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2020-10-27
La protesta dilaga, il governo bara sui soldi
Ansa
René Magritte avrebbe avuto di che dipingere osservando le mosse e le strategie economiche di questo governo. La sintesi è quasi sempre la stessa: cioè che i giallorossi non sono certi neppure delle loro incertezze. Ieri mattina, il viceministro dell'Economia, Laura Castelli, annunciando il Consiglio dei ministri che oggi dovrà approvare il decreto Ristoro a favore di baristi, ristoratori e titolari degli altri esercizi costretti a chiudere alle 18, ha tenuto a specificare che le somme erogate sui conti correnti saranno il doppio del mancato fatturato. Verrebbe da dire: corretto. Il decreto, infatti, lo si vuol chiamare Ristoro. Non a caso. Se il governo obbliga a chiudere deve rimborsare il danno subito. La dichiarazione ha però avuto vita breve. Poco dopo le agenzie stampa si sono magicamente corrette e hanno riportato nuove dichiarazioni. «Dal 100% al 200% di quanto, in base al calo del fatturato di aprile 2020, le aziende hanno ottenuto con il fondo perduto del decreto Rilancio, parliamo di queste percentuali. In alcuni casi forse anche superiori», ha poi spiegato meglio la Castelli, aggiungendo che «il ristoro arriverà con un bonifico automatico, direttamente dall'agenzia delle Entrate, entro pochi giorni dall'approvazione del testo, ed è rivolto a tutte quelle attività che, per le disposizioni del dpcm, dovranno chiudere o limitare gli orari di apertura», e specificando che «ci sarà un pacchetto più ampio di aiuti».
È dunque chiaro che il decreto andrebbe chiamato Indennizzi, perché di questo si tratta e non di rimborsi. Chi si trova costretto a chiudere riceverà un nuovo bonus di importo maggiorato fino a tre volte rispetto all'elemosina ricevuta durante il primo lockdown. Non a caso il testo in via di definizione prevede per le erogazioni a fondo perduto non più di 1 miliardo e mezzo a copertura di ottobre e novembre. Le aziende che ne avranno diritto sono circa 350.000. Così il conto è presto fatto. Se si pensa al danno economico causato dallo stop sono briciole, solo in piccola parte compensate dalle altre misure cui faceva ieri cenno la Castelli.
L'obiettivo è di dare il via libera a un provvedimento unico che contenga anche il rifinanziamento della prima tranche di cassa integrazione (la proroga potrebbe essere di sei settimane per arrivare a fine anno o di dieci settimane per arrivare al 31 gennaio, in base alla disponibilità delle risorse) per garantire la copertura alle aziende che finiranno il sussidio a metà novembre. L'allungamento della Cig è però legato al blocco dei licenziamenti, tema che sarà oggetto di uno specifico incontro tra il premier Giuseppe Conte e i leader di Cgil, Cisl e Uil e che potrebbe essere affrontato direttamente in manovra. Tradotto, a finanziare la cassaintegrazione legata alle chiusure imposte dall'ultimo dpcm potrebbe essere destinata una cifra non superiore ai 2 miliardi in attesa di capire che accadrà alla legge finanziaria, che ormai è chiaro a tutti andrà riscritta da capo.
Così, al minimo necessario per la Cig oggi il governo aggiungerà altri fondi per gli affitti e i costi di locazione. «Previsto anche il credito d'imposta degli affitti per due mensilità cedibile al proprietario, lo stop della seconda rata Imu e un'indennità per i lavoratori stagionali, del turismo, dello spettacolo e dello sport». Infine, si vorrebbe aggiungere qualche fondo ulteriore per le famiglie che non hanno accesso a nessuna di queste misure. In pratica, si vuole far tornare il reddito di emergenza, il bonus per i lavoratori stagionali oltre a 600 milioni «per l'acquisto di prodotti di filiere agricole, alimentari e vitivinicole da materia prima italiana a favore degli esercizi di ristorazione» e «500 milioni per gli esercenti dei centri storici che hanno avuto un calo sensibile della presenza turistica».
Con il pallottoliere alla mano il decreto pronto in cottura dovrebbe come minimo contenere una spesa intorno ai 5 miliardi. Ma, visti i precedenti, è molto difficile fare stime. Bisognerà capire la quantità di coperture che verrà sottratta al budget del 2021 e quanto invece sarà legato a nuovo deficit. E quanto si giocherà sulla presa in giro dei crediti d'imposta che rischiano di essere un «voucher» che l'anno prossimo pochi potranno incassare.
