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2019-12-02
La resistenza bugiarda
Getty Images
Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica».
Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche.
Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere.
Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi.
Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità.
Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni.
Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani
La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone».
Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso.
Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione.
In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci».
Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza».
In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia».
Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo».
Le invenzioni che celano la vera storia di Irma
Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta».
Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza.
«Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire.
Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani.
Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti.
Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi
Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico.
Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene».
A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras.
Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti.
Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici.
A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati.
Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura.
Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!».
Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948
La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso...
Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira.
«Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero.
Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
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Un libro riempie i tanti buchi neri che si aprono nel ricostruire le vicende di 75 anni fa a Bologna e in Emilia. Storie mistificate a uso propagandistico e che vanno raccontate di nuovo con verità. Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani. Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Bandiera. Il socialista Otello Bonvicini tradito due volte dai suoi. Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948. Lo speciale contiene cinque articoli. Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica». Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche. Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere. Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi. Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità. Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-killer-di-un-partigiano-celebrato-dai-partigiani" data-post-id="2641488160" data-published-at="1775902004" data-use-pagination="False"> Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone». Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso. Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione. In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci». Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza». In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia». Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-invenzioni-che-celano-la-vera-storia-di-irma" data-post-id="2641488160" data-published-at="1775902004" data-use-pagination="False"> Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta». Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza. «Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire. Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani. Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-socialista-bonvicini-tradito-due-volte-dai-suoi" data-post-id="2641488160" data-published-at="1775902004" data-use-pagination="False"> Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico. Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene». A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras. Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti. Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici. A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati. Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura. Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sepolto-nel-sacrario-anche-un-morto-del-1948" data-post-id="2641488160" data-published-at="1775902004" data-use-pagination="False"> Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948 La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso... Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira. «Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero. Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
Leone XIV (Ansa)
Ma la smentita non smentisce il dettaglio principale della vicenda: lo sgarbo del sottosegretario alla Guerra americano, Elbridge Andrew Colby, oppure, secondo ricostruzioni diverse, di un altro funzionario presente all’incontro del 22 gennaio scorso con il rappresentante della Santa Sede, i quali avevano evocato la cattività avignonese, pur di convincere la Chiesa cattolica a schierarsi apertamente con Washington, alla luce della sua incomparabile potenza militare.
Basta confrontare il tono dei comunicati diramati dall’entourage del Papa con quello della rettifica pubblicata su X da Brian Burch, l’ambasciatore «pontificio» di Donald Trump.
Giovedì, la segreteria della Nunziatura apostolica si era limitata a confermare l’avvenuto colloquio nella sede del ministero in Virginia, sottolineando anche che «incontri con ufficiali del governo sono una pratica normale». Vero. Anomalo, semmai, era il luogo: non era mai accaduto prima che un Nunzio fosse convocato al Pentagono. Né in questa precisazione, né in quella di ieri della sala stampa, veniva tuttavia escluso che la parte americana avesse pronunciato la battutaccia su Avignone. Un’allusione al periodo, tra il 1309 e il 1377, in cui il Papato venne tradotto in Provenza, a causa di dissidi con la borghesia romana e della grave frattura con la monarchia francese. L’unico a negare tutto è stato Burch: «Minaccia di Avignone? Nessuna». L’ambasciatore ha attribuito la ritrattazione allo stesso Pierre: egli lo avrebbe confortato sul fatto che le «caratterizzazioni mediatiche» del faccia a faccia con Colby fossero - la formula ricalcherebbe proprio le parole del porporato - «montature», «semplicemente inventate». Anche Matteo Bruni, dal Vaticano, ha voluto rimarcare che, per Pierre, tutto era «rientrato nella regolare missione» diplomatica. Peccato che, dalla viva voce del cardinale, non sia uscito alcunché. Niwa Limbu, corrispondente del Catholic Herald, ha detto di avergli parlato al telefono. Pierre sarebbe stato lapidario: «Preferisco non parlare». Se Ferraresi ha raccontato fandonie, perché rimanere in silenzio e lasciarsi virgolettare da Burch?
Nella serata di ieri, l’ambasciata Usa presso la Santa Sede ha ribadito l’impegno per una «partnership profonda e collaborativa». Ma se il Washington Post ha menzionato una fonte vaticana, secondo cui il vertice al Pentagono è stato «inusuale», The Pillar, autorevole testata d’Oltreoceano che si occupa di questioni ecclesiali, ha ottenuto la conferma che il confronto era stato «teso». I funzionari papali sentiti dal quotidiano non hanno parlato di minacce (né lo ha fatto il pezzo da cui tutto è nato), però hanno ammesso che i rappresentanti Usa erano stati «aggressivi» e «prepotenti». Il confine tra «aggressività», «prepotenza» e «minaccia» è opinabile. Ma una cosa è sicura: quel giorno di gennaio, gli uomini di Pete Hegseth hanno come minimo stiracchiato i protocolli diplomatici.
