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2019-07-03
I milioni per gestire gli immigrati finivano in tasca alla ’ndrangheta
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Ansa
Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta.
Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.
Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione.
Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa».
Alessandro Da Rold
Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati
Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più.
C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia.
È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan.
Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali».
Alessia Pedrielli
De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo»
«Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata.
«La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti».
Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
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Ennesima prova che l'immigrazione è business: la Procura di Milano, guidata da Ilda Boccassini, ha individuato delle onlus create per incassare i fondi per l'accoglienza, che poi però finivano nelle tasche di malavitosi, fra cui il boss Santo Pasquale Morabito.I fondi sottratti servivano anche a mantenere le famiglie dei criminali finiti in galera.La onlus sotto inchiesta ha ospitato un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie promosso dal comune di Milano di Beppe Sala.Lo speciale contiene tre articoli Ilda Boccassini andrà in pensione a dicembre, ma con l'ultima operazione contro le onlus collegate alla 'ndrangheta la storica pm antimafia di Milano potrebbe dare una mano nella ricerca del latitante Rocco Morabito, scappato la scorsa settimana da una prigione in Uruguay. Basta questo dettaglio per capire l'importanza dell'inchiesta «Fake onlus», portata avanti dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Lodi, coordinato dalla Procura meneghina. Nelle 650 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati milanesi mettono nero su bianco tutte le falle del sistema di accoglienza andato avanti dal 2014 al 2018, durante i governi di centrosinistra, quando il ministro dell'Interno era Marco Minniti e il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Gianluca Prisco, uno dei magistrati che ha condotto l'indagine, ha spiegato che «l'inchiesta non vuole pregiudicare» il lavoro di altre onlus «oneste» che hanno operato in questi anni. Di sicuro però c'è che l'ordinanza spiega soprattutto come si potevano aggirare i controlli. Anche perché l'accusa è che i soldi che erano destinati ai migranti venivano utilizzati per mantenere storici boss della 'ndrangheta. Ieri sono finite in carcere e ai domiciliari 11 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio. L'accusa è appunto la gestione illecita dell'accoglienza dei migranti con guadagni fino a 7,5 milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero stati distratti per usi personali. I soldi infatti andavano in stipendi mensili versati a esponenti delle 'ndrine calabresi o per comprare immobili, o ancora verso gioiellerie poi accusate di ricettazione e persino a case cinematografiche della figlia di una degli indagati. Caso vuole che nei locali di una delle cooperative lo scorso anno ci fu anche un dibattito durante il Festival dei beni confiscati alle mafie, con esponenti del Partito democratico.Tutto parte nel 2016 quando - dopo che anche alcuni migranti si erano lamentati con le forze dell'ordine di non aver ricevuto i soldi dovuti - la Banca d'Italia segnala operazioni sospette sul conto corrente della cooperativa Area solidale onlus. Si tratta uno dei tanti consorzi di società cooperative impegnate nell'accoglimento di migranti e rifugiati nate negli anni passati, in piena emergenza immigrazione. I consorziati sono «Gli amici di Madre Teresa», «Homo Faber Onlus» e «Milano Solidale Onlus». Sono tra le realtà più attive in provincia tra Milano, Lodi e Parma. Nascono nel 2014 e decidono di partecipare ai bandi organizzati dalle prefetture per ospitare i migranti che in quegli anni continuano a sbarcare sulle nostre coste. Peccato che Bankitalia si accorga che la montagna di soldi in uscita dalle casse statali poi venga utilizzata non tanto per l'accoglienza, quanto per prelevamenti in contante, disposizioni di bonifico, traenze di assegni bancari e molte ricariche di carte prepagate. Gli investigatori capiscono che qualcosa non va. Perché le onlus non dovrebbero avere scopo di lucro. Queste però sembrano fare eccezione. Così i magistrati milanesi, Boccassini insieme con Prisco, scoprono che i soci hanno costituito queste cooperative «al principale scopo di partecipare alle