Al di là dei meri numeri, il governo non ha spiegato fino a oggi se l'automatismo dei futuri indennizzi valga solo per le aziende che hanno già fatto richiesta la scorsa primavera, mentre per le altre si dovrà avviare dall'inizio la trafila. Il che non è un dettaglio. Farà la differenza tra ricevere i fondi all'inizio di novembre o ampiamente dopo Natale. A oggi ci sono ancora 17.000 lavoratori che aspettano l'assegno della Cig e circa 8 milioni di prestazioni anticipate dalle aziende che dovranno attendere il conguaglio.
D'altronde la filosofia è sempre la stessa e si basa sull'idea di sussidiare sempre e comunque. Il quando è un problema che i giallorossi non sembrano porsi. In questo l'imprinting venezuelano è palese. Basti pensare che solo due capi di governo hanno pensato di giustificare gli interventi anti Covid con la promessa di salvare il Natale. Uno è Conte e l'altro dieci giorni fa è stato Nicolás Maduro. Lui ha annunciato un piano di rilancio del commercio all'insegna del motto «Navidades felices y seguras». Temiamo che l'analogia non finisca qui.
Ristoratori in piazza in tutta Italia. Il governo pensa già al dietrofront
Ormai è chiaro. La seconda ondata è riuscita a bucare il tessuto socioeconomico dell'Italia. Oltre alle terapie intensive sovraffollate, il problema sono le tensioni sociali. Il simbolo del secondo semi lockdown sono senza dubbio bar e ristoranti. La chiusura alle 18 è un sacrificio senza precedenti dopo i mesi bui di marzo e aprile.
«Per la ristorazione è impedita l'attività del servizio principale della giornata, mentre per i bar si tratta di un'ulteriore forte contrazione dell'operatività», spiega Fipe Confcommercio, «La contrarietà si aggiunge alla consapevolezza che non esiste connessione tra la frequentazione dei pubblici esercizi e la diffusione dei contagi. La federazione il prossimo 28 ottobre sarà comunque presente in 21 piazze d'Italia per ribadire i veri valori del settore - economici, sociali, culturali e antropologici - messi in seria discussione dagli effetti della pandemia da Covid-19, che sta mettendo a repentaglio la tenuta economica del settore, l'occupazione (a rischio oltre 350.000 posti di lavoro) e il futuro di oltre 50.000 imprese».
Non appena Giuseppe Conte ha parlato domenica illustrando l'ultimo dpcm, rivolte e manifestazioni di piazza più o meno pacifiche hanno iniziato a vedersi in tutta la penisola. L'unico antidoto a tutto questo sono i fondi previsti dall'esecutivo per le categorie più penalizzate. A fianco dei colleghi meno famosi è sceso in campo anche Massimo Bottura, premiato a più riprese come miglior chef al mondo, con un appello in cui spiega che il settore per sopravvivere ha bisogno «della chiusura serale almeno alle 23. Di liquidità in parametro ai fatturati. Della cassaintegrazione almeno fino alla stabilizzazione del turismo europeo. Della decontribuzione 2021 visto che per il 2020 abbiamo già adempiuto in pieno. Dell'abbassamento dell'aliquota Iva al 4% per il prossimo anno».
«Il governo deve immediatamente intervenire, mettere soldi sul banco, per garantire il pagamento dei costi fissi, un sussidio ai dipendenti che per assurdo si trovano a prendere meno di chi percepisce il reddito di cittadinanza e sono in una situazione vincolata», ha detto ieri Alberto Palella, vice presidente per la Sicilia di Confesercenti, che sta preparando un documento con le richieste degli operatori che farà avere al governo, al presidente della Regione e al sindaco di Messina.
Intanto, nella speranza di sedare gli animi, Conte ha fatto sapere che oggi incontrerà a Palazzo Chigi molte associazioni di professionisti in difficoltà tra cui Confcommercio, Confesercenti, rappresentanti delle associazioni di palestre e piscine e quelle legate al mondo dello spettacolo come Anica, Agis e Anec.
Del resto, la situazione nelle piazze non è semplice. A Roma ieri mattina gli operatori del settore piscine si sono riuniti davanti a Montecitorio al grido di «Noi non molliamo, lo sport è salute!». Due giorni fa c'era stato un ritrovo a piazza Vittorio e un altro con diversi scontri a piazza del Popolo.
