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2020-10-27
La protesta dilaga, il governo bara sui soldi
Ansa
René Magritte avrebbe avuto di che dipingere osservando le mosse e le strategie economiche di questo governo. La sintesi è quasi sempre la stessa: cioè che i giallorossi non sono certi neppure delle loro incertezze. Ieri mattina, il viceministro dell'Economia, Laura Castelli, annunciando il Consiglio dei ministri che oggi dovrà approvare il decreto Ristoro a favore di baristi, ristoratori e titolari degli altri esercizi costretti a chiudere alle 18, ha tenuto a specificare che le somme erogate sui conti correnti saranno il doppio del mancato fatturato. Verrebbe da dire: corretto. Il decreto, infatti, lo si vuol chiamare Ristoro. Non a caso. Se il governo obbliga a chiudere deve rimborsare il danno subito. La dichiarazione ha però avuto vita breve. Poco dopo le agenzie stampa si sono magicamente corrette e hanno riportato nuove dichiarazioni. «Dal 100% al 200% di quanto, in base al calo del fatturato di aprile 2020, le aziende hanno ottenuto con il fondo perduto del decreto Rilancio, parliamo di queste percentuali. In alcuni casi forse anche superiori», ha poi spiegato meglio la Castelli, aggiungendo che «il ristoro arriverà con un bonifico automatico, direttamente dall'agenzia delle Entrate, entro pochi giorni dall'approvazione del testo, ed è rivolto a tutte quelle attività che, per le disposizioni del dpcm, dovranno chiudere o limitare gli orari di apertura», e specificando che «ci sarà un pacchetto più ampio di aiuti».
È dunque chiaro che il decreto andrebbe chiamato Indennizzi, perché di questo si tratta e non di rimborsi. Chi si trova costretto a chiudere riceverà un nuovo bonus di importo maggiorato fino a tre volte rispetto all'elemosina ricevuta durante il primo lockdown. Non a caso il testo in via di definizione prevede per le erogazioni a fondo perduto non più di 1 miliardo e mezzo a copertura di ottobre e novembre. Le aziende che ne avranno diritto sono circa 350.000. Così il conto è presto fatto. Se si pensa al danno economico causato dallo stop sono briciole, solo in piccola parte compensate dalle altre misure cui faceva ieri cenno la Castelli.
L'obiettivo è di dare il via libera a un provvedimento unico che contenga anche il rifinanziamento della prima tranche di cassa integrazione (la proroga potrebbe essere di sei settimane per arrivare a fine anno o di dieci settimane per arrivare al 31 gennaio, in base alla disponibilità delle risorse) per garantire la copertura alle aziende che finiranno il sussidio a metà novembre. L'allungamento della Cig è però legato al blocco dei licenziamenti, tema che sarà oggetto di uno specifico incontro tra il premier Giuseppe Conte e i leader di Cgil, Cisl e Uil e che potrebbe essere affrontato direttamente in manovra. Tradotto, a finanziare la cassaintegrazione legata alle chiusure imposte dall'ultimo dpcm potrebbe essere destinata una cifra non superiore ai 2 miliardi in attesa di capire che accadrà alla legge finanziaria, che ormai è chiaro a tutti andrà riscritta da capo.
Così, al minimo necessario per la Cig oggi il governo aggiungerà altri fondi per gli affitti e i costi di locazione. «Previsto anche il credito d'imposta degli affitti per due mensilità cedibile al proprietario, lo stop della seconda rata Imu e un'indennità per i lavoratori stagionali, del turismo, dello spettacolo e dello sport». Infine, si vorrebbe aggiungere qualche fondo ulteriore per le famiglie che non hanno accesso a nessuna di queste misure. In pratica, si vuole far tornare il reddito di emergenza, il bonus per i lavoratori stagionali oltre a 600 milioni «per l'acquisto di prodotti di filiere agricole, alimentari e vitivinicole da materia prima italiana a favore degli esercizi di ristorazione» e «500 milioni per gli esercenti dei centri storici che hanno avuto un calo sensibile della presenza turistica».
Con il pallottoliere alla mano il decreto pronto in cottura dovrebbe come minimo contenere una spesa intorno ai 5 miliardi. Ma, visti i precedenti, è molto difficile fare stime. Bisognerà capire la quantità di coperture che verrà sottratta al budget del 2021 e quanto invece sarà legato a nuovo deficit. E quanto si giocherà sulla presa in giro dei crediti d'imposta che rischiano di essere un «voucher» che l'anno prossimo pochi potranno incassare.