gare indette dalle prefetture con riferimento all'ospitalità dei migranti, offrendo il prezzo più conveniente al ribasso e producendo a supporto documentazione non veritiera sui servizi offerti ai migranti». Dal 2014 al 2018 in pratica, «tramite la creazione di differenti associazioni, l'interscambio delle cariche sociali e la creazione di appositi conti correnti», hanno dato vita a una complessa organizzazione finalizzata «ad ottenere un rilevante profitto nel settore dell'ospitalità e dell'assistenza ai migranti, settore che viene gestito in prevalenza dalle onlus» perché, scrive il gip Carlo Ottone De Marchi, «il modello fondato sugli Sprar e gestito dai Comuni non ha trovato sufficiente affermazione, attesa la scarsa adesione volontaria dei singoli Comuni». Del resto, come si legge sempre nelle 650 pagine, «deve essere rilevato che nel periodo 2014/2015, in cui l'afflusso dei migranti sul territorio nazionale è stato maggiore, l'emergenza è stata fronteggiata con convenzioni dirette con bandi pubblici di gara ove l'unica certificazione richiesta per i controlli da parte delle prefetture era una attestazione relativa alla presenza dei migranti e dei giorni di ospitalità, attestazione sufficiente per vedersi riconosciuti i rimborsi previsti dai bandi». Le titolari delle onlus capiscono come funziona, compilano documenti falsi, inseriscono spesso nomi di lavoratori che non esistono e incassano. Protagoniste dell'inchiesta sono due donne, Daniela Giaconi e Letizia Barreca, titolari delle onlus e capaci di mantenere i rapporti con esponenti della 'ndrangheta. Tra questi spicca il nome di Santo Pasquale Morabito, storico boss degli anni Novanta, già condannato a 30 anni, uscito di carcere nel 2015, originario di Africo (Reggio Calabria) e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu. Ma soprattutto dello stesso clan di Rocco Morabito, detto u Tamunga, tra i più importanti trafficanti di droga negli ultimi decenni, evaso settimana scorsa dal carcere di Montevideo, in Uruguay, prima dell'estradizione in Italia. A Santo Pasquale Morabito, dal 2014 a oggi, la onlus Milano Solidale ha dato circa 51.000 euro. Dalle intercettazioni telefoniche si è scoperto che «il sodalizio» aveva appunto lo scopo di garantire supporto economico «a soggetti colpiti da condanne per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ma soprattutto garantendo uno stipendio senza alcuna controprestazione lavorativa». Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-denaro-incassato-sugli-africani-pagavano-la-mesata-agli-affiliati" data-post-id="2639059199" data-published-at="1781095389" data-use-pagination="False"> Col denaro incassato sugli africani pagavano la «mesata» agli affiliati Questa volta non si tratta solo delle solite cooperative intente a fare affari d'oro con la scusa dell'accoglienza. Non si tratta solo di spacciarsi per buonisti e poi stipare i richiedenti asilo in appartamenti fatiscenti - in mezzo a topi e rifiuti - per intascare su ogni loro testa 35 euro al giorno. Qui c'è di più. C'è quel passaggio solare che mostra il legame fra criminalità (addirittura organizzata) e comparto dell'accoglienza. Il punto di contatto fra due mondi che dovrebbero essere opposti è il business. Un legame più volte apparso in chiaroscuro dietro alle più importanti inchieste sula gestione illecita dei migranti, più volte denunciato dalla Dia come movente occulto del traffico di esseri umani da un continente all'altro e, in questo caso, reso palese dalla presenza all'interno delle onlus che si occupavano di richiedenti asilo di «noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta», come verbalizzato dagli inquirenti. L'inchiesta della Procura di Milano che ha portato a 11 arresti per associazione a delinquere, truffa allo Stato e autoriciclaggio per oltre 7,5 milioni di euro ha svelato un retroscena importante. Di quell'enorme cifra sottratta alla vera accoglienza dei richiedenti asilo, ben 4,5 milioni sono serviti non solo per ottenere profitti illeciti, ma anche per sostenere finanziariamente le famiglie di boss mafiosi o affiliati condannati e rinchiusi in carcere. È un'usanza tipica dei clan. Secondo gli inquirenti, infatti, le onlus al centro dell'operazione sarebbero collegate «a noti pluripregiudicati appartenenti alla 'ndrangheta» e sarebbero state utilizzate per consentire a persone recluse di «accedere ai benefici di legge attraverso l'assunzione presso le predette cooperative». Ma non solo: «Tra le varie finalità illecite anche quella di garantire supporto economico ad alcuni soggetti colpiti da condanne per reati, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso», garantendo a questi ultimi «uno stipendio senza alcuna prestazione lavorativa» anche al fine di mantenere la