Anche a Milano ci sono state manifestazioni. Ieri i proprietari dei locali si sono trovati davanti alla prefettura. Il timore è che, all'interno di manifestazioni pacifiche, si infiltrino professionisti del disordine come i Black bloc, intenzionati a scatenare gli animi come avvenuto a Napoli, dove gli scontri si sono fatti piuttosto violenti. Sempre in Campania, a Salerno, alcuni manifestanti, nella notte di domenica scorsa, si sono recati nel quartiere Carmine dove vive il governatore della regione Vincenzo De Luca. La protesta era nata pacificamente con oltre un centinaio di esercenti intorno alle 23 in piazza Amendola. In via Roma, poi, è stata occupata la carreggiata ed è stato fatto esplodere un grosso petardo.
Tensioni anche a Catania sotto la sede della prefettura. Qui sono state fatte esplodere due bombe carta che non hanno ferito nessuno ma hanno innescato uno scontro tra manifestanti e forze dell'ordine. Più calma la manifestazione di Siracusa, dove un corteo di circa 300 persone ha sfilato nel centro cittadino per arrivare davanti al Comune. Anche a Palermo molti professionisti sono scesi in piazza. La protesta è iniziata domenica 25 a mezzanotte e mezza in modo pacifico. I manifestanti si sono tutti diretti sotto la Regione.
Il numero di manifestazioni spontanee ha interessato moltissimi centri urbani tra cui anche Catanzaro, Bari e Torino dove diversi gestori di palestre si sono riuniti ieri sotto la sede della Regione Piemonte, così come i tassisti. Tra una protesta e l'altra, molti operatori hanno già fatto sapere che, nonostante l'ultimo dpcm, intendono comunque restare aperti e che non pagheranno eventuali sanzioni.
Per venire incontro a questi operatori il sindaco di Sutri (Viterbo), Vittorio Sgarbi, ha fatto sapere che i ristoranti del suo Comune potranno restare aperti fino alle 22 mentre bar e pasticcerie fino alle 20. Si tratta degli stessi orari imposti anche dalla Provincia autonoma di Bolzano.
Infine, secondo indiscrezioni non confermate, si fanno strada alcune voci per cui il governo starebbe già valutando di «mollare la presa» con un nuovo dpcm con cui baristi e ristoratori potranno stare aperti più a lungo.
Gianluca Baldini
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Da Torino a Catania, i lavoratori massacrati dalle chiusure scendono in piazza. Intanto parte il balletto sui risarcimenti: non sarà ristoro completo, ma solo bonus. L'esecutivo spaventato medita il dietrofront. Tassisti, artisti e proprietari di locali protestano. Le frange violente sono la minoranza. Oggi incontro fra l'esecutivo e le associazioni di categoria. Si va verso un allentamento dei limiti orari a breve.Lo speciale contiene due articoli.René Magritte avrebbe avuto di che dipingere osservando le mosse e le strategie economiche di questo governo. La sintesi è quasi sempre la stessa: cioè che i giallorossi non sono certi neppure delle loro incertezze. Ieri mattina, il viceministro dell'Economia, Laura Castelli, annunciando il Consiglio dei ministri che oggi dovrà approvare il decreto Ristoro a favore di baristi, ristoratori e titolari degli altri esercizi costretti a chiudere alle 18, ha tenuto a specificare che le somme erogate sui conti correnti saranno il doppio del mancato fatturato. Verrebbe da dire: corretto. Il decreto, infatti, lo si vuol chiamare Ristoro. Non a caso. Se il governo obbliga a chiudere deve rimborsare il danno subito. La dichiarazione ha però avuto vita breve. Poco dopo le agenzie stampa si sono magicamente corrette e hanno riportato nuove dichiarazioni. «Dal 100% al 200% di quanto, in base al calo del fatturato di aprile 2020, le aziende hanno ottenuto con il fondo perduto del decreto Rilancio, parliamo di queste percentuali. In alcuni casi forse anche superiori», ha poi spiegato meglio la Castelli, aggiungendo che «il ristoro arriverà con un bonifico automatico, direttamente dall'agenzia delle Entrate, entro pochi giorni dall'approvazione del testo, ed è rivolto a tutte quelle attività che, per le disposizioni del dpcm, dovranno chiudere o limitare gli orari di apertura», e specificando che «ci sarà un pacchetto più ampio di aiuti». È dunque chiaro che il decreto andrebbe chiamato Indennizzi, perché di questo si tratta e non di rimborsi. Chi si trova costretto a chiudere riceverà un nuovo bonus di importo maggiorato fino a tre volte rispetto all'elemosina ricevuta durante il primo lockdown. Non a caso il testo in via di definizione prevede per le erogazioni a fondo perduto non più di 1 miliardo e mezzo a copertura di ottobre e novembre. Le aziende che ne