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2019-12-22
La ’ndrangheta sapeva prima giorno e luogo degli sbarchi per il mercato delle sepolture
Ansa
Le informazioni che arrivavano alla cosca erano di prima mano: pochi giorni dopo il 2 luglio 2017 ci sarebbe stato uno sbarco di migranti nel porto di Vibo Marina con «18 cadaveri». E siccome, grazie all'influenza della 'ndrangheta, al Comune di Vibo Valentia la sepoltura delle salme dei migranti era diventata cosa loro, gli uomini del clan si stavano già sfregando le mani. Orazio Lo Bianco, che a Vibo Valentia appellano tutti U' Tignusu, il tignoso, è il titolare dell'impresa di pompe funebri in odore di 'ndrangheta che, come svelato ieri dalla Verità, riusciva a gestire in regime di monopolio il servizio di sepoltura degli immigrati giunti morti in porto. «Sto tornando, che ero a Cosenza», dice al collega Leonardo, «(...) mi è arrivata una voce... penso che c'è uno sbarco con 18 morti». Il rientro da Cosenza e il numero preciso di cadaveri non lasciano dubbi sulla precisione di quella informazione finita in una intercettazione captata dagli investigatori che si sono occupati dell'inchiesta ribattezzata Rinascita. Anche perché l'opinione pubblica, di quello sbarco, non era stata informata. Si trattava quindi di una soffiata partita dalla nave in arrivo? E in quel periodo sulle coste del Vibonese erano arrivati diversi sbarchi fantasma. In questo caso gli unici a fornire l'informazione potevano essere gli scafisti trafficanti di esseri umani. Ma erano arrivate anche alcune navi delle Ong. E sarebbe ancora più inquietante se ad avvisare l'uomo di rispetto di Vibo Valentia fossero stati attivisti delle organizzazioni non governative.
Ultima ipotesi possibile: Lo Bianco ha ottenuto quell'informazione da chi, tra le autorità, stava aspettando lo sbarco. Ed è su questo punto, infatti, che si è concentrata l'attività investigativa: «Nella circostanza», scrivono i magistrati della Procura antimafia di Catanzaro, «Lo Bianco riferiva di aver appreso in via informale che a distanza di circa due giorni si sarebbe verificato un nuovo sbarco di migranti, nel quale, da voci ufficiose, erano previsti 18 cadaveri. Pertanto, si deduce che l'odierno indagato era in grado di apprendere tali notizie prima che il Comune indicesse la gara per assegnare quei servizi». Durante la telefonata, proprio perché quell'informazione ceduta al collega era da maneggiare con cautela, U' Tignusu gli chiede di mantenere il più stretto riserbo: «Ti voglio dire io, se tu parli, quelli si presentano al Comune... capito... e ci viene più difficile la gara».
L'obiettivo era evitare che le ditte concorrenti si interessassero a quel bando. E 18 salme, a 750 euro l'una, come da indicazioni ricevute dal funzionario del Comune in precedenti occasioni, avrebbero fruttato in un sol giorno 13.500 euro. Le uniche spese da sostenere erano quelle dello zinco per sigillare i corpi nei loculi, visto che, come hanno scoperto i carabinieri, i migranti venivano sepolti senza bara (contro ogni regolamento di polizia mortuaria), e il compenso per un operaio da impiegare per il servizio. Orazio, infatti, chiede al collega: «Eh.. ma tu gli operai ce li hai?». La risposta: «Tu falli arrivare... io un rumeno ce l'ho...». E subito dopo la chiacchierata sulla capacità di garantire il servizio funerario per quel consistente numero di cadaveri, parte la spartizione delle salme: «Lo Bianco», annotano gli investigatori, «ipotizzava di concedere al proprio interlocutore il servizio su cinque salme, in quanto il primo si sarebbe aggiudicato la gara d'appalto unitamente ad altre due ditte». Un altro aspetto tutto da approfondire, perché, per dirla come i magistrati calabresi, «appare evidente come l'indagato fosse consapevole dell'esito della gara indetta dal Comune ancora prima dell'ufficialità dello sbarco e del numero di cadaveri presenti tra i migranti, avvalorando l'ipotesi di turbativa d'asta». Agli investigatori è bastato fare qualche salto indietro tra le pagine delle intercettazioni per riannodare i fili: il 18 aprile 2017 U' Tignusu riceve una chiamata da Rita Milano, una dipendente comunale assegnata al Settore servizi sociali, la quale gli comunicava che nel corso dell'ultimo sbarco era stato recuperato un cadavere.
