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2019-12-22
La ’ndrangheta sapeva prima giorno e luogo degli sbarchi per il mercato delle sepolture
Ansa
Le informazioni che arrivavano alla cosca erano di prima mano: pochi giorni dopo il 2 luglio 2017 ci sarebbe stato uno sbarco di migranti nel porto di Vibo Marina con «18 cadaveri». E siccome, grazie all'influenza della 'ndrangheta, al Comune di Vibo Valentia la sepoltura delle salme dei migranti era diventata cosa loro, gli uomini del clan si stavano già sfregando le mani. Orazio Lo Bianco, che a Vibo Valentia appellano tutti U' Tignusu, il tignoso, è il titolare dell'impresa di pompe funebri in odore di 'ndrangheta che, come svelato ieri dalla Verità, riusciva a gestire in regime di monopolio il servizio di sepoltura degli immigrati giunti morti in porto. «Sto tornando, che ero a Cosenza», dice al collega Leonardo, «(...) mi è arrivata una voce... penso che c'è uno sbarco con 18 morti». Il rientro da Cosenza e il numero preciso di cadaveri non lasciano dubbi sulla precisione di quella informazione finita in una intercettazione captata dagli investigatori che si sono occupati dell'inchiesta ribattezzata Rinascita. Anche perché l'opinione pubblica, di quello sbarco, non era stata informata. Si trattava quindi di una soffiata partita dalla nave in arrivo? E in quel periodo sulle coste del Vibonese erano arrivati diversi sbarchi fantasma. In questo caso gli unici a fornire l'informazione potevano essere gli scafisti trafficanti di esseri umani. Ma erano arrivate anche alcune navi delle Ong. E sarebbe ancora più inquietante se ad avvisare l'uomo di rispetto di Vibo Valentia fossero stati attivisti delle organizzazioni non governative.
Ultima ipotesi possibile: Lo Bianco ha ottenuto quell'informazione da chi, tra le autorità, stava aspettando lo sbarco. Ed è su questo punto, infatti, che si è concentrata l'attività investigativa: «Nella circostanza», scrivono i magistrati della Procura antimafia di Catanzaro, «Lo Bianco riferiva di aver appreso in via informale che a distanza di circa due giorni si sarebbe verificato un nuovo sbarco di migranti, nel quale, da voci ufficiose, erano previsti 18 cadaveri. Pertanto, si deduce che l'odierno indagato era in grado di apprendere tali notizie prima che il Comune indicesse la gara per assegnare quei servizi». Durante la telefonata, proprio perché quell'informazione ceduta al collega era da maneggiare con cautela, U' Tignusu gli chiede di mantenere il più stretto riserbo: «Ti voglio dire io, se tu parli, quelli si presentano al Comune... capito... e ci viene più difficile la gara».
L'obiettivo era evitare che le ditte concorrenti si interessassero a quel bando. E 18 salme, a 750 euro l'una, come da indicazioni ricevute dal funzionario del Comune in precedenti occasioni, avrebbero fruttato in un sol giorno 13.500 euro. Le uniche spese da sostenere erano quelle dello zinco per sigillare i corpi nei loculi, visto che, come hanno scoperto i carabinieri, i migranti venivano sepolti senza bara (contro ogni regolamento di polizia mortuaria), e il compenso per un operaio da impiegare per il servizio. Orazio, infatti, chiede al collega: «Eh.. ma tu gli operai ce li hai?». La risposta: «Tu falli arrivare... io un rumeno ce l'ho...». E subito dopo la chiacchierata sulla capacità di garantire il servizio funerario per quel consistente numero di cadaveri, parte la spartizione delle salme: «Lo Bianco», annotano gli investigatori, «ipotizzava di concedere al proprio interlocutore il servizio su cinque salme, in quanto il primo si sarebbe aggiudicato la gara d'appalto unitamente ad altre due ditte». Un altro aspetto tutto da approfondire, perché, per dirla come i magistrati calabresi, «appare evidente come l'indagato fosse consapevole dell'esito della gara indetta dal Comune ancora prima dell'ufficialità dello sbarco e del numero di cadaveri presenti tra i migranti, avvalorando l'ipotesi di turbativa d'asta». Agli investigatori è bastato fare qualche salto indietro tra le pagine delle intercettazioni per riannodare i fili: il 18 aprile 2017 U' Tignusu riceve una chiamata da Rita Milano, una dipendente comunale assegnata al Settore servizi sociali, la quale gli comunicava che nel corso dell'ultimo sbarco era stato recuperato un cadavere.