avranno diritto sono circa 350.000. Così il conto è presto fatto. Se si pensa al danno economico causato dallo stop sono briciole, solo in piccola parte compensate dalle altre misure cui faceva ieri cenno la Castelli. L'obiettivo è di dare il via libera a un provvedimento unico che contenga anche il rifinanziamento della prima tranche di cassa integrazione (la proroga potrebbe essere di sei settimane per arrivare a fine anno o di dieci settimane per arrivare al 31 gennaio, in base alla disponibilità delle risorse) per garantire la copertura alle aziende che finiranno il sussidio a metà novembre. L'allungamento della Cig è però legato al blocco dei licenziamenti, tema che sarà oggetto di uno specifico incontro tra il premier Giuseppe Conte e i leader di Cgil, Cisl e Uil e che potrebbe essere affrontato direttamente in manovra. Tradotto, a finanziare la cassaintegrazione legata alle chiusure imposte dall'ultimo dpcm potrebbe essere destinata una cifra non superiore ai 2 miliardi in attesa di capire che accadrà alla legge finanziaria, che ormai è chiaro a tutti andrà riscritta da capo. Così, al minimo necessario per la Cig oggi il governo aggiungerà altri fondi per gli affitti e i costi di locazione. «Previsto anche il credito d'imposta degli affitti per due mensilità cedibile al proprietario, lo stop della seconda rata Imu e un'indennità per i lavoratori stagionali, del turismo, dello spettacolo e dello sport». Infine, si vorrebbe aggiungere qualche fondo ulteriore per le famiglie che non hanno accesso a nessuna di queste misure. In pratica, si vuole far tornare il reddito di emergenza, il bonus per i lavoratori stagionali oltre a 600 milioni «per l'acquisto di prodotti di filiere agricole, alimentari e vitivinicole da materia prima italiana a favore degli esercizi di ristorazione» e «500 milioni per gli esercenti dei centri storici che hanno avuto un calo sensibile della presenza turistica». Con il pallottoliere alla mano il decreto pronto in cottura dovrebbe come minimo contenere una spesa intorno ai 5 miliardi. Ma, visti i precedenti, è molto difficile fare stime. Bisognerà capire la quantità di coperture che verrà sottratta al budget del 2021 e quanto invece sarà legato a nuovo deficit. E quanto si giocherà sulla presa in giro dei crediti d'imposta che rischiano di essere un «voucher» che l'anno prossimo pochi potranno incassare. Al di là dei meri numeri, il governo non ha spiegato fino a oggi se l'automatismo dei futuri indennizzi valga solo per le aziende che hanno già fatto richiesta la scorsa primavera, mentre per le altre si dovrà avviare dall'inizio la trafila. Il che non è un dettaglio. Farà la differenza tra ricevere i fondi all'inizio di novembre o ampiamente dopo Natale. A oggi ci sono ancora 17.000 lavoratori che aspettano l'assegno della Cig e circa 8 milioni di prestazioni anticipate dalle aziende che dovranno attendere il conguaglio. D'altronde la filosofia è sempre la stessa e si basa sull'idea di sussidiare sempre e comunque. Il quando è un problema che i giallorossi non sembrano porsi. In questo l'imprinting venezuelano è palese. Basti pensare che solo due capi di governo hanno pensato di giustificare gli interventi anti Covid con la promessa di salvare il Natale. Uno è Conte e l'altro dieci giorni fa è stato Nicolás Maduro. Lui ha annunciato un piano di rilancio del commercio all'insegna del motto «Navidades felices y seguras». Temiamo che l'analogia non finisca qui.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-promessa-di-super-ristori-si-rivela-un-annuncio-vuoto-alle-aziende-va-il-solito-bonus-2648504493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ristoratori-in-piazza-in-tutta-italia-il-governo-pensa-gia-al-dietrofront" data-post-id="2648504493" data-published-at="1603742666" data-use-pagination="False"> Ristoratori in piazza in tutta Italia. Il governo pensa già al dietrofront Ormai è chiaro. La seconda ondata è riuscita a bucare il tessuto socioeconomico dell'Italia. Oltre alle terapie intensive sovraffollate, il problema sono le tensioni sociali. Il simbolo del secondo semi lockdown sono senza dubbio bar e ristoranti. La chiusura alle 18 è un sacrificio senza precedenti dopo i mesi bui di marzo e aprile. «Per la ristorazione è impedita l'attività del servizio principale della giornata, mentre per i bar si tratta di un'ulteriore forte contrazione dell'operatività», spiega Fipe Confcommercio, «La contrarietà si aggiunge alla consapevolezza che non esiste connessione tra la frequentazione dei pubblici esercizi e la diffusione dei contagi. La federazione