famiglia. È un diritto che - secondo i costumi mafiosi - spetta ai famigliari dei boss, qualora questi finiscano dietro le sbarre. Viene garantito attraverso nuovi profitti illeciti, secondo disposizioni lasciate dal capoclan. Non è certo la prima volta che il legame tra il business profughi e la criminalità organizzata emerge con prepotenza. Lo scorso 18 giugno il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Leonardo Sacco, è stato condannato col rito abbreviato a più di 17 anni di carcere nell'ambito dell'operazione Jonny - portata avanti dalla Dda di Catanzaro - che svelò nel 2017 l'infiltrazione delle cosche crotonesi della 'ndrangheta nella gestione del centro d'accoglienza di Crotone. La scorsa estate, a Trapani, grazie alla confessione fiume di un prestanome finito in carcere (poi scarcerato, ndr) andò sotto inchiesta Norino Fratello, ex deputato regionale siciliano accusato di essere «capo occulto di una serie di società e cooperative molto attive nell'accoglienza di profughi», mentre nel proprio rapporto relativo all'anno 2018 l'Antimafia aveva chiarito come appaia ormai palese e ben consolidata una «interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera» nella gestione del traffico di esseri umani «con tutta la sua scia di reati satellite, divenuto oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali». Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ndrangheta-si-abbuffa-con-i-clandestini-2639059199.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="de-corato-il-sindaco-si-costituisca-parte-civile-nel-processo" data-post-id="2639059199" data-published-at="1781095389" data-use-pagination="False"> De Corato: «Il sindaco si costituisca parte civile nel processo» «Dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano si è svolto il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie. Area Solidale ha partecipato con la struttura di Via Paisiello 5, nel quale abbiamo allestito una bicicletteria solidale ed ecologica». Sul sito delle onlus che accoglievano i migranti finite sotto inchiesta per collegamenti con la 'ndrangheta c'è ancora il ricordo dell'evento dell'anno scorso, quando il comune di Milano del sindaco Beppe Sala diede l'autorizzazione al consorzio «Area Solidale Onlus» per ospitare eventi contro la criminalità organizzata. «La mafia non esiste» era il titolo sulla locandina ancora presente sul sito. Peccato che invece quella stessa onlus finanziasse esponenti proprio delle 'ndrine calabresi con soldi che dovevano andare invece agli immigrati. In pratica «l'associazione, denominata Area Solidale Onlus» avrebbe partecipato «invitata dal comune di Milano, al 6° festival dei beni confiscati alle mafie», spiega l'assessore alla Sicurezza di regione Lombardia, Riccardo de Corato: «Palazzo Marino» continua «sempre mobilitato con marce e pic-nic per migranti, chiarisca subito perché era stato affidato a questa associazione l'evento e si costituisca anche parte civile nell'eventuale processo. L'assurdità sarebbe anche che queste quattro associazioni coinvolte negli arresti di oggi abbiano avuto assegnati dai comuni locali sequestrati alle mafie. Se così fosse, mi auguro che le amministrazioni provvedano immediatamente alla revoca degli affidamenti». Anche il deputato della Lega Guido Guidesi di Lodi lo dice senza mezzi termini. «Abbiamo passato anni a combattere contro questo schifo. Ci hanno insultato e denigrato; loro erano i buoni e noi i cattivi. Oggi le donne e gli uomini della Guardia di finanza hanno fatto un po' di giustizia e li ringrazio. Non voglio generalizzare perché so che anche in questo settore c'è chi lavora seriamente e rispetta le regole, così come so che chi difendeva questo sistema irregolare non si scuserà, ma mi auguro provi almeno imbarazzo». Soddisfatto soprattutto il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Undici arresti con l'accusa di truffa aggravata, autoriciclaggio e associazione a delinquere. Il business dell'immigrazione ha fatto gola ad alcune onlus di Lodi: stamattina è scattata l'operazione con l'impiego di più di cento finanzieri. Meno sbarchi e meno soldi per i professionisti dell'accoglienza: così risparmiamo, difendiamo l'Italia e investiamo per assumere più Forze dell'Ordine. La pacchia è finita».
I disordini nelle periferie europee e le crescenti tensioni sociali mostrano una realtà innegabile: i vecchi modelli di accoglienza indiscriminata sono falliti. Secondo l’onorevole Sara Kelany l’integrazione non può essere subita, deve essere governata. “La sinistra per anni ha alimentato l'irregolarità con un buonismo di facciata che ha solo creato zone franche e caporalato. Con il Governo Meloni la musica è cambiata: in Italia si rispettano le leggi italiane e chi non ci sta, torna a casa”.