Lo Bianco è pronto. E assicura che a breve avrebbe presentato un preventivo per il servizio funerario pari a 900 euro. Ma la donna gli indica con precisione la somma da riportare sul preventivo: 750 euro Iva compresa. E precisa di aver appreso che la cifra prevista dall'ufficio di Ragioneria era quella. E se in un primo momento agli investigatori era sembrato che quelle informazioni rivelate dalla dipendente comunale erano volte a far aggiudicare la gara all'indagato, a discapito di altri partecipanti, dalla documentazione acquisita è emerso che il servizio era stato affidato a Lo Bianco con procedura d'urgenza e, pertanto, a trattativa diretta. L'informazione sull'arrivo delle 18 salme di luglio, invece, porta a escludere la possibilità che la soffiata sia arrivata dagli uffici comunali. Il telefono di Lo Bianco era costantemente intercettato e non ci sono negli atti raccolti dalla Procura altre telefonate di dipendenti comunali. Se fosse stata la funzionaria a fornirgli quella notizia, avrebbe con probabilità molto elevata usato la stessa disinvoltura della chiamata nella quale gli chiedeva il preventivo. Si tratta quindi di una comunicazione che Lo Bianco ha ottenuto in via riservata. Probabilmente incontrando il suo informatore di persona.
Aspetti inquietanti di un'inchiesta che ha svelato l'assoluta mancanza di umanità delle cosche, anche nel caso dei loro «addetti». Un pentito chiave per la maxi retata , infatti, ha svelato il destino di Filippo Gangitano, killer e picciotto dei Lo Bianco, ucciso nel 2002. Il motivo? «Era fedele, però era gay».
Era l’estate 2017 del boom di arrivi. Ong scatenate sotto il naso del Pd
Se da vivi gli immigrati, nel 2017, con alla guida del Viminale il dem Marco Minniti, valevano per coop e associazioni 35 euro a cranio al giorno, da morti, per le pompe funebri della 'ndrangheta che avevano messo le mani sull'affare, fruttavano almeno 750 euro a salma. Il percorso logico, per i picciotti del clan, stando a quanto emerge dall'inchiesta Rinascita della Procura di Catanzaro, era questo: più sbarchi, più morti potenziali, più business. E per gli approdi sulla costa calabrese quello è stato l'anno da record. Per comprendere meglio l'entità dell'affare è utile partire dai dati di cronaca sugli sbarchi a ridosso del 2 luglio 2017, data della telefonata tra Orazio Lo Bianco, il titolare dell'impresa di pompe funebri di Vibo Valentia in odore di 'ndrangheta, e il suo collega che aveva allertato in vista di un approdo con 18 immigrati deceduti.
Il 14 luglio, per esempio, nello scalo vibonese è giunto il rimorchiatore Vos Hestia della Ong Save the children, con a bordo 578 migranti di varia nazionalità, recuperati pochi giorni prima al largo delle coste libiche. Dalle notizie diffuse dalla stampa locale non risultano essere state portate a terra salme. Ma tra gli immigrati qualcuno potrebbe essere passato per gli ospedali del Vibonese per arrivare poi, come avvenuto in uno dei casi riportato negli atti giudiziari, alla sala obitorio del cimitero di Vibo Valentia. A quel punto, come è ovvio immaginare, gli uomini della cosca si sarebbero mossi per agguantare l'affare. Per gli sbarchi precedenti, infatti, alcuni defunti erano stati affidati alla premiata ditta Lo Bianco che, poi, in barba ai regolamenti cimiteriali, piazzava a piacimento nei loculi, senza bare, le salme.
È del 29 giugno un approdo fantasma sulla spiaggia di baia di Riaci, tra Tropea e Santa Domenica di Ricadi, sempre in territorio di Vibo Valentia. Lì sbarcò un gruppo di profughi di etnia curda, filtrando i controlli, e arrivando direttamente sulla battigia. In 29, una volta a terra, furono recuperati dalle forze dell'ordine. E ai giornalisti non arrivarono notizie su immigrati deceduti.
