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2019-07-03
I milioni per gestire gli immigrati finivano in tasca alla ’ndrangheta
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Ansa
Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta.
Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.
Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione.
Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa».
Alessandro Da Rold
Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati
Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più.
C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia.
È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan.
Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali».
Alessia Pedrielli
De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo»
«Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata.
«La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti».
Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
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Ennesima prova che l'immigrazione è business: la Procura di Milano, guidata da Ilda Boccassini, ha individuato delle onlus create per incassare i fondi per l'accoglienza, che poi però finivano nelle tasche di malavitosi, fra cui il boss Santo Pasquale Morabito.I fondi sottratti servivano anche a mantenere le famiglie dei criminali finiti in galera.La onlus sotto inchiesta ha ospitato un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie promosso dal comune di Milano di Beppe Sala.Lo speciale contiene tre articoli Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta. Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione. Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa». Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-denaro-incassato-sugli-africani-pagavano-la-mesata-agli-affiliati" data-post-id="2639059199" data-published-at="1779299975" data-use-pagination="False"> Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più. C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia. È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan. Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali». Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="de-corato-il-sindaco-si-costituisca-parte-civile-nel-processo" data-post-id="2639059199" data-published-at="1779299975" data-use-pagination="False"> De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo» «Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata. «La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti». Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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