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2019-07-03
I milioni per gestire gli immigrati finivano in tasca alla ’ndrangheta
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Ansa
Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta.
Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.
Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione.
Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa».
Alessandro Da Rold
Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati
Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più.
C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia.
È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan.
Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali».
Alessia Pedrielli
De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo»
«Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata.
«La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti».
Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
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Ennesima prova che l'immigrazione è business: la Procura di Milano, guidata da Ilda Boccassini, ha individuato delle onlus create per incassare i fondi per l'accoglienza, che poi però finivano nelle tasche di malavitosi, fra cui il boss Santo Pasquale Morabito.I fondi sottratti servivano anche a mantenere le famiglie dei criminali finiti in galera.La onlus sotto inchiesta ha ospitato un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie promosso dal comune di Milano di Beppe Sala.Lo speciale contiene tre articoli Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta. Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione. Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa». Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-denaro-incassato-sugli-africani-pagavano-la-mesata-agli-affiliati" data-post-id="2639059199" data-published-at="1782336375" data-use-pagination="False"> Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più. C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia. È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan. Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali». Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="de-corato-il-sindaco-si-costituisca-parte-civile-nel-processo" data-post-id="2639059199" data-published-at="1782336375" data-use-pagination="False"> De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo» «Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata. «La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti». Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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