Ma in tutto, facendo un salto indietro al 26 maggio, i migranti giunti in poche ore nei porti calabresi dopo essere stati soccorsi da imbarcazioni militari e delle organizzazioni non governative nel Canale di Sicilia, erano già 1.669. In una sola mattina ne arrivarono a Corigliano Calabro 635 (70 i bambini, quasi tutti non accompagnati), ancora una volta a bordo della nave Vos Hestia di Save the children. A Crotone, lo stesso giorno, arrivò la Moas, con 32 cadaveri. E solo un giorno dopo, nello stesso porto, arrivò il pattugliatore della Marina militare inglese Protector, dirottato lì da Brindisi, con a bordo 280 persone. Altri due sbarchi erano stati registrati in quelle ore proprio a Vibo Valentia (con 282 immigrati) e a Reggio Calabria (con altri 472). Dati impressionanti che, come ha dimostrato l'indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, sono stati capaci di creare notevoli appetiti nelle file della criminalità organizzata. «Anche in questo settore», scrivono i pm negli atti giudiziari, «la 'ndrangheta ha calcato l'onda della tragedia umanitaria, accaparrandosi il lucroso business dei migranti deceduti giunti sulle coste italiane e ponendo in essere raggiri finalizzati a incrementare i loro guadagni, provocando danni erariali e incrementando il pericolo per la salute pubblica». Il 6 luglio di quell'anno il Viminale pubblicò i dati aggiornati sugli sbarchi. E se in Italia dall'inizio dell'anno erano approdati 85.042 migranti, quelli giunti nei porti di Reggio Calabria e Vibo Valentia erano una fetta cospicua: 12.316. Ben 5.229 quelli scesi a Vibo Marina.
Solo un mese prima i numeri avevano già messo in crisi il sistema italiano dell'accoglienza. Al 27 giugno si parlava di oltre 70.000 arrivi, rispetto 64.133 dello stesso periodo del 2016. Con una crescita del 14,5 per cento. Era il periodo dei record. Tra le nazionalità prevalenti: nigeriani (11.988), bengalesi (7.459) e guineiani (7.040). I minori stranieri non accompagnati sbarcati erano già 9.323. E il programma di ricollocamento in altri Paesi europei che avevano aderito, proprio come accade oggi, andava a rilento. Rispetto ai 40.000 previsti, solo 7.281, la maggior parte dei quali accolti dalla Germania (2.946, di cui 2.731 adulti e 215 minori), erano partiti per gli altri Paesi. Il totale dei migranti sbarcati morti, invece, a luglio 2017, stando al dato nazionale, era di 2.421.
Ma il coefficiente calabrese deve essere comunque rilevante, se la Regione ha deciso proprio in quel periodo di costruire a Tarsia, in provincia di Cosenza, il cimitero dei migranti morti in mare. Forse anche per togliere dalle mani sporche della mala quello che era diventato un mercato. Dove tutto è a carico dello Stato. Dal trasporto alla camera mortuaria di un ospedale vicino al porto di arrivo per la constatazione ufficiale della morte, fino alla sepoltura. Reggio Calabria ha dedicato agli immigrati una sezione speciale del proprio cimitero. A Vibo, invece, come emerge dall'inchiesta, finivano nei loculi che sceglieva la 'ndrangheta.
