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2019-07-03
I milioni per gestire gli immigrati finivano in tasca alla ’ndrangheta
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Ansa
Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta.
Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.
Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione.
Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa».
Alessandro Da Rold
Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati
Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più.
C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia.
È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan.
Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali».
Alessia Pedrielli
De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo»
«Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata.
«La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti».
Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
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Ennesima prova che l'immigrazione è business: la Procura di Milano, guidata da Ilda Boccassini, ha individuato delle onlus create per incassare i fondi per l'accoglienza, che poi però finivano nelle tasche di malavitosi, fra cui il boss Santo Pasquale Morabito.I fondi sottratti servivano anche a mantenere le famiglie dei criminali finiti in galera.La onlus sotto inchiesta ha ospitato un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie promosso dal comune di Milano di Beppe Sala.Lo speciale contiene tre articoli Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta. Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione. Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa». Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-denaro-incassato-sugli-africani-pagavano-la-mesata-agli-affiliati" data-post-id="2639059199" data-published-at="1767620838" data-use-pagination="False"> Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più. C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia. È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan. Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali». Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="de-corato-il-sindaco-si-costituisca-parte-civile-nel-processo" data-post-id="2639059199" data-published-at="1767620838" data-use-pagination="False"> De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo» «Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata. «La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti». Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Nell’attesa di assistere a un più imponente schieramento di forze, ci limitiamo a notare qualche contraddizione fra le varie che emergono dalle profonde esternazioni di ambito geopolitico della sinistra italiana. I più coerenti sono, manco a dirlo, i più radicali della compagine parlamentare sinistrorsa. «L’attacco militare degli Stati Uniti al Venezuela è gravissimo e inaccettabile. Occorre che la comunità internazionale e il nostro Paese condannino immediatamente quanto accaduto e si attivino per fermare questa aggressione», dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E non c’è dubbio: gli Stati Uniti hanno aggredito. Ma rimane curioso che Bonelli e Fratoianni, antifascisti di professione pronti a sbracciarsi ogni ora per il presunto ritorno del fascismo, non notino le analogie fra quanto compiuto da Trump nei riguardi del Venezuela e quanto fatto dagli americani con il regime italiano alla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno forse dimenticato, i nostri formidabili antifascisti, come si tolgano dalle scene i capi carismatici sgraditi? Sul versante moderato la memoria non pare più robusta e i cortocircuiti sono egualmente scoppiettanti. Secondo Elly Schlein l’azione degli Usa «viola palesemente il diritto internazionale». Certo, il Pd condanna «il regime brutale di Maduro», ma spiega che «la democrazia non si esporta con le bombe». Tesi interessante, che tuttavia non fu granché applicata dall’amico Barack Obama. Il Pd, nella persona di Peppe Provenzano, incita pure l’Ue «a essere meno timida contro le violazioni americane». Ma lo sdegno appunto si ferma lì. Non risulta che vi siano, per ora, pesanti censure ai danni di autori o direttori d’orchestra americani, o che vengano cancellati pubblici eventi con partecipanti trumpiani. Il doppio standard rispetto a Putin (o il triplo se inseriamo nella partita pure Netanyahu e Israele) è piuttosto evidente. Evitiamo, per pietà, di ricordare i casi del libico Gheddafi e del siriano Assad. Tuttavia, a voler essere puntigliosi, si potrebbe anche ricordare come la sinistra italiana abbia, nel recente passato, approvato altre forme di golpe, meno esplicitamente violente ma altrettanto unilaterali e autoritarie. Ai tempi di Silvio Berlusconi i nostri eroi progressisti invocavano ogni giorno il cambio di regime, la liberazione dal fascismo berlusconiano. Quando in effetti il golpetto avvenne, con la collaborazione dell’allora inquilino del Colle, fu accolto dagli applausi. Eppure anche il Cavaliere era un presidente del Consiglio regolarmente eletto. Solo che in quel frangente la rimozione forzata, poiché il rimosso era sgradito, fu largamente apprezzata. Niente di sorprendente: la sinistra italica appoggia ogni intervento extraparlamentare (giudiziario, europeo o internazionale) a patto che sia rivolto contro i suoi nemici. Quando i cambi di regime invece non giovano al racconto progressista del mondo si tende a rimuoverli. Si dimentica tutto: da Euromaidan in Ucraina alla cacciata di Berlusconi. Maduro, in compenso, può servire per sostenere la tesi della particolare ferocia di Trump, dunque può essere trattato da vittima. Al solito, ai sinceri democratici la democrazia va bene soltanto se al comando ci sono loro.
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(Guardia di Finanza)
Lo stupefacente era suddiviso in 101 panetti, del peso di circa un chilo ognuno, custoditi all’interno di tre borsoni occultati all’interno della cabina del mezzo, con targa croata, che formalmente si dirigeva verso la Croazia, trasportando materiali edilizi.
