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2021-06-15
La Nato smentisce la guerra fredda ma va alla resi dei conti col Dragone
Joe Biden (Leon Neal - WPA Pool/Getty Images)
La Nato inizia a fare sul serio con la Cina. Nel summit tenutosi ieri a Bruxelles, l'Alleanza atlantica ha, per la prima volta, messo nel mirino le ambizioni militari del Dragone. «La Cina», si legge nel comunicato finale, «sta rapidamente espandendo il suo arsenale nucleare con più testate […]. È opaca nell'attuazione della sua modernizzazione militare e della sua strategia di fusione militare civile pubblicamente dichiarata. Sta inoltre cooperando militarmente con la Russia, anche attraverso la partecipazione a esercitazioni russe nell'area euroatlantica. Restiamo preoccupati per la frequente mancanza di trasparenza e l'uso della disinformazione da parte della Cina».
Parole dure nei confronti di Pechino erano del resto state pronunciate poco prima dallo stesso Jens Stoltenberg. Pur avendo escluso una «guerra fredda» con la Repubblica popolare, il segretario generale dell'Alleanza atlantica aveva infatti rimarcato che il Dragone «non condivide i nostri valori». «Vediamo», aveva dichiarato, «come reprime le proteste democratiche a Hong Kong e perseguita anche le minoranze nel proprio Paese e utilizza la tecnologia moderna, i social media, il riconoscimento facciale per monitorare e sorvegliare la propria popolazione in un modo che non abbiamo mai visto prima». «Li vediamo nel cyberspazio, vediamo la Cina in Africa, nell'Artico, ma vediamo anche la Cina investire pesantemente nella nostra infrastruttura critica e cercare di controllarla», aveva aggiunto.
Insomma, l'Alleanza atlantica sta guardando con crescente preoccupazione al Dragone, seguendo una tendenza che aveva iniziato a fare capolino già nel corso del summit Nato di Londra, tenutosi nel dicembre del 2019. Certo: alcuni dei Paesi membri della Nato intrattengono stretti legami commerciali con Pechino (a partire dalla Germania). E questo spiega l'uso, da parte di Stoltenberg, di toni non troppo bellicosi nei confronti del Dragone. Ma un mutamento comunque c'è. Ed è sostanziale: una svolta che è stata colta ieri da Mario Draghi, il quale ha connesso il dossier cinese (e quindi l'allineamento italiano a Washington) con gli interessi mediterranei del nostro Paese (a partire probabilmente dalla Libia). «La deterrenza e la posizione di difesa della Nato devono essere attuate attraverso un approccio ad ampio spettro», ha dichiarato. «Dovremmo guardare», ha aggiunto, «a tutte le direzioni strategiche, dalla regione indopacifica a un focus costante sull'instabilità della regione mediterranea».
Ma il summit di ieri non si è fermato alla Cina. Una linea più dura è stata avanzata per la Russia, individuata come un «pericolo per la sicurezza euroatlantica». «La Russia», si legge nel comunicato, «continua a usare una retorica nucleare aggressiva e irresponsabile». In particolare, i dossier più problematici nei rapporti tra Nato e Mosca si sono rivelati quello ucraino e quello bielorusso. L'Alleanza ha ribadito di sostenere l'integrità territoriale dell'Ucraina e ha condannato il recente ammassamento di truppe russe al confine orientale del Paese. Stoltenberg ha inoltre dichiarato che Mosca non abbia il diritto di porre veti su un eventuale ingresso di Kiev nella Nato. Non sono comunque mancati dei malumori da parte ucraina. Sebbene venerdì il Pentagono avesse annunciato 150 milioni di dollari in assistenza militare a Kiev, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha mostrato ieri irritazione a causa dell'incontro tra Joe Biden e Vladimir Putin, previsto per domani.
