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2020-10-27
La protesta dilaga, il governo bara sui soldi
Ansa
René Magritte avrebbe avuto di che dipingere osservando le mosse e le strategie economiche di questo governo. La sintesi è quasi sempre la stessa: cioè che i giallorossi non sono certi neppure delle loro incertezze. Ieri mattina, il viceministro dell'Economia, Laura Castelli, annunciando il Consiglio dei ministri che oggi dovrà approvare il decreto Ristoro a favore di baristi, ristoratori e titolari degli altri esercizi costretti a chiudere alle 18, ha tenuto a specificare che le somme erogate sui conti correnti saranno il doppio del mancato fatturato. Verrebbe da dire: corretto. Il decreto, infatti, lo si vuol chiamare Ristoro. Non a caso. Se il governo obbliga a chiudere deve rimborsare il danno subito. La dichiarazione ha però avuto vita breve. Poco dopo le agenzie stampa si sono magicamente corrette e hanno riportato nuove dichiarazioni. «Dal 100% al 200% di quanto, in base al calo del fatturato di aprile 2020, le aziende hanno ottenuto con il fondo perduto del decreto Rilancio, parliamo di queste percentuali. In alcuni casi forse anche superiori», ha poi spiegato meglio la Castelli, aggiungendo che «il ristoro arriverà con un bonifico automatico, direttamente dall'agenzia delle Entrate, entro pochi giorni dall'approvazione del testo, ed è rivolto a tutte quelle attività che, per le disposizioni del dpcm, dovranno chiudere o limitare gli orari di apertura», e specificando che «ci sarà un pacchetto più ampio di aiuti».
È dunque chiaro che il decreto andrebbe chiamato Indennizzi, perché di questo si tratta e non di rimborsi. Chi si trova costretto a chiudere riceverà un nuovo bonus di importo maggiorato fino a tre volte rispetto all'elemosina ricevuta durante il primo lockdown. Non a caso il testo in via di definizione prevede per le erogazioni a fondo perduto non più di 1 miliardo e mezzo a copertura di ottobre e novembre. Le aziende che ne avranno diritto sono circa 350.000. Così il conto è presto fatto. Se si pensa al danno economico causato dallo stop sono briciole, solo in piccola parte compensate dalle altre misure cui faceva ieri cenno la Castelli.
L'obiettivo è di dare il via libera a un provvedimento unico che contenga anche il rifinanziamento della prima tranche di cassa integrazione (la proroga potrebbe essere di sei settimane per arrivare a fine anno o di dieci settimane per arrivare al 31 gennaio, in base alla disponibilità delle risorse) per garantire la copertura alle aziende che finiranno il sussidio a metà novembre. L'allungamento della Cig è però legato al blocco dei licenziamenti, tema che sarà oggetto di uno specifico incontro tra il premier Giuseppe Conte e i leader di Cgil, Cisl e Uil e che potrebbe essere affrontato direttamente in manovra. Tradotto, a finanziare la cassaintegrazione legata alle chiusure imposte dall'ultimo dpcm potrebbe essere destinata una cifra non superiore ai 2 miliardi in attesa di capire che accadrà alla legge finanziaria, che ormai è chiaro a tutti andrà riscritta da capo.
Così, al minimo necessario per la Cig oggi il governo aggiungerà altri fondi per gli affitti e i costi di locazione. «Previsto anche il credito d'imposta degli affitti per due mensilità cedibile al proprietario, lo stop della seconda rata Imu e un'indennità per i lavoratori stagionali, del turismo, dello spettacolo e dello sport». Infine, si vorrebbe aggiungere qualche fondo ulteriore per le famiglie che non hanno accesso a nessuna di queste misure. In pratica, si vuole far tornare il reddito di emergenza, il bonus per i lavoratori stagionali oltre a 600 milioni «per l'acquisto di prodotti di filiere agricole, alimentari e vitivinicole da materia prima italiana a favore degli esercizi di ristorazione» e «500 milioni per gli esercenti dei centri storici che hanno avuto un calo sensibile della presenza turistica».
Con il pallottoliere alla mano il decreto pronto in cottura dovrebbe come minimo contenere una spesa intorno ai 5 miliardi. Ma, visti i precedenti, è molto difficile fare stime. Bisognerà capire la quantità di coperture che verrà sottratta al budget del 2021 e quanto invece sarà legato a nuovo deficit. E quanto si giocherà sulla presa in giro dei crediti d'imposta che rischiano di essere un «voucher» che l'anno prossimo pochi potranno incassare.