Lo Bianco è pronto. E assicura che a breve avrebbe presentato un preventivo per il servizio funerario pari a 900 euro. Ma la donna gli indica con precisione la somma da riportare sul preventivo: 750 euro Iva compresa. E precisa di aver appreso che la cifra prevista dall'ufficio di Ragioneria era quella. E se in un primo momento agli investigatori era sembrato che quelle informazioni rivelate dalla dipendente comunale erano volte a far aggiudicare la gara all'indagato, a discapito di altri partecipanti, dalla documentazione acquisita è emerso che il servizio era stato affidato a Lo Bianco con procedura d'urgenza e, pertanto, a trattativa diretta. L'informazione sull'arrivo delle 18 salme di luglio, invece, porta a escludere la possibilità che la soffiata sia arrivata dagli uffici comunali. Il telefono di Lo Bianco era costantemente intercettato e non ci sono negli atti raccolti dalla Procura altre telefonate di dipendenti comunali. Se fosse stata la funzionaria a fornirgli quella notizia, avrebbe con probabilità molto elevata usato la stessa disinvoltura della chiamata nella quale gli chiedeva il preventivo. Si tratta quindi di una comunicazione che Lo Bianco ha ottenuto in via riservata. Probabilmente incontrando il suo informatore di persona.
Aspetti inquietanti di un'inchiesta che ha svelato l'assoluta mancanza di umanità delle cosche, anche nel caso dei loro «addetti». Un pentito chiave per la maxi retata , infatti, ha svelato il destino di Filippo Gangitano, killer e picciotto dei Lo Bianco, ucciso nel 2002. Il motivo? «Era fedele, però era gay».
Era l’estate 2017 del boom di arrivi. Ong scatenate sotto il naso del Pd
Se da vivi gli immigrati, nel 2017, con alla guida del Viminale il dem Marco Minniti, valevano per coop e associazioni 35 euro a cranio al giorno, da morti, per le pompe funebri della 'ndrangheta che avevano messo le mani sull'affare, fruttavano almeno 750 euro a salma. Il percorso logico, per i picciotti del clan, stando a quanto emerge dall'inchiesta Rinascita della Procura di Catanzaro, era questo: più sbarchi, più morti potenziali, più business. E per gli approdi sulla costa calabrese quello è stato l'anno da record. Per comprendere meglio l'entità dell'affare è utile partire dai dati di cronaca sugli sbarchi a ridosso del 2 luglio 2017, data della telefonata tra Orazio Lo Bianco, il titolare dell'impresa di pompe funebri di Vibo Valentia in odore di 'ndrangheta, e il suo collega che aveva allertato in vista di un approdo con 18 immigrati deceduti.
Il 14 luglio, per esempio, nello scalo vibonese è giunto il rimorchiatore Vos Hestia della Ong Save the children, con a bordo 578 migranti di varia nazionalità, recuperati pochi giorni prima al largo delle coste libiche. Dalle notizie diffuse dalla stampa locale non risultano essere state portate a terra salme. Ma tra gli immigrati qualcuno potrebbe essere passato per gli ospedali del Vibonese per arrivare poi, come avvenuto in uno dei casi riportato negli atti giudiziari, alla sala obitorio del cimitero di Vibo Valentia. A quel punto, come è ovvio immaginare, gli uomini della cosca si sarebbero mossi per agguantare l'affare. Per gli sbarchi precedenti, infatti, alcuni defunti erano stati affidati alla premiata ditta Lo Bianco che, poi, in barba ai regolamenti cimiteriali, piazzava a piacimento nei loculi, senza bare, le salme.