Il che ci porta al nodo della questione: il redde rationem, interno all’amministrazione Trump, tra i cattolici conservatori e gli ultranazionalisti protestanti. Colby fa parte della cerchia di JD Vance, così come Randy George, il capo di Stato maggiore silurato dal ministro, e Dan Driscoll, che invece non ha intenzione di dimettersi. Dal lato opposto della barricata c’è il segretario alla Guerra. Capofila di quel movimento di «cristiani sionisti», sostenitori entusiasti della campagna contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu, cui appartengono pure i pastori evangelici che hanno imposto le mani su The Donald nello Studio ovale, per benedire la sua impresa bellica. Questi ultimi sono già allineati alla sterzata improvvisa del presidente ex isolazionista; ma il sostegno dei cattolici non è incondizionato. Costoro non amano gli eccessi della Casa Bianca e sono sensibili ai messaggi del pontefice e dei vescovi sulla guerra e su una gestione più umana della lotta all’immigrazione clandestina.
Ecco cosa può essere accaduto il 22 gennaio: un tentativo di guadagnare il consenso della Chiesa, blindando la svolta a destra dell’elettorato cattolico statunitense e archiviando i sempiterni timori Wasp per la sua «doppia lealtà» (alla patria ma pure al Papa), potrebbe essere sfuggito di mano.
L’incidente aggrava la posizione di Hegseth, il quale fa già i conti con una guerra, maturata sull’asse Israele-protestantesimo Usa, dagli esiti deludenti, la cui conclusione negoziata viene picconata da Tel Aviv, mentre la popolarità dello Stato ebraico crolla tra i cittadini americani. Inoltre, i soldati lo accusano di non aver protetto adeguatamente la base in Kuwait, in cui un raid iraniano ha ucciso sei di loro. Sono grosse gatte da pelare.
Dopodiché, va registrata la volontà vaticana di gettare acqua sul fuoco. A parte i bollettini ufficiali, sorprende che nella squadra di pompieri si siano arruolati i gesuiti progressisti, i più lontani dal tycoon. A cominciare dal sacerdote degli Lgbt, padre James Martin. Merita un elogio padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica e sottosegretario al Dicastero per la Cultura: egli ha rifiutato ogni strumentalizzazione della faccenda e ha offerto una lettura molto profonda dell’approccio del pontefice alle questioni internazionali. «Leone contro Trump? Questa cornice è errata. Perché è riduttiva», ha scritto su Union of Catholic Asian News. «La posta in gioco è completamente diversa: è il Papa che combatte contro la guerra. Non contro un presidente, contro un modo di pensare. Contro l’idea stessa che rende la guerra possibile». Sono le istruzioni per sottrarsi al fraintendimento che cavalcano i dem Usa, sperando di tamponare l’emorragia di voti cattolici; la medesima incomprensione che aveva spinto il Pentagono a interpellare il Nunzio, temendo che il monito di Robert Francis Prevost sull’impiego della forza al posto del dialogo fosse una scomunica della «dottrina Donroe» di Trump. Spadaro ha aggiunto che la linea di Leone XIV «potrebbe contribuire a interrompere una tendenza che ha dominato il cattolicesimo americano - meno religione come collante nazionale, più fede come critica del potere». A ben vedere, più che una deriva cattolica, è esattamente la distorsione protestante che ha finito per ispirare l’operazione Epic fury.
Il Papa, intanto, non ha smesso di far pesare la sua autorità morale: ai membri della Chiesa di Baghdad dei Caldei, ieri, ha chiesto di essere «segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari». «Dio», ha insistito, «non benedice alcun conflitto». È sembrato persino tornare sull’episodio della Domenica delle palme, quando Israele ha vietato al cardinale Pierbattista Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro. «I cristiani in tutto il Medio Oriente», ha tuonato, «siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe». Appunti per Netanyahu, Hegseth e la sua armata di predicatori crociati.