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Secondo gli investigatori gli indagati «ricevevano soffiate in vista delle gare pubbliche per le tumulazioni». Sospetti sui dipendenti comunali che suggerivano le offerte da fare. Era l'estate 2017 del boom di arrivi. Ong scatenate sotto il naso del Pd. Con il Viminale in mano al dem Minniti, le coste di Crotone, Vibo e Reggio accolsero migliaia di profughi Save the children la faceva da padrona, mentre l'Europa prometteva redistribuzioni fantasma (come oggi). Lo speciale comprende due articoli. Le informazioni che arrivavano alla cosca erano di prima mano: pochi giorni dopo il 2 luglio 2017 ci sarebbe stato uno sbarco di migranti nel porto di Vibo Marina con «18 cadaveri». E siccome, grazie all'influenza della 'ndrangheta, al Comune di Vibo Valentia la sepoltura delle salme dei migranti era diventata cosa loro, gli uomini del clan si stavano già sfregando le mani. Orazio Lo Bianco, che a Vibo Valentia appellano tutti U' Tignusu, il tignoso, è il titolare dell'impresa di pompe funebri in odore di 'ndrangheta che, come svelato ieri dalla Verità, riusciva a gestire in regime di monopolio il servizio di sepoltura degli immigrati giunti morti in porto. «Sto tornando, che ero a Cosenza», dice al collega Leonardo, «(...) mi è arrivata una voce... penso che c'è uno sbarco con 18 morti». Il rientro da Cosenza e il numero preciso di cadaveri non lasciano dubbi sulla precisione di quella informazione finita in una intercettazione captata dagli investigatori che si sono occupati dell'inchiesta ribattezzata Rinascita. Anche perché l'opinione pubblica, di quello sbarco, non era stata informata. Si trattava quindi di una soffiata partita dalla nave in arrivo? E in quel periodo sulle coste del Vibonese erano arrivati diversi sbarchi fantasma. In questo caso gli unici a fornire l'informazione potevano essere gli scafisti trafficanti di esseri umani. Ma erano arrivate anche alcune navi delle Ong. E sarebbe ancora più inquietante se ad avvisare l'uomo di rispetto di Vibo Valentia fossero stati attivisti delle organizzazioni non governative. Ultima ipotesi possibile: Lo Bianco ha ottenuto quell'informazione da chi, tra le autorità, stava aspettando lo sbarco. Ed è su questo punto, infatti, che si è concentrata l'attività investigativa: «Nella circostanza», scrivono i magistrati della Procura antimafia di Catanzaro, «Lo Bianco riferiva di aver appreso in via informale che a distanza di circa due giorni si sarebbe verificato un nuovo sbarco di migranti, nel quale, da voci ufficiose, erano previsti 18 cadaveri. Pertanto, si deduce che l'odierno indagato era in grado di apprendere tali notizie prima che il Comune indicesse la gara per assegnare quei servizi». Durante la telefonata, proprio perché quell'informazione ceduta al collega era da maneggiare con cautela, U' Tignusu gli chiede di mantenere il più stretto riserbo: «Ti voglio dire io, se tu parli, quelli si presentano al Comune... capito... e ci viene più difficile la gara». L'obiettivo era evitare che le ditte concorrenti si interessassero a quel bando. E 18 salme, a 750 euro l'una, come da indicazioni ricevute dal funzionario del Comune in precedenti occasioni, avrebbero fruttato in un sol giorno 13.500 euro. Le uniche spese da sostenere erano quelle dello zinco per sigillare i corpi nei loculi, visto che, come hanno scoperto i carabinieri, i migranti venivano sepolti senza bara (contro ogni regolamento di polizia mortuaria), e il compenso per un operaio da impiegare per il servizio. Orazio, infatti, chiede al collega: «Eh.. ma tu gli operai ce li hai?». La risposta: «Tu falli arrivare... io un rumeno ce l'ho...». E subito dopo la chiacchierata sulla capacità di garantire il servizio funerario per quel consistente numero di cadaveri, parte la spartizione delle salme: «Lo Bianco», annotano gli investigatori, «ipotizzava di concedere al proprio interlocutore il servizio su cinque salme, in quanto il primo si sarebbe aggiudicato la gara d'appalto unitamente ad altre due ditte». Un altro aspetto tutto da approfondire, perché, per dirla come i magistrati calabresi, «appare evidente come l'indagato fosse consapevole dell'esito della gara indetta dal Comune ancora prima dell'ufficialità dello sbarco e del numero di cadaveri presenti tra i migranti, avvalorando l'ipotesi di turbativa d'asta». Agli investigatori è bastato fare qualche salto indietro tra le pagine delle intercettazioni per riannodare i fili: il 18 aprile 2017 U' Tignusu riceve una chiamata da Rita Milano, una dipendente comunale