È del 29 giugno un approdo fantasma sulla spiaggia di baia di Riaci, tra Tropea e Santa Domenica di Ricadi, sempre in territorio di Vibo Valentia. Lì sbarcò un gruppo di profughi di etnia curda, filtrando i controlli, e arrivando direttamente sulla battigia. In 29, una volta a terra, furono recuperati dalle forze dell'ordine. E ai giornalisti non arrivarono notizie su immigrati deceduti.
Ma in tutto, facendo un salto indietro al 26 maggio, i migranti giunti in poche ore nei porti calabresi dopo essere stati soccorsi da imbarcazioni militari e delle organizzazioni non governative nel Canale di Sicilia, erano già 1.669. In una sola mattina ne arrivarono a Corigliano Calabro 635 (70 i bambini, quasi tutti non accompagnati), ancora una volta a bordo della nave Vos Hestia di Save the children. A Crotone, lo stesso giorno, arrivò la Moas, con 32 cadaveri. E solo un giorno dopo, nello stesso porto, arrivò il pattugliatore della Marina militare inglese Protector, dirottato lì da Brindisi, con a bordo 280 persone. Altri due sbarchi erano stati registrati in quelle ore proprio a Vibo Valentia (con 282 immigrati) e a Reggio Calabria (con altri 472). Dati impressionanti che, come ha dimostrato l'indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, sono stati capaci di creare notevoli appetiti nelle file della criminalità organizzata. «Anche in questo settore», scrivono i pm negli atti giudiziari, «la 'ndrangheta ha calcato l'onda della tragedia umanitaria, accaparrandosi il lucroso business dei migranti deceduti giunti sulle coste italiane e ponendo in essere raggiri finalizzati a incrementare i loro guadagni, provocando danni erariali e incrementando il pericolo per la salute pubblica». Il 6 luglio di quell'anno il Viminale pubblicò i dati aggiornati sugli sbarchi. E se in Italia dall'inizio dell'anno erano approdati 85.042 migranti, quelli giunti nei porti di Reggio Calabria e Vibo Valentia erano una fetta cospicua: 12.316. Ben 5.229 quelli scesi a Vibo Marina.
Solo un mese prima i numeri avevano già messo in crisi il sistema italiano dell'accoglienza. Al 27 giugno si parlava di oltre 70.000 arrivi, rispetto 64.133 dello stesso periodo del 2016. Con una crescita del 14,5 per cento. Era il periodo dei record. Tra le nazionalità prevalenti: nigeriani (11.988), bengalesi (7.459) e guineiani (7.040). I minori stranieri non accompagnati sbarcati erano già 9.323. E il programma di ricollocamento in altri Paesi europei che avevano aderito, proprio come accade oggi, andava a rilento. Rispetto ai 40.000 previsti, solo 7.281, la maggior parte dei quali accolti dalla Germania (2.946, di cui 2.731 adulti e 215 minori), erano partiti per gli altri Paesi. Il totale dei migranti sbarcati morti, invece, a luglio 2017, stando al dato nazionale, era di 2.421.
Ma il coefficiente calabrese deve essere comunque rilevante, se la Regione ha deciso proprio in quel periodo di costruire a Tarsia, in provincia di Cosenza, il cimitero dei migranti morti in mare. Forse anche per togliere dalle mani sporche della mala quello che era diventato un mercato. Dove tutto è a carico dello Stato. Dal trasporto alla camera mortuaria di un ospedale vicino al porto di arrivo per la constatazione ufficiale della morte, fino alla sepoltura. Reggio Calabria ha dedicato agli immigrati una sezione speciale del proprio cimitero. A Vibo, invece, come emerge dall'inchiesta, finivano nei loculi che sceglieva la 'ndrangheta.