Al di là dei meri numeri, il governo non ha spiegato fino a oggi se l'automatismo dei futuri indennizzi valga solo per le aziende che hanno già fatto richiesta la scorsa primavera, mentre per le altre si dovrà avviare dall'inizio la trafila. Il che non è un dettaglio. Farà la differenza tra ricevere i fondi all'inizio di novembre o ampiamente dopo Natale. A oggi ci sono ancora 17.000 lavoratori che aspettano l'assegno della Cig e circa 8 milioni di prestazioni anticipate dalle aziende che dovranno attendere il conguaglio.
D'altronde la filosofia è sempre la stessa e si basa sull'idea di sussidiare sempre e comunque. Il quando è un problema che i giallorossi non sembrano porsi. In questo l'imprinting venezuelano è palese. Basti pensare che solo due capi di governo hanno pensato di giustificare gli interventi anti Covid con la promessa di salvare il Natale. Uno è Conte e l'altro dieci giorni fa è stato Nicolás Maduro. Lui ha annunciato un piano di rilancio del commercio all'insegna del motto «Navidades felices y seguras». Temiamo che l'analogia non finisca qui.
Ristoratori in piazza in tutta Italia. Il governo pensa già al dietrofront
Ormai è chiaro. La seconda ondata è riuscita a bucare il tessuto socioeconomico dell'Italia. Oltre alle terapie intensive sovraffollate, il problema sono le tensioni sociali. Il simbolo del secondo semi lockdown sono senza dubbio bar e ristoranti. La chiusura alle 18 è un sacrificio senza precedenti dopo i mesi bui di marzo e aprile.
«Per la ristorazione è impedita l'attività del servizio principale della giornata, mentre per i bar si tratta di un'ulteriore forte contrazione dell'operatività», spiega Fipe Confcommercio, «La contrarietà si aggiunge alla consapevolezza che non esiste connessione tra la frequentazione dei pubblici esercizi e la diffusione dei contagi. La federazione il prossimo 28 ottobre sarà comunque presente in 21 piazze d'Italia per ribadire i veri valori del settore - economici, sociali, culturali e antropologici - messi in seria discussione dagli effetti della pandemia da Covid-19, che sta mettendo a repentaglio la tenuta economica del settore, l'occupazione (a rischio oltre 350.000 posti di lavoro) e il futuro di oltre 50.000 imprese».
Non appena Giuseppe Conte ha parlato domenica illustrando l'ultimo dpcm, rivolte e manifestazioni di piazza più o meno pacifiche hanno iniziato a vedersi in tutta la penisola. L'unico antidoto a tutto questo sono i fondi previsti dall'esecutivo per le categorie più penalizzate. A fianco dei colleghi meno famosi è sceso in campo anche Massimo Bottura, premiato a più riprese come miglior chef al mondo, con un appello in cui spiega che il settore per sopravvivere ha bisogno «della chiusura serale almeno alle 23. Di liquidità in parametro ai fatturati. Della cassaintegrazione almeno fino alla stabilizzazione del turismo europeo. Della decontribuzione 2021 visto che per il 2020 abbiamo già adempiuto in pieno. Dell'abbassamento dell'aliquota Iva al 4% per il prossimo anno».
«Il governo deve immediatamente intervenire, mettere soldi sul banco, per garantire il pagamento dei costi fissi, un sussidio ai dipendenti che per assurdo si trovano a prendere meno di chi percepisce il reddito di cittadinanza e sono in una situazione vincolata», ha detto ieri Alberto Palella, vice presidente per la Sicilia di Confesercenti, che sta preparando un documento con le richieste degli operatori che farà avere al governo, al presidente della Regione e al sindaco di Messina.
Intanto, nella speranza di sedare gli animi, Conte ha fatto sapere che oggi incontrerà a Palazzo Chigi molte associazioni di professionisti in difficoltà tra cui Confcommercio, Confesercenti, rappresentanti delle associazioni di palestre e piscine e quelle legate al mondo dello spettacolo come Anica, Agis e Anec.
Del resto, la situazione nelle piazze non è semplice. A Roma ieri mattina gli operatori del settore piscine si sono riuniti davanti a Montecitorio al grido di «Noi non molliamo, lo sport è salute!». Due giorni fa c'era stato un ritrovo a piazza Vittorio e un altro con diversi scontri a piazza del Popolo.