assegnata al Settore servizi sociali, la quale gli comunicava che nel corso dell'ultimo sbarco era stato recuperato un cadavere. Lo Bianco è pronto. E assicura che a breve avrebbe presentato un preventivo per il servizio funerario pari a 900 euro. Ma la donna gli indica con precisione la somma da riportare sul preventivo: 750 euro Iva compresa. E precisa di aver appreso che la cifra prevista dall'ufficio di Ragioneria era quella. E se in un primo momento agli investigatori era sembrato che quelle informazioni rivelate dalla dipendente comunale erano volte a far aggiudicare la gara all'indagato, a discapito di altri partecipanti, dalla documentazione acquisita è emerso che il servizio era stato affidato a Lo Bianco con procedura d'urgenza e, pertanto, a trattativa diretta. L'informazione sull'arrivo delle 18 salme di luglio, invece, porta a escludere la possibilità che la soffiata sia arrivata dagli uffici comunali. Il telefono di Lo Bianco era costantemente intercettato e non ci sono negli atti raccolti dalla Procura altre telefonate di dipendenti comunali. Se fosse stata la funzionaria a fornirgli quella notizia, avrebbe con probabilità molto elevata usato la stessa disinvoltura della chiamata nella quale gli chiedeva il preventivo. Si tratta quindi di una comunicazione che Lo Bianco ha ottenuto in via riservata. Probabilmente incontrando il suo informatore di persona. Aspetti inquietanti di un'inchiesta che ha svelato l'assoluta mancanza di umanità delle cosche, anche nel caso dei loro «addetti». Un pentito chiave per la maxi retata , infatti, ha svelato il destino di Filippo Gangitano, killer e picciotto dei Lo Bianco, ucciso nel 2002. 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Il percorso logico, per i picciotti del clan, stando a quanto emerge dall'inchiesta Rinascita della Procura di Catanzaro, era questo: più sbarchi, più morti potenziali, più business. E per gli approdi sulla costa calabrese quello è stato l'anno da record. Per comprendere meglio l'entità dell'affare è utile partire dai dati di cronaca sugli sbarchi a ridosso del 2 luglio 2017, data della telefonata tra Orazio Lo Bianco, il titolare dell'impresa di pompe funebri di Vibo Valentia in odore di 'ndrangheta, e il suo collega che aveva allertato in vista di un approdo con 18 immigrati deceduti. Il 14 luglio, per esempio, nello scalo vibonese è giunto il rimorchiatore Vos Hestia della Ong Save the children, con a bordo 578 migranti di varia nazionalità, recuperati pochi giorni prima al largo delle coste libiche. Dalle notizie diffuse dalla stampa locale non risultano essere state portate a terra salme. Ma tra gli immigrati qualcuno potrebbe essere passato per gli ospedali del Vibonese per arrivare poi, come avvenuto in uno dei casi riportato negli atti giudiziari, alla sala obitorio del cimitero di Vibo Valentia. A quel punto, come è ovvio immaginare, gli uomini della cosca si sarebbero mossi per agguantare l'affare. Per gli sbarchi precedenti, infatti, alcuni defunti erano stati affidati alla premiata ditta Lo Bianco che, poi, in barba ai regolamenti cimiteriali, piazzava a piacimento nei loculi, senza bare, le salme. È del 29 giugno un approdo fantasma sulla spiaggia di baia di Riaci, tra Tropea e Santa Domenica di Ricadi, sempre in territorio di Vibo Valentia. Lì sbarcò un gruppo di profughi di etnia curda, filtrando i controlli, e arrivando direttamente sulla battigia. In 29, una volta a terra, furono recuperati dalle forze dell'ordine. E ai giornalisti non arrivarono notizie su immigrati deceduti. Ma in tutto, facendo un salto indietro al 26 maggio, i migranti giunti in poche ore nei porti calabresi dopo essere stati soccorsi da imbarcazioni militari e delle organizzazioni non governative nel Canale di Sicilia, erano già 1.669. In una sola mattina ne arrivarono a Corigliano Calabro 635 (70 i bambini, quasi tutti non accompagnati), ancora una volta a bordo della nave Vos Hestia di Save the children. A Crotone, lo stesso giorno, arrivò la Moas, con 32 cadaveri. E solo un giorno dopo, nello stesso porto, arrivò il pattugliatore della Marina militare inglese Protector, dirottato lì da Brindisi, con a bordo 280 persone. Altri due sbarchi erano stati registrati in quelle ore proprio a Vibo Valentia (con 282 immigrati) e a Reggio Calabria (con altri 472). Dati impressionanti che, come ha dimostrato l'indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, sono stati capaci di creare notevoli appetiti nelle file della criminalità organizzata. «Anche in questo settore», scrivono i pm negli atti