Al di là dei meri numeri, il governo non ha spiegato fino a oggi se l'automatismo dei futuri indennizzi valga solo per le aziende che hanno già fatto richiesta la scorsa primavera, mentre per le altre si dovrà avviare dall'inizio la trafila. Il che non è un dettaglio. Farà la differenza tra ricevere i fondi all'inizio di novembre o ampiamente dopo Natale. A oggi ci sono ancora 17.000 lavoratori che aspettano l'assegno della Cig e circa 8 milioni di prestazioni anticipate dalle aziende che dovranno attendere il conguaglio.
D'altronde la filosofia è sempre la stessa e si basa sull'idea di sussidiare sempre e comunque. Il quando è un problema che i giallorossi non sembrano porsi. In questo l'imprinting venezuelano è palese. Basti pensare che solo due capi di governo hanno pensato di giustificare gli interventi anti Covid con la promessa di salvare il Natale. Uno è Conte e l'altro dieci giorni fa è stato Nicolás Maduro. Lui ha annunciato un piano di rilancio del commercio all'insegna del motto «Navidades felices y seguras». Temiamo che l'analogia non finisca qui.
Ristoratori in piazza in tutta Italia. Il governo pensa già al dietrofront
Ormai è chiaro. La seconda ondata è riuscita a bucare il tessuto socioeconomico dell'Italia. Oltre alle terapie intensive sovraffollate, il problema sono le tensioni sociali. Il simbolo del secondo semi lockdown sono senza dubbio bar e ristoranti. La chiusura alle 18 è un sacrificio senza precedenti dopo i mesi bui di marzo e aprile.
«Per la ristorazione è impedita l'attività del servizio principale della giornata, mentre per i bar si tratta di un'ulteriore forte contrazione dell'operatività», spiega Fipe Confcommercio, «La contrarietà si aggiunge alla consapevolezza che non esiste connessione tra la frequentazione dei pubblici esercizi e la diffusione dei contagi. La federazione il prossimo 28 ottobre sarà comunque presente in 21 piazze d'Italia per ribadire i veri valori del settore - economici, sociali, culturali e antropologici - messi in seria discussione dagli effetti della pandemia da Covid-19, che sta mettendo a repentaglio la tenuta economica del settore, l'occupazione (a rischio oltre 350.000 posti di lavoro) e il futuro di oltre 50.000 imprese».
Non appena Giuseppe Conte ha parlato domenica illustrando l'ultimo dpcm, rivolte e manifestazioni di piazza più o meno pacifiche hanno iniziato a vedersi in tutta la penisola. L'unico antidoto a tutto questo sono i fondi previsti dall'esecutivo per le categorie più penalizzate. A fianco dei colleghi meno famosi è sceso in campo anche Massimo Bottura, premiato a più riprese come miglior chef al mondo, con un appello in cui spiega che il settore per sopravvivere ha bisogno «della chiusura serale almeno alle 23. Di liquidità in parametro ai fatturati. Della cassaintegrazione almeno fino alla stabilizzazione del turismo europeo. Della decontribuzione 2021 visto che per il 2020 abbiamo già adempiuto in pieno. Dell'abbassamento dell'aliquota Iva al 4% per il prossimo anno».
«Il governo deve immediatamente intervenire, mettere soldi sul banco, per garantire il pagamento dei costi fissi, un sussidio ai dipendenti che per assurdo si trovano a prendere meno di chi percepisce il reddito di cittadinanza e sono in una situazione vincolata», ha detto ieri Alberto Palella, vice presidente per la Sicilia di Confesercenti, che sta preparando un documento con le richieste degli operatori che farà avere al governo, al presidente della Regione e al sindaco di Messina.
Intanto, nella speranza di sedare gli animi, Conte ha fatto sapere che oggi incontrerà a Palazzo Chigi molte associazioni di professionisti in difficoltà tra cui Confcommercio, Confesercenti, rappresentanti delle associazioni di palestre e piscine e quelle legate al mondo dello spettacolo come Anica, Agis e Anec.
Del resto, la situazione nelle piazze non è semplice. A Roma ieri mattina gli operatori del settore piscine si sono riuniti davanti a Montecitorio al grido di «Noi non molliamo, lo sport è salute!». Due giorni fa c'era stato un ritrovo a piazza Vittorio e un altro con diversi scontri a piazza del Popolo.
Anche a Milano ci sono state manifestazioni. Ieri i proprietari dei locali si sono trovati davanti alla prefettura. Il timore è che, all'interno di manifestazioni pacifiche, si infiltrino professionisti del disordine come i Black bloc, intenzionati a scatenare gli animi come avvenuto a Napoli, dove gli scontri si sono fatti piuttosto violenti. Sempre in Campania, a Salerno, alcuni manifestanti, nella notte di domenica scorsa, si sono recati nel quartiere Carmine dove vive il governatore della regione Vincenzo De Luca. La protesta era nata pacificamente con oltre un centinaio di esercenti intorno alle 23 in piazza Amendola. In via Roma, poi, è stata occupata la carreggiata ed è stato fatto esplodere un grosso petardo.