Anche a Milano ci sono state manifestazioni. Ieri i proprietari dei locali si sono trovati davanti alla prefettura. Il timore è che, all'interno di manifestazioni pacifiche, si infiltrino professionisti del disordine come i Black bloc, intenzionati a scatenare gli animi come avvenuto a Napoli, dove gli scontri si sono fatti piuttosto violenti. Sempre in Campania, a Salerno, alcuni manifestanti, nella notte di domenica scorsa, si sono recati nel quartiere Carmine dove vive il governatore della regione Vincenzo De Luca. La protesta era nata pacificamente con oltre un centinaio di esercenti intorno alle 23 in piazza Amendola. In via Roma, poi, è stata occupata la carreggiata ed è stato fatto esplodere un grosso petardo.
Tensioni anche a Catania sotto la sede della prefettura. Qui sono state fatte esplodere due bombe carta che non hanno ferito nessuno ma hanno innescato uno scontro tra manifestanti e forze dell'ordine. Più calma la manifestazione di Siracusa, dove un corteo di circa 300 persone ha sfilato nel centro cittadino per arrivare davanti al Comune. Anche a Palermo molti professionisti sono scesi in piazza. La protesta è iniziata domenica 25 a mezzanotte e mezza in modo pacifico. I manifestanti si sono tutti diretti sotto la Regione.
Il numero di manifestazioni spontanee ha interessato moltissimi centri urbani tra cui anche Catanzaro, Bari e Torino dove diversi gestori di palestre si sono riuniti ieri sotto la sede della Regione Piemonte, così come i tassisti. Tra una protesta e l'altra, molti operatori hanno già fatto sapere che, nonostante l'ultimo dpcm, intendono comunque restare aperti e che non pagheranno eventuali sanzioni.
Per venire incontro a questi operatori il sindaco di Sutri (Viterbo), Vittorio Sgarbi, ha fatto sapere che i ristoranti del suo Comune potranno restare aperti fino alle 22 mentre bar e pasticcerie fino alle 20. Si tratta degli stessi orari imposti anche dalla Provincia autonoma di Bolzano.
Infine, secondo indiscrezioni non confermate, si fanno strada alcune voci per cui il governo starebbe già valutando di «mollare la presa» con un nuovo dpcm con cui baristi e ristoratori potranno stare aperti più a lungo.
Gianluca Baldini
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Da Torino a Catania, i lavoratori massacrati dalle chiusure scendono in piazza. Intanto parte il balletto sui risarcimenti: non sarà ristoro completo, ma solo bonus. L'esecutivo spaventato medita il dietrofront. Tassisti, artisti e proprietari di locali protestano. Le frange violente sono la minoranza. Oggi incontro fra l'esecutivo e le associazioni di categoria. Si va verso un allentamento dei limiti orari a breve.Lo speciale contiene due articoli.René Magritte avrebbe avuto di che dipingere osservando le mosse e le strategie economiche di questo governo. La sintesi è quasi sempre la stessa: cioè che i giallorossi non sono certi neppure delle loro incertezze. Ieri mattina, il viceministro dell'Economia, Laura Castelli, annunciando il Consiglio dei ministri che oggi dovrà approvare il decreto Ristoro a favore di baristi, ristoratori e titolari degli altri esercizi costretti a chiudere alle 18, ha tenuto a specificare che le somme erogate sui conti correnti saranno il doppio del mancato fatturato. Verrebbe da dire: corretto. Il decreto, infatti, lo si vuol chiamare Ristoro. Non a caso. Se il governo obbliga a chiudere deve rimborsare il danno subito. La dichiarazione ha però avuto vita breve. Poco dopo le agenzie stampa si sono magicamente corrette e hanno riportato nuove dichiarazioni. «Dal 100% al 200% di quanto, in base al calo del fatturato di aprile 2020, le aziende hanno ottenuto con il fondo perduto del decreto Rilancio, parliamo di queste percentuali. In alcuni casi forse anche superiori», ha poi spiegato meglio la Castelli, aggiungendo che «il ristoro arriverà con un bonifico automatico, direttamente dall'agenzia delle Entrate, entro pochi giorni dall'approvazione del testo, ed è rivolto a tutte quelle attività che, per le disposizioni del dpcm, dovranno chiudere o limitare gli orari di apertura», e specificando che «ci sarà un pacchetto più ampio di aiuti». È dunque chiaro che il decreto andrebbe chiamato Indennizzi, perché di questo si tratta e non di rimborsi. Chi si trova costretto a chiudere riceverà un nuovo bonus di importo maggiorato fino a tre volte rispetto all'elemosina ricevuta durante il primo lockdown. Non a caso il testo in via di definizione prevede per le erogazioni a fondo perduto non più di 1 miliardo e mezzo a copertura di ottobre e novembre. Le aziende che ne avranno diritto sono circa 350.000. Così il conto è presto fatto. Se si pensa al danno economico causato dallo stop sono briciole, solo in piccola parte compensate dalle altre misure cui faceva ieri cenno la Castelli. L'obiettivo è di dare il via libera a un provvedimento unico che contenga anche il rifinanziamento della prima tranche di cassa