri, su Truth.
Come riportato da The Hill, non è chiaro se la risoluzione abbia forza di legge e se sia quindi vincolante. Bisognerà inoltre attendere l’eventuale ok del Senato. Ciò detto, dal punto di vista politico, si configura potenzialmente un problema per il presidente americano. Continua infatti ad aumentare la pressione su di lui, affinché chiuda la questione iraniana. Ricordiamo che, sulla base del War powers act, il presidente deve ottenere l’ok del Congresso, qualora le azioni militari da lui ordinate superino i 60 giorni. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha finora sostenuto che le ostilità con Teheran sono terminate a seguito del cessate il fuoco stipulato l’8 aprile e prorogato a tempo indeterminato il 21 dello stesso mese: il che, argomenta la Casa Bianca, renderebbe inutile richiedere e ottenere l’autorizzazione da parte del potere legislativo. Sarà quindi necessario capire in che modo questa questione si intersecherà con le trattative iraniane. E se avrà degli impatti in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
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