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Attacco israeliano nel Sud del Libano il 10 aprile 2026 (Ansa)
Mercoledì sono stati colpiti diversi quartieri residenziali della capitale, dove una serie di raid aerei israeliani ha provocato oltre 300 morti, trasformandolo nel giorno più sanguinoso dall’inizio del nuovo conflitto. Ma Beirut, la valle della Bekaa e tutto il sud sono ormai un bersaglio quotidiano dell’aviazione di Tel Aviv, che anche ieri ha colpito. Intanto Hezbollah, in risposta all’attacco sulla capitale, ha lanciato una serie di missili contro una base navale dell’esercito israeliano nella città di Ashdod, nell’estremo sud d’Israele al confine con la striscia di Gaza, a dimostrazione che le potenzialità balistiche del Partito di Dio sono ancora enormemente ampie. Il movimento sciita filoiraniano ha dichiarato che non intende fermarsi fino al termine dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti, bersagliando di razzi il nord israeliano e soprattutto la Galilea. Hezbollah rivendica di aver diritto alle sue operazioni militari come una risposta alla violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dal Pakistan ed accettato da Teheran e Washington.
Ma questa nuova guerra rischia di travolgere il piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo, dove la popolazione scivola verso una grave crisi di sicurezza alimentare a causa dell’aumento dei prezzi e della crescente domanda da parte delle famiglie sfollate a causa dei bombardamenti israeliani. Questo l’allarme lanciato dai rappresentanti del World Food Programme in Libano, che stanno cercando di affrontare anche il problema delle centinaia di migliaia di profughi provenienti dalle aree meridionali. Israele, su pressione di Donald Trump, ha però accettato l’apertura di negoziati diretti con il Libano, che si terranno a partire da martedì prossimo a Washington e che potrebbero evitare un ulteriore escalation nel Paese dei cedri.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha subito accettato di recarsi nella capitale statunitense nei prossimi giorni, nel tentativo di portare avanti i negoziati, come hanno dichiarato diverse fonti governative di Beirut, anche se i colloqui saranno tenuti dagli ambasciatori negli Stati Uniti di Libano e Israele, Nada Hamadeh-Moawad e Yechiel Leiter, oltre all’ambasciatore statunitense a Beirut Michel Issa.
Naim Qassem, capo di Hezbollah, , ha chiesto al governo libanese di smettere di fare «concessioni gratuite» a Israele prima dei colloqui. In vista di questo determinante meeting a Washington e per la situazione che rimane incandescente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di non essere chiamato a testimoniare nel processo contro di lui per le prossime due settimane. In Israele è stato revocato lo stato di emergenza, applicato durante la guerra con l’Iran e sospeso al momento della tregua, permettendo così all’attività giudiziaria di ricominciare con le inchieste e i processi che erano già in corso. Il processo per corruzione contro Netanyahu dovrebbe ripartire domani, ma tutto potrebbe slittare di qualche giorno. Sul campo lo scontro rimane feroce e nella notte Tel Aviv ha dichiarato di aver distrutto dieci lanciarazzi dei miliziani sciiti che sarebbero stati utilizzati come rampe di missili per bersagliare il nord israeliano. Dall’inizio del conflitto, secondo le cifre diffusa dal ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo è già salito a 1.888 morti e a 6168 feriti, ma sono dati che devono essere aggiornati ora per ora. L’Idf infatti ha bombardato un ufficio della sicurezza di Stato, uccidendo otto agenti nella città meridionale di Nabatieh e ha minacciato di colpire le ambulanze, accusando Hezbollah di farne un uso militare, mentre gli ospedali di Beirut sono sommersi di feriti da curare e sono vicini al collasso. Le Forze di difesa israeliane in un’altra operazione hanno scoperto un tunnel che conduce a un sito di infrastrutture sotterranee dove sono state trovati missili anticarro, armi da fuoco ed un deposito di munizioni. Le sirene antiaeree hanno suonato ininterrottamente in tutta Israele, compreso a Tel Aviv e ad Haifa dove però tutti i razzi sono stati intercettati.
Lunedì, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, arriverà in Libano per manifestare solidarietà e vicinanza al presidente Joseph Aoun e a tutto il popolo libanese a seguito dei bombardamenti, come ha scritto in un post il responsabile della Farnesina, che ha continuato: «Non vogliamo che a pagare sia ancora la popolazione civile come a Gaza». Tajani ha ribadito che l’Italia sosterrà, con un ruolo da protagonista, questa nuova fase di dialogo in Medio Oriente, anche per evitare un’escalation del conflitto e mettere fine alle azioni terroristiche di Hezbollah. Proprio i sostenitori dei miliziani, insieme agli alleati di Amal, si sono radunati a Hamra per protestare contro i negoziati con Israele.
