True
2019-12-02
La resistenza bugiarda
Getty Images
Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica».
Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche.
Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere.
Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi.
Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità.
Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni.
Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani
La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone».
Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso.
Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione.
In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci».
Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza».
In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia».
Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo».
Le invenzioni che celano la vera storia di Irma
Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta».
Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza.
«Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire.
Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani.
Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti.
Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi
Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico.
Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene».
A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras.
Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti.
Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici.
A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati.
Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura.
Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!».
Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948
La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso...
Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira.
«Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero.
Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
Continua a leggereRiduci
Un libro riempie i tanti buchi neri che si aprono nel ricostruire le vicende di 75 anni fa a Bologna e in Emilia. Storie mistificate a uso propagandistico e che vanno raccontate di nuovo con verità. Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani. Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Bandiera. Il socialista Otello Bonvicini tradito due volte dai suoi. Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948. Lo speciale contiene cinque articoli. Sabato, sulle pagine di Repubblica, Gad Lerner ha lanciato un accorato appello a sostegno dell'Anpi. A suo dire oggi l'associazione dei partigiani è addirittura «potenziale bersaglio di attentati», Essa risulta «presenza scomoda, contestata» e l'ostilità nei suoi confronti sarebbe «cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica». Al di là dei toni enfatici, il tema è interessante. Forse, infatti, è giunto il momento di riflettere seriamente sul ruolo dell'Anpi nell'Italia di oggi. Il punto è proprio questa «funzione di attore politico» che Lerner rivendica con orgoglio. L'Anpi, ormai, non è più una associazione di ex combattenti, ma una organizzazione politica a tutto tondo che si occupa di immigrazione, diritti Lgbt, battaglie contro i sovranisti eccetera. Però, contemporaneamente, mantiene ben saldo il proprio ruolo di gendarme della memoria (nella felice definizione di Giampaolo Pansa). Come ben mostra l'articolo di Lerner, criticare l'Anpi significa compiere un reato di lesa maestà. L'unica verità storica che bisogna divulgare è quella gradita agli ex partigiani veri o presunti. Più spesso presunti, perché di persone che abbiano davvero fatto la resistenza ormai ne sono rimaste poche. Per garantirsi l'esistenza, l'Anpi deve continuare a tenere alta la tensione, deve insistere sull'eterno ritorno del fascismo, perché senza fascismo non ha più senso di esistere. Giusto un paio di giorni fa, nelle Marche, un professore di Liceo, Matteo Simonetti, ha osato alzarsi al termine di un incontro gestito dall'Anpi nel suo istituto polemizzando sul «dibattito a senso unico». Come è finita? Con l'Anpi che dichiara di voler segnalare l'insegnante al ministero affinché sia sanzionato. Questo atteggiamento, tra le altre cose, impedisce di fare luce sul passato del nostro Paese. Impedisce - imponendo la censura, il silenzio e il discredito nei confronti di ogni presunto eretico - di uscire dalla «memoria» ideologizzata per raccontare la Storia, quella che può insegnare qualcosa e può persino, in qualche caso, pacificare gli animi. Che uso abbiano fatto i gendarmi delle memoria della Storia lo si comprende leggendo un bel libro di Maurizio Ravaglia, pubblicato di recente dalle edizioni Lupo di Bologna del coraggioso Massimiliano Mazzanti. Si chiama