integrazione (la proroga potrebbe essere di sei settimane per arrivare a fine anno o di dieci settimane per arrivare al 31 gennaio, in base alla disponibilità delle risorse) per garantire la copertura alle aziende che finiranno il sussidio a metà novembre. L'allungamento della Cig è però legato al blocco dei licenziamenti, tema che sarà oggetto di uno specifico incontro tra il premier Giuseppe Conte e i leader di Cgil, Cisl e Uil e che potrebbe essere affrontato direttamente in manovra. Tradotto, a finanziare la cassaintegrazione legata alle chiusure imposte dall'ultimo dpcm potrebbe essere destinata una cifra non superiore ai 2 miliardi in attesa di capire che accadrà alla legge finanziaria, che ormai è chiaro a tutti andrà riscritta da capo. Così, al minimo necessario per la Cig oggi il governo aggiungerà altri fondi per gli affitti e i costi di locazione. «Previsto anche il credito d'imposta degli affitti per due mensilità cedibile al proprietario, lo stop della seconda rata Imu e un'indennità per i lavoratori stagionali, del turismo, dello spettacolo e dello sport». Infine, si vorrebbe aggiungere qualche fondo ulteriore per le famiglie che non hanno accesso a nessuna di queste misure. In pratica, si vuole far tornare il reddito di emergenza, il bonus per i lavoratori stagionali oltre a 600 milioni «per l'acquisto di prodotti di filiere agricole, alimentari e vitivinicole da materia prima italiana a favore degli esercizi di ristorazione» e «500 milioni per gli esercenti dei centri storici che hanno avuto un calo sensibile della presenza turistica». Con il pallottoliere alla mano il decreto pronto in cottura dovrebbe come minimo contenere una spesa intorno ai 5 miliardi. Ma, visti i precedenti, è molto difficile fare stime. Bisognerà capire la quantità di coperture che verrà sottratta al budget del 2021 e quanto invece sarà legato a nuovo deficit. E quanto si giocherà sulla presa in giro dei crediti d'imposta che rischiano di essere un «voucher» che l'anno prossimo pochi potranno incassare. Al di là dei meri numeri, il governo non ha spiegato fino a oggi se l'automatismo dei futuri indennizzi valga solo per le aziende che hanno già fatto richiesta la scorsa primavera, mentre per le altre si dovrà avviare dall'inizio la trafila. Il che non è un dettaglio. Farà la differenza tra ricevere i fondi all'inizio di novembre o ampiamente dopo Natale. A oggi ci sono ancora 17.000 lavoratori che aspettano l'assegno della Cig e circa 8 milioni di prestazioni anticipate dalle aziende che dovranno attendere il conguaglio. D'altronde la filosofia è sempre la stessa e si basa sull'idea di sussidiare sempre e comunque. Il quando è un problema che i giallorossi non sembrano porsi. In questo l'imprinting venezuelano è palese. Basti pensare che solo due capi di governo hanno pensato di giustificare gli interventi anti Covid con la promessa di salvare il Natale. Uno è Conte e l'altro dieci giorni fa è stato Nicolás Maduro. Lui ha annunciato un piano di rilancio del commercio all'insegna del motto «Navidades felices y seguras». Temiamo che l'analogia non finisca qui.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-promessa-di-super-ristori-si-rivela-un-annuncio-vuoto-alle-aziende-va-il-solito-bonus-2648504493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ristoratori-in-piazza-in-tutta-italia-il-governo-pensa-gia-al-dietrofront" data-post-id="2648504493" data-published-at="1603742666" data-use-pagination="False"> Ristoratori in piazza in tutta Italia. Il governo pensa già al dietrofront Ormai è chiaro. La seconda ondata è riuscita a bucare il tessuto socioeconomico dell'Italia. Oltre alle terapie intensive sovraffollate, il problema sono le tensioni sociali. Il simbolo del secondo semi lockdown sono senza dubbio bar e ristoranti. La chiusura alle 18 è un sacrificio senza precedenti dopo i mesi bui di marzo e aprile. «Per la ristorazione è impedita l'attività del servizio principale della giornata, mentre per i bar si tratta di un'ulteriore forte contrazione dell'operatività», spiega Fipe Confcommercio, «La contrarietà si aggiunge alla consapevolezza che non esiste connessione tra la frequentazione dei pubblici esercizi e la diffusione dei contagi. La federazione il prossimo 28 ottobre sarà comunque presente in 21 piazze d'Italia per ribadire i veri valori del settore - economici, sociali, culturali e antropologici - messi in seria discussione dagli effetti della pandemia da Covid-19, che sta mettendo a repentaglio la tenuta economica del settore, l'occupazione (a rischio oltre 350.000 posti di lavoro) e il futuro di oltre 50.000 imprese». Non appena Giuseppe Conte ha parlato domenica illustrando l'ultimo dpcm, rivolte e manifestazioni di piazza più o meno pacifiche hanno iniziato a vedersi in tutta la penisola. L'unico antidoto a tutto questo sono i fondi previsti dall'esecutivo per le categorie più penalizzate. A fianco dei colleghi meno