Tensioni anche a Catania sotto la sede della prefettura. Qui sono state fatte esplodere due bombe carta che non hanno ferito nessuno ma hanno innescato uno scontro tra manifestanti e forze dell'ordine. Più calma la manifestazione di Siracusa, dove un corteo di circa 300 persone ha sfilato nel centro cittadino per arrivare davanti al Comune. Anche a Palermo molti professionisti sono scesi in piazza. La protesta è iniziata domenica 25 a mezzanotte e mezza in modo pacifico. I manifestanti si sono tutti diretti sotto la Regione.
Il numero di manifestazioni spontanee ha interessato moltissimi centri urbani tra cui anche Catanzaro, Bari e Torino dove diversi gestori di palestre si sono riuniti ieri sotto la sede della Regione Piemonte, così come i tassisti. Tra una protesta e l'altra, molti operatori hanno già fatto sapere che, nonostante l'ultimo dpcm, intendono comunque restare aperti e che non pagheranno eventuali sanzioni.
Per venire incontro a questi operatori il sindaco di Sutri (Viterbo), Vittorio Sgarbi, ha fatto sapere che i ristoranti del suo Comune potranno restare aperti fino alle 22 mentre bar e pasticcerie fino alle 20. Si tratta degli stessi orari imposti anche dalla Provincia autonoma di Bolzano.
Infine, secondo indiscrezioni non confermate, si fanno strada alcune voci per cui il governo starebbe già valutando di «mollare la presa» con un nuovo dpcm con cui baristi e ristoratori potranno stare aperti più a lungo.
Gianluca Baldini
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Da Torino a Catania, i lavoratori massacrati dalle chiusure scendono in piazza. Intanto parte il balletto sui risarcimenti: non sarà ristoro completo, ma solo bonus. L'esecutivo spaventato medita il dietrofront. Tassisti, artisti e proprietari di locali protestano. Le frange violente sono la minoranza. Oggi incontro fra l'esecutivo e le associazioni di categoria. Si va verso un allentamento dei limiti orari a breve.Lo speciale contiene due articoli.René Magritte avrebbe avuto di che dipingere osservando le mosse e le strategie economiche di questo governo. La sintesi è quasi sempre la stessa: cioè che i giallorossi non sono certi neppure delle loro incertezze. Ieri mattina, il viceministro dell'Economia, Laura Castelli, annunciando il Consiglio dei ministri che oggi dovrà approvare il decreto Ristoro a favore di baristi, ristoratori e titolari degli altri esercizi costretti a chiudere alle 18, ha tenuto a specificare che le somme erogate sui conti correnti saranno il doppio del mancato fatturato. Verrebbe da dire: corretto. Il decreto, infatti, lo si vuol chiamare Ristoro. Non a caso. Se il governo obbliga a chiudere deve rimborsare il danno subito. La dichiarazione ha però avuto vita breve. Poco dopo le agenzie stampa si sono magicamente corrette e hanno riportato nuove dichiarazioni. «Dal 100% al 200% di quanto, in base al calo del fatturato di aprile 2020, le aziende hanno ottenuto con il fondo perduto del decreto Rilancio, parliamo di queste percentuali. In alcuni casi forse anche superiori», ha poi spiegato meglio la Castelli, aggiungendo che «il ristoro arriverà con un bonifico automatico, direttamente dall'agenzia delle Entrate, entro pochi giorni dall'approvazione del testo, ed è rivolto a tutte quelle attività che, per le disposizioni del dpcm, dovranno chiudere o limitare gli orari di apertura», e specificando che «ci sarà un pacchetto più ampio di aiuti». È dunque chiaro che il decreto andrebbe chiamato Indennizzi, perché di questo si tratta e non di rimborsi. Chi si trova costretto a chiudere riceverà un nuovo bonus di importo maggiorato fino a tre volte rispetto all'elemosina ricevuta durante il primo lockdown. Non a caso il testo in via di definizione prevede per le erogazioni a fondo perduto non più di 1 miliardo e mezzo a copertura di ottobre e novembre. Le aziende che ne avranno diritto sono circa 350.000. Così il conto è presto fatto. Se si pensa al danno economico causato dallo stop sono briciole, solo in piccola parte compensate dalle altre misure cui faceva ieri cenno la Castelli. L'obiettivo è di dare il via libera a un provvedimento unico che contenga anche il rifinanziamento della prima tranche di cassa integrazione (la proroga potrebbe essere di sei settimane per arrivare a fine anno o di dieci settimane per arrivare al 31 gennaio, in base alla disponibilità delle risorse) per garantire la copertura alle