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Al centro della vicenda c’è la famiglia Benigni: Enzo, azionista di riferimento di Elt Group, e la figlia Domitilla, oggi al vertice operativo dell’azienda. Una galassia privata che negli anni ha costruito un equilibrio peculiare: abbastanza vicina allo Stato da rivendicare il proprio carattere strategico, abbastanza autonoma da raccoglierne i benefici in forma privata. Nel 2025 Elt ha riportato un valore della produzione di 401,6 milioni di euro, rispetto ai 373,3 milioni dello scorso esercizio, mentre il fatturato ammonta a 304 milioni, inoltre l’acquisizione di nuovi ordini tocca complessivamente il record di 700,6 milioni.
Numeri che riaccendono l’ipotesi di riassetto dell’azionariato. Un elemento spesso trascurato è che Leonardo non è un soggetto esterno alla partita: possiede già il 31,33% del capitale di Elt Group. Accanto a Leonardo siedono la famiglia Benigni con il 35,34% e la francese Thales con il 33,33%. La questione, quindi, non riguarda un eventuale ingresso di Leonardo, ma un possibile rafforzamento della sua presenza o il coinvolgimento di Cassa pepositi e prestiti. Cosa c’entra Cdp? Il caso helmon rende il quadro più concreto. Il 5 marzo 2025 Cdp Venture Capital e Cy4Gate - la società cyber dell’orbita ELT Group quotata in Borsa - hanno annunciato il lancio di helmon, nuovo operatore di cybersicurezza dedicato alle pmi italiane, nato nell’ambito del Fondo Boost Innovation di Cdp. La partnership, avviata nel 2024, prevede risorse iniziali per 3 milioni di euro, estendibili fino a 9,5 milioni. Un’operazione presentata come investimento nell’innovazione ma che consolida ulteriormente i rapporti tra Cdp e il gruppo riconducibile alla famiglia Benigni proprio mentre resta aperto il tema del futuro assetto societario di Elt Group.
C’è però un nodo: Enrico Peruzzi. Marito di Domitilla Benigni e presidente esecutivo di Cy4Gate, Peruzzi ha già lavorato in Leonardo in aree legate alla strategia e alle operazioni straordinarie. Qualunque ipotesi di suo ritorno in ruoli capaci di incidere su acquisizioni o scelte industriali renderebbe inevitabile una riflessione sulla gestione dei potenziali conflitti di interesse. Può una figura così strettamente legata ai vertici di Elt Group influire su decisioni che potrebbero riguardare direttamente il gruppo stesso?
La questione diventa ancora più sensibile guardando alle attività di Cy4Gate. Attraverso Rcs Lab, il gruppo opera nel settore delle tecnologie per le intercettazioni giudiziarie: trojan, captazioni ambientali, raccolta e analisi dei dati utilizzati nelle indagini delle procure. Non si tratta di un semplice fornitore informatico ma di soggetti che agiscono all’interno di uno degli ambiti più delicati dello Stato, quello in cui il potere investigativo incontra le libertà individuali. Il caso Palamara ha già mostrato quanto siano cruciali i temi della gestione dei dati, della catena di custodia e dei controlli tecnici sulle intercettazioni. La questione non riguarda soltanto la validità processuale delle captazioni, ma anche la governance delle infrastrutture tecnologiche che le rendono possibili.
Il dossier Elt Group incrocia così quattro dimensioni. Industriale: qual è il reale posizionamento competitivo dell’azienda? Finanziaria: eventuali interventi pubblici creano valore nazionale o valorizzano soprattutto gli azionisti esistenti? Governance: come vengono gestiti i possibili conflitti di interesse? Istituzionale: esistono adeguati strumenti di controllo sulle tecnologie utilizzate nella filiera delle intercettazioni?
Per Leonardo questo rappresenta uno dei primi test della nuova fase manageriale. Se Elt Group è davvero un asset strategico, ogni operazione dovrà essere accompagnata da trasparenza, valutazioni industriali verificabili e regole rigorose sulla governance. Diversamente, il rischio è che il dibattito sulla sovranità tecnologica finisca per sovrapporsi a interessi molto più tradizionali. E questa volta la posta in gioco non riguarda soltanto la difesa elettronica, ma anche cybersicurezza, spyware e dati giudiziari.