famosi è sceso in campo anche Massimo Bottura, premiato a più riprese come miglior chef al mondo, con un appello in cui spiega che il settore per sopravvivere ha bisogno «della chiusura serale almeno alle 23. Di liquidità in parametro ai fatturati. Della cassaintegrazione almeno fino alla stabilizzazione del turismo europeo. Della decontribuzione 2021 visto che per il 2020 abbiamo già adempiuto in pieno. Dell'abbassamento dell'aliquota Iva al 4% per il prossimo anno». «Il governo deve immediatamente intervenire, mettere soldi sul banco, per garantire il pagamento dei costi fissi, un sussidio ai dipendenti che per assurdo si trovano a prendere meno di chi percepisce il reddito di cittadinanza e sono in una situazione vincolata», ha detto ieri Alberto Palella, vice presidente per la Sicilia di Confesercenti, che sta preparando un documento con le richieste degli operatori che farà avere al governo, al presidente della Regione e al sindaco di Messina. Intanto, nella speranza di sedare gli animi, Conte ha fatto sapere che oggi incontrerà a Palazzo Chigi molte associazioni di professionisti in difficoltà tra cui Confcommercio, Confesercenti, rappresentanti delle associazioni di palestre e piscine e quelle legate al mondo dello spettacolo come Anica, Agis e Anec. Del resto, la situazione nelle piazze non è semplice. A Roma ieri mattina gli operatori del settore piscine si sono riuniti davanti a Montecitorio al grido di «Noi non molliamo, lo sport è salute!». Due giorni fa c'era stato un ritrovo a piazza Vittorio e un altro con diversi scontri a piazza del Popolo. Anche a Milano ci sono state manifestazioni. Ieri i proprietari dei locali si sono trovati davanti alla prefettura. Il timore è che, all'interno di manifestazioni pacifiche, si infiltrino professionisti del disordine come i Black bloc, intenzionati a scatenare gli animi come avvenuto a Napoli, dove gli scontri si sono fatti piuttosto violenti. Sempre in Campania, a Salerno, alcuni manifestanti, nella notte di domenica scorsa, si sono recati nel quartiere Carmine dove vive il governatore della regione Vincenzo De Luca. La protesta era nata pacificamente con oltre un centinaio di esercenti intorno alle 23 in piazza Amendola. In via Roma, poi, è stata occupata la carreggiata ed è stato fatto esplodere un grosso petardo. Tensioni anche a Catania sotto la sede della prefettura. Qui sono state fatte esplodere due bombe carta che non hanno ferito nessuno ma hanno innescato uno scontro tra manifestanti e forze dell'ordine. Più calma la manifestazione di Siracusa, dove un corteo di circa 300 persone ha sfilato nel centro cittadino per arrivare davanti al Comune. Anche a Palermo molti professionisti sono scesi in piazza. La protesta è iniziata domenica 25 a mezzanotte e mezza in modo pacifico. I manifestanti si sono tutti diretti sotto la Regione. Il numero di manifestazioni spontanee ha interessato moltissimi centri urbani tra cui anche Catanzaro, Bari e Torino dove diversi gestori di palestre si sono riuniti ieri sotto la sede della Regione Piemonte, così come i tassisti. Tra una protesta e l'altra, molti operatori hanno già fatto sapere che, nonostante l'ultimo dpcm, intendono comunque restare aperti e che non pagheranno eventuali sanzioni. Per venire incontro a questi operatori il sindaco di Sutri (Viterbo), Vittorio Sgarbi, ha fatto sapere che i ristoranti del suo Comune potranno restare aperti fino alle 22 mentre bar e pasticcerie fino alle 20. Si tratta degli stessi orari imposti anche dalla Provincia autonoma di Bolzano. Infine, secondo indiscrezioni non confermate, si fanno strada alcune voci per cui il governo starebbe già valutando di «mollare la presa» con un nuovo dpcm con cui baristi e ristoratori potranno stare aperti più a lungo. Gianluca Baldini
Getty Images
Non hanno sbandierato gli ultimi rimpatri, da Berlino. Il settimanale Spiegel ha scovato la notizia e ieri l’ha data: un volo charter è decollato dopo mezzanotte di lunedì da Lipsia, con a bordo 25 afghani con precedenti penali, trasferiti all’aeroporto direttamente dal carcere. L’aereo ha fatto scalo in Turchia, a Trebisonda, per poi dirigersi a Kabul. I «remigrati» si erano macchiati di vari reati, tra cui furto, ricettazione, traffico di droga, stupro di gruppo, omicidio colposo, sequestro di persona, rapimento a scopo d’estorsione e crimini «a sfondo politico». Su quest’ultimo reato non sono state diffuse precisazioni. Secondo il settimanale tedesco, questo trasferimento è stato trattato in modo riservato tra le autorità tedesche e il governo dei talebani. A febbraio, c’erano stati altri 20 pregiudicati rimandati in Afghanistan. Ma l’espulsione maggiore è stata quella dello scorso luglio, quando furono imbarcati su un aereo per Kabul 81 persone, tutte pregiudicate, a seguito di una trattativa che aveva visto la mediazione del Qatar, visto che formalmente non ci sono rapporti diplomatici ufficiali con l’Afghanistan.