Resistenza bugiarda, e non è certo un libello di propaganda protofascista, ma una seria indagine giornalistica sui tanti buchi neri che si aprono nella narrazione resistenziale di una città rossa come Bologna. Il volume non parla di militi di Salò o di presunti antifascisti uccisi: spesso racconta le storie di partigiani che sono state modificate e mistificate ad uso propagandistico. Storie che invece meritano di essere raccontate nella loro verità. Persino la corposa Storia della resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (due autori non certo «di destra», anzi) appena edita da Laterza si permette di affrontare i luoghi oscuri della guerra civile, raccontando ad esempio dei processi sommari e delle esecuzioni delle presunte spie fasciste. Questa dovrebbe essere la via da seguire, non la difesa della retorica resistenziale ideologica e, spesso, bugiarda. Cioè quella su cui l'Anpi campa da anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-killer-di-un-partigiano-celebrato-dai-partigiani" data-post-id="2641488160" data-published-at="1781947236" data-use-pagination="False"> Il killer di un partigiano celebrato dai partigiani La storia di Sauro Ballardini è stata una di quelle che più hanno spinto Maurizio Ravaglia a scrivere il suo libro sulla resistenza bolognese. Poiché Ballardini, nome di copertura «Topo» o «Topo romagnolo», è un esempio lampante di utilizzo politico della storia. «L'ho visto più volte andare nelle scuole e parlare ai ragazzi della storia dei partigiani», racconta Ravaglia. «Ballardini è stato partigiano per qualche mese, ma nessuno ha mai scritto che fu condannato per aver ammazzato due persone». Ballardini, fino all'estate del 1944, non era certo un antifascista. Vestì la divisa dell'esercito poi quella della Flak Division tedesca. Diviene «combattente per la libertà» nel 1945, ed è nel 1947 che viene ritenuto colpevole (una delle varie condanne racimolate nel corso della vita) di omicidio volontario. La pena stabilita è di 21 anni di carcere, ma Ballardini non ne sconterà nemmeno uno. Qualcuno potrebbe pensare che l'abbia fatta franca per via dell'amnistia di cui hanno beneficiato i combattenti politici di quegli anni, ma le cose stanno in modo diverso. Topo non aveva diritto all'amnistia poiché il tribunale italiano riconobbe che il suo delitto non era politico e non aveva nulla a che fare con la lotta per la liberazione. In realtà, la politica con quell'omicidio c'entrava eccome. Sauro Ballardini, infatti, ammazzò un altro partigiano. Si trattava di Elio Fioravanti, un ragazzo di appena 22 anni originario di Ficarolo, vicino a Rovigo. Si trovava a Bologna, in via san Felice, il 22 agosto del 1945. Fu avvicinato da due uomini che gli spararono a bruciapelo. Come raccontò l'Unità il giorno successivo, Fioravanti «aveva, tra i suoi documenti», una tessera dei partigiani jugoslavi, altri documenti comprovanti la sua attività partigiana nel Veneto e la tessera del Pci». Ma se era un partigiano, per giunta comunista, perché fu ammazzato in quel modo? L'Unità diede la colpa hai fascisti. Scrisse che il delitto dimostrava «come ancora il fascismo sia vivo nei sistemi. mentre una campagna subdola e diffamatrice viene condotta contro il nostro partito, accusato di incitare ad azioni di violenza». In verità, il giovane partigiano Elio fu ammazzato dal partigiano Topo. Il quale, nel frattempo, si stava rifacendo una vita altrove, in Jugoslavia. Sauro Ballardini andò la prima volta nel Paese di Tito nel 1946, ritornò per breve tempo nel 1948, poi di nuovo si recò in Jugoslavia. Passò pure del tempo in un campo di prigionia titino, arrestato in quanto filostalinista dopo la rottura con l'Urss. Nel 1956 si trasferì in Cecoslovacchia, dove rimase a lungo, si sposò ed ebbe due figli. «Nell'aprile del 1965», scrive Ravaglia, «al latitante Ballardini, come a centinaia di partigiani fuoriusciti nei Paesi dell'Est, viene concessa la grazia». Nel 1981 l'ex partigiano Topo rientra in Italia, a Bologna, e lì si stabilisce. Le scuole lo invitano a tenere lezioni. «Partecipa a rievocazioni e celebrazioni sulla resistenza, anche al sacrario in piazza del Nettuno dove viene ricordato il partigiano Elio Fioravanti da lui assassinato a sangue . freddo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-invenzioni-che-celano-la-vera-storia-di-irma" data-post-id="2641488160" data-published-at="1781947236" data-use-pagination="False"> Le invenzioni che celano la vera storia di Irma Irma Bandiera è un'icona della resistenza bolognese. Nata nel 1915, fu uccisa nel 1944. Il sito dell'Anpi ricorda che questa donna coraggiosa ha ottenuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, e spiega: «Di famiglia benestante, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella settima Gap, divenne presto