Il controllo ha avuto una dinamica particolare poiché i finanzieri inizialmente avevano semplicemente intimato l’alt al camion, avendo notato che aveva un fanale fuori uso. Tuttavia l’autista non si fermava e, approfittando dell’intenso traffico di mezzi pesanti, continuava la marcia. I militari decidevano allora di seguire il mezzo e, dopo averlo fermato, insospettiti dal comportamento nervoso del conducente, procedevano ad effettuare l’ispezione della cabina rinvenendo i tre borsoni, all’interno dei quali erano stivati i 101 panetti di cocaina purissima. Le attività di controllo sono state svolte anche con le unità cinofile in forza al Reparto.
Sono in corso accertamenti per determinare l’effettiva destinazione della sostanza stupefacente rinvenuta che, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali un introito pari a circa 20 milioni di euro.
Il camion, intestato ad una società croata, era condotto da un autista di origine serba che è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione, trasporto e traffico aggravato dall’ingente quantità di sostanze stupefacenti ed è stato portato nella casa circondariale di Gorizia, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
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Ansa
Intermediari coinvolti nei contatti avrebbero insistito sulla capacità di Rodriguez di assicurare stabilità e continuità operativa in un settore strategico. «La seguo da molto tempo, so bene chi è e come lavora», ha spiegato un alto funzionario statunitense citato dal quotidiano newyorkese. «Non è la risposta definitiva a tutti i problemi del Paese, ma è una persona con cui riteniamo possibile un rapporto più professionale rispetto al passato», ha aggiunto, con un riferimento diretto a Maduro che, alla fine di dicembre, aveva respinto un ultimatum della Casa Bianca che gli proponeva di lasciare il potere in cambio di un esilio in Turchia. In ogni caso Donald Trump ieri è stato molto netto sulle prossime mosse del Venezuela: «Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro. La ricostruzione e il cambio di regime in Venezuela, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c’è adesso. Non potrebbe andare peggio».
Altri problemi però possono arrivare dal ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez, che prima, dopo la decisione della Corte suprema, ha riconosciuto la guida della Rodriguez e ha invitato la popolazione a riprendere le normali attività nel Paese, e poi ha accusato gli Stati Uniti di aver ucciso «a sangue freddo» uomini della scorta di Nicolás Maduro durante il blitz. In un videomessaggio affiancato dai vertici militari, Padrino Lopez ha chiesto il «rilascio immediato» di Maduro, definito «l’unico leader costituzionale del Paese», e ha denunciato quella che ha chiamato l’«ambizione colonialista» di Washington, invitando la comunità internazionale a vigilare su quella che ha descritto come una minaccia alla sovranità non solo del Venezuela ma di altri Paesi.
All’indomani dell’operazione militare che ha portato alla cattura e alla rimozione di Maduro, il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che Delcy Rodríguez non è da considerarsi la legittima presidente del Venezuela, poiché Washington non riconosce l’attuale assetto di potere. Poi ha chiarito la linea: gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con chi resterà nel Paese, a patto che venga compiuta «la scelta giusta». Intervenendo a Face the Nation della Cbs, Rubio ha spiegato che ogni valutazione dipenderà dai comportamenti dei nuovi interlocutori: «Non siamo in guerra contro il Venezuela e giudicheremo in base a ciò che faranno». E ha avvertito che, in caso contrario, Washington manterrà «numerose leve di pressione» su Caracas. Intervenendo sui network americani, il segretario di Stato ha definito premature eventuali elezioni a breve in Venezuela e ha indicato come priorità la rottura dei legami con Iran e Hezbollah. Rubio ha escluso che Caracas possa diventare una piattaforma operativa per potenze e gruppi ostili agli Stati Uniti, sottolineando che non è accettabile che le maggiori riserve petrolifere mondiali restino sotto il controllo di avversari di Washington.
Con il passare delle ore è emerso che l’Operation Absolute Resolve, scattata sabato scorso, è stata pianificata per mesi in una base segreta in Florida, dove sono stati ricostruiti nei minimi dettagli gli interni della dimora presidenziale in modo da evitare sorprese. Poi poche ore prima del blitz un attacco cyber ha messo offline gli apparati di sicurezza venezuelani che sono rimasti praticamente al buio durante gli attacchi aerei. Sul fronte giudiziario, Nicolás Maduro potrebbe comparire già domani davanti al tribunale federale di New York con accuse pesantissime: narcoterrorismo, traffico di droga e altri reati federali. Secondo Newsweek, l’impianto accusatorio sarebbe più solido di quanto l’opinione pubblica abbia finora percepito. L’atto d’accusa sostitutivo diffuso nel fine settimana amplia quello del 2020, ricostruendo in dettaglio rotte della droga, canali logistici e legami con grandi cartelli, oltre all’uso della rete diplomatica venezuelana per agevolare traffici di stupefacenti e denaro. Centrale potrebbe risultare la collaborazione di Hugo Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare, oggi detenuto negli Stati Uniti e in attesa di condanna, una tempistica che secondo l’ex procuratore federale Elie Honig spesso segnala un accordo con l’accusa. Sul fronte tecnologico, è stato reso noto che Starlink garantirà connettività gratuita in Venezuela fino al 3 febbraio, per contrastare blackout e censura digitale, tratti distintivi del regime di Nicolás Maduro, il quale ora rischia di essere condannato a più ergastoli.