Anche se si tratta di soggetti che si sono macchiati di reati, le Nazioni unite e molte Ong non vedono di buon occhio questi accordi bilaterali, sia con l’Afghanistan sia con la Siria. E anche l’Ue sta andando a rilento sulla faccenda, nonostante le pressioni di molti Stati membri, con la scusa che a Kabul e a Damasco i diritti umani sono spesso violati e i detenuti rischiano torture e gravi privazioni.
Lo scorso 21 ottobre c’è stato un episodio clamoroso. Dieci Paesi europei, tra cui Germania, Italia, Svezia, Paesi Bassi e Polonia, hanno scritto una lettera a Bruxelles affermando che «l’Ue deve dare una risposta decisa e coordinata per riprendere il controllo sulla migrazione e sulla sicurezza». E hanno indicato l’espulsione degli afghani «senza diritto di residenza» tra i compiti che si deve assumere l’Ue. Secondo quel documento, a fine ottobre c’erano circa 22.870 afghani nell’Ue, che avevano ricevuto una decisione di rimpatrio nel 2024. Ma solo 435 persone sono effettivamente tornate nel loro Paese d’origine.
La Germania, stufa di aspettare, si sta muovendo da sola e batte i propri canali diplomatici. Lo sta facendo anche con i siriani, considerato che a Damasco non c’è più Assad, ma un regime ben visto dall’Europa, anche se guidato da un ex terrorista islamico abilmente ripulito come Ahmad al Shara. Tecnicamente, per l’Ue l’Afghanistan e la Siria sono Paesi d’origine «non sicuri». Il governo dei talebani non è riconosciuto a livello internazionale e non ci sono basi giuridiche per le espulsioni congiunte dell’Ue. Neppure in caso di delinquenti conclamati. Servono quindi un nuovo accordo sui rimpatri, o una modifica della direttiva sul tema, che richiedono l’approvazione dell’Europarlamento e del Consiglio Ue. Chi si muove in autonomia, come Berlino, deve comunque rispettare le norme europee e la Cedu. E poi ci sono i tribunali nazionali, che possono bloccare le cosiddette deportazioni nel caso ravvisino minacce alla vita, all’integrità fisica o alla libertà.
Al di là della prudenza dell’Unione, grazie alla decisione con la quale la Germania sta battendo la sua strada con afghani e siriani (si sta sempre parlando di pregiudicati), anche l’Italia risulta meno sola. O meglio, criticato in patria per l’accordo con l’Albania, il governo Meloni in realtà non è poi tanto solo sull’immigrazione, almeno nell’Europa che conta. Un altro esempio arriva dal Regno Unito, guidato dai laburisti, che la scorsa settimana ha firmato un nuovo accordo con la Francia per collaborare nel fermare i clandestini che vogliono attraversare la Manica. Il tutto con la previsione di robusti incentivi economici a favore della polizia francese, da parte del governo di Keir Starmer. Si tratta di un bagno di realtà, di una presa d’atto (quasi tardiva) che il problema dell’immigrazione clandestina non era solo di chi ha tanti chilometri di coste a Sud. E il motivo è che, con le destre in vantaggio nei sondaggi sia in Regno Unito che in Francia, nessun governante vuole andare a casa per colpa dell’immigrazione fuori controllo. Neppure se vuol fare il progressista.