giudiziari, «la 'ndrangheta ha calcato l'onda della tragedia umanitaria, accaparrandosi il lucroso business dei migranti deceduti giunti sulle coste italiane e ponendo in essere raggiri finalizzati a incrementare i loro guadagni, provocando danni erariali e incrementando il pericolo per la salute pubblica». Il 6 luglio di quell'anno il Viminale pubblicò i dati aggiornati sugli sbarchi. E se in Italia dall'inizio dell'anno erano approdati 85.042 migranti, quelli giunti nei porti di Reggio Calabria e Vibo Valentia erano una fetta cospicua: 12.316. Ben 5.229 quelli scesi a Vibo Marina. Solo un mese prima i numeri avevano già messo in crisi il sistema italiano dell'accoglienza. Al 27 giugno si parlava di oltre 70.000 arrivi, rispetto 64.133 dello stesso periodo del 2016. Con una crescita del 14,5 per cento. Era il periodo dei record. Tra le nazionalità prevalenti: nigeriani (11.988), bengalesi (7.459) e guineiani (7.040). I minori stranieri non accompagnati sbarcati erano già 9.323. E il programma di ricollocamento in altri Paesi europei che avevano aderito, proprio come accade oggi, andava a rilento. Rispetto ai 40.000 previsti, solo 7.281, la maggior parte dei quali accolti dalla Germania (2.946, di cui 2.731 adulti e 215 minori), erano partiti per gli altri Paesi. Il totale dei migranti sbarcati morti, invece, a luglio 2017, stando al dato nazionale, era di 2.421. Ma il coefficiente calabrese deve essere comunque rilevante, se la Regione ha deciso proprio in quel periodo di costruire a Tarsia, in provincia di Cosenza, il cimitero dei migranti morti in mare. Forse anche per togliere dalle mani sporche della mala quello che era diventato un mercato. Dove tutto è a carico dello Stato. Dal trasporto alla camera mortuaria di un ospedale vicino al porto di arrivo per la constatazione ufficiale della morte, fino alla sepoltura. Reggio Calabria ha dedicato agli immigrati una sezione speciale del proprio cimitero. A Vibo, invece, come emerge dall'inchiesta, finivano nei loculi che sceglieva la 'ndrangheta.
Nell'era dell'I.A. applicata ai sistemi missilistici e ai droni, le vecchie categorie dottrinali crollano. Quando la morte è affidata a un click automatizzato che può cancellare intere popolazioni, l'unica alternativa reale alla distruzione totale è il negoziato a oltranza.
Carla Romana Raineri (Ansa)
Che effetto le ha fatto quanto è accaduto?
«È stata un’esperienza davvero sorprendente quanto inimmaginabile. Ma ero certa della mia estraneità agli addebiti contestati. Purtroppo ci è voluto tempo per giungere alla archiviazione, anche perché la Procura di Milano, che era peraltro funzionalmente incompetente sulla mia posizione, ha trasmesso gli atti a Brescia dopo oltre due anni dall’inizio delle indagini».
Chi desidera ringraziare oggi?
«La mia gratitudine è rivolta, primo fra tutti, al mio difensor, Nicola Menardo dello studio Weigmann. Ma vorrei anche ringraziare pubblicamente il presidente della Corte, dottor Ondei, che mai ha dubitato della mia integrità e mi ha sempre sostenuta con autentico affetto. Come del resto i miei colleghi, gli amici e, non da ultimo, la mia splendida famiglia».
C’è qualche precisazione che vuole fare?
«Una precisazione vorrei farla, per evitare fraintendimenti. Innanzitutto non si è trattato affatto di accertamenti in relazione a una presunta infedeltà coniugale, essendo io separata dal lontano 2008 e avendo sempre mantenuto ottimi rapporti con il mio ex marito. Al contrario, i miei figli e io ci siamo attivati proprio a “sua” protezione, in circostanze molto delicate, avendo in animo di presentare una denuncia-querela in sede penale».
E rispetto a Equalize?
«Premesso che non ho mai richiesto a Equalize accessi abusivi a banche dati protette, come correttamente attestato nel provvedimento di archiviazione, anche le informazioni di natura bancaria che avrebbero dovuto sorreggere la denuncia in sede penale - benché attività tipicamente svolte dalle agenzie investigative autorizzate - non erano state sin dall’origine da me richieste ad Equalize, di cui sconoscevo l’esistenza, e mai hanno avuto un seguito, come parimenti emerge dal provvedimento di archiviazione».
C’è qualche sassolino che vuole togliersi?
«In effetti non posso sottacere che sono state commesse molte scorrettezze, per usare un eufemismo. E ne sono molto rammaricata».
Da dove vuole partire?
«Innanzitutto, la Procura di Milano non aveva alcuna competenza funzionale nei miei confronti. I magistrati milanesi sono soggetti alla giurisdizione di Brescia».
Che cosa contesta al pm Francesco De Tommasi?