Il comunicato della Nato si è poi rivelato significativamente severo nei confronti della Bielorussia. «Le politiche e le azioni della Bielorussia», si legge nel documento, «hanno implicazioni per la stabilità regionale e hanno violato i principi alla base del nostro partenariato. La Nato rimarrà vigile e monitorerà le implicazioni per la sicurezza dell'Alleanza». In particolare, a finire nel mirino è stato il dirottamento aereo dello scorso maggio, che ha portato all'arresto del dissidente Roman Protasevich. Un dossier, quello bielorusso, che evidenzia, una volta di più, le forti divisioni che intercorrono tra la Nato e la Russia: Minsk è infatti saldamente collocata all'interno della sfera d'influenza di Mosca e Putin non ha al momento intenzione di abbandonare Aleksandr Lukashenko.
Insomma, Biden si avvia al faccia a faccia con il capo del Cremlino in una situazione tesa. Non è quindi chiaro che cosa attendersi. Il vertice potrebbe risolversi in un nulla di fatto oppure aprire qualche spazio di cooperazione. Sotto questo aspetto, si può ritenere che Washington stia cercando la sponda di Mosca in riferimento al delicato e spinoso dossier del processo di pace in Afghanistan. E proprio di Afghanistan si parlato ieri al summit Nato: i partecipanti hanno infatti discusso del ritiro definitivo delle truppe americane e dello stesso processo di pace. Non solo: si è anche concordato uno stanziamento di fondi per far sì che l'aeroporto internazionale di Kabul continui a funzionare. L'Afghanistan è insomma uno di quei fronti su cui Biden e Putin potrebbero trovare un'intesa, nonostante l'elevata presenza di attori in gioco (dalla Turchia alla stessa Cina) renda la situazione piuttosto nebulosa (ieri Biden ed Erdogan hanno avuto un colloquio definito «ottimo», ma di cui non sono stati forniti dettagli). Più in generale, bisognerà capire se il presidente americano cercherà di trovare dei punti di contatto con Putin per tentare di sganciare Mosca da Pechino. Un'ipotesi che resta sul tavolo, ma che, come abbiamo visto, si scontra con numerosi dossier divisivi. E che potrebbe costare caro allo stesso Biden in termini di politica interna.
Le gaffe di Biden interrogano gli Usa: è vecchio o inadeguato?
Che Joe Biden sia incline a gaffe e lapsus non è esattamente una novità. E, stavolta, il problema si è posto nel corso di una conferenza stampa che il presidente americano ha tenuto l'altro ieri in chiusura del G7, svoltosi in Cornovaglia. Parlando dei margini di cooperazione tra Stati Uniti e Russia, l'inquilino della Casa Bianca ha per tre volte consecutive confuso Libia e Siria, mentre - come riferito da Fox News - «gli assistenti di Biden in seguito hanno spazzato via l'apparente gaffe, dicendo che intendeva dire Siria quando diceva Libia». Ciò non ha potuto comunque evitare la reazione dei social media, che hanno messo in evidenza il (ripetuto) lapsus. Andrebbe tra l'altro aggiunto che, nel corso della suddetta conferenza stampa, Biden si sia mostrato particolarmente affaticato, dando segni di evidente stanchezza (soprattutto difficoltà a parlare).
È quindi chiaro che, al di là delle polemiche politiche, questo episodio sia destinato a rimettere sotto i riflettori la vecchia questione della fibra fisica di Biden: una questione che fu cavalcata dai repubblicani in campagna elettorale, non solo per le sue notorie gaffe, ma anche in forza dell'età avanzata. Non va del resto trascurato che, a 78 anni, Biden sia a oggi il presidente americano al primo mandato più anziano della storia. Non sarà quindi un caso se la questione è tornata a perseguitarlo anche dopo l'entrata in carica, lo scorso 20 gennaio. Ricordiamo, per esempio, la sua triplice caduta, a marzo, mentre saliva la scaletta dell'Air Force One. Tutto questo mentre la settimana scorsa ha definito l'aviazione militare britannica «Rfa» invece di «Raf».