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È una partita che stanno giocando solo le potenze pienamente sovrane che dispongono di spada e moneta. Le famose relazioni internazionali hanno una regola fondamentale: pacta sunt servanda, il che significa che, al di là dei processi di ratifica (upgrade del diritto europeo, per esempio), è l’equilibrio raggiunto tra le potenze che ne determina l’osservanza, e non la «potenza» della norma. Era per paura che il mondo scoppiasse che, durante la Guerra fredda, America e Urss non si sovrastarono vicendevolmente. Caduto il Muro, l’America credette che la Storia avesse esaurito la propria spinta e lei avesse vinto. Invece la Storia è tornata e sta facendo l’appello delle grandi potenze. Quel 9 novembre 1989 non illuse solo l’America, ma illuse anche la vecchia Europa, che innescò - per paura della riunificazione delle due Germanie - l’unificazione per via monetaria. Una moneta per fare l’Europa politica, per tenere tutti compatti. Una moneta e tanta retorica: via i confini, via le sovranità nazionali, via gli interessi nazionali e i popoli... Fintanto che, fuori dall’Europa, un nuovo ingranaggio veniva impiantato - altro errore di prospettiva americano - nel grande gioco: la Cina nel Wto. Non solo, anche la Russia tornava a ripensarsi potenza e lo faceva usando la leva delle armi nucleari e della grande disponibilità energetica, le cui infrastrutture con Putin ridiventavano dello Stato, ribaltando i «guai» di Eltsin. Così, mentre l’Europa allargava le maglie del mercato energetico, liberalizzandolo secondo i dettami del neoliberismo, la Russia nazionalizzava, si sfregava le mani e si presentava come il più conveniente e suadente alleato energetico.
Un anno e mezzo fa scrissi un libro - Maledetta Europa - per analizzare che cosa sarebbe successo e, senza particolari doti di veggenza, lessi i fatti per come si presentavano, senza farmi fregare dalla retorica europeista. Che invece prosegue ancor oggi il suo incantesimo manipolatorio. E se sono qui a scrivere sulla Verità è perché un altro gruppo di realisti, ben orchestrato dal direttore/editore Maurizio Belpietro, pensa che vada fatta la tara a questa Ue. Pochi giorni fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere scriveva: «Il problema vero dell’Unione europea alla fine è uno solo: che i suoi cittadini non si sentono europei. E naturalmente un organismo politico fondato sul consenso ma verso il quale i suoi membri non sentono alcun sentimento di appartenenza, non consiste realmente in nulla. Nel senso che non riuscirà mai ad attingere il grado di sovranità necessario a prendere quelle decisioni davvero cruciali che riguardano la pace e la guerra, cioè la vita e la morte dei suoi cittadini: cioè le decisioni che attestano per l’appunto l’esistenza di un autentico attore politico. I cittadini dell’Unione sanno bene che cosa vuol dire essere spagnoli, danesi o polacchi. Lo hanno appreso da secoli di storia. […] L’Unione sembra venire dal nulla, non avere alcun passato, manca perfino di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini i valori su cui si fonda, che cosa sia e voglia essere, a chi essi devono obbedire. L’Unione europea insomma manca di un’identità». Benvenuto.
Manca il popolo sovrano perché i «registi» della Ue scelsero l’euro come sineddoche dell’Europa, senza un battesimo popolare attraverso un referendum popolare. Unione europea è ciò che oggi intendiamo per Europa, ed è un errore politico enorme, gigantesco. Un errore così grande che è bene smontarlo: l’Europa ci sta fregando e in un tempo in cui sono tornate a comandare le grandi potenze - Usa, Cina e Russia - ci fregherà sempre di più. Che senso ha restare imbambolati nell’ingannevole pendolo che ipnotizza a non mollare e a spingere per più Europa? L’Europa non può giocare la partita perché è fuori dalla Storia per gli errori di presunzione commessi ex tunc. L’America «pensa» il Venezuela (e forse domani la Groenlandia) allo stesso modo in cui la Russia «pensa» il Donbass e la Cina «pensa» Taiwan. Se l’accordo prevede questa spartizione, l’Europa non ha alcun peso per cambiare tale meccanica. Ha perso perché ha scelto una moneta prima dell’identità, la burocrazia invece di un referendum. Per questo, si rompano i patti dell’Unione e li si riconvertano nella vecchia e migliore formula della Cee, con Stati sovrani alleati ma non vincolati a un morto che cammina.
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