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Secondo gli investigatori gli indagati «ricevevano soffiate in vista delle gare pubbliche per le tumulazioni». Sospetti sui dipendenti comunali che suggerivano le offerte da fare. Era l'estate 2017 del boom di arrivi. Ong scatenate sotto il naso del Pd. Con il Viminale in mano al dem Minniti, le coste di Crotone, Vibo e Reggio accolsero migliaia di profughi Save the children la faceva da padrona, mentre l'Europa prometteva redistribuzioni fantasma (come oggi). Lo speciale comprende due articoli. Le informazioni che arrivavano alla cosca erano di prima mano: pochi giorni dopo il 2 luglio 2017 ci sarebbe stato uno sbarco di migranti nel porto di Vibo Marina con «18 cadaveri». E siccome, grazie all'influenza della 'ndrangheta, al Comune di Vibo Valentia la sepoltura delle salme dei migranti era diventata cosa loro, gli uomini del clan si stavano già sfregando le mani. Orazio Lo Bianco, che a Vibo Valentia appellano tutti U' Tignusu, il tignoso, è il titolare dell'impresa di pompe funebri in odore di 'ndrangheta che, come svelato ieri dalla Verità, riusciva a gestire in regime di monopolio il servizio di sepoltura degli immigrati giunti morti in porto. «Sto tornando, che ero a Cosenza», dice al collega Leonardo, «(...) mi è arrivata una voce... penso che c'è uno sbarco con 18 morti». Il rientro da Cosenza e il numero preciso di cadaveri non lasciano dubbi sulla precisione di quella informazione finita in una intercettazione captata dagli investigatori che si sono occupati dell'inchiesta ribattezzata Rinascita. Anche perché l'opinione pubblica, di quello sbarco, non era stata informata. Si trattava quindi di una soffiata partita dalla nave in arrivo? E in quel periodo sulle coste del Vibonese erano arrivati diversi sbarchi fantasma. In questo caso gli unici a fornire l'informazione potevano essere gli scafisti trafficanti di esseri umani. Ma erano arrivate anche alcune navi delle Ong. E sarebbe ancora più inquietante se ad avvisare l'uomo di rispetto di Vibo Valentia fossero stati attivisti delle organizzazioni non governative. Ultima ipotesi possibile: Lo Bianco ha ottenuto quell'informazione da chi, tra le autorità, stava aspettando lo sbarco. Ed è su questo punto, infatti, che si è concentrata l'attività investigativa: «Nella circostanza», scrivono i magistrati della Procura antimafia di Catanzaro, «Lo Bianco riferiva di aver appreso in via informale che a distanza di circa due giorni si sarebbe verificato un nuovo sbarco di migranti, nel quale, da voci ufficiose, erano previsti 18 cadaveri. Pertanto, si deduce che l'odierno indagato era in grado di apprendere tali notizie prima che il Comune indicesse la gara per assegnare quei servizi». Durante la telefonata, proprio perché quell'informazione ceduta al collega era da maneggiare con cautela, U' Tignusu gli chiede di mantenere il più stretto riserbo: «Ti voglio dire io, se tu parli, quelli si presentano al Comune... capito... e ci viene più difficile la gara». L'obiettivo era evitare che le ditte concorrenti si interessassero a quel bando. E 18 salme, a 750 euro l'una, come da indicazioni ricevute dal funzionario del Comune in precedenti occasioni, avrebbero fruttato in un sol giorno 13.500 euro. Le uniche spese da sostenere erano quelle dello zinco per sigillare i corpi nei loculi, visto che, come hanno scoperto i carabinieri, i migranti venivano sepolti senza bara (contro ogni regolamento di polizia mortuaria), e il compenso per un operaio da impiegare per il servizio. Orazio, infatti, chiede al collega: «Eh.. ma tu gli operai ce li hai?». La risposta: «Tu falli arrivare... io un rumeno ce l'ho...». E subito dopo la chiacchierata sulla capacità di garantire il servizio funerario per quel consistente numero di