In un simile quadro, soltanto giovedì scorso, Donald Trump aveva irriso Biden, appena partito per il suo tour europeo: un viaggio al temine del quale, domani, avrà un faccia a faccia a Ginevra con il presidente russo, Vladimir Putin. «Buona fortuna a Biden nel trattare con il presidente Putin: non addormentarti durante l'incontro e per favore dagli il mio più caloroso saluto!», aveva dichiarato l'ex presidente repubblicano in una nota. Una chiara reminiscenza dell'ultima campagna elettorale, quando Trump era notoriamente solito bollare il rivale democratico come «Sleepy Joe». D'altronde, a complicare la situazione, sta proprio il fatto che la gaffe su Siria e Libia sia avvenuta durante il primo viaggio all'estero dell'inquilino della Casa Bianca: alla vigila del summit Nato di Bruxelles e dello stesso vertice con Putin.
Va da sé che la questione si pone su due piani. Il primo riguarda la narrazione mediatica che, sempre occhiuta per qualsiasi gaffe del precedente presidente, in questo caso almeno per ora ha sorvolato sull'accaduto. Il secondo piano è di carattere politico e, al di là delle beghe tra repubblicani e democratici, riguarda il fatto che gli Stati Uniti hanno oggi un comandante in capo molto anziano e fisicamente fragile. Si tratta di un tema riproposto ieri anche dal giornalista Federico Rampini, secondo cui «l'età di questo presidente è un problema». Un problema piuttosto serio, perché chiama in causa non soltanto l'efficienza interna del governo americano, ma anche, se non soprattutto, l'immagine che gli Stati Uniti danno di sé stessi davanti alla platea mondiale. È d'altronde per tale ragione che storicamente, durante le campagne elettorali statunitensi, la questione dell'età e della salute dei candidati risulta un argomento posto al centro dei riflettori. Questo perché proprio la salute del comandante in capo è anche, e forse specialmente, una questione di sicurezza nazionale. Soprattutto quando i tuoi avversari internazionali, a partire dalla Cina, non aspettano altro che sfruttare le tue debolezze.
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Per la prima volta l'Alleanza punta il dito contro le ambizioni militari dei cinesi. E condanna le repressioni e il controllo sociale attraverso la tecnologia. Ieri vertice cordiale tra Recep Erdogan e l'inquilino della Casa Bianca.Il presidente ha confuso Libia e Siria ed è apparso stanco. Donald Trump torna all'attacco.Lo speciale contiene due articoli.La Nato inizia a fare sul serio con la Cina. Nel summit tenutosi ieri a Bruxelles, l'Alleanza atlantica ha, per la prima volta, messo nel mirino le ambizioni militari del Dragone. «La Cina», si legge nel comunicato finale, «sta rapidamente espandendo il suo arsenale nucleare con più testate […]. È opaca nell'attuazione della sua modernizzazione militare e della sua strategia di fusione militare civile pubblicamente dichiarata. Sta inoltre cooperando militarmente con la Russia, anche attraverso la partecipazione a esercitazioni russe nell'area euroatlantica. Restiamo preoccupati per la frequente mancanza di trasparenza e l'uso della disinformazione da parte della Cina». Parole dure nei confronti di Pechino erano del resto state pronunciate poco prima dallo stesso Jens Stoltenberg. Pur avendo escluso una «guerra fredda» con la Repubblica popolare, il segretario generale dell'Alleanza atlantica aveva infatti rimarcato che il Dragone «non condivide i nostri valori». «Vediamo», aveva dichiarato, «come reprime le proteste democratiche a Hong Kong e perseguita anche le minoranze nel proprio Paese e utilizza la tecnologia moderna, i social media, il riconoscimento facciale per monitorare e sorvegliare la propria popolazione in un modo che non abbiamo mai visto prima». «Li vediamo nel cyberspazio, vediamo la Cina in Africa, nell'Artico, ma vediamo anche la Cina investire pesantemente nella nostra