il prossimo 28 ottobre sarà comunque presente in 21 piazze d'Italia per ribadire i veri valori del settore - economici, sociali, culturali e antropologici - messi in seria discussione dagli effetti della pandemia da Covid-19, che sta mettendo a repentaglio la tenuta economica del settore, l'occupazione (a rischio oltre 350.000 posti di lavoro) e il futuro di oltre 50.000 imprese». Non appena Giuseppe Conte ha parlato domenica illustrando l'ultimo dpcm, rivolte e manifestazioni di piazza più o meno pacifiche hanno iniziato a vedersi in tutta la penisola. L'unico antidoto a tutto questo sono i fondi previsti dall'esecutivo per le categorie più penalizzate. A fianco dei colleghi meno famosi è sceso in campo anche Massimo Bottura, premiato a più riprese come miglior chef al mondo, con un appello in cui spiega che il settore per sopravvivere ha bisogno «della chiusura serale almeno alle 23. Di liquidità in parametro ai fatturati. Della cassaintegrazione almeno fino alla stabilizzazione del turismo europeo. Della decontribuzione 2021 visto che per il 2020 abbiamo già adempiuto in pieno. Dell'abbassamento dell'aliquota Iva al 4% per il prossimo anno». «Il governo deve immediatamente intervenire, mettere soldi sul banco, per garantire il pagamento dei costi fissi, un sussidio ai dipendenti che per assurdo si trovano a prendere meno di chi percepisce il reddito di cittadinanza e sono in una situazione vincolata», ha detto ieri Alberto Palella, vice presidente per la Sicilia di Confesercenti, che sta preparando un documento con le richieste degli operatori che farà avere al governo, al presidente della Regione e al sindaco di Messina. Intanto, nella speranza di sedare gli animi, Conte ha fatto sapere che oggi incontrerà a Palazzo Chigi molte associazioni di professionisti in difficoltà tra cui Confcommercio, Confesercenti, rappresentanti delle associazioni di palestre e piscine e quelle legate al mondo dello spettacolo come Anica, Agis e Anec. Del resto, la situazione nelle piazze non è semplice. A Roma ieri mattina gli operatori del settore piscine si sono riuniti davanti a Montecitorio al grido di «Noi non molliamo, lo sport è salute!». Due giorni fa c'era stato un ritrovo a piazza Vittorio e un altro con diversi scontri a piazza del Popolo. Anche a Milano ci sono state manifestazioni. Ieri i proprietari dei locali si sono trovati davanti alla prefettura. Il timore è che, all'interno di manifestazioni pacifiche, si infiltrino professionisti del disordine come i Black bloc, intenzionati a scatenare gli animi come avvenuto a Napoli, dove gli scontri si sono fatti piuttosto violenti. Sempre in Campania, a Salerno, alcuni manifestanti, nella notte di domenica scorsa, si sono recati nel quartiere Carmine dove vive il governatore della regione Vincenzo De Luca. La protesta era nata pacificamente con oltre un centinaio di esercenti intorno alle 23 in piazza Amendola. In via Roma, poi, è stata occupata la carreggiata ed è stato fatto esplodere un grosso petardo. Tensioni anche a Catania sotto la sede della prefettura. Qui sono state fatte esplodere due bombe carta che non hanno ferito nessuno ma hanno innescato uno scontro tra manifestanti e forze dell'ordine. Più calma la manifestazione di Siracusa, dove un corteo di circa 300 persone ha sfilato nel centro cittadino per arrivare davanti al Comune. Anche a Palermo molti professionisti sono scesi in piazza. La protesta è iniziata domenica 25 a mezzanotte e mezza in modo pacifico. I manifestanti si sono tutti diretti sotto la Regione. Il numero di manifestazioni spontanee ha interessato moltissimi centri urbani tra cui anche Catanzaro, Bari e Torino dove diversi gestori di palestre si sono riuniti ieri sotto la sede della Regione Piemonte, così come i tassisti. Tra una protesta e l'altra, molti operatori hanno già fatto sapere che, nonostante l'ultimo dpcm, intendono comunque restare aperti e che non pagheranno eventuali sanzioni. Per venire incontro a questi operatori il sindaco di Sutri (Viterbo), Vittorio Sgarbi, ha fatto sapere che i ristoranti del suo Comune potranno restare aperti fino alle 22 mentre bar e pasticcerie fino alle 20. Si tratta degli stessi orari imposti anche dalla Provincia autonoma di Bolzano. Infine, secondo indiscrezioni non confermate, si fanno strada alcune voci per cui il governo starebbe già valutando di «mollare la presa» con un nuovo dpcm con cui baristi e ristoratori potranno stare aperti più a lungo. Gianluca Baldini
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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