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L'intervento del segretario generale IILA, Giorgio Silli, all’evento «Crimen organizado transnacional»
Missione istituzionale a Panama per Giorgio Silli, segretario generale dell'IILA, l'Organizzazione internazionale italo-latinoamericana: al centro la formazione del personale sanitario e il rafforzamento della cooperazione contro la criminalità organizzata.
L'Italia rafforza la cooperazione con Panama sul fronte della sanità e del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale. È questo il fulcro della missione istituzionale che il segretario generale dell'IILA (Organizzazione Internazionale Italo-latinoamericana), Giorgio Silli, ha svolto martedì 9 giugno nel Paese centroamericano.
La giornata si è aperta con la partecipazione di Silli all'evento dedicato all'alta formazione pediatrica per il personale sanitario di Panama e dell'America Centrale, un workshop promosso dall'IILA insieme all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e ospitato dall'Ospedale Santo Tomás.
Alla cerimonia inaugurale hanno preso parte, tra gli altri, il ministro della Salute panamense Galindo Boyd, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos, l'ambasciatrice d'Italia a Panama Giuditta Giorgio, rappresentanti dell'Ufficio della First Lady di Panama, dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dell'Hospital del Niño e della Pontificia Commissione per l'America Latina.
Nel suo intervento, Silli ha richiamato il ruolo svolto dall'IILA nella promozione della salute pubblica nei Paesi membri, ricordando come, a partire dalla pandemia di Covid-19, l'organizzazione abbia intensificato il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche italiane altamente specializzate a sostegno dei sistemi sanitari latinoamericani. Il segretario generale ha inoltre evidenziato la collaborazione avviata nel 2022 con l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù attraverso un accordo quadro, annunciando l'intenzione di prorogare la cooperazione per altri quattro anni mediante la firma di un'addenda. Nel pomeriggio, la missione è proseguita con la partecipazione all'incontro organizzato dall'Ambasciata d'Italia a Panama e dall'Unidad de Análisis Financiero sul tema del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale e al riciclaggio di denaro.
Nel corso del suo intervento, Silli ha sottolineato la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale di fronte a organizzazioni criminali sempre più strutturate e capaci di operare oltre i confini nazionali. L'obiettivo, ha spiegato, è quello di ridurre gli spazi d'azione delle reti criminali, colpirne i meccanismi finanziari e consolidare la tenuta delle istituzioni democratiche. Il segretario generale ha inoltre ribadito l'importanza della collaborazione tra Italia e Panama, indicando nell'IILA uno strumento di dialogo e cooperazione regionale su temi di interesse comune.
A margine degli appuntamenti ufficiali, Silli ha avuto una serie di incontri istituzionali con il ministro della Salute Galindo Boyd, il viceministro per gli Affari multilaterali e la Cooperazione Carlos Guevara Mann, il viceministro degli Esteri Carlos Arturo Hoyos e il direttore generale di AMPYME, Raúl Fernández. I colloqui hanno riguardato le prospettive di collaborazione nei settori considerati prioritari per Panama.
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Silvia Salis e Roberto Gualtieri (Imagoeconomica)
Questo è ciò che insegna la mobilitazione di questi giorni contro il ddl Valditara sul consenso informato. Una norma fin troppo aperta e tollerante che tuttavia ha suscitato la rivolta dei soliti Vip con la firma facile (e passi) e soprattutto quella di alcune amministrazioni comunali. A guidare la protesta, pensa un po’, è Elly Schlein che ieri ha dichiarato guerra annunciando che il Pd è «pronto a mobilitarsi» contro il ddl. Prima della segretaria dem il Comune di Genova guidato da Silvia Salis aveva annunciato che avrebbe continuato a svolgere i corsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole per l’infanzia, semplicemente cambiando nome all'iniziativa. Poi è intervenuto pure il Comune di Roma, nella persona dell’assessore alla Scuola Claudia Pratelli. «Il governo utilizza il consenso informato come una clava ideologica contro l’educazione affettiva e sessuale e ciò rappresenta un grave errore politico e culturale», sostiene la Prateli. «Proprio mentre assistiamo a una preoccupante crescita della violenza di genere, del bullismo, dell’omotransfobia e di molte forme di discriminazione che coinvolgono sempre più spesso anche i più giovani, si è scelto di alzare ostacoli anziché rafforzare gli strumenti educativi a disposizione della scuola».