infrastruttura critica e cercare di controllarla», aveva aggiunto. Insomma, l'Alleanza atlantica sta guardando con crescente preoccupazione al Dragone, seguendo una tendenza che aveva iniziato a fare capolino già nel corso del summit Nato di Londra, tenutosi nel dicembre del 2019. Certo: alcuni dei Paesi membri della Nato intrattengono stretti legami commerciali con Pechino (a partire dalla Germania). E questo spiega l'uso, da parte di Stoltenberg, di toni non troppo bellicosi nei confronti del Dragone. Ma un mutamento comunque c'è. Ed è sostanziale: una svolta che è stata colta ieri da Mario Draghi, il quale ha connesso il dossier cinese (e quindi l'allineamento italiano a Washington) con gli interessi mediterranei del nostro Paese (a partire probabilmente dalla Libia). «La deterrenza e la posizione di difesa della Nato devono essere attuate attraverso un approccio ad ampio spettro», ha dichiarato. «Dovremmo guardare», ha aggiunto, «a tutte le direzioni strategiche, dalla regione indopacifica a un focus costante sull'instabilità della regione mediterranea». Ma il summit di ieri non si è fermato alla Cina. Una linea più dura è stata avanzata per la Russia, individuata come un «pericolo per la sicurezza euroatlantica». «La Russia», si legge nel comunicato, «continua a usare una retorica nucleare aggressiva e irresponsabile». In particolare, i dossier più problematici nei rapporti tra Nato e Mosca si sono rivelati quello ucraino e quello bielorusso. L'Alleanza ha ribadito di sostenere l'integrità territoriale dell'Ucraina e ha condannato il recente ammassamento di truppe russe al confine orientale del Paese. Stoltenberg ha inoltre dichiarato che Mosca non abbia il diritto di porre veti su un eventuale ingresso di Kiev nella Nato. Non sono comunque mancati dei malumori da parte ucraina. Sebbene venerdì il Pentagono avesse annunciato 150 milioni di dollari in assistenza militare a Kiev, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha mostrato ieri irritazione a causa dell'incontro tra Joe Biden e Vladimir Putin, previsto per domani. Il comunicato della Nato si è poi rivelato significativamente severo nei confronti della Bielorussia. «Le politiche e le azioni della Bielorussia», si legge nel documento, «hanno implicazioni per la stabilità regionale e hanno violato i principi alla base del nostro partenariato. La Nato rimarrà vigile e monitorerà le implicazioni per la sicurezza dell'Alleanza». In particolare, a finire nel mirino è stato il dirottamento aereo dello scorso maggio, che ha portato all'arresto del dissidente Roman Protasevich. Un dossier, quello bielorusso, che evidenzia, una volta di più, le forti divisioni che intercorrono tra la Nato e la Russia: Minsk è infatti saldamente collocata all'interno della sfera d'influenza di Mosca e Putin non ha al momento intenzione di abbandonare Aleksandr Lukashenko. Insomma, Biden si avvia al faccia a faccia con il capo del Cremlino in una situazione tesa. Non è quindi chiaro che cosa attendersi. Il vertice potrebbe risolversi in un nulla di fatto oppure aprire qualche spazio di cooperazione. Sotto questo aspetto, si può ritenere che Washington stia cercando la sponda di Mosca in riferimento al delicato e spinoso dossier del processo di pace in Afghanistan. E proprio di Afghanistan si parlato ieri al summit Nato: i partecipanti hanno infatti discusso del ritiro definitivo delle truppe americane e dello stesso processo di pace. Non solo: si è anche concordato uno stanziamento di fondi per far sì che l'aeroporto internazionale di Kabul continui a funzionare. L'Afghanistan è insomma uno di quei fronti su cui Biden e Putin potrebbero trovare un'intesa, nonostante l'elevata presenza di attori in gioco (dalla Turchia alla stessa Cina) renda la situazione piuttosto nebulosa (ieri Biden ed Erdogan hanno avuto un colloquio definito «ottimo», ma di cui non sono stati forniti dettagli). Più in generale, bisognerà capire se il presidente americano cercherà di trovare dei punti di contatto con Putin per tentare di sganciare Mosca da Pechino. Un'ipotesi che resta sul tavolo, ma che, come abbiamo visto, si scontra con numerosi dossier divisivi. 