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Donald Trump (Ansa)
Gli Stati Uniti si preparano ai colloqui previsti oggi a Islamabad. E la Casa Bianca guarda con interesse soprattutto alla delicata questione di Hormuz. «Ci sono notizie secondo cui l’Iran starebbe imponendo tariffe alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz: è meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!», ha affermato Donald Trump su Truth. «L’Iran sta facendo un pessimo lavoro, qualcuno direbbe vergognoso, nel permettere al petrolio di attraversare lo Stretto di Hormuz. Questo non è l’accordo che abbiamo», ha anche detto. «Gli iraniani sembrano non rendersi conto di non avere altre carte da giocare se non quella di estorcere denaro al mondo a breve termine, usando le vie di navigazione internazionali. L’unica ragione per cui sono ancora in vita è per negoziare!», ha poi rincarato la dose, sostenendo che Teheran sarebbe più brava a gestire le pubbliche relazioni che a combattere. D’altronde, sempre ieri, l’esercito iraniano ha annunciato di voler mantenere l’iniziativa per il «controllo» dello Stretto.
Non è del resto un mistero che la questione di Hormuz aleggi pesantemente sui colloqui pakistani. Agli occhi di Trump, l’apertura dello Stretto è necessaria per abbassare strutturalmente il costo dell’energia e, in particolare, il prezzo della benzina negli Stati Uniti: un obiettivo cruciale per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Basti pensare che ieri è stato rivelato che, a marzo, l’inflazione Oltreatlantico è salita dello 0,9% rispetto a febbraio proprio a causa del conflitto contro Teheran. «Ci aspettiamo una rapida riduzione dei prezzi dell’energia una volta che lo Stretto sarà riaperto. Attualmente ci sono navi che lo attraversano, ma a circa il 10% del ritmo normale. Una volta tornati al ritmo normale, prevediamo che la situazione si normalizzerà», ha affermato, sempre ieri, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett. «Abbiamo mandato la squadra migliore in Pakistan per negoziare con gli iraniani, e abbiamo anche piani di riserva, se necessario», ha aggiunto. È in questo quadro che il premier britannico, Keir Starmer, ha detto di aver discusso con Trump delle «capacità militari» e della «logistica» per il transito nello Stretto.
Insomma, l’atteggiamento di Teheran su Hormuz sta irritando non poco l’inquilino della Casa Bianca. Dall’altra parte, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che, prima dell’avvio dei negoziati con Washington, la Repubblica islamica si aspetta che vi sia un cessate il fuoco in Libano, oltre al «rilascio dei beni iraniani bloccati». Se i nodi sul tavolo non sono pochi, JD Vance, poco prima di partire per Islamabad (dove oggi guiderà il team negoziale statunitense), ha mostrato un cauto ottimismo. «Attendiamo con interesse la fase di negoziazione. Credo che sarà positiva. Vedremo, ovviamente», ha dichiarato. «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, noi siamo certamente disposti a tendere la mano», ha proseguito, per poi aggiungere: «Se proveranno a metterci in difficoltà, scopriranno che il team negoziale non è molto disponibile».
Chiaramente, oltre a Hormuz, gli americani oggi punteranno a discutere di vari argomenti: dalla liberazione dei cittadini statunitensi detenuti in Iran alla questione dell’arricchimento dell’uranio, senza dimenticare il programma missilistico del regime khomeinista e i suoi pericolosi proxy regionali. Teheran, dal canto suo, mirerà soprattutto a far leva su un punto: la richiesta di revoca delle sanzioni internazionali. Date queste premesse, e a meno che i negoziati non saltino all’ultimo momento, Trump ha comunque intenzione di trattare con la pistola poggiata sul tavolo. «Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai realizzate», ha detto ieri, parlando col New York Post. «Se non raggiungeremo un accordo, le utilizzeremo, e le utilizzeremo in modo molto efficace», ha proseguito. «Lo scopriremo tra circa 24 ore. Lo sapremo presto», ha altresì affermato, quando gli è stato chiesto se i colloqui avranno successo.