Questi presunti ostacoli, in realtà, non esistono. L’educazione sessuale nelle scuole è prevista, così come quella affettiva. Semplicemente si consente ai genitori di non acconsentire a progetti arbitrari e contestabili che contemplino la presenza di militanti, attivisti e simili. È a questo che si oppongono le amministrazioni di sinistra: alla possibilità per le famiglie di esercitare il diritto a tutelare i minori. «Continueremo a educare al rispetto, alla libertà e all’uguaglianza: non è un’opzione ideologica, è una responsabilità pubblica e democratica», afferma l’assessore romano Pratelli. Subito spalleggiato da Cittadinanzattiva, che addirittura invita alla «disobbedienza civile». Se non fosse tragico, questo spettacolo farebbe scompisciare. Invocano la disobbedienza civile gli stessi che invocavano galera e fucilazione per i non vaccinati. Gli stessi che si strappavano le vesti quando, ai tempi, qualcuno a destra propose la disobbedienza fiscale per protesta. Gli stessi che presentavano leggi regionali per discriminare i medici obiettori di coscienza sull’aborto.
Ecco come funziona: una legge dello Stato non piace ai progressisti? Loro si sentono liberi di violarla, di calpestare la democrazia e di fregarsene della libertà delle famiglie. Per questo speriamo che ProVita, come ha annunciato, denunci il sindaco Gualtieri se eviterà di rispettare la norma ora vigente. In ogni caso, gioca ripeterlo, il ddl Valditara non toglie l’educazione sessuo-affettiva (anche se sarebbe bello che lo facesse), si limita a garantire un minimo di possibilità di difesa ai genitori dai tentativi di indottrinamento coatto. Ma anche questo non è ammesso, poiché le associazioni amiche della sinistra rischiano di perdere soldi e perché non è concepibile che qualcuno sfugga alla rieducazione.
Del resto si comportano così in ogni occasione. Se non ti adegui alla loro visione del mondo, meriti ogni forma di punizione. Emblematico in questo senso il caso dell’influencer leghista Eterno. Si ferma a girare un video in centro a Parma, riprendendo sé stesso. Viene insultato da un gruppo di stranieri che gli lanciano oggetti e bottiglie. Lui cerca di trattare, allunga pure la mano a uno in segno di pace, ma quelli proseguono. Lui si fa comprensibilmente girare le scatole e si lascia scappare un insulto («scimmie») e uno slogan («remigrazione»). Quelli lo inseguono e lo picchiano. Un amico lì presente evita il peggio, perché uno dei gentili signori stranieri aveva già estratto il coltello. Risultato? I giornali di sinistra raccontano che Eterno ha provocato e lanciato improperi razzisti, i video che documentano la scena vengono tagliati ad arte. E qualche genio tipo l’attivista-giornalista Saverio Tommasi e vari suoi degni compari scrivono che il leghista si è meritato le botte, che i razzisti si trattano così e anche peggio. Tutto da copione: il nemico va eliminato, la legge del nemico va violata.
Resta da capire chi sia, questo nemico. O, meglio, resta da insegnare alle masse a riconoscere i nemici e a toglierli di mezzo. Per questo bisogna entrare nelle scuole, cominciare a educare fin da piccoli gli individui a guardare il mondo da una prospettiva progressista. Istruirli a riconoscere il razzista, l’omofobo, il fascista, il misogino, il maschio tossico.
Così, un passo alla volta, si arriverà al risultato finale tanto auspicato, alla costruzione di una visione del mondo del tutto artificiale capace di trascurare completamente la realtà in nome dell’ideologia. La visione che abbiamo visto all’opera nel Regno Unito con il povero Henry Nowak: un ragazzo ferito e morente che non respirava e sputava sangue ma è stato ammanettato e trattato da criminale. Non perché avesse fatto qualcosa di male, ma perché era semplicemente un maschio bianco, cioè il malvagio per eccellenza.
È a questa visione del mondo che il ddl Valditara dà diritto a opporsi. E infatti i progressisti quel diritto lo vogliono cancellare: sono fuorilegge, ma pretendono di comandare. Invocano la disobbedienza civile ma non accettano che qualcuno rifiuti di obbedire ai loro ordini.
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