E proprio ieri, l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati di Berlino ha reso noto che la Germania non è più la prima destinazione d’asilo d’Europa. Nel primo trimestre, le domande sono calate del 23% rispetto al medesimo periodo del 2025 e per la prima volta la Germania perde il primo posto per scendere al quarto, subito dietro all’Italia. Attenzione, però, perché Germania, Italia, Spagna e Francia continuano a rappresentare complessivamente il 75% di tutte le prime domande d’asilo del Continente. A lungo negata, anche sull’immigrazione clandestina c’è una legge della domanda e dell’offerta. Dove i messaggi che un singolo governo manda, come quello di Berlino, contano parecchio.
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La sinistra è sicura di condividere la voglia di cambiamento che una nutrita schiera di musulmani vuole esprimere, attraverso suoi rappresentanti nelle nostre istituzioni? In ogni caso, molti invece sono preoccupati, e a ragione, per quella che appare una islamizzazione veicolata dal Pd.
I bengalesi «sono una comunità numerosa, organizzata, coesa. Hanno obiettivi precisi e li perseguono con metodo», scrive sui social Francesca Zaccariotto, assessore comunale a Venezia di Fratelli d’Italia. «Hanno capito qualcosa che noi abbiamo dimenticato o, peggio, fingiamo di ignorare: quando non puoi conquistare uno spazio frontalmente, lo fai in modo strategico. Una lezione antica quanto la storia: il Cavallo di Troia. Qui il meccanismo è semplice: non serve convincere tutti, basta essere compatti. Bastano poche migliaia di voti ben indirizzati per determinare un’elezione».
In ballo non c’è solo la questione, seppur rilevante, della gigantesca moschea a Mestre che dovrebbe sorgere sul terreno di un’ex falegnameria. La vera preoccupazione è per i valori, i principi, la visione democratica che mai potrebbe avere una comunità bengalese i cui appartenenti preferiscono utilizzare la propria lingua in parte della comunicazione, mostrandosi nelle locandine elettorali in abiti tradizionali e velo islamico, con scritte bangla come ulteriore segno di differenziazione.
Tra i più numerosi in Laguna, 20.000 considerando residenti e domiciliati, ben 3.000 bengalesi hanno la cittadinanza italiana. Domenica 24 e lunedì 25 maggio, dunque, potranno recarsi alle urne per eleggere il prossimo sindaco di Venezia e contribuire al rinnovo dei Consigli comunali in diverse municipalità. A differenza di molti elettori veneti disamorati o indifferenti alle amministrative come purtroppo accade in altre Regioni italiane, i bengalesi hanno idee ben chiare o, meglio, obbediscono alle indicazioni di voto dei loro rappresentanti.
Se i sei candidati fanno parte del campo largo messo insieme dalla sinistra (da Pd ad Avs, M5s, +Europa), è pressoché scontato che gran parte di quei 3.000 elettori bengalesi non esprimeranno preferenze a destra. Possono essere determinanti per la vittoria del Pd, ma così otterranno anche dei consiglieri che rappresentano i bengalesi, ovvero pronti a dare ancora più voce a istanze dei musulmani.
«Non si è trattato di qualche presenza, ma di una lista di supporto fatta appositamente. Quindi con la volontà di andare a raccattare voti, nella tendenza di annacquamento totale della realtà identitaria che c’è a Venezia», commenta Riccardo Szumski, il medico eletto consigliere regionale di Resistere Veneto con più di 17.000 preferenze. «Il Pd è molto attento alle esigenze di inclusione, ma anche alla sovrapposizione a scapito degli autoctoni. Come andrà a finire? A pensare male forse non si sbaglia troppo».
Davide Lovat, l’altro consigliere regionale di Resistere Veneto, pone l’accento su quanto appare nei volantini elettorali dove i candidati vengono presentati in caratteri bangla sotto il simbolo del Pd: «Non si può accettare che venga scritto “Vota nel nome di Allah, il compassionevole, il misericordioso”, perché significa che si vuole applicare quel tipo di cultura nell’ambito delle istituzioni democratiche, senza riconoscerne le regole. L’islam, che non riconosce la laicità dello Stato, è incompatibile con la democrazia».
«Il nostro impegno è chiaro, restituire potere alle municipalità e voce ai cittadini: è da qui che deve ripartire il governo della città», scriveva qualche giorno fa Martella. Osserva invece Zaccariotto «Quando dicono “eleggeteci e vedrete cosa faremo nei prossimi cinque anni […] eleggeteci e faremo la moschea” non parliamo più di integrazione ma di imposizione. Il rischio è che il voto diventi identitario, etnico, e non più basato su una visione condivisa del bene comune».