Ciò detto, Trump non sta mettendo sotto pressione soltanto Teheran. Il presidente americano sta infatti ponendo dei paletti anche a Benjamin Netanyahu. Ieri, la Cnn ha rivelato che, poco prima che il premier israeliano annunciasse dei colloqui diretti con il Libano due giorni fa, Trump avrebbe avuto una telefonata «tesa» con lui. «Netanyahu ha capito che, se non avesse chiesto colloqui diretti con il Libano, Trump avrebbe potuto semplicemente dichiarare un cessate il fuoco», ha riportato la testata. D’altronde, pur avendo ufficialmente escluso che l’accordo di tregua con l’Iran includesse il Libano, il presidente americano temeva che i bombardamenti israeliani sul Paese dei cedri potessero far saltare il tavolo diplomatico con Teheran. È quindi in questo senso che ha spinto Netanyahu ad attenuare gli attacchi e ad avviare trattative con Beirut. Il destino dell’iniziativa diplomatica statunitense con l’Iran naviga tra Scilla e Cariddi. La strada è in salita, certo. Ma non è detto che, alla fine, Vance non riesca a portare a casa qualche risultato concreto.
Teheran all’America: «I colloqui? Stop ai raid e sbloccate gli asset»
Islamabad blindata, strade deserte, posti di blocco sulle arterie principali e sicurezza rafforzata con l’invio di truppe e forze dell’ordine. La capitale pachistana si prepara ai colloqui tra Stati Uniti e Iran con misure eccezionali, mentre il governo ha imposto due giorni festivi per limitare gli spostamenti. I negoziati, in teoria, dovrebbero partire oggi. In pratica, restano appesi a un filo.
L’incertezza è totale. Da un lato è attesa la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance, dall’altro Teheran continua a non confermare la propria presenza, lasciando intendere che tutto dipenderà dal rispetto di alcune condizioni. «Finché gli Stati Uniti non rispetteranno il loro impegno a un cessate il fuoco su tutti i fronti, i negoziati restano in sospeso», ha fatto sapere una fonte citata dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran. Un messaggio che, già alla vigilia, mette in dubbio l’avvio stesso del tavolo di confronto. Washington prova comunque a mostrarsi fiduciosa: «Non vediamo l’ora che inizino i negoziati. Credo che saranno positivi», ha detto Vance ai giornalisti prima della partenza. L’apertura, però, è accompagnata da un avvertimento molto chiaro: «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, siamo pronti a tendere la mano. Se invece cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile». Una linea che combina disponibilità e fermezza, nel tentativo di tenere aperto il dialogo senza concedere margini a manovre dilatorie.
Sul fronte iraniano, il tono resta decisamente più rigido. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha ribadito che lo svolgimento dei colloqui è «subordinato all’ottenimento di garanzie» sul rispetto del cessate il fuoco. Ancora più esplicito il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, destinato a guidare la delegazione insieme al ministro degli Esteri, Abbas Araghchi: «Due delle misure concordate», ha dichiarato Ghalibaf, «devono essere ancora attuate: un cessate il fuoco su tutti i fronti e il rilascio degli asset iraniani bloccati. Queste due questioni devono essere soddisfatte prima che i negoziati inizino». Condizioni che, di fatto, trasformano l’avvio del dialogo in un passaggio tutt’altro che scontato.
A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la confusione sulle stesse tempistiche. Il Wall Street Journal aveva parlato ieri di una delegazione iraniana già arrivata a Islamabad, ma la notizia è stata smentita da Teheran. «Sono completamente false», ha assicurato una fonte iraniana, precisando che i colloqui restano «in fase di revisione e pianificazione». Un cortocircuito informativo che fotografa bene il clima attorno al negoziato: nulla è davvero confermato, tutto può ancora saltare.
Nel frattempo, sul tavolo si accumulano dossier destinati a complicare ulteriormente il confronto. Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti intendono inserire nelle trattative anche il tema del rilascio dei detenuti americani in Iran, allargando così il perimetro del negoziato oltre la sola questione della tregua. Un elemento che rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni e di rendere ancora più difficile trovare un’intesa rapida.
E non è l’unico fattore di pressione. Da Washington arriva anche un avvertimento sul possibile coinvolgimento di altri attori globali. Il rappresentante commerciale americano, Jamieson Greer, ha sottolineato che un eventuale ingresso della Cina nel dossier iraniano «complicherebbe il quadro», segnalando il rischio che il confronto tra Stati Uniti e Iran possa trasformarsi in una partita più ampia sul piano geopolitico.
Insomma, tutto rimane appeso a un filo. Lo dimostra anche il messaggio arrivato dal Comando centrale iraniano: le forze armate di Teheran tengono «il dito sul grilletto» e qualsiasi nuovo attacco contro Hezbollah e il Libano «avrà una risposta devastante e dolorosa».
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