un'audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta». Una vicenda terribile, che infatti viene da anni raccontata ancora e ancora. Di Irma Bandiera parlano libri e articoli, nel 2017 Laura Boldrini le dedicò una iniziativa a Montecitorio. Tanti, negli anni, si sono occupati della sua vicenda. Ma pochi hanno cercato sul serio la verità. Maurizio Ravaglia, dopo un lungo lavoro di ricerca negli archivi di Bologna, Modena, Ferrara e Perugia, è riuscito a fare un po' di chiarezza. «Si è sempre detto che Irma era stata catturata in combattimento dalle Ss, ma non è vero», racconta l'autore. «Fu presa a casa, dai fascisti, non durante uno scontro a fuoco. Fu tenuta prigioniera, ma non fu torturata e seviziata, come dimostra una fotografia che ho inserito nel libro. In moltissime biografie si dice che la Bandiera era sposata e addirittura aveva un figlio, ma non è vero. Aveva un fidanzato, ma non era sposata e non aveva figli». Consorte e prole sono stati inventati dalla fantasiosa storiografia resistenziale per aggiungere pathos alla vicenda. Nel 2015, il comunicato stampa del Comune di Bologna che annunciava le celebrazioni per il centenario della sua nascita, riportava la biografia sbagliata scritta dall'Anpi, in cui la donna veniva definita «moglie e madre affettuosa». In seguito, sulle biografie online sono state apportate alcune correzioni. Ed è stata tolta dal sito del portale istituzionale Storie e memoria di Bologna la lettera che Irma avrebbe inviato ai suoi cari - cioè marito e figlio inesistenti - prima di morire. Ma perché fu uccisa Irma? Non è chiaro. «Io non faccio congetture, mi baso sui documenti», si limita a dire Ravaglia. Una cosa però è certa. Nel 1944 le autorità fasciste aprirono una inchiesta sul delitto, escludendo il movente passionale. Trattarono il caso come un delitto comune, mentre se avessero catturato e ucciso una partigiana celebre se ne sarebbero certo vantati. Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Irma, poco prima di essere prelevata a casa (mentre si trovava, sfollata, poco fuori Bologna) e uccisa, stava cercando di aiutare un fascista. Non uno qualunque, ma uno squadrista piuttosto noto, un fascistone fatto e finito, Carlo Cussini di San Giorgio di Piano. La madre l'aveva messa in guardia, ma a quanto pare Irma non la ascoltò, e cerco di intercedere per il camerata presso i partigiani. Di certo c'è solo che tutto finì malissimo. E che gli assassini di Irma sono ancora ignoti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="il-socialista-bonvicini-tradito-due-volte-dai-suoi" data-post-id="2641488160" data-published-at="1781947236" data-use-pagination="False"> Il socialista Bonvicini tradito due volte dai suoi Anche la vicenda di Otello Bonvicini, partigiano socialista, fa correre un brivido lungo la schiena. Si può dire che questa storia dimostri il vero scopo del libro di Ravaglia. Il quale non mira a fare polemica o a dipingere i partigiani come pericolosi assassini. Egli cerca soltanto di ricostruire i fatti, procedendo come se dovesse comporre un mosaico. Non c'è dubbio che Bonvicini sia stato ucciso dai fascisti, ma sulla sua fine pesarono - e non poco - anche le azioni dei combattenti della resistenza. «Il figlio di Bonvicini mi ha raccontato che sua madre diceva sempre: fu tradito da uno che conosceva bene». A parlare con le autorità fasciste fu Amedeo Simili, di professione orologiaio, membro del gruppo partigiano di cui faceva parte Salvatore Cabras. Bonvicini fu arrestato e processato assieme ad altri combattenti. Ma in quel processo c'è qualcosa di strano. Si trattò di uno dei pochi processi pubblici dell'epoca, i partigiani - siamo nel 1945 - poterono addirittura contare sull'appoggio legale di alcuni avvocati bolognesi di un certo prestigio. Sul banco degli imputati finirono in 27, compresi alcuni autori di reati comuni. Il procedimento finì in modo sorprendente: «Non per tutti gli affiliati alla resistenza il verdetto fu la pena capitale. Alcuni si videro infliggere l'ergastolo, altri detenzioni di 10 o 15 anni, altri ancora vennero addirittura prosciolti». Bonvicini, assieme ad altri 5 fu fucilato. Lui solo ricevette i colpi al petto, una sorta di onore delle armi. Ma per quale motivo? Come detto, Otello era socialista. E i fascisti bolognesi, provenienti in gran parte dall'ambiente socialista, con i loro ex compagni avevano un rapporto particolare. Non si può dire che usassero i guanti, ma certo li trattavano in modo diverso dai comunisti. Bonvicini avrebbe potuto addirittura essere graziato. Per lui si era speso il capo della provincia fascista bolognese, Dino Fantozzi, che già aveva salvato dal piombo altri antifascisti e cattolici. A confermarlo è un testimone d'eccezione: don Ennio Innocenzi, il celebre ideatore della trasmissione