aziende che finiranno il sussidio a metà novembre. L'allungamento della Cig è però legato al blocco dei licenziamenti, tema che sarà oggetto di uno specifico incontro tra il premier Giuseppe Conte e i leader di Cgil, Cisl e Uil e che potrebbe essere affrontato direttamente in manovra. Tradotto, a finanziare la cassaintegrazione legata alle chiusure imposte dall'ultimo dpcm potrebbe essere destinata una cifra non superiore ai 2 miliardi in attesa di capire che accadrà alla legge finanziaria, che ormai è chiaro a tutti andrà riscritta da capo. Così, al minimo necessario per la Cig oggi il governo aggiungerà altri fondi per gli affitti e i costi di locazione. «Previsto anche il credito d'imposta degli affitti per due mensilità cedibile al proprietario, lo stop della seconda rata Imu e un'indennità per i lavoratori stagionali, del turismo, dello spettacolo e dello sport». Infine, si vorrebbe aggiungere qualche fondo ulteriore per le famiglie che non hanno accesso a nessuna di queste misure. In pratica, si vuole far tornare il reddito di emergenza, il bonus per i lavoratori stagionali oltre a 600 milioni «per l'acquisto di prodotti di filiere agricole, alimentari e vitivinicole da materia prima italiana a favore degli esercizi di ristorazione» e «500 milioni per gli esercenti dei centri storici che hanno avuto un calo sensibile della presenza turistica». Con il pallottoliere alla mano il decreto pronto in cottura dovrebbe come minimo contenere una spesa intorno ai 5 miliardi. Ma, visti i precedenti, è molto difficile fare stime. Bisognerà capire la quantità di coperture che verrà sottratta al budget del 2021 e quanto invece sarà legato a nuovo deficit. E quanto si giocherà sulla presa in giro dei crediti d'imposta che rischiano di essere un «voucher» che l'anno prossimo pochi potranno incassare. Al di là dei meri numeri, il governo non ha spiegato fino a oggi se l'automatismo dei futuri indennizzi valga solo per le aziende che hanno già fatto richiesta la scorsa primavera, mentre per le altre si dovrà avviare dall'inizio la trafila. Il che non è un dettaglio. Farà la differenza tra ricevere i fondi all'inizio di novembre o ampiamente dopo Natale. A oggi ci sono ancora 17.000 lavoratori che aspettano l'assegno della Cig e circa 8 milioni di prestazioni anticipate dalle aziende che dovranno attendere il conguaglio. D'altronde la filosofia è sempre la stessa e si basa sull'idea di sussidiare sempre e comunque. Il quando è un problema che i giallorossi non sembrano porsi. In questo l'imprinting venezuelano è palese. Basti pensare che solo due capi di governo hanno pensato di giustificare gli interventi anti Covid con la promessa di salvare il Natale. Uno è Conte e l'altro dieci giorni fa è stato Nicolás Maduro. Lui ha annunciato un piano di rilancio del commercio all'insegna del motto «Navidades felices y seguras». Temiamo che l'analogia non finisca qui.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-promessa-di-super-ristori-si-rivela-un-annuncio-vuoto-alle-aziende-va-il-solito-bonus-2648504493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ristoratori-in-piazza-in-tutta-italia-il-governo-pensa-gia-al-dietrofront" data-post-id="2648504493" data-published-at="1603742666" data-use-pagination="False"> Ristoratori in piazza in tutta Italia. Il governo pensa già al dietrofront Ormai è chiaro. La seconda ondata è riuscita a bucare il tessuto socioeconomico dell'Italia. Oltre alle terapie intensive sovraffollate, il problema sono le tensioni sociali. Il simbolo del secondo semi lockdown sono senza dubbio bar e ristoranti. La chiusura alle 18 è un sacrificio senza precedenti dopo i mesi bui di marzo e aprile. «Per la ristorazione è impedita l'attività del servizio principale della giornata, mentre per i bar si tratta di un'ulteriore forte contrazione dell'operatività», spiega Fipe Confcommercio, «La contrarietà si aggiunge alla consapevolezza che non esiste connessione tra la frequentazione dei pubblici esercizi e la diffusione dei contagi. La federazione il prossimo 28 ottobre sarà comunque presente in 21 piazze d'Italia per ribadire i veri valori del settore - economici, sociali, culturali e antropologici - messi in seria discussione dagli effetti della pandemia da Covid-19, che sta mettendo a repentaglio la tenuta economica del settore, l'occupazione (a rischio oltre 350.000 posti di lavoro) e il futuro di oltre 50.000 