«Il pm De Tommasi ha indagato su di me per oltre due anni senza neppure iscrivermi nel registro degli indagati e, soprattutto, senza trasmettere gli atti a Brescia, funzionalmente competente. Le informative di cui è venuta in possesso la stampa contenevano dati a me riferibili che non sono stati minimamente riscontrati dal pm milanese. Alcuni passaggi erano talmente surreali che anche un non addetto ai lavori avrebbe potuto desumerne l’assoluta inverosimiglianza. E avrebbero dovuto consigliare il pm ad astenersi dal depositarle, almeno nella parte che mi concerneva, tanto più che la mia posizione esulava dalla sua competenza».
E poi c’è stato il tema delle intercettazioni.
«Sono stati pubblicati stralci di intercettazioni con tanto di nomi, cognomi, ruoli e professioni, soprattutto di parti terze rispetto al procedimento. Una pratica illegale, oltreché incivile in uno Stato di diritto. E non è di poco momento il fatto che il mio nome sia comparso sui quotidiani in relazione all’indagine milanese, nonostante l’incompetenza funzionale di quella Procura, piuttosto che in ragione delle indagini legittimamente svolte dalla Procura di Brescia, in ordine alle quali si è invece mantenuto il massimo riserbo. Certo che se il procuratore capo di Milano avesse esercitato il potere di vigilanza sull’operato del titolare del fascicolo, essendo ciò nelle sue prerogative e nei suoi doveri, almeno lo scempio mediatico si sarebbe potuto evitare. E così i conseguenti pregiudizi reputazionali a mio danno e a danno dei miei familiari».
Ha reagito a quanto accaduto?
«Certo. Ovviamente con gli strumenti che la legge prevede. Mi sono anzitutto difesa e questo ha comportato un notevole dispendio di energie. Inoltre, il mio ex marito e io abbiamo congiuntamente presentato un esposto nei confronti del pm De Tommasi all’attenzione del procuratore generale presso la Cassazione, del ministro della Giustizia, del Consiglio superiore della magistratura, del Garante della privacy».
Ne conoscete già l’esito?
«Ne attendiamo ancora fiduciosamente gli esiti. Ho, però, appreso, seppure in riferimento a tutt’altra vicenda, che il Consiglio giudiziario di Milano, nel dicembre 2025, ha bocciato la valutazione di professionalità del pm De Tommasi per “assenza di equilibrio”. Anche la stampa ne ha dato evidenza. Sulla pratica dovrà ora pronunciarsi il Csm. Devo dire che, in 44 anni di magistratura, non mi è mai capitato di leggere, o di redigere quale presidente, un giudizio del genere in relazione a un collega».
Su Brescia che giudizio dà?
«Non si pensi che la Procura di Brescia abbia usato un occhio di riguardo nei miei confronti. Brescia ha agito con un tale rigore che mi parso giustificato non tanto in virtù dell’applicazione del sacrosanto principio secondo cui “la legge è uguale per tutti”, quanto piuttosto proprio perché ero un magistrato».
Che cosa è stato fatto?
«Non mi è stato risparmiato nulla. Hanno perquisito la mia abitazione ed il mio ufficio. Hanno sequestrato tutti i miei dispositivi informatici e il mio telefono e passato al setaccio tutta la mia vita».
Lo ha vissuto come eccessivo?
«Molti miei colleghi lo hanno considerato eccessivo rispetto a una vicenda squisitamente privata che nulla aveva a che vedere con l’esercizio delle funzioni. Forse lo è stato, ma va bene così. Lo hanno comunque fatto con discrezione e senza clamore. E dopo 19 mesi di penetranti indagini, dopo aver esaminato scrupolosamente tutte le risultanze e aver letto le difese che ho presentato attraverso il mio avvocato (cosa non sempre scontata), hanno chiesto correttamente e lealmente l’archiviazione in ragione della accertata infondatezza della notizia di reato».
Che cosa riconosce ai pm di Brescia?
«Hanno dimostrato un equilibrio e una compostezza istituzionale ineccepibili, purtroppo totalmente assenti nella condotta della Procura di Milano».
E adesso com’è la sua vita?
«La mia è sempre stata e continua a essere una vita piena e appagante. Ed ora decisamente anche più “leggera” visto che si è finalmente chiuso l’incubo di Equalize. Sono, semplicemente, felice, ma è difficile dimenticare».
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