Ermelinda Damiano, presidente del consiglio comunale uscente e candidata con la lista civica Venturini sindaco, ricorda che «parliamo di una visione del mondo che non prevede l’indipendenza economica della donna, la libertà di vestirsi come si vuole, di studiare liberamente, di avere relazioni con persone di altre confessioni religiose. Una religione che prevede la sottomissione all’uomo, il velo, la separazione tra uomini e donne anche negli spazi pubblici. Tutto questo non è compatibile con i valori su cui abbiamo costruito la nostra società», ha dichiarato a Venezia Today, chiedendo alle donne del Pd di «non tacere».
L’eurodeputata della Lega ed ex sindaco di Monfalcone Anna Maria Cisint non ha dubbi: «Il Partito democratico a Venezia si fa partito islamico e spalanca le porte del Comune all’islam più radicale. Una croce sul simbolo del Pd diventa un voto per l’applicazione dei dogmi della sharia, un lasciapassare per coloro che, secondo la strategia dell’islam politico di conquista, vogliono entrare nelle istituzioni per cambiare le regole a loro piacimento, nel solo interesse di una parte della città: quella islamica».
Aggiunge: «L’obiettivo è modificare i piani regolatori per realizzare moschee, cimiteri islamici, poligamia, Ramadan e feste del sacrificio ovunque, e in quei contesti predicare dogmi della sharia incompatibili con le nostre leggi e i nostri valori». Un’invasione che va fermata.
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Dalla ristorazione alla grande distribuzione, dal confezionamento alimentare al retail: l’estate si conferma un momento chiave per chi cerca lavoro, con migliaia di posizioni aperte in tutta Italia secondo Openjobmetis.
L’estate si conferma anche nel 2026 un momento chiave per chi è alla ricerca di un impiego. A dirlo è Openjobmetis, che segnala oltre 2.000 posizioni aperte in tutta Italia tra contratti stagionali e opportunità a più lungo termine.
La domanda di lavoro si distribuisce lungo tutta la penisola, ma con una concentrazione più marcata nelle aree a forte vocazione turistica e nei distretti produttivi. Il Nord si conferma il principale motore occupazionale, con il Veneto in prima linea: nella regione si contano più di 300 posizioni aperte nel periodo compreso tra maggio e settembre.
Proprio il Veneto offre una fotografia della varietà delle opportunità estive. Accanto agli impieghi nel commercio, con circa 50 addetti vendita tra Padova, Venezia e Vicenza, cresce la richiesta anche nel comparto produttivo e alimentare, dove si cercano operai e addetti alla lavorazione. Nelle zone turistiche, come il litorale veneziano e Jesolo, aumenta invece il fabbisogno nella ristorazione, nei servizi e nella grande distribuzione.
Il turismo resta infatti uno dei principali motori dell’occupazione stagionale. Dalla Sardegna alla Calabria, passando per Emilia-Romagna e Toscana, alberghi, ristoranti e attività legate all’accoglienza continuano a trainare le assunzioni. In Sardegna, in particolare, si concentrano opportunità per camerieri, personale alberghiero, addetti ai fast food e bagnini, oltre a figure legate ai servizi essenziali come la gestione dei rifiuti, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. Situazione simile lungo la costa adriatica dell’Emilia-Romagna e nelle località balneari calabresi, dove resta alta la richiesta di personale per hotel, ristorazione e grande distribuzione.
Accanto al turismo, si rafforza anche il comparto della logistica. In regioni come Liguria, Piemonte e Marche si registra una domanda significativa di magazzinieri, autisti e addetti al carico e scarico merci, spinta sia dall’aumento dei consumi estivi sia dalle necessità di rifornimento delle località turistiche.
Un contributo rilevante arriva inoltre dal settore produttivo e agroalimentare. L’Emilia-Romagna si distingue per il numero di opportunità nella lavorazione della frutta e nella logistica industriale, con diverse posizioni tra addetti alla cernita, carrellisti e operatori di magazzino nell’area di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Anche Marche e Umbria confermano il peso del comparto alimentare, in particolare nelle attività di confezionamento, con un focus sul distretto di Perugia.
Nel complesso emerge un mercato del lavoro estivo sempre più articolato, dove alla tradizionale flessibilità dei lavori stagionali si affianca una crescente richiesta di profili tecnici e specializzati. Un’evoluzione che, secondo Elisa Fagotto, apre nuove prospettive: l’estate non rappresenta più soltanto una fase temporanea, ma diventa anche un’occasione per le aziende di valutare nuove risorse e, per molti lavoratori, un possibile punto di partenza verso impieghi più stabili.
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