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2019-07-03
I milioni per gestire gli immigrati finivano in tasca alla ’ndrangheta
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Ansa
Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta.
Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.
Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione.
Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa».
Alessandro Da Rold
Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati
Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più.
C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia.
È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan.
Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali».
Alessia Pedrielli
De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo»
«Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata.
«La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti».
Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
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Ennesima prova che l'immigrazione è business: la Procura di Milano, guidata da Ilda Boccassini, ha individuato delle onlus create per incassare i fondi per l'accoglienza, che poi però finivano nelle tasche di malavitosi, fra cui il boss Santo Pasquale Morabito.I fondi sottratti servivano anche a mantenere le famiglie dei criminali finiti in galera.La onlus sotto inchiesta ha ospitato un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie promosso dal comune di Milano di Beppe Sala.Lo speciale contiene tre articoli Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta. Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione. Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa». Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-denaro-incassato-sugli-africani-pagavano-la-mesata-agli-affiliati" data-post-id="2639059199" data-published-at="1775466667" data-use-pagination="False"> Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più. C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia. È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan. Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali». Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="de-corato-il-sindaco-si-costituisca-parte-civile-nel-processo" data-post-id="2639059199" data-published-at="1775466667" data-use-pagination="False"> De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo» «Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata. «La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti». Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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