Ascolta, si fa sera, la rubrica di Radio Rai. In un libro di memorie uscito di recente, egli racconta proprio la storia della banda partigiana di cui faceva parte il povero Otello. Innocenzi, figlio di un fascista, quella vicenda la conosceva bene. E infatti spiega nel suo volume di memorie che i partigiani non furono graziati ma fucilati per un solo motivo. Uomini di chiesa e Fantozzi fecero pressioni perché fosse annullata l'esecuzione il 16 aprile del 1945. Il 17 aprile, però, i partigiani gappisti uccisero due militi della Guardia nazionale repubblicana. Si imponeva la rappresaglia, così Otello e gli altri furono ammazzati. Ecco la terribile sorte di Bonvicini: tradito da un partigiano che ebbe salva la vita, poteva essere salvato tramite l'intervento di un fascista, ma un attentato (inutile) dei partigiani gappisti fece saltare tutto. Dopo tutto, Bonvicini era un socialista, e per i comunisti non era uno di cui avere troppa cura. Fu ucciso dai colpi al petto. Prima di morire gridò: «Viva l'Italia!». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-resistenza-bugiarda-2641488160.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sepolto-nel-sacrario-anche-un-morto-del-1948" data-post-id="2641488160" data-published-at="1781947236" data-use-pagination="False"> Sepolto nel sacrario anche un morto del 1948 La prova regina del fatto che qualcosa non funzioni nel racconto resistenziale è affissa su un muro. In piazza del Nettuno, a Bologna, si trova il Sacrario della resistenza, tre pannelli su cui sono affisse 2.059 formelle di ceramica con i nomi e le foto dei caduti «per la libertà e la giustizia, per l'onore e l'indipendenza della Patria». Solo che, tra le varie formelle commemorative, ce ne sono alcune un po' strane. Ad esempio quella che ricorda Antenore Caprini, morto il 14 luglio 1948, cioè a guerra finita da 3 anni. Soprattutto, però, quella data è interessante per un altro motivo: quel giorno ci fu l'attentato a Palmiro Togliatti. Curioso... Ma ancora più strano è il fatto che siano ricordati i 20 e più militanti comunisti che, spiega Maurizio Ravaglia, sono morti «tra il 1936 e il 1939 nella guerra civile spagnola». Come possono essere martiri della Resistenza costoro? Magari icone comuniste, ma con la lotta italiana non hanno nulla a che fare. In quel sacrario ovviamente si ricorda anche il povero Elio Fioravanti, di cui abbiamo già detto come sia stato ammazzato a sangue freddo da un partigiano comunista, Sauro Ballardini. Martire della resistenza nel senso che fu ucciso da un «resistente»? Del resto, secondo la storiografia ufficiale dell'Anpi, Fioravanti sarebbe morto in Jugoslavia nel 1945 e invece fu freddato a Bologna, per strada, poiché aveva osato indagare sulla sorte di una famiglia che i compagni avevano preso di mira. «Nel sacrario si trova di tutto», dice Maurizio Ravaglia. «Ci sono i morti della guerra di Spagna. Ci sono persone morte nel 1947 e nel 1948. Ci sono persone che non si sa chi siano, di cui compaiono solo i cognomi. Ci sono partigiani uccisi da altri partigiani, addirittura c'è il nome di un ragazzo che faceva parte delle Brigate nere e che viene ricordato anche come caduto della Repubblica sociale». La vicenda di Evaristo Pedretti è davvero atroce. Fu ammazzato con una sventagliata di mitra da Ettore Ventura, detto Aeroplano, partigiano comunista. Fu un tragico errore, si disse. Ma Pedretti fu ucciso per un motivo: era con i partigiani da 15 giorni e voleva tornare nel reparto della Rsi da cui aveva disertato. Così lo uccisero. Tra le foto del sacrario è presente anche quella di Laura Battistini. Bella, bionda, sorridente. Come morì? Non è chiaro. Ma Ravaglia ha trovato una ricostruzione autorevole (di un testimone oculare): fu ammazzata assieme a Luciano Proni, partigiano socialista con cui era sposata. A raccontarlo è stato Giorgio Fanti, giornalista, fratello del celebre Guido che fu sindaco di Bologna tra il 1966 e il 1970. Secondo Fanti, Proni e la Battistini scesero dai monti assieme, per rispondere a una convocazione. Proni era considerato troppo moderato, poco spietato con i nemici. Scrive Fanti di aver assistito alla «eliminazione di un capo partigiano colpevole di non essere stato sufficientemente impietoso, di non essersi sottoposto alle leggi implacabili della guerriglia, di averle violate, come il Gauvain di Victor Hugo, in nome dell'umanità». Proni non era un macellaio, e in più non aveva voluto lasciare Laura anche se lei aveva avuto, prima di sposarlo, una fugace amicizia con un fascista. Dunque, per i partigiani comunisti, era da considerarsi alla strega di una spia. Povera Laura. La infamavano, e l'hanno uccisa. Poi hanno deciso di celebrarla nel Sacrario della resistenza.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
Continua a leggereRiduci