imprese». Non appena Giuseppe Conte ha parlato domenica illustrando l'ultimo dpcm, rivolte e manifestazioni di piazza più o meno pacifiche hanno iniziato a vedersi in tutta la penisola. L'unico antidoto a tutto questo sono i fondi previsti dall'esecutivo per le categorie più penalizzate. A fianco dei colleghi meno famosi è sceso in campo anche Massimo Bottura, premiato a più riprese come miglior chef al mondo, con un appello in cui spiega che il settore per sopravvivere ha bisogno «della chiusura serale almeno alle 23. Di liquidità in parametro ai fatturati. Della cassaintegrazione almeno fino alla stabilizzazione del turismo europeo. Della decontribuzione 2021 visto che per il 2020 abbiamo già adempiuto in pieno. Dell'abbassamento dell'aliquota Iva al 4% per il prossimo anno». «Il governo deve immediatamente intervenire, mettere soldi sul banco, per garantire il pagamento dei costi fissi, un sussidio ai dipendenti che per assurdo si trovano a prendere meno di chi percepisce il reddito di cittadinanza e sono in una situazione vincolata», ha detto ieri Alberto Palella, vice presidente per la Sicilia di Confesercenti, che sta preparando un documento con le richieste degli operatori che farà avere al governo, al presidente della Regione e al sindaco di Messina. Intanto, nella speranza di sedare gli animi, Conte ha fatto sapere che oggi incontrerà a Palazzo Chigi molte associazioni di professionisti in difficoltà tra cui Confcommercio, Confesercenti, rappresentanti delle associazioni di palestre e piscine e quelle legate al mondo dello spettacolo come Anica, Agis e Anec. Del resto, la situazione nelle piazze non è semplice. A Roma ieri mattina gli operatori del settore piscine si sono riuniti davanti a Montecitorio al grido di «Noi non molliamo, lo sport è salute!». Due giorni fa c'era stato un ritrovo a piazza Vittorio e un altro con diversi scontri a piazza del Popolo. Anche a Milano ci sono state manifestazioni. Ieri i proprietari dei locali si sono trovati davanti alla prefettura. Il timore è che, all'interno di manifestazioni pacifiche, si infiltrino professionisti del disordine come i Black bloc, intenzionati a scatenare gli animi come avvenuto a Napoli, dove gli scontri si sono fatti piuttosto violenti. Sempre in Campania, a Salerno, alcuni manifestanti, nella notte di domenica scorsa, si sono recati nel quartiere Carmine dove vive il governatore della regione Vincenzo De Luca. La protesta era nata pacificamente con oltre un centinaio di esercenti intorno alle 23 in piazza Amendola. In via Roma, poi, è stata occupata la carreggiata ed è stato fatto esplodere un grosso petardo. Tensioni anche a Catania sotto la sede della prefettura. Qui sono state fatte esplodere due bombe carta che non hanno ferito nessuno ma hanno innescato uno scontro tra manifestanti e forze dell'ordine. Più calma la manifestazione di Siracusa, dove un corteo di circa 300 persone ha sfilato nel centro cittadino per arrivare davanti al Comune. Anche a Palermo molti professionisti sono scesi in piazza. La protesta è iniziata domenica 25 a mezzanotte e mezza in modo pacifico. I manifestanti si sono tutti diretti sotto la Regione. Il numero di manifestazioni spontanee ha interessato moltissimi centri urbani tra cui anche Catanzaro, Bari e Torino dove diversi gestori di palestre si sono riuniti ieri sotto la sede della Regione Piemonte, così come i tassisti. Tra una protesta e l'altra, molti operatori hanno già fatto sapere che, nonostante l'ultimo dpcm, intendono comunque restare aperti e che non pagheranno eventuali sanzioni. Per venire incontro a questi operatori il sindaco di Sutri (Viterbo), Vittorio Sgarbi, ha fatto sapere che i ristoranti del suo Comune potranno restare aperti fino alle 22 mentre bar e pasticcerie fino alle 20. Si tratta degli stessi orari imposti anche dalla Provincia autonoma di Bolzano. Infine, secondo indiscrezioni non confermate, si fanno strada alcune voci per cui il governo starebbe già valutando di «mollare la presa» con un nuovo dpcm con cui baristi e ristoratori potranno stare aperti più a lungo. Gianluca Baldini
Guardie della Rivoluzione (Ansa)
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.
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La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
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In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.