cadaveri, parte la spartizione delle salme: «Lo Bianco», annotano gli investigatori, «ipotizzava di concedere al proprio interlocutore il servizio su cinque salme, in quanto il primo si sarebbe aggiudicato la gara d'appalto unitamente ad altre due ditte». Un altro aspetto tutto da approfondire, perché, per dirla come i magistrati calabresi, «appare evidente come l'indagato fosse consapevole dell'esito della gara indetta dal Comune ancora prima dell'ufficialità dello sbarco e del numero di cadaveri presenti tra i migranti, avvalorando l'ipotesi di turbativa d'asta». Agli investigatori è bastato fare qualche salto indietro tra le pagine delle intercettazioni per riannodare i fili: il 18 aprile 2017 U' Tignusu riceve una chiamata da Rita Milano, una dipendente comunale assegnata al Settore servizi sociali, la quale gli comunicava che nel corso dell'ultimo sbarco era stato recuperato un cadavere. Lo Bianco è pronto. E assicura che a breve avrebbe presentato un preventivo per il servizio funerario pari a 900 euro. Ma la donna gli indica con precisione la somma da riportare sul preventivo: 750 euro Iva compresa. E precisa di aver appreso che la cifra prevista dall'ufficio di Ragioneria era quella. E se in un primo momento agli investigatori era sembrato che quelle informazioni rivelate dalla dipendente comunale erano volte a far aggiudicare la gara all'indagato, a discapito di altri partecipanti, dalla documentazione acquisita è emerso che il servizio era stato affidato a Lo Bianco con procedura d'urgenza e, pertanto, a trattativa diretta. L'informazione sull'arrivo delle 18 salme di luglio, invece, porta a escludere la possibilità che la soffiata sia arrivata dagli uffici comunali. Il telefono di Lo Bianco era costantemente intercettato e non ci sono negli atti raccolti dalla Procura altre telefonate di dipendenti comunali. Se fosse stata la funzionaria a fornirgli quella notizia, avrebbe con probabilità molto elevata usato la stessa disinvoltura della chiamata nella quale gli chiedeva il preventivo. Si tratta quindi di una comunicazione che Lo Bianco ha ottenuto in via riservata. Probabilmente incontrando il suo informatore di persona. Aspetti inquietanti di un'inchiesta che ha svelato l'assoluta mancanza di umanità delle cosche, anche nel caso dei loro «addetti». Un pentito chiave per la maxi retata , infatti, ha svelato il destino di Filippo Gangitano, killer e picciotto dei Lo Bianco, ucciso nel 2002. 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Il percorso logico, per i picciotti del clan, stando a quanto emerge dall'inchiesta Rinascita della Procura di Catanzaro, era questo: più sbarchi, più morti potenziali, più business. E per gli approdi sulla costa calabrese quello è stato l'anno da record. Per comprendere meglio l'entità dell'affare è utile partire dai dati di cronaca sugli sbarchi a ridosso del 2 luglio 2017, data della telefonata tra Orazio Lo Bianco, il titolare dell'impresa di pompe funebri di Vibo Valentia in odore di 'ndrangheta, e il suo collega che aveva allertato in vista di un approdo con 18 immigrati deceduti. Il 14 luglio, per esempio, nello scalo vibonese è giunto il rimorchiatore Vos Hestia della Ong Save the children, con a bordo 578 migranti di varia nazionalità, recuperati pochi giorni prima al largo delle coste libiche. Dalle notizie diffuse dalla stampa locale non risultano essere state portate a terra salme. Ma tra gli immigrati qualcuno potrebbe essere passato per gli ospedali del Vibonese per arrivare poi, come avvenuto in uno dei casi riportato negli atti giudiziari, alla sala obitorio del cimitero di Vibo Valentia. A quel punto, come è ovvio immaginare, gli uomini della cosca si sarebbero mossi per agguantare l'affare. Per gli sbarchi precedenti, infatti, alcuni defunti erano stati