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Parlando dei margini di cooperazione tra Stati Uniti e Russia, l'inquilino della Casa Bianca ha per tre volte consecutive confuso Libia e Siria, mentre - come riferito da Fox News - «gli assistenti di Biden in seguito hanno spazzato via l'apparente gaffe, dicendo che intendeva dire Siria quando diceva Libia». Ciò non ha potuto comunque evitare la reazione dei social media, che hanno messo in evidenza il (ripetuto) lapsus. Andrebbe tra l'altro aggiunto che, nel corso della suddetta conferenza stampa, Biden si sia mostrato particolarmente affaticato, dando segni di evidente stanchezza (soprattutto difficoltà a parlare). È quindi chiaro che, al di là delle polemiche politiche, questo episodio sia destinato a rimettere sotto i riflettori la vecchia questione della fibra fisica di Biden: una questione che fu cavalcata dai repubblicani in campagna elettorale, non solo per le sue notorie gaffe, ma anche in forza dell'età avanzata. Non va del resto trascurato che, a 78 anni, Biden sia a oggi il presidente americano al primo mandato più anziano della storia. Non sarà quindi un caso se la questione è tornata a perseguitarlo anche dopo l'entrata in carica, lo scorso 20 gennaio. Ricordiamo, per esempio, la sua triplice caduta, a marzo, mentre saliva la scaletta dell'Air Force One. Tutto questo mentre la settimana scorsa ha definito l'aviazione militare britannica «Rfa» invece di «Raf». In un simile quadro, soltanto giovedì scorso, Donald Trump aveva irriso Biden, appena partito per il suo tour europeo: un viaggio al temine del quale, domani, avrà un faccia a faccia a Ginevra con il presidente russo, Vladimir Putin. «Buona fortuna a Biden nel trattare con il presidente Putin: non addormentarti durante l'incontro e per favore dagli il mio più caloroso saluto!», aveva dichiarato l'ex presidente repubblicano in una nota. Una chiara reminiscenza dell'ultima campagna elettorale, quando Trump era notoriamente solito bollare il rivale democratico come «Sleepy Joe». D'altronde, a complicare la situazione, sta proprio il fatto che la gaffe su Siria e Libia sia avvenuta durante il primo viaggio all'estero dell'inquilino della Casa Bianca: alla vigila del summit Nato di Bruxelles e dello stesso vertice con Putin. Va da sé che la questione si pone su due piani. Il primo riguarda la narrazione mediatica che, sempre occhiuta per qualsiasi gaffe del precedente presidente, in questo caso almeno per ora ha sorvolato sull'accaduto. Il secondo piano è di carattere politico e, al di là delle beghe tra repubblicani e democratici, riguarda il fatto che gli Stati Uniti hanno oggi un comandante in capo molto anziano e fisicamente fragile. Si tratta di un tema riproposto ieri anche dal giornalista Federico Rampini, secondo cui «l'età di questo presidente è un problema». Un problema piuttosto serio, perché chiama in causa non soltanto l'efficienza interna del governo americano, ma anche, se non soprattutto, l'immagine che gli Stati Uniti danno di sé stessi davanti alla platea mondiale. È d'altronde per tale ragione che storicamente, durante le campagne elettorali statunitensi, la questione dell'età e della salute dei candidati risulta un argomento posto al centro dei riflettori. Questo perché proprio la salute del comandante in capo è anche, e forse specialmente, una questione di sicurezza nazionale. Soprattutto quando i tuoi avversari internazionali, a partire dalla Cina, non aspettano altro che sfruttare le tue debolezze.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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