affidati alla premiata ditta Lo Bianco che, poi, in barba ai regolamenti cimiteriali, piazzava a piacimento nei loculi, senza bare, le salme. È del 29 giugno un approdo fantasma sulla spiaggia di baia di Riaci, tra Tropea e Santa Domenica di Ricadi, sempre in territorio di Vibo Valentia. Lì sbarcò un gruppo di profughi di etnia curda, filtrando i controlli, e arrivando direttamente sulla battigia. In 29, una volta a terra, furono recuperati dalle forze dell'ordine. E ai giornalisti non arrivarono notizie su immigrati deceduti. Ma in tutto, facendo un salto indietro al 26 maggio, i migranti giunti in poche ore nei porti calabresi dopo essere stati soccorsi da imbarcazioni militari e delle organizzazioni non governative nel Canale di Sicilia, erano già 1.669. In una sola mattina ne arrivarono a Corigliano Calabro 635 (70 i bambini, quasi tutti non accompagnati), ancora una volta a bordo della nave Vos Hestia di Save the children. A Crotone, lo stesso giorno, arrivò la Moas, con 32 cadaveri. E solo un giorno dopo, nello stesso porto, arrivò il pattugliatore della Marina militare inglese Protector, dirottato lì da Brindisi, con a bordo 280 persone. Altri due sbarchi erano stati registrati in quelle ore proprio a Vibo Valentia (con 282 immigrati) e a Reggio Calabria (con altri 472). Dati impressionanti che, come ha dimostrato l'indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, sono stati capaci di creare notevoli appetiti nelle file della criminalità organizzata. «Anche in questo settore», scrivono i pm negli atti giudiziari, «la 'ndrangheta ha calcato l'onda della tragedia umanitaria, accaparrandosi il lucroso business dei migranti deceduti giunti sulle coste italiane e ponendo in essere raggiri finalizzati a incrementare i loro guadagni, provocando danni erariali e incrementando il pericolo per la salute pubblica». Il 6 luglio di quell'anno il Viminale pubblicò i dati aggiornati sugli sbarchi. E se in Italia dall'inizio dell'anno erano approdati 85.042 migranti, quelli giunti nei porti di Reggio Calabria e Vibo Valentia erano una fetta cospicua: 12.316. Ben 5.229 quelli scesi a Vibo Marina. Solo un mese prima i numeri avevano già messo in crisi il sistema italiano dell'accoglienza. Al 27 giugno si parlava di oltre 70.000 arrivi, rispetto 64.133 dello stesso periodo del 2016. Con una crescita del 14,5 per cento. Era il periodo dei record. Tra le nazionalità prevalenti: nigeriani (11.988), bengalesi (7.459) e guineiani (7.040). I minori stranieri non accompagnati sbarcati erano già 9.323. E il programma di ricollocamento in altri Paesi europei che avevano aderito, proprio come accade oggi, andava a rilento. Rispetto ai 40.000 previsti, solo 7.281, la maggior parte dei quali accolti dalla Germania (2.946, di cui 2.731 adulti e 215 minori), erano partiti per gli altri Paesi. Il totale dei migranti sbarcati morti, invece, a luglio 2017, stando al dato nazionale, era di 2.421. Ma il coefficiente calabrese deve essere comunque rilevante, se la Regione ha deciso proprio in quel periodo di costruire a Tarsia, in provincia di Cosenza, il cimitero dei migranti morti in mare. Forse anche per togliere dalle mani sporche della mala quello che era diventato un mercato. Dove tutto è a carico dello Stato. Dal trasporto alla camera mortuaria di un ospedale vicino al porto di arrivo per la constatazione ufficiale della morte, fino alla sepoltura. Reggio Calabria ha dedicato agli immigrati una sezione speciale del proprio cimitero. A Vibo, invece, come emerge dall'inchiesta, finivano nei loculi che sceglieva la 'ndrangheta.
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
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«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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